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Ott 11, 2018 811volte

Chicago meriterebbe più italiani!

Notturno dall'alto Notturno dall'alto F. Marri - R. Mandelli

Dopo cinque partecipazioni a New York (e altre a Boston, Miami, Nashville) ripasso l’oceano per approdare finalmente a Chicago: senza l’intenzione di conquistare l’agognata stella delle sei majors concluse (non cinque come crede Nerino); perché in effetti ne ho finite cinque, ma per mandarmi alla sesta, Tokyo, dovrebbero pagarmi o imbarcarmi ammanettato su un aereo (poi, come dice il  presidente della regione Emilia-Romagna che ha annullato un suo editto antiinquinamento promulgato dieci giorni prima, solo i pagliacci non cambiano idea).

Chi era già stato a Chicago (anche senza correre) mi aveva segnalato che è una città bellissima, con un clima lacustre, dato che si adagia sull’enorme lago Michigan più grande dell’Adriatico (e in effetti la sorpresa, pascoliana direi, è il vedere i grattacieli sprofondare nelle nuvole, facendo onore al loro nome). Mentre chi aveva corso la maratona, giunta ormai alla 41° edizione dunque tra le più antiche al mondo (la prima si corse nel 1978 e fece ‘solo’ 4200 arrivati), giurava che non è da meno di New York.

Dopo aver sperimentato la  città (purtroppo, solo quattro giorni, inclusa la domenica della gara) e la maratona, mi dichiaro meravigliato che gli italiani qui siano all’incirca la decima parte di quelli che vanno a New York. L’anno scorso furono 273 su un totale di 44346 finisher (che portano Chicago a essere la seconda maratona degli USA, ovviamente dopo NYC); quest’anno non lo so perché il sito non consente al momento la ricerca per nazioni. Saranno un po’ cresciuti perché al solo imbarco di Bologna del giovedì con Ovunque viaggi eravamo in 32, e altri partivano con voli diretti da Roma o altre sedi (noi bolognesi abbiamo scelto lo scalo di Copenhagen, non una grande idea a dire il vero, a parte il wifi che si connette senza formalità e funziona da Dio, all’opposto di Bologna e Chicago). Però non c’erano i vip o vippetti nostrani, che d’altra parte al confronto coi top runners che hanno corso a Chicago potevano puntare al ventesimo posto o giù di lì, dunque per i prosciutti è meglio andare a Ferrara o Ravenna. Eravamo insomma podisti ‘medi’, moralmente capeggiati dai due reggiani Davide Scarabelli (2.40:12) e Lorenzo Villa (2.42:28), risultati migliori degli italiani, con piazzamenti tra il 230° e il 273° posto. Ma non c’erano nemmeno i podisti per caso, quelli che non hanno mai messo le scarpette ai piedi e vanno a NYC fidandosi del tmax di 10 ore o anche più: a Chicago il tmax è fissato più seriamente alle 6h30, sebbene ci sia una certa tolleranza che ha consentito quest’anno a circa 1600 podisti di essere classificati pur arrivando oltre il limite indicato.

Lolo Tiozzo, anima di Ovunque, a 73 anni chiude in un dignitoso 6.04; Alessio Guidi, inventore del “Passo Capponi”, o date le circostanze Al Capponi, qui guida la moglie al tempo perfetto di 4.13, sei minuti esatti al km; l' "ambasciatore di Asti" Chiaranda fa 4.50. In totale abbiamo finito in 44480, 140 più dell’anno scorso (ma sono numeri chiusi), quasi in ugual quantità tra uomini (23868) e donne (20612): e questo è un dato strabiliante, soprattutto in Italia dove solitamente c’è una donna maratoneta ogni 6-7 maschi.

Chicago 2018


L’impatto con la città è positivo fin dal principio: oltre tutto, Chicago è una delle città più italiane degli Usa, metà dei ristoranti hanno nomi italiani (mangerò al “Vapiano”), e una pagina intera del quotidiano locale è dedicata ad Autilia Di Nunzio, aquilana emigrata qui nel 1947 e morta novantenne pochi giorni fa dopo una onorata carriera come sarta e cuoca; e gli annunci funebri dicono pure di una Eleanor Ranieri nata Pelliccioni, morta a 91 anni e compianta da parenti come Celeste Di Giannantonio, e di un Michael Cantafio, e di Nick Jacobazzi ecc. È imminente il Columbus Day, e tra gli sponsor delle celebrazioni stanno le ditte Gullo e Perricone; e lasciatemi ricitare il più illustre italiano di Chicago, Al Capone, capace di dimostrare agli yankees e ai mafiosi irlandesi di cosa sono capaci i nostri paisà, quando ci si mettono. E per favore, smettete di paragonare gli emigrati come lui a quanti arrivano da noi oggi con le barchette ricevendo l’omaggio di Saviano e della Boldrini: Al Capone e i suoi, a parte che arrivarono col passaporto regolare e pagando il biglietto del viaggio in terza classe, si fecero la loro quarantena, negli Usa vennero ghettizzati e spesso fatti fuori, finché non impararono a sopravvivere sfruttando le opportunità. (Risulta che Al Capone fosse proprietario della principale fabbrica di birra a Chicago nel tempo del proibizionismo: e posso immaginare in quale modo persuadesse i baristi a servire la sua birra e non quella irlandese…: il genio italico, piaccia o non piaccia, è anche questo).

Torniamo alla Chicago di oggi: città bellissima, un monumento a cielo aperto costruito dai migliori architetti americani a partire dalla fine 800, grattacieli uno diverso dall’altro, e al centro svetta la Trump Tower (alla faccia della corrispondente Rai dagli Usa, che vede rosso, anzi, nèèèèro!, a sentirne parlare), torre che si erge su una meravigliosa passeggiata a piedi lungo il River, percorso a getto continuo dai battelli del tour guidato (il mio unico allenamento, venerdì sera, è stato lì e ho scoperto che il mio passo era identico a quello di un battello, per cui ascoltavo le spiegazioni dello speaker…).

Ma Chicago ha anche i musei più belli e ricchi degli States: il museo di Belle Arti (vicinissimo alla partenza della maratona, e all’inizio pure della mitica Route 66 che attraversa tutti gli Usa e serve da fondale per le grandi road-movies) è classificato da Trip Advisor come il migliore del mondo; il museo di Scienze naturali, vicinissimo all’Acquario e al Planetario, è più grande di quello di NYC… e il resto purtroppo non ho potuto vederlo per mancanza di tempo.

Sono però salito sulla cosiddetta Torre 360°, un grattacielo con terrazza panoramica, e vista che si può definire – finalmente  a buona ragione – mozzafiato, dato che c’è anche la possibilità di sdraiarsi su una finestra sporgente nel vuoto a oltre 300 metri di altezza. Non sono invece salito sulla Willys Tower, il grattacielo che già detenne il record del più alto del mondo coi suoi 526 metri, perché la fila per entrarci era più lunga dell’altezza della torre: ma insomma, bene NYC, ma Chicago ha tutto di più.

Chi vuole, può andare al servizio fotografico amorevolmente assemblato da Roberto Mandelli

http://www.podisti.net/index.php/component/k2/item/2603-07-10-2018-chicago-illinois-usa-41-bank-of-america-chicago-marathon.html

e che – guarda caso – ha in copertina la foto della Trump Tower che si erge sul River.

Parliamo allora della maratona, i cui dati e risultati sono già stati tempestivamente e ottimamente forniti da Roberto Annoscia

http://www.podisti.net/index.php/in-evidenza/item/2582-farah-vittoria-e-record-europeo-a-chicago.html

 

Expo collocata circa un miglio a sud della partenza arrivo, servita da bus gratuiti con partenza a getto continuo da quattro punti diversi della città. Controlli e cautele che sembrano eccessive solo a chi non ha vissuto sulla sua pelle gli orrori del terrorismo anche contro le maratone (Boston); ritiro pettorali velocissimo, grandi possibilità di foto in luoghi strategici, di massaggi e ginnastiche varie, molti assaggini e molti stand di maratone Usa ed estere (Italia: zero). Centro maratona, con alloggio dei corridori d’élite, collocato invece all’Hotel Hilton, dove persino gli ascensori sono rivestiti con immagini della maratona (mentre all’esterno gli stessi biglietti della metropolitana sono in tema, con figure di podisti sullo sfondo della skyline).

La vigilia della maratona si svolge una 5 km, che a quanto posso percepire osservandola dall’hotel è affollata da migliaia e migliaia di persone, dai bambinelli con mamma ai tipici obesi americani, dalle fighette cui importano i selfies agli ottantenni che camminano a fatica ma gioiosamente. Qualcuno la usa come ultimo allenamento prima del gran giorno.

La sera, alla messa prefestiva nella chiesa francescana di S. Pietro (qui le chiese cattoliche sono ottime e abbondanti), il celebrante vuole tutti i maratoneti sotto l’altare per impartire una benedizione speciale (“possiate finirla, magari anche vincerla, e non farvi male”): le sue braccia protese in alto formano un arco ideale che dall’altra parte finisce sulle braccia dei fedeli; noi (un centinaio abbondante) siamo in mezzo e ci sentiamo come sotto una cupola celestiale.

E il D-day arriva, con allerta gialla per possibili nubifragi (tutti i giorni leggiamo sul cellulare gli avvisi dell’organizzazione, comprensivi di raccomandazioni: vèstiti bene, bevi, non strafare, rivolgiti al medico se avverti problemi, ecc.). In effetti, piove tutta la notte tra sabato e domenica, ma verso le 6 smette il che ci induce a lasciare nello zaino gli impermeabili (imprudenti!). Temperatura tra i 10 e i 15 gradi ‘nostri’, molta umidità, insomma mi risolvo a uscire dall’albergo (500 metri dal gate prescritto dal mio pettorale) ben vestito, e spogliarmi il più tardi possibile lasciando poi il sacco alla custodia bagagli.

Enormi le aree per il pre-gara, nel Grant Park che affaccia sul lago (d’altronde siamo in 45mila!), perfette le segnalazioni rinforzate da una quantità incredibile di addetti: sono però pochi o nulli gli spazi al coperto e i posti a sedere per ingannare l’attesa. Per fortuna non piove; volendo si può attingere a bevande e snack di ogni qualità (calde, no).

Partenza in tre ondate, fra le 7,30 e le 8,30; in pratica, puoi partire quando vuoi (senza nemmeno i controlli polizieschi e ottusi di NYC), perché il tuo tempo è dato dal chip. Mi fanno ridere le vestali-Fidal che esigono il gun-time: certo, per le vostre corsette su tartan da 16 personcine andrà bene, ma vorrei vedere con 45mila (e già trovo penalizzante il gun-time in maratone italiche da 1000 podisti). Vabbè, siccome dell’America scimmiottiamo tutto (dalle sitcom ai reality, dal Partito Democratico alle primarie), prima o poi anche a Roma capiranno che in maratona l’unico tempo equo è il real-time. Aspetta e spera che già l’ora s’avvicina.

Dopo il rituale inno americano ascoltato in piedi e con la mano sul cuore, varco il tappetino dei chip alle 7,44, senza spingere nessuno e senza essere sgomitato da nessuno. Il tracciato è una specie di T ruotata verso destra (mi ricorda quello di Miami): circa 10 km verso nord, con parziale vista lago; poi si gira in senso antiorario, verso la pittoresca Old Town (irlandese, in origine); si torna in centro sotto la Trump Tower. E qui per noi peones si scatena una discreta bufera, quasi grandine, comunque goccioloni e vento contrario; bravi i primi che stanno già arrivando, noi ci ripariamo come possiamo, mentre chi è partito a torso nudo o con solo reggiseno esibisce orgogliosamente il suo bendidio. Cartelli spiritosi tengono alto l’umore: “Pensa a quanto mi sono allenata per reggere questo cartello!”, “Beyoncé è gelosa delle tue gambe”; “La sofferenza è per un giorno, Instagram è per sempre”; “Non mi frega niente della maratona: voglio un maratoneta!” (inalberato ovviamente da una girl).

Dal centro si volge a destra (ovest), verso l’interno; siamo alla mezza maratona, e da qui i ristori (finora solo liquidi) diventeranno anche solidi, ogni miglio: non gli insipidi e diarroici gel che NYC si spreca a darci due sole volte, ma barrette, banane, cioccolato, arance e di tutto un po’, oltre alla onnipresente Gatorade e all’acqua. Ristori sempre da ambo i lati della strada, e tutte le bevande ci sono regolarmente messe in mano da addetti in piedi davanti ai tavoli. Perfino le guardie aiutano a ristorarci, oltre a dare il cinque. Da notare pure come ad ogni miglio ci siano toilette mobili, ma non 3 o 4 come a NYC, bensì fino a  qualche decina, e tutte fornite di carta igienica in abbondanza (lo dico, ehm ehm, per esperienza personale).

Superfluo dire che non si vede un’auto nemmeno agli incroci, e persino i cameramen/fotografi qui non vanno su mezzi motorizzati (quelli che in Italia ci sgasano) ma su sulky a pedali.

Ma il meglio, il punto in cui davvero mi viene un groppo in gola, è verso il km 35 (qui i km sono segnati tutti, oltre alle miglia: non ogni 5 come nel solito termine di paragone):  una curva a destra ti immette in Chinatown, che poi confina ed è quasi tutt’uno con Little Italy (chiesa della Annunziata, sagra di S. Antonio ecc.). Una musica orientale ti immette in una strada fiancheggiata da casette multicolori, ai cui piedi stanno migliaia di abitanti festosi, tutti disciplinati al di là delle transenne, ma rumorosi e ospitali (e anche con ristori bootleg): pure le addette ai ristori sono cinesine, alcune bellissime. Insomma, uno spettacolo globale, completato da altri spettatori tipicamente born in the Usa; poco dopo, due gruppi di ragazzi suonano percussioni varie con ritmi che ti obbligano a non mollare.

Puntiamo decisamente a nord, in parallelo al lago; appaiono i profili dei grattacieli, ecco la zona Expo, ecco la grande Michigan Avenue da cui usciamo a 800 metri dal traguardo (le distanze a questo punto sono segnate solo in metri: 400, 300…): due curve a 90 gradi, infine il rettilineo in leggerissima discesa dove dare il poco che ci rimane.

Siamo circa 400 metri a sud dell’area da cui siamo partiti, e tutta l’area è giudiziosamente occupata: offerta di teli argentati (prima le donne, voi uomini andate più avanti!), ristoro solido (ci mettono in mano un sacchetto pieno di roba, e puoi aggiungerci quant’altro ti pare), zona-birre (prendine quante vuoi, ma è proibito portarle fuori dal parco: il vecchio proibizionismo esala gli ultimi aneliti, ma io ispirandomi ad Al Capone metto le birre nella sacca), medaglia molto originale (un profilo di downtown), poi di nuovo al ritiro bagagli, e per chi avesse bisogno alle centinaia di toilettes mobili e di cabine-spogliatoio; e infine il ricongiungimento coi familiari marcato dalle lettere d’alfabeto. A parte le docce (per quelle, rivolgersi in Germania), credo che non si possa pretendere niente di più.

 La prima volta che corsi la maratona di Berlino (venticinque anni fa), noi italiani eravamo poche centinaia: adesso l’hanno scoperta tutti. Vedremo se accadrà altrettanto con Chicago.

Informazioni aggiuntive

Fotografo/i: Fabio Marri

4 commenti

  • Link al commento Lunedì, 15 Ottobre 2018 00:48 inviato da FMr

    Ringrazio Pietro per le utili integrazioni. In particolare per il rimando alla ricerca avanzata, da cui appare che gli italiani a Chicago quest'anno erano più di 500, dunque praticamente il doppio dell'anno prima. Penso sia stata una buona scelta.
    Quanto alle altre osservazioni, forse l'essere stato io immesso nella prima ondata (delle 7,30) mi ha fatto trovare più servizi. Non ho avuto nessuna coda per entrare nei recinti (dall'ingresso 1, circa alle 6,40); ho visto anch'io gli spogliatoi tipo cabine da spiaggia o toilettes, sicuramente più di dieci, ma non li ho usati; e quello che lamento è la mancanza di un tendone dove semmai sedersi o sdraiarsi (come ci sono a NYC).
    Ribadisco che ho visto segnati i km, perlomeno nella seconda metà, ad ogni km (i numerini erano più piccoli delle miglia e potevano sfuggire, ma c'erano), e che ho mangiato tutto quello che volevo dalla metà in poi (non vorrei che la mia voracità abbia lasciato a digiuno quelli delle ondate successive - ma non credo dato che molti partiti mezz'ora dopo mi hanno raggiunto e superato!).
    Le indicazioni date da Pietro sull'ubicazione dei ristori erano quelle ufficiali degli organizzatori, ma sono state smentite dai fatti. Toilette ogni miglio? bè, facciamo che in qualche miglio mancassero (attenzione che spesso non erano sulla strada ma in fondo ai piazzaletti o allo sbocco di stradine laterali), ma erano almeno una serie di toilettes (mai meno di 4 o 5) ogni due miglia, e anche in due punti diversi dello stesso miglio (su quella che ho usato io al miglio 20 - scusate il dettaglio - era affisso un cartello che diceva che ce ne erano altre nel lato ovest dello stesso isolato, cioè 50 metri più avanti, il che corrispondeva al vero).
    Il sacchetto di fine gara poteva essere colmato prelevando dai tavoli tutto quanto si desiderava. Ho preso di tutto, tranne le banane di cui avevo fatto indigestione durante la gara...
    Nel complesso, a parte la pioggia e il freddo, direi che il giudizio anche dei due commentatori sia positivo.

    Rapporto
  • Link al commento Domenica, 14 Ottobre 2018 12:29 inviato da Mauri

    Bella maratona, bella esperienza.
    La consiglio vivamente.
    Un gran elogio a Lolo, che oltre ad organizzare giornate a regola d'arte ha corso la maratona in modo splendido.

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  • Link al commento Sabato, 13 Ottobre 2018 21:07 inviato da Pietro

    Bel racconto magari un pò romanzato.
    Alcune cose che ho vissuto sulla mia pelle oltre all acqua e al vento preso ( io son partito alle 8 ) che non è stato poco:
    - area partenza , gli spogliatoi erano 10 container ( tipo bagno chimico)
    - ingressi controllavano il pettorale e non permettevano di entrare in un corral diverso o ora diversa. Non c era lo screen eccessivo come a NYC, ma la coda all ingresso c'è stata comunque. Andate 1 h e 15' prima della vostra batteria
    - ristori , sarò arrivato tardi , ma cioccolato non l ho visto e neanche le arance. Le barrette c erano solo al miglio 13.2 e il gel solo 18.2 . Le banane solo 19.5 e 23.5
    - bagni , usati anche io si sa il freddo , non erano ogni miglio
    - Kilometraggio , i segnali in km erano solo ogni 5 km e non ogni km.
    - sacchetto fine gara non era pieno di roba ( due buste di snack dai sapori americani)
    - consegna sacca all inizio ottimo ( no fila) , ritiro problemi degli addetti a trovare le sacche visto che il bumero da apporre non era adesivo e ognuno l ha posizionato dove voleva

    PS i risultati ricercabili per nazione ci sono sotto ADvanced Search in questa pagina http://results.chicagomarathon.com/2018/?lang=EN_CAP

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  • Link al commento Venerdì, 12 Ottobre 2018 14:54 inviato da skyrunner

    Ma l'ha scritto Salvini?

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