Direttore: Fabio Marri

* Per accedere o registrarsi come nuovo utente vai in fondo alla pagina *

Fabio Marri

Fabio Marri

Probabilmente uno dei podisti più anziani d'Italia, avendo partecipato alle prime corse su strada nel 1972 (a ventun anni). Dal 1990 ha scoperto le maratone, ultimandone circa 280; dal 1999 le ultramaratone e i trail; dal 2006 gli Ultratrail. Pur col massimo rispetto per (quasi) tutte le maratone e ultra del Bel Paese, e pur tenendo conto dell'inclinazione italica per New York (dove è stato cinque volte), continua a pensare che il meglio delle maratone al mondo stia tra Svizzera (Davos e Interlaken; Biel/Bienne quanto alle 100 km) e Germania (Berlino, Amburgo). Nella vita pubblica insegna italiano all'università, nella vita privata ha moglie, due figli e tre nipoti (cifra che potrebbe ancora crescere). Ha scritto una decina di libri (generalmente noiosi) e qualche centinaio di saggi scientifici; tesserato per l'Ordine giornalisti dal 1980. Nel 1999 fondò Podisti.net con due amici podisti (presto divenuti tre); dopo un decennio da 'migrante' è tornato a vedere come i suoi tre amici, rimasti imperterriti sulla tolda, hanno saputo ingrandire una creatura che è più loro, quanto a meriti, che sua. 

Martedì, 19 Ottobre 2021 20:03

Da Parigi una lezione anche per l’Italia?

17 ottobre - Diciotto mesi era la durata del servizio militare quando toccava ai miei ‘coscritti’; e diciotto mesi è durata la naja della 45^ maratona di Parigi, prevista la prima domenica di aprile 2020, e arrivata di rinvio in rinvio a questa edizione (marchiata sulle magliette 2020/21) di cui conoscete già i primi dettagli:

http://podisti.net/index.php/cronache/item/7867-parigi-maratona-di-parigi.html

Iscritto già dal 2019, ammetto di essermi spazientito, non tanto per il primo rinvio (nell’aprile del 2020 eravamo tutti ostaggio dei cinesi) quanto per l’annullamento del ‘recupero’ previsto a ottobre, epoca nella quale forse si poteva correre ed effettivamente da qualche parte si era corso (Davos, San Marino, Pescara per limitarmi alle esperienze vissute). Chi fa questo genere di trasferte sa che difficoltà ci siano a spostare i voli di aereo e le date degli alberghi, spesso prenotati con tariffe economiche e non rimborsabili: ma per questo devo dire che mi è andata bene, ovvero ho scelto i partner giusti: Air France, che prima mi ha spostato i voli, poi me li ha rimborsati, e infine mi ha di nuovo accolto, a un mese dal via definitivo, con una tariffa decisamente economica (260 euro con valigione in stiva e snack a bordo), e – last but not least – mi ha portato a destinazione e riportato indietro con 20 minuti di anticipo sugli orari di arrivo previsti.
Davvero simbolico che la partenza per Parigi sia stata il giorno che Alitalia ha smesso di rompere (sebbene i suoi sprechi tipicamente romani continueranno a pesare sulle nostre tasche per decenni), e non ne sentiremo proprio la mancanza. Le ultime trasferte maratoniane con Alitalia furono per me a Cagliari (dove mi smarrirono il bagaglio sia all’andata sia al ritorno) e a Palermo (dove l’OK per il volo di ritorno, che per errore loro mi avevano messo intorno a ora di pranzo, mi arrivò solo a due ore dalla partenza del volo che avevo prenotato). Riposi in pace, e soprattutto lasci in pace noi (magari, soffrirà la solitudine quella ex amica che, fatta la conoscenza di un pilota Alitalia, si faceva scarrozzare gratis sui voli e ospitare negli alberghi ufficiali, sdebitandosi nella maniera che immaginate).

2. Il secondo partner ben scelto è stata l’agenzia Ovunque di Modena; a parte l’antica conoscenza col principale, ex maratoneta da tre ore, che risale perlomeno alla trasferta per la maratona di Monaco nel 1992, dichiaro solennemente e senza contropartite (se volete vi mando le ricevute dei pagamenti, a tariffa non scontata) che una agenzia così ‘onesta’, efficiente e solidale non l’ho ancora trovata (come si vede anche dalla recente quérelle su New York, in cui Ovunque è stata l’unica agenzia ad annunciare sul suo sito la rinuncia al viaggio e la politica di ‘ristori’ per gli iscritti).

Diciotto mesi (anzi di più, perché la prenotazione risale a un paio d’anni fa) di continui aggiornamenti, ipotesi, pagamenti dilazionati (il saldo ce l’hanno richiesto dieci giorni fa!), e insomma ci siamo trovati in 35, ognuno col suo aereo o treno preferito, messi in un alberghetto a 200 metri da partenza e arrivo (impagabile uscire dall’albergo già vestiti da gara, e rientrarci per la doccia  appena venuti fuori dalla zona-arrivo), scortati la vigilia tra RER e metrò fin dentro la grande fiera di Porta Versailles, e aiutati a superare le problematiche relative alla documentazione, soprattutto anticovid.

3. Il Covid, appunto. Mi fanno malinconia i comunicati ufficiali delle corse italiane dell’ultimo anno, dove l’aggettivo “rigoroso” accompagna sempre il soggetto “rispetto dei protocolli”: perché se omettete “rigoroso”, magari, Speranza e Arcuri vi bloccano la gara. In Francia, dove ci insegnano democrazia non da duemila anni come crede il nostro ministro degli esteri, ma almeno da 232, il cosiddetto green pass va tenuto sempre con sé perché te lo chiedono in aeroporto, in ristorante, al museo ecc. (e non si limitano a dargli un’occhiata, lo scansionano sul serio), e la mascherina va portata in tutti i negozi, bus, metropolitane (si vedono anche cortei no vax e no greenpass, ma pacifici, e rumorosi nei giusti limiti, scortati discretamente dalle forze dell’ordine). Inesistente il controllo della temperatura: il razionalismo l’hanno inventato in Francia, da noi non è ancora arrivato, salvo che… all’aeroporto di Bologna il termoscanner non funzionava e siamo entrati tutti in allegria (come diceva un saggio, la severità delle leggi italiane è compensata dalla loro disapplicazione).
In compenso, l’Italia (ministero della Speranza) si è inventata un ennesimo illogico, inutile, seccante e paranoico documento, sedicente europeo ma in realtà vigente solo da noi, Malta e Slovenia, intitolato “Autodichiarazione giustificativa per l’ingresso in Italia dall’estero”, e pomposamente (io so ammericano der Kansas City) PLF, Passenger Locator Form, dove anche gli italiani devono dichiarare il motivo per cui rientrano in Italia (nostalgia degli spaghetti è un motivo valido?), indicare precisamente il volo con cui rientrano e il posto occupato in aereo, e perfino il numero di telefono di una terza persona da contattare (ero tentato di metterci il mio nipote dodicenne!).
Il documento, siccome la burocrazia speranzosa ama le scartoffie, va compilato online ma anche stampato: e la compilazione online è di una complicatezza che meriterebbe l’incarcerazione nella Bastiglia per chi l’ha ideata. Anzitutto bisogna registrarsi al sito, inserendo tutti i dati e inventando una password; poi entrare, reinserire i dati (come se il più sfigato dei navigators non fosse capace, partendo da nome e cognome, di risalire a tutto quanto lo Stato e la Rete sanno di noi); e ancora dare il codice del volo (nel mio caso, AF 1028), e una volta dato questo, specificare anche da dove parti, in che albergo sei, dove arrivi e a che ora, e per di più dire anche in che regione ti trovi e in che regione atterrerai (perché il suddetto sfigato navigator, o l’ultimo pulitore di cessi nella sede di Google, può non sapere, se parti dal CDG e atterri a Bologna, la regione in cui sei e quella in cui ti troverai). Non è dittatura, nooh, è stupidità sanitaria. Comunque, tutto fatto e stampato. Poi arrivi all’aeroporto di Parigi e nessuno vuol vedere niente, il check in è completamente automatizzato e nessuno ti controlla (salvo poi, all’ingresso delle partenze, sequestrarti la mezza bottiglietta di acqua: pavido riconoscimento agli eroici assalitori del Bataclan e di Charlie Hebdo); arrivi a BLQ (ah no, nel PLF la sigla dell’aeroporto è diversa) ed esci senza incontrare nessuno. Chissà se la autodichiarazione che ho tenuto varrà anche quando tornerò da Valencia, oppure se ci sarà un nuovo funzionario che ne inventerà un’altra, ricevendo l’approvazione del ministro mentre costui si farà la barba (ma poco, per non sembrare un bambino).


4. Il Covid e le Paris Marathon. Non so se anche qui ci sia un ministro Espoir che impone il respect rigoureux, ma sta di fatto che all’ingresso dell’Expo ci controllano (con scanner) due volte il pass, la prima come gente qualunque che va a una esposizione, la seconda, trenta metri oltre, come iscritti alla maratona: dopo di che ci allacciano al polso un braccialetto, che sarà obbligatorio mostrare all’ingresso nei box domenica mattina, dove ovviamente avremo la mascherina da deporre dopo partita la gara (in realtà qualcuno se la toglie pochi metri prima del via ufficiale). Al traguardo ce ne daranno una nuova, da indossare… ma con calma, doucement.

Siamo in circa 35mila, che credo sia il record europeo dalla ripresa (altroché le majors italiche dove accedi solo se stai sotto le 2h45), e le partenze sono scaglionate nell’arco di quasi tre ore (come del resto già succedeva prima, a New York o Chicago ecc.), secondo megagruppi basati sull’obiettivo cronometrico dichiarato. Ovviamente il tuo tempo sarà esclusivamente real, con rilevamenti ogni 5 km e al 21,097, e rilascio delle medie cronometriche parziali e complessive: da Concorezzo, Mandelli resta incollato allo schermo e mi vede avanzare, prima baldanzoso poi sempre più fioco, lungo l’ippodromo di Vincennes o la Senna, e con uno scatto d’orgoglio equino all’uscita dall’ippodromo di Longchamp.

I ristori cominciano dal km 8 e seguiranno regolarmente, con tavoloni preannunciati da cartelli 250 metri prima, e lunghi (non esagero) 100 metri, e centinaia di addetti, che prima ti mettono in mano la bottiglietta d’acqua Vittel aperta, poi ti lasciano prendere con le tue mani la gran varietà di cibi solidi (banane francesi di Guadalupa e Martinica, biscotti, prugne e albicocche secche, tortine, zollette di zucchero e tanto altro), infine ti danno ancora da bere. Simpatici i tantissimi cassonetti raccoglitori, nel cui coperchio sollevato è dipinto un bersaglio, da centrare con la tua bottiglietta che cadrà esattamente dentro, come a basket se tiri sul tabellone (ammetto di aver sbagliato due centri tirando di mancino, ma in altri due casi ho messo a canestro la bottiglia senza bisogno di rimbalzo, in uno con un tiro che sarebbe stato da 3…). In ogni caso, i puristi salutisti e rigoristi (non come Veretout) si scandalizzeranno, però 35mila podisti di tutto il mondo hanno affondato le proprie mani nel cibo collettivo, come al traguardo hanno ripreso in mano la propria borsa dei ricambi, lasciata nei depositi ufficiali: il vaccino cosa ci sta a fare, se non garantirci queste semplici libertà?

5. Eccoci alla maratona, a correre per le strade dove ogni angolo ha una lapide ricordo di qualche grande evento storico: la chiesa dove Manzoni si convertì e quella frequentata da Dante, il convento dove Mabillon ricostruì la storia del cristianesimo, la casa dove morì Chopin e quella dove Stendhal scrisse Le rouge et le noir, Notre Dame ferita e la Tour Eiffel in via di ridipintura per i giochi olimpici del 2024 (quelli che Roma non ha voluto): state facendo 42,195 km (avvisa uno striscione) nella città più bella del mondo.

No, dire che è la più bella forse non è vero (mi tengo Roma, Firenze e Venezia), ma certamente non basta: è la capitale culturale del mondo civile, una Città-Luce (come viene chiamata) dove il 67% dell’energia elettrica è prodotto dalle centrali nucleari, il 13% è idroelettrico, l’8 % eolico, solo il 7% è da combustibili fossili (da notare che lo sponsor principale della maratona è la Schneider Electric, che si occupa di tutto quanto è elettrico, digitale, per la valorizzazione sostenibile di ogni risorsa); la città dove gli uomini di cultura non si preoccupavano di andare da Fazio o di sfruculiare sulle carte delle procure, ma lanciavano i loro rischiosissimi J’accuse contro il Potere; dove un De Gaulle, il 18 giugno 1940 (non il 24 aprile 1945) inventava la parola Résistance in una frase come “Qualunque cosa succeda, la fiamma della Resistenza non deve spegnersi e non si spegnerà mai… Il destino del mondo è là”; o altre frasi da mandare a memoria e pronunciare con un groppo alla gola: “Che tutte le nostre libertà ci siano rese. Che l’ideale secolare della Libertà – Uguaglianza – Fraternità sia messo in pratica. Che questa guerra abbia per conseguenza un’organizzazione del mondo che stabilisca la solidarietà e l’aiuto mutuo delle nazioni”.

Correre la maratona di Parigi è anche pensare a cose come queste, perché se è vero, come Le Parisien del lunedì mette in bocca a un arrivato, “ci siamo io e gli altri, quelli che hanno fatto una maratona, e gli altri. C’est genial!”; la Verità più resistente di Parigi è quella dell’invenzione del metro e del pendolo di Foucault, la scoperta del radio o la creazione della bicicletta, della mongolfiera o della macchina a vapore, l’ideazione dell’alfabeto Braille, l’insegnamento di Cartesio e Molière, di Zola e di Baudelaire, e perfino dei coniugi Leroy e Merlin, o di Louis Vuitton il cui museo è al km 40 della gara; quella che ha portato a Parigi, da un’Europa ancora impaurita, trentacinquemila corridori, più le centinaia e migliaia in coda per i tantissimi musei e luoghi di culto cristiano o laico. Parigi val bene una tacca, e molto di più.

6. Su come sia andata la maratona, saprete già l’essenziale. L’Equipe intitola, credo con un gioco di parole, Le coup de pompes à l’idole, “Rotich, un keniano inatteso aiutato dalle calzature al carbonio, ha strappato il record della corsa all’iconico Kenenisa Bekele”: una quarantina di secondi limati, sette anni e decisivi progressi tecnici dopo (cui forse alludono quelle “pompe” in grado di pompare le prestazioni come le gomme di bicicletta). Comunque sia, è di tutto valore un 2.04:21 su un percorso abbastanza ondulato come quello parigino (duretta la salita al km 16 di Vincennes, con le risalite dai tunnel dei km 26/30, gli ultimi strappi nel parco di Boulogne fra il 35 e il 41); e fa piacere apprendere che Rotich, 31enne finora vincitore solo a Eindhoven nel 2018, terzo ad Amsterdam nel ’19, è pupillo di Michele Zangrandi, coach bresciano formatosi nel team Rosa.

Presto arrivano a ciascuno sul telefonino le misure della sua prestazione (chissà come l'avrà presa quel ragazzo che appena davanti a me scoppia in un pianto deluso, invano consolato dalla sua ragazza, stupenda come quasi tutte le francesi, specie quelle di colore); poco dopo anche un video di 3 minuti (gratuito), e nel mio caso una sessantina di foto ufficiali prese da varie posizioni, scaricabili per meno di una trentina di euro (per salire neanche a metà della Torre Eiffel ne spendi 16,70, per entrare al Pantheon 11,50, per il museo degli Invalidi 14… la cultura costa).

Il mio Polar direbbe anche altro, se credessimo alla sua misurazione di 43,150 km (non ci credo, beninteso, però non mi è mai capitata una differenza così netta dalla misurazione ufficiale); serve a consolarmi dal mesto confronto col record personale di Parigi, 3.28 di 27 anni fa. Eppure ci si muove ancora; ne avremo a sufficienza per la Parigi olimpica del 2024??

10 ottobre - SERVIZIO FOTOGRAFICO - L’acqua di Correggio è più gasata di quella di Modena (ed è pure gratis). Questa semplice constatazione, desunta dalla “casa dell’acqua” nei paraggi del raduno di oggi, e confrontata con la situazione della città da cui provengo, potrebbe essere trasportata metaforicamente, da una giornalista coi fiocchi (stile Conchita De Gregorio o Gaia Piccardi, non dirò la sublime Federica Galli) alla situazione del podismo nelle due confinanti province: a Correggio si corre addirittura una maratonina valida come campionato regionale Uisp, all’interno di un calendario che da mesi annovera gare competitive e chiuderà in gloria col campionato nazionale di maratona a Reggio; a Modena, di maratonine non si osa parlare, e grazie tante se, dopo le 10 km di Campogalliano e San Donnino, a Formigine domenica prossima ci sarà un’altra 10 km, competitiva e no; dopo della quale resterà la terza Sassuolissima in tre mesi, e poi speriamo nel 2022.

Ma torniamo al “San Luca” correggese (par San Lòcca, chi an-n’ha semnèe se splòcca, cioè chi non provvede per tempo al suo futuro, saranno cavoli suoi), abbinato per la trentesima volta alla “Maratonina Dorando Pietri” (eh già, Dorando era nato in territorio correggese; nella sua adottiva Carpi, la maratona è entrata nello stesso ‘stallo’ - diciamo così, dalle stelle allo stallo - in cui è precipitata la squadra di calcio, 5 anni fa in serie A e adesso esclusa dalla serie D).

E allora, passiamo il confine e dedichiamoci solo a Correggio, ritrovando la sede di tante gare passate, sotto cui c’era l’anima del grande Franco Pederzoli, che ci ha lasciato per sempre nel giugno scorso: ma la sua è stata una scuola che continua a insegnare, naturalmente col contributo di ‘scolari’ più che addottorati come i vari Emilio Mori o Guido Menozzi, e l’immancabile corollario della voce di Roberto Brighenti, ‘ambidestro’ tra Modena e Reggio, e che insomma in queste contrade conosce le vite di tutti (sappiamo che è anche lettore assiduo di Podisti.net).

La serietà organizzativa si vede fin dal primo mattino: parcheggi comodissimi e guidati a menadito; distribuzione pettorali senza code (era consigliata la preiscrizione anche per i non competitivi, accorsi in gran numero; in alternativa, l’iscrizione costava un euro in più, che magari sarà stato l’alibi ai soliti noti per correre a sbafo); partenze in orario distanziato di almeno mezz’ora tra non competitivi e competitivi, su percorsi nettamente differenziati, tanto che non ci siamo mai incrociati; distribuzione di mascherina ai non comp dopo l’arrivo.

La maratonina, per la prima volta, si svolgeva su tre giri da 7 km “secoramente ben mesorati” (come diceva su una tv modenese il cronista di una trasmissione podistica, ovviamente estinta come tutto il resto che si è detto), tassativamente chiusi al traffico e ricalcanti in buona parte ma in senso inverso la camminata estiva che il citato Pederzoli metteva in piedi ai tempi belli quando al ristoro c’era la lingorria e il profumo di gnocfrètt si spandeva per l’aria; 2.3 km a giro erano sterrati, il che ha probabilmente influito sui tempi di percorrenza, senza incidere però sul nettissimo successo del guineano Mamadi Kaba (tesserato Castenaso, lo vedete già nelle foto 103 e 505 di Nerino Carri), che ha vinto con 1.13:28, un minuto e mezzo sul primo ‘terrestre’, Simone Colombini (Atletica Frignano Pavullo), il quale a sua volta ha rifilato un minuto al terzo, Miller Artioli (San Vito).

Questi primi, ormai lanciati al traguardo, hanno passato noi della retroguardia che stavamo completando il secondo giro: che dovevamo fare? Applaudirli e continuare, perché come si canta da queste parti la strada non conta - e quello che conta è sentire che vai… fin quando fa male, fin quando ce n'è.
Piuttosto staccate le donne, con un’altra frignanese, Manuela Marcolini, 38^ assoluta e prima del suo sesso (o si dice genere?) in 1.26:47, un minutino scarso meglio di Lucia Ricchi; terza la correggese Simona Rossi (1.29:03): chi s'accontenta gode, così così.

Gli arrivati complessivi sono ben 297, cifra che non ricordiamo da anni in una competitiva di queste parti. Rilevante il pacco gara (per 15 euro che sembra ormai divenuta la cifra normale di iscrizione alle maratonine), tra cui spicca una mortadellina del locale salumificio, oltre alla bottiglia di lambrusco elargita anche ai non competitivi da 2 euro: decisamente più ricco di quello intascato nelle ultime maratonine corse in giro per la Padania.

Ma non mi stancherò di ripetere che una gara non vale per la borsina che ti porti a casa. Per chi va alle corse per far spesa a poco prezzo, il Liga risponderebbe che Tanto Mario riapre, prima o poi.

 

3 ottobre - In questa prima domenica ottobrina che, almeno per l’Emilia-Romagna, è stata ancora estiva (con temperature fino a 27 gradi e grandi code sull’autostrada all’ora del rientro), e che, quanto al podismo agonistico in Italia, ha segnato una ripresa in grande stile, da era-preCovid (almeno tre maratone, un’infinità di maratonine e di altre gare, più vari trail), anche la provincia di Forlì, che Dante chiamava città nuovissima eppure centro rappresentativo di tutta la Romagna, si è presentata con una nuova manifestazione: forse sostitutiva della maratonina che in anni ormai lontani si correva a Forlimpopoli affrontando una piccola parte del percorso della “Nove Colli”, e forse (come lasciano trapelare gli organizzatori) preambolo di quella 42 km che da queste parti non si è mai corsa (fatta eccezione per maratone in circuito, una delle quali è prevista domenica prossima).

Nuovo, per quanto ne so, il tracciato, apparentemente facile perché dalla partenza di Predappio all’arrivo nella magnifica piazza Saffi di Forlì intercorrono 140 metri di discesa; in realtà, la strada principale si è fatta solo nei primi 7 km, che già presentano qualche breve “mangiaebevi”, ma da San Lorenzo ha deviato di nuovo verso le colline, giungendo a Vecchiazzano dopo un paio di km (9-11) di salita a tratti impegnativa; e anche arrivando nel capoluogo, al km 15, si sono percorsi quasi 3 km all’interno del parco Pertini alias Urbano, bello e popolato di conigli, ma alquanto ondulato; restavano infine gli ultimi tre km tutti in città, con qualche curva secca e molti tratti acciottolati.

Ciò spiega il tempo non precisamente di livello mondiale del vincitore, il keniano Eric Muthomi Riungu, tesserato Atletica Saluzzo, primo in 1h07'28", oltretutto poco sollecitato dal netto divario coi concorrenti, dato che il secondo, il marocchino Ismail El Haissoufi (Rimini Nord) è arrivato dopo 3 minuti e mezzo (insomma, un chilometro), precedendo di 19 secondi il primo italiano, Marco Ercoli del Circolo Minerva.

Appena più combattuta la gara femminile, vinta dalla cesenate Martina Facciani in 1h16'29" davanti a due africane, un minuto e mezzo su Esther Wangui Waweru (1h17'58"), altri due minuti su Meseret Engidu Ayele (1h19'50").

Noi competitivi eravamo in 233 (di cui 40 donne); grosso modo altrettanti, se non di più, i non competitivi, partiti venti metri dietro, sullo stesso percorso (e senza misurazione della temperatura, cui invece i competitivi sono stati graziosamente costretti da una simpatica scannerizzatrice). Mi è poi capitato di superare, lungo il percorso, vari personaggi senza pettorale, forse inadeguati a correre tutti i 21 km (magari, non hanno rinnovato l’idoneità), o troppo ‘poveri’ per pagare i 15 euro dell’iscrizione competitiva o i 5 della non comp. Piatto ricco, mi ci ficco; ovvero, i Parasites non sono solo quelli del noioso film coreano.

Egregio il trasporto con bus appositi da Forlì a Predappio, sia prima sia dopo la corsa; rigorosa la chiusura al traffico, salvo poche interferenze verso Vecchiazzano. Due ristori, il primo di sola acqua un po’ tardivo, verso il km 8,5; il secondo circa 5 km dopo comprensivo anche di gel. Al traguardo, tra i generi di conforto consegnati c’era un piatto di maccheroni al sugo, da consumare su tavoli predisposti, in una sorta di pasta party dei vecchi tempi. Egregia la colonna sonora vocale gestita dalla storica speaker Veronica Bellandi Bulgari (foto 15-16).

La manifestazione podistica era organizzata dall'associazione Edera Atletica Forlì, cui apparteneva il compianto Maestro di maratone Sergio Tampieri, fondatore del Club Supermarathon, che ogni anno ci riuniva per una cena romagnola tra Predappio e Meldola, e ad inizio primavera ci aspettava per la maratonina della Cava di Forlì, giro bellissimo e purtroppo abbandonato come tante cose belle della vita: lo ricorderà una maratona a circuito domenica prossima, proprio nel parco Urbano, anche se escluderei che le maratone-trottola fossero le preferite di Sergio. Che forse avrebbe scelto i Diecimila dei Campionati Italiani assoluti su strada, ugualmente programmati a Forlì lo stesso giorno.

E mentre noi stagionati, duri e quasi-puri partivamo da Predappio, in piazza Saffi si svolgeva una corsa che ha coinvolto circa 150 scolari delle scuole primarie e secondarie, quattro giri in tondo per la gioia di tutti.  

E per aggiungere una valenza culturale a questa mattinata di sport, grazie all’anno dantesco sia la partenza sia l’arrivo offrivano spunti ottimi: a Forlì, le semisconosciute (ma assolutamente straordinarie) collezioni Verzocchi e Righini, a 400 metri da piazza Saffi e nei pressi di dove Dante soggiornò durante l’esilio, regalano una serie favolosa di pitture e sculture del Novecento, oltre alla collezione di manoscritti e antiche stampe dantesche; mentre a Predappio, la casa del quondam Duce, ottimamente adibita a museo, esibisce testimonianze del culto dantesco durante il ventennio (roba retrò? Ah bè, se preferite il culto odierno dei vari Maneskin, Fedez, Achille Lauro ecc., lasciamo pur grattar dov’è la rogna). Quasi sottobanco, le addette museali forlivesi e predappiesi ci suggeriscono un salto alla vicina “Madonna del fascio”, preziosa creazione in ceramica, il cui salvataggio dalle mani dei talebani anni ‘45 è raccontato da una poesia di Ada Negri, “un’azione vittoriosa / con l’aiuto del Signore”.

Vittoriosa è stata pure questa nuova Mezza di Romagna. Avrà un futuro? Mo Deuscì!, direbbe ancora quel gran camminatore di Dante.

Martedì, 21 Settembre 2021 10:17

Modena, San Donnino Ten 2020: ottima la seconda!

19 settembre - Era dal 6 giugno scorso che a Modena capoluogo non si correva una gara competitiva: allora però era stata una gara in pista (sia pure sulla pista di un ex ippodromo) sui 5000 metri, mentre per questo secondo appuntamento era il turno di una corsa stradale, ripresentata dopo l’interruzione forzosa, addirittura sotto forma di gara Fidal “bronze”, con un percorso misurato al metro (più la tolleranza dell’uno per mille) da un misuratore federale con bicicletta tarata; chip e giudici in divisa bianca al traguardo (le foto di Teida Seghedoni hanno privilegiato in apertura la giudice Simona Neri, candidamente avvinta nelle foto 70-71 al decano podista Luigi Bandieri, e attenta sorvegliante degli arrivi nella 540).

Partenza tutti in gruppo al colpo di pistola (la vedete nelle foto 82-107), il che ha portato al ripristino del gun time invece del real time di quando si correva con partenza semilibera.

Tralasciando quest’ultimo dettaglio, che mi vede in disaccordo ma è legge (“ho l’onore di obbedire a un ordine che non condivido”, rispose alla curia vaticana un grande prete, don Zeno, che proprio in questi paraggi, vicino alla chiesa di Collegara che era il nostro km 2 e 7, trovò rifugio dopo essere stato esautorato dal governo di Nomadelfia), mi sento di elogiare in toto la gara di San Donnino, da alcuni anni gestita dalla società emergente Modena Runners Club, guidata da Alberto Cattini (foto 7-10, 61-62): giovane industriale chimico ma forte mezzofondista reduce da allori vari su pista conquistati ai regionali Fidal di Santarcangelo tre settimane fa, e che ha saputo coagulare attorno a sé un gruppo coeso di agonisti sempre pronti a dare una mano anche nelle mansioni più umili, come la certosina ripulitura di strade e fossi svoltasi alla vigilia (alle foto 46-50 vedete alcuni di questi lavoratori, che almeno in parte, espletati i doveri d’ufficio, hanno preso il via nella corsa, come vedete in tante foto, 258, 275, 291 ecc.).

Avevo sgambettato a San Donnino parecchie volte, ma – per esempio - non ho mai trovato parcheggio così comodo e ben gestito come adesso; e certamente le norme Covid, rispettate con scrupolo ad esempio nella creazione di percorsi obbligati per accedere alla zona ritrovo e partenza, hanno aiutato a s-ciarir (come si dice nel dialetto locale) molte cose.

Gli sportivi hanno risposto in modo soddisfacente, venendo da tutta la regione, e le società più attive sono state gratificate col ritorno, dopo quasi due anni, alle premiazioni dei gruppi. Non è casuale la presenza del presidente provinciale Uisp per la sezione Atletica, Maurizio Pivetti (foto 26, e in azione nella 504), finalmente a correre “in casa” dopo tante emigrazioni (come quella a Moena/Cavalese di due settimane prima, nel vuoto del calendario nostrano). E mi ha pure dato 34 secondi…

I classificati sono 214 in tutto, di cui quasi un quarto donne: ha probabilmente influito sulla presenza anche la “combinata” col Challenge di Fiorano, le tre gare estive su pista che si sommavano, per punteggi ‘compensati’, a questa gara, dando luogo a una seconda premiazione officiata, ancora una volta da Claudio Bernagozzi, prima che il raduno si sciogliesse (foto 593-621).

La gara di San Donnino è stata vinta (foto 304-307) da Marco Fiorini, venticinquenne tesserato Castenaso, in 31:08, con 8 secondi sul diciannovenne Federico Rondoni della Corradini. L’onore degli ‘anziani’ è stato salvato dal 39enne Vasil Matviychuk, però con appena 2 secondi sul ventunenne della Fratellanza Davide Rossi (ha sedotto anche Teida, che lo moltiplica nelle foto 550-553; viene in mente l’apostolo Giovanni nell’Ultima Cena di Leonardo). Ha chiuso gli arrivi degli uomini Renato Sacco da Torrile, ‘appena’ 57enne, preceduto dall’84enne sopra citato Luigi Bandieri, davvero una “bandiera” della società organizzatrice.

Inserisco un codicillo personale per dire che il sottoscritto, arrancando ai 5:08 nell’ultimo km, era stato raggiunto e superato da Claudio Morselli (Pico Runners), che però a cento metri dal traguardo ha rallentato facendosi raggiungere, col dire che “non è giusto arrivare davanti a uno che ti ha fatto l’andatura per tutto il percorso”. Caro Claudio, invece era giusto; mi è venuto però da confrontare il tuo comportamento con quello di un altro collega, onusto di gloria, che sulla pista di Fiorano mi aveva passato nell’ultimo mezzo giro di un cinquemila, confessando candidamente che ero stato il suo punto di riferimento per tutta la gara. E’ la legge dello sport: la stessa legge in base a cui il ‘vincitore’ di Fiorano oggi si è beccato quasi due minuti, e addio Challenge.

Tra le donne, in questo diecimila si sono prese la rivincita le ‘stagionate’, se tale può definirsi la prima assoluta, Fiorenza Pierli (Corradini, foto 379-382) classe 1980, e ormai da indicare come la miglior podista modenese del decennio: ha vinto in 38:08, 10 secondi davanti ad Anna Spagnoli (Gabbi), del 1972, che ha audacemente corso in duepezzi malgrado la pioggia imminente. Sono in età sinodale (come avrebbe detto Manzoni) e cariche di allori stradali anche la terza e la quarta, Gloria Venturelli e Rosa Alfieri; mentre quelle che una volta si chiamavano teenagers e adesso Generazione Z riescono a mandare solo al quinto posto la ventenne Chiara De Giovanni (Fratellanza).

Comincia a scendere la pioggia quando sono in corso le premiazioni del Challenge, cioè la combinata coi due migliori risultati delle gare in pista svolte a Fiorano tra giugno e luglio: indiscussa la vittoria femminile di Fiorenza Pierli, con 350 punti di vantaggio su Daniela Paterlini (oggi 13^) e oltre 500 su Laura Ricci, oggi ottava.

In campo maschile si fanno valere piuttosto i mezzofondisti un po’ in età, con vittoria finale del sessantenne Marco Moracas (Fratellanza), oggi solo 77° ma le cui prestazioni in pista l’avevano reso pressoché inattaccabile.
Ricordo che le classifiche del Challenge sono basate sui punteggi Fidal rapportati all’età, una sorta di tempo compensato che spinge al secondo posto il cinquantenne Giancarlo Bonfiglioli, che a San Donnino rifila al compagno di squadra quasi due minuti, insufficienti però a colmare lo svantaggio accumulato nei doppi e quadrupli giri di pista fioranesi. La Fratellanza, non a caso società eminentemente pistaiola, fa poker piazzando appena dietro i suoi due Alessandro, Bianchi e Manfredi.

Ecco la classifica delle prime posizioni:

Maschile 1° MORACAS Marco 2619 punti 2° BONFIGLIOLI Giancarlo 2314 punti 3 °BIANCHI Alessandro 2245 punti 4° MANFREDI Alessandro 2213 punti 5° GENTILE Fabrizio 2209 punti 6° BARBIERI Fausto 2114 punti 7° POGGI Fabio 2053 punti 8° CARPENITO Giacomo 1929 punti 9° BARGIACCHI Alessio 1299 punti 10° GUIDETTI Luigi 1234 punti

Femminile 1° PIERLI Fiorenza 2793 punti 2° PATERLINI DANIELA 2443 punti 3° RICCI Laura 2259 punti 4° MONGERA Annarosa 1769 punti 5° DEBBI Barbara 1696 punti.

12 settembre - … Me l’ha fatto notare una podista venuta fin da Berlino per camminare qua: è la prima volta che al termine della gara c’è un tavolone ricco di prelibatezze (metto personalmente sul podio l’uva dai grandi acini succosi; foto 53), cui tutti possono attingere, senza l’obbligo di prendersi il sacchetto con le cibarie e smammare il prima possibile. D’accordo, non eravamo tantissimi (poco più di un centinaio secondo le cifre diramate), essendo la partecipazione limitata dalla vicina e ‘ufficiale’ gara di Borzano dove pare si sia sfiorato il mezzo migliaio di presenze; dunque era facile mantenere il distanziamento all’interno del bellissimo cortile nel Borgo di Casa Maffei (foto 10-11, 14) dove si erano svolte tutte le operazioni di iscrizione (5 euro, senza preiscrizioni o data di scadenza, e senza pacco gara). D’altronde, sugli spalti degli stadi, in questa giornata, la mascherina sembra un oggetto vietato (la porterà l’1% dei tifosi, oltre tutto a contatto strettissimo), dunque ancora una volta non saremo noi podisti gli untori della prossima inevitabile “ondata”. Notevole qui da noi anche la presenza di ampie e confortevoli toilette in muratura, dove non si è mai dovuto fare la fila: negli stadi invece, non saprei come sono messi.

Partenza, in gruppo, con 5 minuti di ritardo perché le iscrizioni si erano protratte (ultimo o quasi era arrivato il Cuoghi della Cavazzona in foto 19, raccontando che la sua auto si era diretta in automatico verso Borzano, ma quando lui se ne era accorto aveva invertito la marcia e puntato su Roteglia).

Percorso mai collaudato in gare, sebbene qualche suo pezzo più corribile facesse parte di una classica camminata preserale dello stesso paese, grosso modo in questa stagione; e soprattutto, noi foresti ci siamo meravigliati arrivando, dopo 3 km e mezzo, e tornandoci dopo 8 km se avevamo scelto il giro lungo di 15 km (+880 D, che però il mio Gps riduce a 620), in un agriturismo intorno a quota 400 che era la sede di una “camminata di San Valentino”, più o meno all’epoca della festa di S. Anna. Gradito ritorno, augurale per futuri eventi: notevole che Italo (fotografo ‘della concorrenza’, ma pur sempre un amico), dopo averci fotografati in partenza, sia già arrivato lì per ulteriori scatti (foto 3, poi 26-30).

Diciamola tutta: non siamo né sulle Dolomiti né perlomeno sul Monte Valestra che si staglia nelle vicinanze: qui si corre sui calanchi, in parte sventrati dall’industria delle piastrelle, e dove i tipi di terreno a fatica permettono la nascita di arbusti e fiori (però mi sorprendo a vedere parecchi bucaneve, se sono davvero loro, nel sottobosco). Si sta quasi sempre su stradette bianche, a volte sassose, che la seccaggine ha cosparso di crepe, capaci a volte di trasformarsi in tagli che inducono frane. Giunti in quota si hanno belle visioni, ad esempio su quella “big bench” (mega panchina per salire sulla quale ci sono dei gradini) verso il sesto km; oppure sul Monte Stadola, circa 440 metri (cioè 250 metri più su della partenza-arrivo), dove pare di riconoscere (a me e al fido Paolo Giaroli) il tracciato di una antica camminata di San Valentino, che facevamo in senso inverso, talora imbattendoci in capre al pascolo.

Il percorso è ampiamente segnalato da bandelle, con una piccola defaillance (parlo sempre a nome dei foresti) verso il km 13/14: qui, un cartello non ufficiale (?) informa che tenendo il centro-destra si arriva al Pilastrino (che dà il nome alla gara), una chiesetta commemorativa su un cocuzzolo; ma i pendagli biancorossi portano a sinistra, in direzione di un’altra chiesa (“Maestà Nera”) che ci attira anche col suo scampanare. Risultato: chi segue il percorso ufficiale non passerà né dal Pilastrino né dalla Maestà Nera (che resta sopra); solo i più curiosi o i meno agonisti fanno la deviazione turistica, che avrei fatto anch’io se avessi conosciuto la topografia locale.

Pazienza, mi accontento di foto panoramiche, prima di scendere, lungo una stradetta con uno strano e fastidioso acciottolato antisdrucciolo, di nuovo verso Roteglia (eccola apparire in foto 52): dove c’è di nuovo Italo a fotografarci, quasi tutti con una gran fiacca addosso, salvo signore pimpanti come quella delle foto 24 e 53-54, che -come diceva Carlo Porta - “desdott in fira [bè, qui sono 15] e fresca cum un oeuv”.

Arrivano Giaroli e le sorelle Gandolfi (foto 6 e 13), arriva Cuoghi, arriva il nutrito gruppetto della Guglia di Sassuolo capitanato dalla signora Emilia e dalla sua seconda mamma Silvana. Si suda (verso le 11 stiamo intorno ai 28 gradi), ci si accovaccia sul prato, si cerca l’ombra, sorseggiando cola o succhi di frutta e sgranocchiando la squisita uva di cui sopra. La festa è finita, oppure siamo solo agli antipasti della festa grande della Liberazione?

SERVIZIO FOTOGRAFICO - 11 settembre 2021 – Nel ventennale esatto della tragica ricorrenza statunitense (ma ricordo che anche quel giorno dalle nostre parti si corse, esattamente alla sagra di Ganaceto), il podismo reggiano dà un altro segno di vita, re-inaugurando la stagione delle non competitive con una corsetta molto vicina a quella classica di Villa Curta che si svolgeva tradizionalmente ai primi d’autunno: siamo sotto l’egida Uisp, ma ci chiedono ugualmente il greenpass (la parola è talmente balorda che il correttore di word ti segna errore): anche perché l’ingresso nel recinto dà diritto a visitare l’annessa mostra dei caseifici reggiani, ricca di giochini e animazioni per bambini quanto priva di assaggini: per fortuna, qualche pillola di formaggio sarà inserita nel pacco gara, ricco all’inverosimile se si pensa che la quota d’iscrizione è quella dei vecchi tempi, 2 euro.

Siamo nell’aeroporto di Reggio, meglio noto in Italia (da quando Ligabue ci fece un concerto) come Campovolo, a breve distanza dai vecchi Campi Csi e dalla partenza di una maratonina competitiva che andava verso la Bassa. Qui dentro sta la pista per la scuola di ciclismo “Giannetto Cimurri”, usata anche da podisti come l’ing. Tallarita per i suoi 1000 km in 10 giorni, e da altri per competizioni con risultati meno invidiabili, salvo le ‘tacche’ elargite a buon mercato senza timore di ridicolo.

L’identificazione del greenpass è fatta molto seriamente, con lo scanner e il programma apposito (mentre in alberghi e ristoranti al massimo lanciano un’occhiata distratta); fin che non si corre va indossata la mascherina, e se non bastasse dobbiamo anche compilare l’autocertificazione. Dopo di che ci danno un grosso pettorale con l’ordine di indossarlo, quasi fosse un lasciapassare: e almeno questo ben venga, se riuscirà a frenare l’andazzo di “quelli che… l’ho lasciato in tenda/in auto/nella borsa perché a portarlo si perde”, e quelli che “mè a cur agratis”.

1° Festival dei Caseifici


Contorno di lusso, dallo speaker Morselli a tutti i fotografi della zona, compreso Nerino che ha in simpatia la torre di Pisa, a vedere da come ci ritrae. Il giro è di 5,150 km in senso antiorario, che si può fare una o due volte, attorno al Campovolo, in buona parte su strade sterrate, anche attraverso una sorta di boschetto naturale,  per finire sul soffice prato, innaffiato anche adesso, dei contorni aeroportuali.

Tanta bella gente e almeno un paio di podiste decisamente carine, come la bionda longilinea che mi sorpassa impietosamente nel secondo giro e taglia il traguardo ritratta nelle foto 172-174 di Morselli. E guardate quel buongustaio di Domenico Petti come presenta la gara con la foto 2, e poi insiste tra la 126 e la 136.

Tanti reggiani (dei due cugini Giaroli uno corre e l’altro fa lo sbandieratore), e pure molti modenesi, (“tant da nuèter an gh’è gninta”: bè, sabato e domenica prossima si riparte, addirittura  con un trail tosto e poi una 10 km nel comune capoluogo, sebbene in zona alquanto ‘ariosa’), compreso Giangi, la famiglia Bandieri da Formigine e l’imperdibile Cuoghi della Cavazzona che arriva immancabilmente in ritardo.

Ristoro (acqua in tetrapak) a metà e all’arrivo; e se qualcuno osa abbandonare il campo senza aver ritirato il pacco gara (maglietta, berretto, formaggio, acqua) , viene richiamato dagli organizzatori: io che l’avevo messo in borsa e stavo uscendo, sono stato invitato a prenderlo, ma ovviamente ho spiegato il perché della astensione: non è che sia no-pakx, ma la seconda dose non mi spetta!

Partecipazione non ancora ai livelli pre-covid: siamo forse a metà rispetto alla ricordata Villa Curta, ma, correggendo un po’  De Gregori, qualcosa si muove tra le pagine chiare e le tante ancora scure, e forse presto i nostri piedi potremo spedirli a indirizzi nuovi.

Lunedì, 06 Settembre 2021 15:06

Una Marcialonga memorabile e di buon augurio

5 settembre – I lettori sono stati informati tempestivamente sulla gara dal comunicato ufficiale

http://podisti.net/index.php/in-evidenza/item/7651-moena-cavalese-tn-19-marcialonga-running-coop-nel-segno-del-kenya.html

cui abbiamo aggiunto qualche foto personale, e adesso snoccioliamo le impressioni, come al solito, dal di dentro.

La cifra di “1300 runners” data dagli organizzatori sembra un po’ esagerata, dato che l’ordine d’arrivo annota 764 arrivati individuali e 47 staffette da 3 componenti; anche ammettendo una percentuale esagerata di ritirati o ftm, non credo si arrivi al migliaio (e d’altronde gli arrivati del 2019 risultarono 812).

Con tutto ciò, a memoria non ricordo, nelle partecipazioni a corse tra il settembre del 2020 e questa tarda estate 2021, tanta gente per strada: e va notato che questa prima domenica di settembre ha concentrato, più o meno nel raggio di un centinaio di km, una serie di gare prestigiose (basti citare la Cortina-Dobbiaco, abbastanza similare come tipologia, e qui spostata rispetto alla collocazione temporale originaria).

Moena è ancora affollatissima, e lo merita: l’albergo suggerito dall’organizzazione (comodo, ottimo, non troppo caro rispetto ai servizi offerti; e guardate il panorama dal mio balcone alle foto 10-11) era pieno, non specificamente di podisti; ma bastava passeggiare per le piazzette del centro, al sabato, per riconoscersi fra colleghi, semmai perduti in quest’ultimo anno e mezzo, e felicemente recuperati in nome della Marcialonga: ammirate per esempio la foto 9 e invidiatemi pure per il ‘contorno’. Lo stesso accadeva al traguardo di Cavalese, dove si davano gli ultimi ritocchi alle strutture d’arrivo (foto 1-4, 6-7) collocate simbolicamente sotto lo storico “Banco della Ragione”, il luogo dove si amministrava la giustizia: qui non si bara, il chip ti dà all’istante tempo e piazzamento (e la benevolenza degli organizzatori consentirà qualche decina di minuti di ‘comporto’ rispetto al tempo massimo).

La consegna dei pettorali, a Moena, avviene nella massima tranquillità, in adiacenza a una mostra sulla Grande Guerra (che qui, al passo San Pellegrino, vide contrapposte le trincee austriache e italiane), e ad una all’aperto sui 50 anni della Marcialonga sciistica; ovviamente col rispetto di tutti i protocolli. Addirittura nel giardino che fiancheggia la partenza, alla domenica mattina è possibile accedere solo con greenpass e mascherina (foto 18).

Partenza scaglionata nell’arco di un quarto d’ora, e c’è tutto il tempo per spogliarsi, corricchiare nei paraggi, entrare nel recinto sacro previa misurazione della temperatura (35°6 la mia; come al solito, dico che dovrebbero escludermi per pericolo di … crollo), consegnare le sacche per il traguardo; poi ci si porta sulla linea del via e si parte quando si vuole perché il tintinnio del chip ti rassicura che avrai il tuo real time, l’unico che dovrebbe contare anche per il futuro nelle gare di massa.

Molto precise le indicazioni degli organizzatori: la gara misura 25,780 (dieci metri di differenza rispetto al mio Gps!), dai quasi 1200 della partenza scende fino agli 860 del km 22, poi risale ai 1000 di Cavalese: dunque gara con un dislivello in discesa di circa 350 metri, ma con 140 di salita, soprattutto nell’ultima parte, ma assaggi già da Predazzo dopo 8 km.

Predazzo (terminal del mitico trenino della Val di Fiemme, da Ora) sarà l’unico paesone attraversato e ammirato per le strade del centro (mi commuovo vedendo la caserma della Guardia di Finanza dove un mio zio, allora militare diciannovenne, fu fatto prigioniero e buttato nei lager tedeschi l’8 settembre 1943, quando Badoglio e il re eroicamente scappavano); poi si va stabilmente su piste ciclabili, ben tenute e spesso al fresco del bosco, tenendo il lato sinistro della valle (mentre la leggendaria strada delle Dolomiti rimane sulla destra). Primo ristoro dopo 7,5 km, mentre i successivi 4 o 5 seguiranno a distanze più ravvicinate: acqua fresca, bevanda isotonica, gel, barrette o muesli o altre sostanze integrative sono più che sufficienti.
Ci sono anche vari pacemaker: chiacchiero per un km o due con quello dei 6/km, un vicentino con cui è bello parlare di Ultrabericus e di Sei comuni e non di solo podismo. Poi lo esorto ad andare via, perché gli sto rovinando la media…: alla mezza mi ‘schedano’ per 6:01/km, poi peggiorerò assai… sebbene la salitaccia finale, ‘corsa’ (per modo di dire) agli 8 e passa a km, mi permetta di raggiungere vari colleghi, specialmente di pianura (moltissimi gli emiliani e lombardi della Bassa) che fin lì mi erano stati davanti.

Ma nessuno sa veramente chi è davanti e chi dietro, data la divaricazione delle partenze. Tre controlli chip, di cui è significativo quello al 21,097, sia per darti il tempo sulla ‘mezza’, sia per farti vedere quanto vali sul piano, prima della salita verso Cavalese, un 150 metri verticali grosso modo lungo l’asta della funivia del Cermis, perlopiù sterrati e con un passaggio suggestivo nella galleria del citato trenino azzurro (che, mi raccontavano in casa, nel 1955 fece una fermata straordinaria perché al Fabio quinquenne scappava la pipì, e a bordo non c’era il wc…).
All’arrivo ci sono due tappetini: uno, un centinaio di metri prima, che consente allo speaker di individuarci e chiamarci tutti per nome; e l’altro finale, grazie a cui l’intertempo ci farà vedere a che media sapevamo reggere appunto per gli ultimi cento metri…

Percorso obbligato per l’uscita, dopo la medaglia caratteristica (due paia di sci verdi incrociati, mi sembrano: era lo stesso segno sull’asfalto delle strade), messa al collo e non consegnata in busta chiusa come purtroppo ci avevano abituato; sacchetto coi viveri al posto del tradizionale ristoro finale – e di fianco una fresca fontanella consente di bere e ripulirsi un po’ -, infine riconsegna delle sacche. C’è modo di ritrovare le splendide colleghe salutate in partenza (dalle foto 21-22 alle 24-26, con l’intermezzo del sorpasso impietoso documentato dalla 23); e poi, per chi vuole, c’è l’approdo al palasport distante qualche centinaio di metri, come l’ampio parcheggio gratuito.

Ci spargiamo nei ristoranti e pizzerie e gelaterie della zona, riconoscendoci di solito per le scarpette che ancora indossiamo (“ah, con te – mi dice un biondino nel tavolo vicino– abbiamo combattuto nell’ultimo km, ma io ero morto!” – beh, io più morto di te, visto che hai vinto tu, addirittura per 4 minuti secondo il real time), scambiandoci i primi pareri, tutti entusiasti.

Per me era la prima volta, per altri l’ennesima: se ci si ritorna, segno che questa Marcialonga ha tutti i requisiti per piacere.

 

 

2 settembre – Sassuolo ci ha riprovato a cinque settimane dalla camminata di S. Anna del 26 luglio http://podisti.net/index.php/cronache/item/7488-sassuolo-una-sagra-di-sant-anna-finalmente-per-tutti.html

all’incirca sullo stesso percorso (però più breve e più stradale, oltre che con arrivo-partenza spostati di 400 metri verso il centro città), e con gli stessi organizzatori, da Pippo Ansaloni alla famiglia reale Franca & Evaristo addetti alle iscrizioni. Il volantino prometteva anche lo stesso speaker Brighenti, ma così non è stato: vedete il sostituto in azione nella prima tra le foto di Teida che ci accompagneranno (n. 14: https://podistinet.zenfolio.com/p396583255 ).

Tuttavia, gli organizzatori parlano di almeno 400 iscritti, alla solita quota sociale di 2 euro cui corrisponde una bottiglia di Lambrusco dello stesso tipo già incamerato a fine luglio (oltre a una mezza minerale in funzione di ristoro).

A occhio, di questi 400 almeno 300 erano camminatori (compresa gente che fino a due anni fa correva): basta rinviare alle foto teidine da 24 a 35; più a quelle di Nerino, efficiente testimone a latere, n. 18-41): segno che la lunga pausa ‘virale’ ha inciso pure sulle prestazioni e abitudini sportive.
I primi corridori nel senso pieno del termine provano a farsi largo alle foto 36-37, 43 131 (quando vedremo camminare il professor Gualandri significherà che siamo prossimi all’Apocalisse); e bravi quei genitori che accompagnano il figlioletto in corsa (146-7, 212 di Teida; Nerino 498, 824). Inappuntabile lo stile di Eugenia Ricchetti come appare dalle foto 261 di Teida e 582 di Nerino: e con lei ci sono altre donne, che sembrano più motivate dei maschi, come la bivincitrice della maratona di Pisa Monica Bondioli della foto di Nerino 399 (guardate anche la sgnaura Cecilia della foto 423 di Teida).

Ma perché parlare male di chi cammina? (o pure di quelli che fanno yoga, compresa magari la mia ex capitana affettuosa Cristina? Vedi foto Teida 52-59). Mentre il capoluogo sta fermo (è fresca la notizia della soppressione di una non competitiva fissata in città il 15; cosicché tutto settembre scorrerà senza una sola corsa a Modena, e solo una competitiva con label Fidal nella frazione di San Donnino il 19), a Carpi e Sassuolo si corre, certo senza pretese; ma almeno, la gente riprende ad affollare le strade e i parchi, sia pur sottoponendosi al rituale obbligato e dalla dubbia utilità della compilazione dell’ennesimo modulo, in cui barri un sacco di No, al cui posto basterebbe un Sì solo: “ho il greenpass!” (Nerino foto 12-15 documenta la paziente fila per riempire le scartoffie).

Questi moduli sarebbero utili se presupponessero un successivo tracciamento: cioè, io tra una settimana mi ammalo, comunico la mia malattia agli organizzatori i quali mandano un sms di allerta a tutti gli iscritti. Cosa che ovviamente nessuno farà. Resta solo l’intento vagamente punitivo: se saltasse fuori che io ho corso con 37°6 o nei giorni precedenti ero stato in eccessiva intimità con una sieropositiva, potrei essere incriminato per false dichiarazioni o attentato alla salute pubblica. Lo trovate realistico?

Ciò premesso, il giro è totalmente in centro di Sassuolo, con partenza-arrivo nei pressi della piazza centrale dove si svolgeva la Sassuolissima classica, competitiva e no (prime 3 foto di Teida, poi 522-529 per l’addio notturno); e passaggi di poche centinaia di metri per i due parchi adiacenti al centro (chissà perché, si è preferito correre in gran parte all’esterno dello stesso parco Vistarino – eloquente la foto 39 - in cui poche settimane fa si era entrati); tracciato di 2,4 km, percorribile da una a quattro volte, con partenza libera tra le 19 e le 20.
Che altro dire, rispetto a quanto documentano le foto presenti in loco, mostrando se non altro che nei giri dal secondo in avanti (da foto 290 di Teida in poi; diciamo, dopo la prima mezzoretta di gara e fino a tarda sera) cominciano ad andare in maggioranza quelli che sollevano i piedi? Uno dei podisti fedelissimi, il Cuoghi della Cavazzona (foto 55 e 483 di Teida; 309, 653, 904 di Nerino, da cui appare che ha corso anche col buio), mi ha chiesto se torneranno mai le caratteristiche tende delle società, al cui interno ci si spogliava e si lasciavano le borse.

Mah: alla periferia nord di Sassuolo (vedere ultime foto di Teida) c’è l’annuale sagra delle Casiglie, che un tempo segnava la ripresa del podismo dopo le ferie; a Modena e a Bologna città ci sono le edizioni-principe (addirittura quella nazionale) del festival dedicato al Giornale-che-non-esiste-più: ma di gare podistiche abbinate non si sente parlare. Allora, se andiamo avanti così, gli ho risposto (e mi riferivo non al piccolo mondo del podismo, ma alla gestione in generale dell’epidemia, tra terrorismo e disinformazione, tra ordini draconiani e contrordini quasi quotidiani, tra greenpass prolungati a un anno e altri che rilasciati a giugno risultano già scaduti secondo gli scanner), le tarme o i topi faranno in tempo a rosicchiare tutte le tende e la voglia di socialità degli ex-podisti; e come diceva Gadda, l’erba che ricrescerà, la vedrà il cavallo che campato sarà.

VIDEO

 

Reduci, come siamo, da Olimpiadi elefantiache dove ad ogni edizione vengono aggiunti gli sport più strani, a volte strampalati, magari per compiacere la nazione ospitante concedendole medaglie in specialità che coltiva solo lei, appare straniante reimmergersi nelle Olimpiadi della rinascita, quelle di Atene 1896 dove gli sport rappresentati furono nove in tutto, con 241 atleti partecipanti. Alla gara entrata nella leggenda, la maratona (per essere più esatti, il Marathonios dromos, la “corsa di Maratona”, località che fu anche il giro di boa della gara di ciclismo, partita e arrivata ad Atene) presero parte meno di venti corridori, quasi tutti greci e fortemente favoriti dall’organizzazione, che desiderava un vincitore di casa: il quale fu, come tutti sanno, il pastore Spyridon Louis, agevolato anche dal ritiro dell’australiano Edwin Flack in testa fino a 5 km dall’arrivo.

Ma alla gara avrebbe voluto e dovuto partecipare anche un italiano, l’unico italiano nella mancanza assoluta di una spedizione azzurra: Carlo Airoldi, varesino di Origgio alle porte di Saronno, nato nel 1869 dunque ventisettenne all’epoca dei Giochi. Non gliela lasciarono correre, e questa dolorosa ingiustizia fu ricordata e commentata da Gianni Brera in un articolo scritto nel 1956 per le Olimpiadi di Melbourne, a 60 anni dal fattaccio; dopo Brera, in tutte le storie italiane delle Olimpiadi c’è almeno un capoverso dedicato ad Airoldi, su cui già nel 2005 Manuel Sgarella aveva pubblicato un libro (La leggenda del maratoneta. A piedi da Milano ad Atene per vincere l'Olimpiade, Varese, Macchione Editore, 2005), fondato su carte e testimoni d’epoca, poi ripresentato in formato Kindle nel 2014 col titolo cambiato in Il testamento del maratoneta: una storia vera.

Nell’anniversario della morte di Airoldi (18 giugno 1929) si è riparlato della vicenda, ad esempio nel sito https://giocopulito.it/lincredibile-impresa-di-carlo-airoldi/, e soprattutto è uscito il libro di cui parliamo, Il trucco è resistere (Piano B Edizioni, luglio 2021, 139 pagine, 13 euro) che si presenta come “romanzo”, alternato tra parti scritte in prima persona da Airoldi stesso ed altre in terza persona, ma è saldamente ancorato ai documenti, in particolare le corrispondenze apparse sul giornale sportivo “La Bicicletta”; e si chiude col citato articolo di Brera “Per 15 lire non fu ammesso alle Olimpiadi” (pp. 129-135).

L’autore, perugino poco più che quarantenne, non è nuovo alla scrittura impegnata, e rende il racconto avvincente grazie a continui salti cronologici rispetto all’evento topico attorno a cui ruota il tutto. Comincia mostrandoci Airoldi durante il viaggio di ritorno dopo la vittoria nella Milano-Barcellona (1050 km fatti in sedici giorni!) nel settembre 1895, vittoria grandiosa anche perché nell’ultimo km, superato il marsigliese Louis Ortègue che stramazzò a terra, se lo caricò in spalla e tagliò il traguardo insieme a lui. In quei giorni nacque l’idea di partecipare alla neonata olimpiade ateniese; l’autore però nel secondo capitolo ci trasporta al “dopo”, al ritorno in Lombardia dopo la delusione ateniese, al lavoro in fabbrica mal sopportato, e alla voglia di evadere con le corse, “finché il mio corpo mi dice che ce la faccio”.

Si passa poi, di nuovo in prima persona, al capitolo più lungo, dedicato al “prima delle Olimpiadi”, alla conquista del giornale “La Bicicletta” come sponsor e premuroso accompagnatore a distanza nell’avventuroso viaggio a piedi (salvo un tratto in nave, fortemente suggerito causa la pericolosità del tratto albanese). Già qui echeggia ossessionante la frase che dà il titolo al libro: “Bisogna saper resistere. Correre più veloce degli altri non conta niente se non sai resistere, è solo questo il trucco” (p. 10, poi 39).

Più o meno 12 ore di corsa al giorno, in una primavera che non si decideva a sbocciare, per completare in tempo utile i 1300 km da Milano ad Atene, sulle strade-non strade di allora: dormendo nei fienili, o all’addiaccio, più raramente negli alberghi consentiti dai pochi spiccioli in tasca (incrementati un poco dalle scommesse vinte per via, ovviamente sfide in corse di resistenza) o messi a disposizione dai pochi italiani incontrati lungo l’itinerario; e mangiando quello che capitava (“pane e filsetta, pane e formaggio, pane e frutta” secondo le parole di Brera, che da pavese citava la filzetta o “cacciatore” o salamino di Varzi), molto raramente un pasto regolare: ad Atene arriverà dimagrito! E dopo aver dovuto lottare anche coi lupi o cani inselvatichiti (ad uno taglia la gola ricordandosi della mamma che “con uno spito infilza il collo di un’oca”), e schivare i banditi di strada. Tutto inutile: la sezione si chiude con la gelida accoglienza al comitato olimpico, che lo sbatte fuori con la frase “Lei è stato pagato per una vittoria, quindi è senza dubbio un corridore pedestre professionista”, “Accettiamo soltanto atleti non professionisti”.

Cosa fossero queste povere gare, in cui il vincitore incassava grossomodo quanto gli bastava per le spese di viaggio, lo dice il capitolo seguente “Gli anni di mezzo”; poi si torna di nuovo al fatale 10 aprile 1896 della maratona, quando tra sogno e realtà Airoldi “corre” anche lui, a fianco di Spyridon, col proposito di superarlo all’ultimo km come con l’altro Louis a Barcellona; ma si risveglia appena in tempo per assistere all’arrivo del vincitore nello stadio Panathinaiko e lanciargli una sfida, che non sarà mai raccolta (a differenza di quello che Dorando Pietri ottenne dodici anni dopo). In realtà, come raccontato da Gianni Clerici nel 1996, Airoldi fece quello che avrebbero fatto molti di noi: prese il via senza pettorale, ma fu bloccato a forza finendo addirittura in galera per un giorno.

Rientrato in patria (con un soggiorno anche svizzero), dopo aver vaneggiato, quasi un secolo prima di Govi, una maratona autogestita per battere il record di Spyridon, si ridusse a vincere corse e scommesse da due soldi (anche bizzarre per non dire di peggio: Buffalo Bill non accettò un’altra sua sfida, uomo contro cavallo), emigrò in Brasile tornandone presto e male in arnese. Qui il racconto torna alla terza persona, per chiudersi poi col capitolo finale ancora narrato dal protagonista, “Non ero più io…”. Giuridicamente, avrebbe potuto partecipare alle successive Olimpiadi, di Parigi e St. Louis, ma non lo fece: anche in gara non era più imbattibile. Si sposò, fece tanti figli, e rimase un altro poco nello sport come manager di ciclismo e venditore di biciclette, oltre che organizzatore di gare.

Morì appena sessantenne, “prima d’arrivare vecchio… quando non puoi più resistere è giusto andare”. A noi lettori resta il rimpianto, e magari anche un po’ di rabbia, per quello che poteva essere e non è stato (un italiano primo campione di maratona!), in ossequio alla concezione snobistica dell’epoca, quando solo i ricchi avevano possibilità di fare “diporto” (sport), mentre i proletari dovevano sporcarsi le mani coi soldarelli se volevano almeno comprarsi le scarpe da corsa.
NdR. Oggi, però, siamo all’eccesso opposto: sono appena tornato dai campionati regionali Fidal emiliano-romagnoli, dove a correre i 5000 eravamo meno di trenta, tra uomini e donne. Forse perché in palio non c’era neanche un salamino, agli assenti è convenuto piazzarsi in qualche gara su strada.

27 agosto – In concomitanza con la sagra della Madonna dei Ponticelli (santuario mariano ai confini dei comuni di Carpi e Novi, ‘specialista’ nel ridare la parola ai muti tra cui – non scherzo – il mio prozio Remo), la vicina parrocchia di San Marino ha riproposto la camminata semicampestre che l’anno scorso era saltata per le note ragioni.

Anche quest’anno la prudenza non è stata mai troppa, si è dunque evitata la partenza di massa lasciando la finestra di un’ora (18-19) per mettersi in strada; all’iscrizione bisognava compilare l’ormai consueta e non ancora desueta autocertificazione, che in teoria servirà per il tracciamento; non esisteva il ristoro finale (un tempo celebre per le fette di anguria generosamente elargite), in cui vece è stato consegnato un sacchetto con cracker e acqua minerale (poi nei pressi si poteva acquistare il tradizionale gnocco fritto, senza però poter restare a cena come pareva dal volantino).

Abbastanza nuovo mi è parso il tracciato, che ancora una volta non passava dal santuario (che abbiamo avvicinato a non meno di 500 metri solo nella parte finale), ma si snodava addirittura in direzione opposta, a sud verso verso Carpi, seguendo l’argine del canale Lama di San Marino fino alla centrale e al ponte della Pratazzola, dove si passava il canale per ripercorrerlo nell’altro senso, verso nord, incluso un breve passaggio per un boschetto, riservato a quelli del percorso lungo (quantificato in 8 km, in realtà 7,200; gli altri percorsi erano dati di 4 e 6,8 km).

In questo timido segno di ripresa, quasi tre mesi dopo l’altro squillo lanciato, da queste parti, al Club Giardino, ci si è consolati rivedendo tanti amici che la lunga parentesi virale sembrava aver confinato ciascuno a casa propria: così alle iscrizioni Giorgio Diazzi (che ha riconfermato la promessa fattami vari anni fa, che “quando rifaremo la maratona di Carpi sarai il primo a saperlo” – se avrò ancora vita, aggiungo!) e Gamba ed legn Danilo Sala, grandissimo fondista ai tempi belli, e che rimane l’unico albergatore a San Marino in onore alla moglie Lina, che però la dasvin d'Alvree. Abbiamo rievocato quella cena a base di rane e pescegatto, sia in umido sia fritto, che sarebbe ora di ripetere, magari con la Marisella e con l’Ilva da Fossoli, che abbiamo ritrovato per strada, insieme a Sergio, a Salardi e agli altri carpigiani che sono accorsi in queste contrade, riportandovi una vita che mancava da tanto.

Presente anche il collega Giuliano Macchitelli, di Modenacorre, col “suo” fotografo Italo Spina, i cui scatti si sono aggiunti a quelli di Nerino Carri, che ha fatto tutto il giro in compagnia di Paolo Giaroli "il cugino". In tutti c’era la speranza che la fine estate porti un po’ più di regolarità in queste iniziative, come il calendario di settembre comincia a lasciar trasparire.

Ultimi commenti dei lettori

Vai a inizio pagina