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Apr 18, 2019 Michele Rizzitelli 1036volte

Parigi: maratona, cimitero dei Grandi, alla fine una nube nera

Tre barlettani si ritrovano Tre barlettani si ritrovano M. Rizzitelli

14/15 aprile - Il primo incontro con Giuseppe De Nittis alla Maratona di Parigi è stato casuale. Venerdì sera, 12 aprile, uscito con Angela dall’albergo per cenare, mi sono imbattuto in Rue de Longchamp, che inizia dall’Avenue Charles de Gaulle e si perde nel Parco di Boulogne in cui sono situati i celeberrimi ippodromi tante volte ritratti in “Ritorno alle corse”, “Viale del Bois de Boulogne”, “Le corse di Longchamp”, “Alle corse di Auteuil, sulla sedia”. Non cavalli e fantini attirano la sua attenzione: al geniale impressionista (Barletta 1846 – Parigi 1884) interessa trasferire su tela costumi, atmosfere e tendenze di nobili e popolani che affollano gli spalti, e vi riesce con pennellate di genuina freschezza.

Pedanti allenatori consigliano riposo il giorno prima della maratona, invece il sabato ce ne siamo andati per musei, architetture, boulevards e spazi pubblici, e se non abbiamo percorso i canonici 42,195 km, poco c’è mancato. E non siamo pentiti. Notre Dame è stato il monumento cui abbiamo riservato maggior cura. Alla luce di quanto accaduto l’indomani, è stata una vera fortuna. Se non l’avessimo fatto, avremmo dovuto attendere un ventennio.

Alcune maratone sono una lezione di storia. Domenica scorsa, 7 aprile, a quella di Roma abbiamo visto sfilare sotto i nostri piedi tutti i capitoli che vanno dal VII secolo a. C. al XVI sec. d. C., e sembravamo annegare nella vertigine dei millenni; il tutto al modico prezzo di 60 €, tanto costa l’iscrizione alla Maratona della Città Eterna. A Parigi ho ripassato i sec. XVII – XVIII e XIX, e questo secondo volume di storia l’ho acquistato per 90 €. I costi lievitano abnormemente se si desidera comperare l’ultimo volume; è d’obbligo volare a New York e staccare un assegno almeno di 400 $.

Più che romantico, il percorso della maratona di Parigi è spettacoloso, in linea con l’aspirazione alla “grandeur”. Superbe le architetture, ampi i boulevards, dispersive le piazze, ad eccezione dell’aristocratica ed elegante Place Vendome (non si passa per la scenografica Place des Vosges). Tecnicamente non è velocissima come Berlino e Rotterdam per via di qualche tratto in pavè e un paio di salitelle, e va messo da parte il sogno di stabilire la migliore prestazione personale, ma non presenta particolari difficoltà. Si parte con alle spalle l’Arco di Trionfo, si discende lungo i Champs-Elysées, si dilaga in Place de la Concorde, si attraversa Place Vendome, si gira intorno all’Opera, si passa davanti al Louvre, ci si disperde in Place de la Bastille, per 7 km si respira l’ossigeno del Bois de Vincennes, dal lungo Senna si gode la vista di Notre Dame, si scende agli inferi in ben 4 sottopassi, si riemerge fra la Torre Eiffel e il Trocadéro, si percorrono gli ultimi 9 km immersi nel verde del Bois de Boulogne con in fondo l’Arco di Trionfo, in prossimità del quale è situato l’arrivo. Gli iscritti sono stati 49.155 di 160 diverse nazionalità, 800 gli italiani; i classificati 48.056, gli spettatori 250.000, il grande giro d’affari difficile quantizzarlo.

Non solo ripasso di storia, la maratona di Parigi è anche geografia umana. Dei 62 milioni di francesi 11 milioni vivono in questo agglomerato urbano, a dimostrazione di un’emigrazione interna. L’emigrazione esterna ha reso questa città un vero e proprio crogiuolo in cui si fondono tutte le etnie, si incontrano tutti i continenti, si parlano tutte le lingue e si praticano tutti i culti.

Il giorno dopo ci siamo recati nel cimitero monumentale di Pére-Lachaise, un luogo in netto contrasto con l’atmosfera dinamica del giorno precedente. Situato sulle pittoresche colline di Mont-Louis, misura 44 ettari, conserva 70.000 tombe, ha 5.300 alberi ed è visitato ogni anno da 3,5 milioni persone. Lungo i suggestivi sentieri trovano posto sepolcri e cenotafi di uomini illustri, la loro lapide d’immortalità. I più antichi residenti sono i leggendari innamorati Abelardo (1079 - 1142) ed Eloisa (1101 - 1164), poi Molière e Jean La Fontaine. Qui sono sepolti Edith Piaf, Frederic Chopin, Oscar Wilde, Marcel Proust, Honorè de Balzac, Yves Montand, Simone Signoret, Maria Callas, Jim Morrison (il più visitato e con fiori sempre freschi), ecc. Tra gli italiani Gioacchino Rossini, Vincenzo Bellini, Luigi Cherubini, Piero Gobetti, Nello e Carlo Rosselli, Amedeo Modigliani, la contessa di Castiglione, ecc.

Ma non ci siamo diretti in un cimitero alla ricerca di macabre suggestioni. Per un barlettano la visita al Père-Lachaise è una tappa obbligata per rendere omaggio al suo grande compatriota impressionista (= pittura della realtà). Che poi si sia rivelato un luogo affascinante e commovente, e il percorso si sia trasformato in una passeggiata romantica in un museo a cielo aperto, è stata una sorpresa. E ha fatto bene anche all’anima, perché ha riproposto gli eterni interrogativi del chi siamo e del dove andremo: “E’ ponendoci delle domande che impariamo la verità”, asseriva Abelardo.

Avevamo due riferimenti precisi: 11^ divisione, tomba N° 21. Per non perderci in questo immenso regno dei morti, siamo entrati dal sontuoso ingresso principale che si affaccia sul boulevard de Ménilmontand. Abbiamo percorso l’Avenue Principale e subito notato a sinistra il grandioso cenotafio di Gioacchino Rossini (1792 - 1868): le sue spoglie traslate in Italia sono sepolte a Firenze nella Basilica di Santa Croce. Pochi i pini, numerosi i platani e soprattutto i castagni già coperti di foglie di un verde intenso riconoscibili dai fiori bianchi e rosa. E’ stato facile trovare la 11^ divisione, difficile la 21 perché le tombe non hanno numerazione. Abbiamo vagato fra sepolcri in stile romanico, gotico e neoclassico, della più varia forma e decorazione, alcune ben curate, altre non più leggibili e condannate all’oblio. Abbiamo rischiato di cadere sul terreno sconnesso e su radici di alberi che avevano frantumato la roccia. Poi la mia attenzione è caduta su un omino pelato con i pochi capelli lunghi e disordinati, un “tipo da artista” che si trovava da quelle parti, e gli ho chiesto: “De Nittis”. E lui: “Giuseppé, De Nittìs, Barlettà” , e me l’ha indicata: ero proprio a due passi. Era in prima fila sul Chemin Denon, tra Frederic Chopin e Luigi Cherubini. E’ in uno stato soddisfacente per il restauro eseguito nel 1971 dalla Sezione di Storia Patria di Barletta. Una lastra verticale molto semplice reca un’epigrafe dettata da Dumas figlio: “Ci git / le peintre Joseph De Nittis / mort à trente-huit ans / en pleine jeunesse / en plein amour/ en pleine gloire / comme les hèros et les demi – dieux”. Foto di rito ai lati del cippo con la medaglia di finisher della maratona di Parigi.

Nel tardo pomeriggio, nel recarci in Place des Vosges, il sole tramontando colorava di rosso il cielo di Parigi. Uno spettacolo grandioso, caratteristico di queste latitudini, e ho cominciato a scattare fotografie. Un attimo dopo, una grande nube nerastra ha cancellato la visione. Non avevamo ancora raggiunta la piazza che una telefonata dall’Italia ci metteva al corrente dell’incendio di Notre Dame. Non era una nube, era molto di peggio.

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