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Lug 29, 2019 Andrea Busato - Fabio Marri 1281volte

Con Luca Grion la corsa si fa filosofia di vita

La pratica dopo la grammatica La pratica dopo la grammatica L. Grion (da Fb) - R. Mandelli

Uno schema di pensiero che per molti secoli un po’ tutta la cultura occidentale sembra evidenziare è quello della divisione, per ogni individuo, fra la sfera fisica e quella spirituale, concezione in qualche modo condivisa a volte anche da chi non si professa credente. In quanto corrispondente alla distinzione che normalmente diciamo “fra il corpo e l’anima”, viene spontaneo ricondurne l’origine alla religione cristiana e alla profonda traccia con cui essa ha condizionato (per chi le appartiene, ma anche per chi le si vuole contrapporre) la mentalità delle età dal medioevo a oggi. Risulta per questo tanto più significativo che una riflessione sul rapporto fra la pratica di un’attività sportiva e le questioni filosofiche che essa può chiamare in causa (rapporto, vedremo, inteso tutt’altro che come conflitto) ci venga proposta dal friulano Luca Grion, giovane docente di filosofia morale dell’Università di Udine nonché runner appassionato (classe 1975, 1.27 in maratonina, 3.10 in maratona), che si schiera dichiaratamente dalla parte del cattolicesimo e della sua etica.

Non spaventi però questa premessa, perché in realtà La filosofia del running spiegata a passo di corsa (Mimesis, Milano-Udine, 2019, 12 €) è un testo di lettura agile per linguaggio, dimensioni e struttura, adatto a chiunque voglia riflettere sui presupposti e i sottesi morali (soprattutto, ma non solo) che stanno dietro i gesti della corsa (riflessione in buona parte estensibile a tutti gli sport di resistenza). A metterci subito a nostro agio, a farci sentire magari più a casa nostra, ci pensa la Prefazione di Giorgio Calcaterra, un personaggio che per molti di noi (o posso dire tutti?) rappresenta non solo un modello di atleta delle cui imprese vorremmo imitare il contenuto tecnico e agonistico, quanto, e forse ancor più, un riferimento per quanto riguarda la sfera motivazionale, di realizzazione del sé nella pratica sportiva.

Ed è soprattutto questo il cuore della riflessione che Grion ci propone nelle sue pagine: la pratica del running, in forma ludica e/o agonistica, come un’esperienza nella quale mettiamo in gioco aspetti della nostra vita (nel suo senso più ampio) che trascendono l’esecuzione del gesto fisico ma non lo contrastano affatto (come invece accadrebbe se considerassimo corpo e mente come due entità conflittuali), aiutandoci anzi a riconoscere nella cura del corpo e delle sue prestazioni l’espressione di valori e significati superiori, della cui profondità non è facile essere consapevoli.

Dopo il Prologo, un Lessico del runner consapevole ci guida attraverso diciassette brevi temi (Sfida, Limite, Talento, Libertà…) che ci accompagnano con gradualità e chiarezza a mettere a fuoco quali sono i temi in gioco dietro la pratica della corsa. Provo a indicarne in estrema sintesi qualcuno, solo a titolo esemplificativo. Cosa ci spinge alla fatica dell’allenamento e della gara, su cosa si fondano le motivazioni a un impegno così  avulso dai bisogni basilari per la sopravvivenza, considerato poi che solo per pochissimi di noi lo sforzo è sostenuto da prospettive di successo e di affermazione? Nella competizione, chi sfidiamo in realtà? La scelta di rispettare un regime dietetico che comporta rinunce alimentari altrimenti forse insostenibili, non ci rivela forse una capacità di essere virtuosi di cui è bene essere consapevoli anche nelle altre sfere della nostra esistenza? E’ opportuno voler per forza giungere sempre, costi quel che costi, al traguardo di una competizione? Il rispetto delle regole, la rettitudine anche quando potremmo imbrogliare impunemente, è un limite negativo alla realizzazione del nostro ego o una manifestazione del valore positivo e costruttivo della nostra libertà di scegliere? Le istituzioni sportive (e quindi, poi, tutte le altre) rappresentano  un’istanza repressiva o vanno rispettate in quanto garanti del senso della competizione stessa? Cosa può rappresentare per noi l’allenatore e in cosa consiste, in un senso non superficiale, il rispetto da parte nostra della figura che questi rappresenta?
Di particolare interesse le riflessioni, in realtà sparse un po’ in tutto il libro, sul tema del doping, per sottolineare la gravità di un fenomeno la cui base economica è sostenuta non tanto dall’uso fraudolento da parte dei potenziali campioni ma, ahinoi, dal diffusissimo consumo garantito da una ben più ampia marea di atleti amatori, peraltro consapevoli del fatto che comunque non vinceranno mai.

La sezione dell’Intermezzo evidenzia i riferimenti classici del pensiero filosofico e può essere un piacevole ripasso e approfondimento dei ricordi degli studi liceali, se ci sono stati, oppure una fortunata occasione per accostarsi alla riflessione facendoci stimolare dall’attrazione per una passione sportiva che sa prenderci nelle forme della manìa. L’asse è quello fondamentale della tradizione cattolica e comincia quindi, nella Grecia del IV sec. a. C., con Aristotele. Lo Stagirita propone una riflessione sul concetto di virtù che è ancora il fondamentale termine di confronto per ogni esperienza morale. In particolare, la teorizzazione del “giusto mezzo” come riferimento per l’individuazione della condotta eticamente virtuosa ci viene proposta da Grion attraverso esempi legati proprio alla pratica della corsa podistica, rendendoci i concetti chiari e comprensibili senza svilirli nella semplificazione divulgativa. Per esempio, cosa significa cercare il giusto mezzo quando dobbiamo misurare le nostre risorse avendo come sponde contrapposte la nostra necessità di allenarci e gareggiare e, dall’altra parte, la nostra famiglia o i nostri amici, cui dobbiamo comunque primariamente garantire la disponibilità che il rispetto del prossimo come persona comporta?

Rappresentante di una cultura pagana, ma “maestro di color che sanno” (secondo il noto verso dantesco), Aristotele costituisce la massima espressione della razionalità filosofica cui, sedici secoli più tardi, attingerà San Tommaso d’Aquino per reinterpretarla alla luce della rivelazione cristiana. Qui Grion gioca scopertamente a fare uso, nel campo dell’etica sportiva, del contributo di un grande pensatore che pure la tradizione ci dipinge, nella sua pingue corporeità, come l’opposto del fisico ‘performante’ dell’atleta, in coerenza del resto con interessi, quelli dell’Aquinate, di tutt’altra natura. L’opposto del runner nel fisico, dunque, ma capace di stimolarci suggerendoci ciò che Grion fa diventare la sezione delle Virtù del maratoneta, quella argomentativamente conclusiva (a parte la chiusa dell’Epilogo). E anche qui lo stimolo filosofico che il docente e runner friulano ci offre consiste nel farci intravedere come le virtù indicate dal pensiero tomista, opportunamente chiarificate e applicate a esempi concreti per un lettore non avvezzo, possano trovare nella pratica sportiva un’occasione per una vita virtuosa che continua anche oltre la corsa e fuori dalla corsa; posto che riusciamo a capire che non dobbiamo vivere per correre meglio ma che corriamo per vivere meglio, se sappiamo porre le nostre esperienze nella giusta prospettiva di un senso che dobbiamo cercare in un oltre, al di là di esse.
Tra queste quattordici virtù, in cui non è facile destreggiarci, specie quando sembrano contraddittorie (come capire quando essere prudenti e quando è invece opportuno trasgredire una regola, in vista di uno scopo comunque virtuoso?), suonerà sorprendente che le ultime a venire suggerite possano sembrarci uscite da qualche polveroso ricordo del nostro catechismo. Eppure prudenza, giustizia, fortezza e temperanza, le quattro virtù cardinali, vanno intese come i pilastri di una vita dedita al bene. Non ci stupisca dunque troppo che un teologo del Duecento, sovrappeso e poco incline al moto, possa diventare lo stimolo a riconoscere che quando investiamo le nostre energie per diventare sportivi migliori, atleti migliori (un meglio riferito alle nostre possibilità, quali che esse siano), se stiamo interpretando rettamente il senso della pratica sportiva, stiamo faticando anche per diventare, nel rapporto con noi stessi e con gli altri, uomini migliori.

Tutto questo in un libro in cui mi sono sinceramente divertito a scoprire che, quando per affrontare allenamenti lunghi con il rischio che la volontà non mi bastasse a completarli il trucco migliore era quello di allontanarsi per la prima metà in linea retta dalla partenza, così che la motivazione per completare il chilometraggio mi sarebbe venuta per forza, in realtà stavo inconsapevolmente applicando i suggerimenti di Doroteo di Gaza o di Giovanni Crisostomo.

Un libro che mi ha richiamato, nel senso del suo progetto (sperando naturalmente di averlo rettamente compreso), la figura dell’arbor inversa, l’albero capovolto, le cui vere radici stanno in cielo o (lo dico da agnostico) in un luogo comunque più alto, e il cui sviluppo si realizza qui sulla terra. Se le cose si possono leggere così, anche la pratica sportiva di un comune runner, fosse anche più volenteroso che talentuoso, si rivela esperienza di una inaspettata ricchezza.

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L’autore del commento è maratoneta con un record di 2h49m04s conseguito a Milano nel 2002, e docente di Filosofia e storia al Liceo Scientifico di Pordenone: dunque, competente al massimo grado, al punto che i lettori possono dichiararsi soddisfatti di quanto già letto e passare direttamente in libreria o biblioteca a leggere il Grion originale.
Se non ne hanno abbastanza, invece, vedranno fino a che punto sorbirsi queste sparse note supplementari, di un lettore assai meno qualificato nei due campi, ma che tuttavia lascia nei suoi scaffali tanti libri di podismo ancora da leggere e/o recensire, e invece ha divorato in un giorno solo questo testo, scientifico sì ma non accademico, ritrovandovi un po’ i salutari precetti della Filosofia morale tra il vecchio ma eterno Muratori e gli psicologi saggi (attenzione: non ho detto “i saggi psicologi”, espressione che spesso assurge a ossimoro) dell’attualità.

Di Grion mi piace il passatismo, cioè il non porsi come il pensatore nuovo che ha capito tutto solo lui, ma che fa invece rilevare quanta saggezza si trovi nei classici, da rimeditare prima di cedere alle mode commerciali dei festival di filosofia o di letteratura ecc. (vedi in particolare a pp. 85-86). Con tutto ciò, dico che mi convincono meno i rimandi a San Tommaso, e trovo leggermente forzato il suo trasporto nel settore sportivo e corsaiolo: ma, certo, anche la Summa theologiae, presa come “lievito per la consapevolezza”, aiuta a comprendere “il senso delle cose”, ciò cui deve tendere la filosofia, e che Grion applica sapientemente al podismo.

“Ma chi te lo fa fare?”, è la domanda che ci sentiamo rivolgere o almeno intuiamo che ci venga mormorata dietro le spalle, dopo che abbiamo per l’ennesima volta raccontato i nostri eroici sforzi o le sofferenze nella gara tale, o enfatizzato la durezza degli allenamenti. Al di là dei più banali scopi utilitaristici (correre per dimagrire, per allontanare i disturbi circolatorii ecc.), Grion ci suggerisce i valori della “piacevolezza” (gustare i luoghi, conoscere amici) e soprattutto quelli della “riflessione”, che ci portano ad “allenare una serie di virtù interiori”, a prendersi cura “del proprio corpo e della propria anima” (come ha già visto Busato). Correndo impariamo a sopportare la fatica, a essere coerenti coi nostri obiettivi, a riconoscere in altri le qualità superiori che li fanno arrivare davanti a noi, ad essere generosi col prossimo se lo vediamo in difficoltà, a riconoscere i nostri limiti senza volerli alterare con pratiche illecite (vedi ancora Busato).

Trovo interessante anche la sezione sull’agonismo (lo sport è gioco, divertimento, ma non è concepibile senza agonismo), e quella sulle Istituzioni (pp. 53-55), viste come dedite a riscuotere la propria “tassa sul sudore” senza darne il corrispettivo in “coraggio, onestà, giustizia”: al punto che sarebbe forse auspicabile “che i veri appassionati fondassero nuove istituzioni, forse più povere ma maggiormente coerenti con la verità dello sport” (p. 55: controfirmo).

Mi pare invece oscillante l’atteggiamento di Grion a proposito dei finisher (pp. 55-66, ma contra a 129-130): o forse, il suo antidogmatismo pratico lo porta a deplorare, ma tuttavia a comprendere, coloro che terminano ugualmente la gara, sebbene malmessi fisicamente, laddove il buon senso avrebbe consigliato il ritiro. Allo stesso modo, l’atteggiamento verso l’infortunio (che oscilla fra la trascuratezza - il “correrci sopra”, semmai arricchendo il farmacista -, la cosiddetta resilienza, ovvero la fortitudo classica - il non lasciarci vincere dal primo dolorino -, e il catastrofismo condito da imprecazioni al destino cinico e baro) può nascondere, pur sotto scelte discutibili, motivazioni nobili e connesse alle virtù morali che il podismo suscita o rafforza.

Queste sono trattate specialmente nella seconda parte del libro, dall’Intermezzo in poi, e ne ha già detto Busato: Grion lo chiama “approccio pedagogico” dello sport, l’educazione al “giusto mezzo”, alla gradualità, alla perseveranza, al valore delle regole, alla disciplina. Tutto quanto può riassumersi nella virtù cardine, colei che guida tutte le altre, la prudenza, cioè la capacità di “vedere prima” il vero bene, riflettendo (anche con la “docilità” di lasciarsi consigliare da chi più sa), poi decidendo e infine agendo, seppur sempre con “temperanza” e con “giustizia”.

Proprio il capitolo sulla giustizia, tra i più sviluppati (pp. 120-127), offre altri spunti di meditazione: riconoscere il valore dell’avversario rientra nella “giustizia distributiva”, mentre la punizione delle infrazioni può avvenire mediante la “giustizia commutativa” (subirai un dolore pari a quello che hai inferto all’altro) o meglio, più cristianamente (questo lo dico io senza essere sicuro che San Tommaso fosse d’accordo…), secondo “giustizia riparativa”. Grion esemplifica a p. 127 coi colpevoli di doping: “ha senso escluderli a vita dalle competizioni agonistiche, foss’anche quelle di una gara paesana? È coerente rispetto ai valori dello sport l’idea di una giustizia che sanziona escludendo?”. L’esclusione, l’ergastolo, “è sempre una sconfitta”: sarebbe “più fruttuoso attivare percorsi che aiutino il dopato a capire l’insensatezza del proprio agire e il male inferto alla comunità degli sportivi”.
Ma limitandomi a riassumere questo tema so di entrare in un terreno paludoso, e che potrò essere equivocato, specie da chi è sicuro del fatto suo e non ammette dissonanze. Meglio leggere Grion, o come chiude lui stesso, “meglio alzarsi, c’è tanto lavoro da fare dentro e fuori di noi”. [Fabio Marri]

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