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Feb 07, 2020 983volte

Maratoneti italiani: sono davvero in calo?

I due maratoneti italiani più produttivi attorniano il primo dei primi, Christian Hottas I due maratoneti italiani più produttivi attorniano il primo dei primi, Christian Hottas Roberto Mandelli

Attesissima e puntuale, è uscita la “Maxiclassifica” dei maratoneti italiani, allegata al numero di “Correre” di febbraio oltre che recuperabile, almeno nei dati, dal sito del mensile stesso.

Il succo del grande lavoro di raccolta è condensato nelle righe seguenti, da cui attingo.

 È sceso a 36.725 il totale dei maratoneti italiani che nel 2019 hanno portato a termine almeno una maratona (42,195 km), per un totale di 57.092 tempi. Una flessione che era già cominciata nel 2018, quando furono 37.874 i nostri connazionali finisher della distanza, in calo rispetto al record assoluto che era stato raggiunto nel 2017 con 39.460.

Il calo ha riguardato soltanto gli uomini, scesi ancora: 29.810 contro i 31.002 del 2018 (- 3,8%). Continua, invece, l’incremento della partecipazione femminile: nella stagione da poco conclusa sono state contate 6.915 maratonete contro le 6.871 del 2018 (+ 0,6%). Questa crescita della maratona italiana in rosa sta proseguendo ininterrottamente dal 2013.

New York resta la gara estera più amata dagli italiani, con 2.850 finisher; il calo rispetto al 2018 (2.983) è dovuto soprattutto all’anticipata apertura delle iscrizioni per il 2020, quando la gara vivrà la propria cinquantesima edizione;

Valencia continua ad affascinare i nostri runner: 2.013 lo scorso anno (1.870 nel 2018); Berlino (1.062 italiani), Atene (892) e Parigi (644) sono le altre destinazioni estere maggiormente gettonate dai nostri connazionali.

Presenze di italiani sono state rintracciate in 116 maratone nel mondo, che si aggiungono alle 90 disputate sul nostro territorio.

In Italia, Roma (8 aprile 2018) risulta ancora la più frequentata tra le italiane, ma è scesa a 8.820 concorrenti arrivati (ne aveva contati 11.675 nel 2018). A completare il poker delle quattro gare maggiori troviamo Firenze (24 novembre) con 7.455 arrivati (7.606 nel 2018), Milano (7 aprile), ancora in crescita con 6.303 maratoneti (5.556 nel 2018) e Venezia (27 ottobre), che ha accolto 5.369 finisher rispetto ai 4.915 della precedente edizione, flagellata dall’acqua alta.

Ovviamente – mi permetto di osservare – l’acqua alta degli ultimi 3 km non aveva inciso per nulla sugli arrivi: le iscrizioni erano state aperte e chiuse ben prima che si sapesse dell’acqua alta. Anzi, paradossalmente, il fascino esercitato dallo sguazzare in trenta cm d’acqua, oltre alla pubblicità data all’evento, ha certamente fatto da traino alle iscrizioni del 2019.
Qualche altra considerazione critica (non nel senso di ‘polemica’ ma nel senso di ragionarci sopra un po’ di più). A cominciare dal numero complessivo dei maratoneti: sono davvero calati? Risultano 1100 in meno sul 2018: ma se pensiamo agli annullamenti delle maratone di Genova e Torino, e ai quasi tremila partecipanti in meno registrati a Roma per le note incertezze organizzative, questo “calo” del 2019 va quantomeno asteriscato. E buona sorte che “Correre” assegna il ‘punto’ ai quasi 7500 che hanno completato la maratona di Firenze, misurabile in circa km 41,600: non è colpa dei podisti se hanno ‘tagliato’, ma i loro tempi andrebbero, questi sì, asteriscati.
Però, anche ammettendo il “calo”, lo circoscriverei alle maratone su asfalto, le uniche prese in considerazione da “Correre”, che continua a ignorare le ecomaratone e le maratone di montagna, sulle quali invece si stanno riversando gli interessi di tanti maratoneti stanchi di correre tra i gas di scarico o quantomeno in scenari urbani poco edificanti o comunque sempre uguali negli anni. Come segnalo da almeno vent’anni, una delle maratone più belle d’Europa, la Jungfrau di Interlaken, omologata Aims e che ogni anno fa il tutto esaurito – con molti italiani presenti – da almeno un decennio è stata tolta dalla maxiclassifica. Dove non figurano neppure ecomaratone italiche come (per dirne solo due) Alba e Cervia, la maratona sulla sabbia di San Benedetto del Tronto (e tantissime altre), mentre c’è (distrazione?) la cosiddetta maratona di Ostia, che si rivela essere la Maratombola di Castelfusano di fine dicembre: gara bella e raccomandabile, ma totalmente ‘eco’, quasi totalmente su sentieri nel bosco. Perché quella sì e le altre no?
Un’altra stranezza ritrovo nella maratona chiamata (a p. 24) “Palma di Maiorca”: almeno alcuni tempi attribuiti a podisti non si riferiscono a Palma ma alla Gran Canaria, insomma a Las Palmas (vabbè, sempre un’isola spagnola con le palme è…); mentre, piluccando sulla classifica della ‘vera’ maratona di Palma di Maiorca, svoltasi a ottobre 2019, constato nella maxiclassifica l’assenza dei risultati di vari partecipanti italiani: per dirne due a caso, Mario Polverino e Pasquale Simeone, che figurano con altri risultati. Strano, tanto più che la maratona maiorchina era stata pubblicizzata dall’agenzia storicamente legata a “Correre”, e con l’intervento del direttore stesso del mensile.
Quanto alle maratone plurime, quelle che si svolgono in più giorni consecutivi nello stesso luogo: se ad esempio le 4+10 di Orta sono distinte giorno per giorno (e in fondo, le prime 4 erano differenti per tracciato e quasi sicuramente per lunghezza l’una dall’altra), le 8 di Rieti non lo sono, e dunque lo stesso atleta si trova accreditato di tempi diversi nello stesso luogo, senza distinzione.

Posti questi limiti, i dati della Maxiclassifica sono una miniera che offre spunti pressoché infiniti. Credo che il più ‘gettonato’ (come si dice oggi nonostante i gettoni siano spariti da decenni) sia quello del “chi ne ha fatte di più?”, evidenziabile a colpo d’occhio su “Correre” dalla lunga striscia bianca sotto il nome del singolo pluricorridore. E tornando alle origini del Club dei supermaratoneti italiani, che le sue classifiche interne le compilava a partire dalla maxiclassifica più aggiunte individuali (restò clamoroso l’anno della falsa attribuzione del record all’ignaro Sante Facchini), sono andato a vedere le graduatorie online (molte e preziose) del Club stesso, il cui presidente Paolo Gino figura nella maxiclassifica con 25 gare, diciamo così, “asfaltate” (incluse due Rieti-chissà-quali), ma nella classifica del Supermarathon Italia (che non distingue per il fondo stradale, e comprende le ultramaratone e le gare a tempo, 6 ore ecc.) è accreditato di 46.
A occhio, spiccano per numerosità nella Maxiclassifica i componenti del Club (anche se non mi sono preso la briga di contare una per una le ‘tacche’ di tutti su “Correre”): per curiosità, do tra parentesi le cifre risultanti dalle graduatorie 2019 del Club, che approssimativamente raddoppiano, o quasi, i numeri di “Correre”. Il primo dovrebbe essere ancora il milanese Vito Piero Ancora (53 maratone per “Correre”, 92 all inclusive), seguito dal rubicondo toscano Massimo Morelli (65), dal maresciallo ‘trombettiere’ forlivese Lorenzo Gemma (58), dal veneziano di San Donà Elvis Tasca (55), dall’anconetano Fernando Gambelli (54).
La Lombardia primeggia anche tra le donne, con “Carlotta” Gavazzeni (57) seguita da Giulia Ranzuglia (53, con uno strepitoso ancorché asteriscabile 3.45 a Firenze) e da Carolina Agabiti (47 gare). Non facendo parte del Club, non entra nelle classifiche annuali la barlettana Angela Gargano, cui “Correre” attribuisce 29 maratone, ma saranno qualcuna in più (risultavano in tutto 937 al 30 giugno 2019 secondo le statistiche mondiali ‘giapponesi’; chissà che il 2020 non segni il raggiungimento delle mille, cui Ancora è già arrivato da tempo).
Se però dalla quantità di maratone passiamo alla qualità, le statistiche di “Correre” sono impietose: nessun maratoneta italiano figura nei primi 100 del mondo; il record stagionale di 2.08:05 è al di sopra del ‘peggior’ tempo registrato al mondo. Va meglio per le donne, ma il 2.24 della Dossena (che le vale il 65° piazzamento planetario) è isolatissimo, stando a cinque minuti sopra del secondo tempo femminile.
E si fa presto a capire perché: i maratoneti di trent’anni fa continuano a correre, ma come Petrarca vanno “misurando a passi tardi e lenti”, sempre più, i tracciati che una volta discendevano con orgogliosa sicurezza: intravedo una sola eccezione che coniuga quantità e qualità, l’astigiano Alessandro Ponchione, 55 anni, e 37 maratone nel 2019, a partire da un 3.15 a Padova, chiudendo con un 4.01 nella maratona collinare di Suviana. Ma dietro i veterani, si scorgono ben pochi under 30.
E meno male che ci sono i ‘nuovi italiani’: tra i migliori 7 della graduatoria 2019, abbiamo due Yassine (primo e terzo!), un Eyob e un Ahmed; i due migliori con cognomi nostrani, Meucci e La Rosa, stanno compiendo 35 anni, e l’unico giovanissimo appare Alessandro Giacobazzi, non ancora ventiquattrenne. Notare che nei primi cento ci sta Gianni Bortolussi, classe 1969.
Tra le donne, si diceva, staccatissima in alto la Dossena, che viaggia verso i 36 anni e comunque ha fallito l’appuntamento mondiale; a cinque minuti, la Epis (32 anni), poi la Straneo (44) e la Bertone (48). Prima under 30, Sara Brogiato, un pelino sotto i 2.37. Ma nelle prime 30 ci stanno Salvatori e Moroni (coetanee della Bertone), e Claudia Gelsomino classe 69; del ’71 è l’avvocata Monica Carlin, 56^ in Italia. La Bertone è anche l’unica italiana detentrice della miglior prestazione mondiale ed europea delle F 45 col suo 2.28 di Berlino 2017.
Nell’attesa dei giovani, consola vedere la ‘resistenza’ delle generazioni anteriori, i cui migliori sono estrapolati nelle graduatorie “age group” di pp. 12-18 (con la perdonabile distrazione della sigla M appioppata anche alle gentildonne). Le nostre portacolori in azzurro sono dunque distribuite nelle fasce d’età: prima la Brogiato nelle under 30, la Epis nelle F 30, la Dossena nelle F 35, la Straneo nelle F 40, la Bertone nelle F 45 e la Gelsomino nelle F 50, col suo tempo conseguito tre mesi fa; ma se andiamo più in su con le età, troviamo le gloriose Navacchia e Del Ben che sopravvivono ancora nelle graduatorie F 55-60-65, con prestazioni ormai stagionate.
“Doppio record” stagionale, per dir così, assegnato a Franca Monasterolo: il suo 4.48 di New York 2019 la issa in testa alle F 75 a pagina 20; il tempo però manca all’elenco alfabetico di p. 60, ma a pagina 14 è compensato dal primo posto tra le “M 75” grazie al 4.45 di Ravenna (stavolta confermato).
Tra gli uomini, risulta ancora primatista europeo degli M 60 il ligure Luciano Acquarone, ora novantenne, per una prestazione realizzata nella non più esistente maratona di Asti, 34 anni fa; Acquarone conserva i record italiani anche per le categorie dalla M 55 alla M 75; mentre per le M 80 e 85 troviamo ai vertici europei il carpigiano Antonio Caponetto, classe 1931, che però nel 2019 non risulta accreditato di nessuna prestazione sui 42 km. A dire la verità (lo dico da testimone oculare) Toni ha corso il Passatore, ma alla simbolica striscia dei 42,195 sulle rampe di Razzuolo non c’era nessuno a cronometrarlo, e “Correre” quest’anno, a differenza di annate precedenti, non sancisce questi tempi di passaggio. Ma nel 2021 obbligheremo Toni a correre una 42 asfaltata da M 90, e il record non mancherà, e con esso la prenotazione per una statua da collocare nel monumento a Dorando Pietri sito alle porte di Carpi.

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