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Lug 08, 2019 Massimo Muratori 2097volte

Gorfigliano (LU): è mancato il trail e per fortuna anche la tragedia

Salvezza "d'oro" nella tregenda Salvezza "d'oro" nella tregenda Massimo Muratori

7 luglio - Che le Apuane non fossero da prendere sotto gamba è cosa nota, per di più ribaditami da amici e colleghi trailer quando avevo detto loro che sarei andato a Gorfigliano a correre la 36 km del percorso lungo del Trail delle Apuane . Non mi ero preoccupato eccessivamente, sapendo di dover affrontare una gara non eccessivamente lunga e, ovviamente, con poche o nulle velleità agonistiche: cosa che mi avrebbe consentito di correre prestando la massima attenzione a dove mettevo i piedi. E poi qualche km di sentiero l’ho già pestato.
Quello che non avevo previsto era la concreta possibilità di finire “abbrustolito“ in mezzo a una tempesta di acqua, grandine e soprattutto fulmini a quasi 2.000 metri di quota, in quella che era partita come una calda mattina di luglio. Ma, come si dice, andiamo con ordine: gara organizzata su due percorsi di 36 e 13 km con 2400 e 800 metri di dislivello, partenza e arrivo dal parco di Gorfigliano, primo km ad anello giusto per sgranare il gruppo, peraltro non molto numeroso (ad occhio un centinaio di concorrenti), per poi imboccare un ripido sentiero che in breve sfocerà sulla strada bianca, nel vero senso della parola, essendo quella utilizzata dai cavatori per salire alle cave di marmo e poi per trasportare a valle i blocchi tagliati.
Già nel bosco la temperatura elevata e l’alto tasso di umidità fanno sudare copiosamente tanto da farmi dubitare sulla mia scelta di partire con canottiera tecnica e maglia leggera a maniche lunghe, mentre sono affiancato da corridori in canottiere minimal o tuttalpiù magliette leggere; so per esperienza che una volta sulla cresta del Monte Tambura a 1900 metri con vento teso la manica lunga farà comodo. Dopo una prima salita fino a circa 1100 metri dove una cava sta mangiando la sella della montagna, ci troviamo a scendere velocemente su una larga e comoda carraia di … borotalco, almeno quella è la sensazione che un consistente strato di finissima  polvere biancastra trasmette  quando il piede in appoggio va a creare uno spruzzo di polvere che, al pari dell’acqua, viene raccolto dal piede in volo con un effetto singolare.
Dopo circa 1500 metri riprendiamo a salire lungo un bellissimo tratto di sentiero monotraccia nel bosco fino a giungere al nono km al ristoro dell’Oasi di Campocatino: luogo fuori dal tempo con una serie di case piccolissime utilizzate nei secoli scorsi dai pastori che portavano le greggi ai pascoli estivi e oggi restaurate per essere adibite a seconde case o date in affitto. Tutto all’ interno di un amplissimo anfiteatro di montagne che creano appunto la percezione di un catino, in questo luogo il regista Pieraccioni ha girato le scene del film  “Il mio west“, come mi informa un collega trailer evidentemente del luogo. Singolare una statua in marmo (come non potrebbe?) raffigurante il cantante David Bowie posta al centro del minuscolo paesino a mo’ di ringraziamento per aver frequentato il paese di Vagli, di cui Campocatino è frazione.

Tornando alla gara scavalliamo la montagna che delimita il piccolo altipiano e con percorso piacevole tra boschi e sentieri più tecnici arriviamo al ristoro ai piedi della salita clou della giornata, cioè quella al monte Tambura; mentre il cielo si rannuvola e ci rinfresca con alcuni momenti di pioggia non troppo intensa. Al ristoro chiedo se il percorso è confermato o ci sarà una deviazione, già ventilata al briefing della sera precedente nel caso di temporali, in quanto il succitato Tambura sembra essere il monte più “fulminoso“  (testuali parole ) d’Italia. Veniamo rassicurati:  il temporale sembra essere passato e possiamo salire, prima per un comodo tratto della Via Vandelli e poi per sentiero più cattivo  fino al passo Tambura con i suoi 1600 metri. Il meteo sembra graziarci con sporadiche gocce pur avvolgendoci in una nebbia piuttosto fitta, gli addetti del soccorso Alpino ci avvertono di porre attenzione perché da li in avanti saremo in cresta su rocce umide con vento teso e scarsa visibilità: per quanto mi riguarda non avrei fatto diversamente nemmeno con una pistola alla schiena.
Positiva la presenza di nebbia che, se da un lato ci priva di un panorama che deve da solo valere il viaggio, dall’altro permette di non percepire il vuoto, ciò che in certi passaggi particolarmente esposti non avrebbe aiutato.
In compagnia di un collega con il quale da qualche km ci scambiamo la posizione saliamo con la giusta prudenza informandoci sulle rispettive esperienze; e vengo a sapere che recentemente ha corso Il Passatore, che anche lui usa regolarmente i bastoncini e che sta gradualmente aumentando le distanze sui trail. Giunti in vetta non resta che scendere, siamo quasi a metà gara e una volta terminata la discesa sulla cresta sarà prevalentemente discesa non troppo impegnativa, siamo dentro al cancello di oltre un’ora ma le cose non andranno così: nel giro di pochi secondi inizia una vera tempesta di vento, acqua e fulmini, e per essere ottimisti l’amico comunica che siamo su quello che i locali chiamano il “parafulmine più grande d’Italia“.
La mia prima mossa è quella di chiudere i bastoncini anche se per scendere sono spesso costretto a usare le mani pe superare i passaggi più impegnativi; in breve non vediamo nemmeno più le tracce del sentiero che su rocce non è facilmente individuabile. Negli ultimi 500/600 metri di discesa veniamo guidati da un potente faro che un’anima buona ha acceso al termine della discesa, nel frattempo sono rimasto solo in quanto il compagno di avventura ha continuato a usare i bastoncini procedendo più velocemente.
Arrivato al faro capisco trattarsi di un fuoristrada all’interno del quale si sono rifugiati i quattro ragazzi addetti al ristoro che ormai non esiste più: mi dicono che duecento metri più sotto c’è un rifugio e di fermarmi lì.  La strada è comoda anche se coperta da 10 cm d’acqua, e con tutta la velocità di cui sono capace scendo fino al Passo della Focolaccia e di qui al rifugio prendendo una delle tre strade che da li partono: fortuna vuole che sia quella giusta e dopo due minuti trovo rifugio in un capannone di lamiera adibito a officina di manutenzione per i mezzi di cantiere della cava. Non so bene se in queste condizioni la lamiera può fungere da gabbia di Faraday antifulmini,  lo spero, comunque trovo un bancale di legno, lo butto a terra e ci salgo sopra per isolarmi dal terreno; e su questo piedistallo indosso tutti gli indumenti possibili, che non mancano mai nel mio zaino: smanicato antivento e giacca pesante in Goretex.

Il rumore della grandine sulla lamiera è assordante, simile a quello di un jet al decollo, dopo qualche minuto il freddo inizia la sua azione, visto che sotto la giacca sono comunque fradicio, allora inizio a fare tutti gli esercizi consentiti dal mio piedistallo: saltelli e movimenti di braccia e così per una quindicina di minuti fino a quando nel capannone entra la jeep che era prima al ristoro: i quattro gentilissimi ragazzi mi fanno entrare per scaldarmi un po’ e accetto l’offerta.
La gara è stata sospesa e stanno salendo i fuoristrada per portarci a valle: alla fine sul mezzo del 118 saremo in 9 concorrenti e tre soccorritori, stipati come sardine a scendere per la strada delle cave trasformata in un fiume e sfondata in più punti dall’impeto dell’acqua; in due occasioni il pilota dovrà fare manovre per aggirare smottamenti che hanno invaso la carraia: in queste condizioni quello che non ha fatto la gara lo fa l’assoluta impossibilità di muovere le gambe nemmeno di un centimetro, e i muscoli che raffreddati si ribellano con crampi assai dolorosi. Ho imparato che comunque se non ti puoi muovere il crampo poi (molto poi) passa, salvo lasciare dolorosi ricordi il giorno successivo.  

In conclusione alcune considerazioni: bravi gli organizzatori a portare a casa 90 persone tirandole giù dai monti in condizioni che definire difficili è poco; forse un po’ carente un eventuale collegamento meteo del Soccorso Alpino o chi per esso, nel non capire l’approssimarsi di un simile temporale / tempesta  ( non riesco a uniformarmi alla moda che direbbe “bomba d’acqua“); vero è che due ore dopo  a cose finite e con un cielo limpido che di più non si sarebbe potuto, la gente del luogo diceva che una cosa del genere erano decenni che non capitava, ma non che non era “mai“ capitata. La terza cosa tocca noi concorrenti: nella jeep che ci portava a valle ero l’unico non avvolto nel telo termico, forse per il fatto che nessuno dei colleghi aveva indumenti propri adatti a situazioni di emergenza, non voglio immaginare come sarebbe stata la situazione se le temperature fossero state veramente rigide.
Leggo oggi nei giornali locali della Toscana che un corridore è stato sfiorato da un fulmine con conseguente ricovero in ospedale e che per fortuna le sue condizioni in serata erano buone; dalle descrizioni credo si tratti del ragazzo con il quale abbiamo percorso l’ultimo tratto e che avevo perso di vista nella discesa senza poi ritrovarlo sui mezzi di soccorso, in ogni caso un augurio di pronta ripresa e a ritrovarci sui sentieri.

3 commenti

  • Link al commento Venerdì, 12 Luglio 2019 18:37 inviato da Fabio P.

    Salve , sono uno dei concorrenti presenti con lei nel fuoristrada della Misericordia , non riesco a comprendere cosa intende con " forse non avevano indumenti propri per situazioni di emergenza " , tutti noi avevamo il materiale obbligatorio che comprendeva anche il guscio Impermeabile , ma in quel momento l'unico indumento asciutto era proprio il telo termico . Non so dove lei si trovava nel momento in cui ha iniziato a grandinare , so dove stavo io e altri concorrenti , ovvero in cima al Tambura , e il chilometro in cresta , che separa la cima dal bivacco Aronte lo abbiamo fatto di corsa tra grandine e fulmini che ci cadevano intorno , guidati da un operatore del Soccorso Alpino , che giustamente , vista la posizione in cui stavamo , ci ha consigliato di non perder tempo ad indossare il goretex , ma di correre più velocemente possibile . Al riparo , anche su consiglio degli operatori del Soccorso Alpino , abbiamo utilizzato il telo termico , in quanto quella è una delle sue funzioni , mantenere il calore corporeo . Con questo non voglio far nessuna polemica con quanto scritto , ma solo precisare , in quanto dalla terza nota del suo racconto qualche lettore , potrebbe pensare che gli altri concorrenti son stati degli sprovveduti a non portare indumenti idonei e il materiale obbligatorio presente nel regolamento.

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  • Link al commento Martedì, 09 Luglio 2019 18:22 inviato da massimo muratori

    Attenzione ,la mia non voleva essere una critica nei confronti del Soccorso Alpino, al quale sono sinceramente grato per la sicurezza che mi ha garantito in questa e in oltre altre 100 gare che ho corso in questi anni, semplicemente una " considerazione " appunto che gli organi preposti a valutare la fattibilità di una gara e l'agibilità o meno di un sentiero non hanno avuto gli elementi per decidere la sospensione.
    Non so se gli organizzatori hanno chiesto lumi al S.A. , al 118, al colonnello Bernacca ( i più giovani chiedano ai genitori ) o direttamente a Giove Pluvio, so però che quando vado per mare ( ho anche questo vizio ) e ho dubbi sul meteo mi rivolgo alle Capitanerie di Porto che sono in grado di dare informazioni precise specie se riferite alle ore immediatamente successive. Nella mia innocente ignoranza supponevo che anche chi cura la sicurezza in montagna avesse accesso a informazioni precise.
    Ribadisco comunque una mia radicata convinzione che chi fa gare sa di dover mettere in conto qualche rischio quindi lungi da me l'intenzione di muovere lamentele nei confronti di volontari che ci permettono di praticare il nostro sport.

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  • Link al commento Martedì, 09 Luglio 2019 13:19 inviato da Massim

    Il soccorso alpino non c'entra niente ne con il meteo ne tanto meno con la possibilità di interrompere la manifestazione.
    L'unica figura autorizzata ad interrompere la gara è la direzione di gara essendo anche la responsabile dell'evento.

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