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Ago 14, 2018 Vittorio Camacci 1418volte

L’Amatrice-Configno si ferma a 40: simbolo eloquente di un disastro

2017 - La visita dei Campioni alle macerie del terremoto 2017 - La visita dei Campioni alle macerie del terremoto Foto Organizzatori

Niente edizione numero 41, l'Amatrice-Configno quest'anno non si farà. Una delle classiche della corsa su strada, l'unica patrocinata IAAF in Italia, con un albo d' oro da far invidia alle classiche più blasonate, si arrende soprattutto perché dal Comune di Amatrice e dalla Regione Lazio non è mai arrivato l’aiuto sperato.

Io che sono nato e vivo da una vita da queste parti cerco ora di spiegarvi i motivi più profondi di questa grave perdita.

Ultimamente passo molto tempo girovagando con la mia mountain-bike, a volte mi fermo tra le macerie dei paesi della mia zona, perché mentre pedalo non ho particolare modo di interagire con le persone e soprattutto di pensare... Allora assicuro la bici ad un sostegno e cammino tra queste distruzioni cercando contatti umani: ma quasi tutta la gente che incontro sembra attonita, sembra non gustare il tempo, come me, anche se rare volte mi accade di confrontarmi con persone aggiornate sui fatti, sveglie nei sentimenti e che hanno intuito molte più cose di me.
Ma quante vite dovranno vivere prima di riavere la propria?

Scrivere storie mi ha dato speranza e gioia, ma difficilmente mi insegna ad adattarmi ad un nuovo modo di vivere, guidare le mie scelte, affrontare le fatiche, i drammi e la felicità da conquistarmi. Non dico che io debba smettere di girovagare a vuoto, ma le escursioni intense tra l'immane rovina a volte non mi fanno vedere l’esatta dimensione delle cose, forse perché ho troppa ansia di bruciare il tempo o di recuperarlo. Il tempo, questo maledetto che è sempre solo passato per me, perché ormai quello che mi si prospetta davanti non lo capisco più. La mia bici è ancora lì, fedele e silenziosa compagna pronta a portare il mio corpo sempre più arido verso sogni indistruttibili come questa nostra terra ferita dal fascino eterno.

Oramai il cosiddetto "Cratere" presenta una faccia tragicamente irreversibile, nella zona ci sono solo paesi in rovina. A due anni dalla prima scossa la ricostruzione non è mai partita e gli abitanti "veri" praticamente non esistono più, tranne qualche vecchio inamovibile ed i soliti parassiti che vivono sopra il lavoro della gente onesta. I vecchi aspettano la fine, chiusi nelle casette di legno truciolato, circondati dalle macerie della loro vita precedente, mentre gli altri aspettano il loro futuro indefinibile continuando a gongolare ed a crogiolarsi nelle malefatte. Gli unici barlumi di socialità ed aggregazione sono stati donati da sponsor privati che hanno costruito scuole, palestre, centri ricreativi, piccoli aggregati commerciali, senza che lo Stato abbia mai tirato fuori un soldo per cose del genere.

Il grande turismo, sul quale si punta per un rilancio, non può vivere questi luoghi, ormai moribondi se la ricostruzione non c'è e le persone sono abbandonate, anzi addirittura ostacolate quando provano a farcela da sole. Il terremoto è una tragedia non tanto per l’immane distruzione che esso provoca, ma per gli incredibili interessi paralleli che genera, con le relative diseguaglianze sociali che amplia, con la politica ed i potentati locali che si danno al marketing dei favori verso i "signori dell’affare". Questo non è più un posto in cui può vivere qualcuno con un cuore ed un'anima, con una coscienza, ma una distesa di terra, boschi, montagne vergini buone per speculare, arricchirsi, depredare. Chi ci viveva dignitosamente vorrebbe tornare ad abitarlo come un tempo, con semplicità, con amore, con dedizione, ma non può, perché è troppo piccolo di fronte agli interessi del Potere.

Facciamocene una ragione, qui non c'è nessuna Amministrazione Pubblica che si avvicina al cittadino per condurlo verso un futuro decente, non c'è nessuna pace sociale. Ci sono solo avvoltoi e sciacalli, falchi travestiti da benefattori che hanno fatto i soldi, hanno speculato consolidando i loro interessi, con angherie e soprusi, hanno usato macerie fisiche e del cuore per arrivare ai loro meschini scopi da una parte; e gente che si è arresa dall’altra.

Anzi siamo al paradosso, perché in un'Europa dove non ci sono più frontiere, qui invece ci sono ancora: ci sono frontiere tra paese e paese, tra rione e rione, tra persone e persone. Solo se qui ci vivi le puoi vedere, perché non sono fatte di sbarre e reticolati materiali, sono fatte di palizzate virtuali arrugginite e corrose dalla diffidenza, dai pregiudizi, dai reciproci dispetti, vecchi rancori e umori sospetti nati alla luce delle recenti malefatte, in cui chi non fa parte del sistema nato dall’accaparramento improprio ed illegale è guardato a vista perché nemico e straniero alle maldestre abitudini in cui sono caduti quasi tutti.

A chi vive qui viene semplicemente consigliato di farsi i fatti suoi, intanto gli amministratori sguazzano in questo disastro sociale perseverando nel familismo e nel nepotismo, fatto di piccole promesse, parziali e ridicole concessioni, assurdi ed ignobili ricatti, miserabili favori che garantiscono voti e potere da un lato, benemerenze dei poteri centrali dall’altro.

Infine, un giorno arriveranno i Nuovi Padroni, uccelli rapaci ambiziosi e cinici, che già si sono messi d'accordo con complici locali che hanno pensato solo a farsi i loro interessi vendendo il territorio per quaranta denari: moderni Giuda mascherati dietro un falso patriottismo. Per colpa loro la nostra terra sarà deturpata, si prenderanno quasi tutto e lo plasmeranno a loro utile piacimento.

Il cuore di chi è sensibile si stringe sempre di più di fronte a questi luoghi di cui restano solo macerie, lacrime e il ricordo di un glorioso passato dei nostri avi. Non ci sono più parole da dire, solo un amaro silenzio in cui riflettere e pentirsi degli errori commessi, e solo una parola per chi non è fesso ma ancora un uomo d’onore come Bruno D’Alessio: coraggio!

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