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Mar 20, 2018 2326volte

Vittorio Veneto: l’invitta armata dei supermaratoneti…

Ideale per correre! Ideale per correre! Fabio Marri

Bisogna ammettere che qui, nel Veneto confinante col Friuli, quanto a maratone hanno spirito d’iniziativa, anche a rischio di pestarsi un po’ i piedi. Un anno fa, di questi giorni, eravamo a Longarone per la partenza di un’altra “edizione unica”, la maratona Longarone-Busche; molti anni prima, già venivamo a Vittorio Veneto per la partenza della maratona di Treviso (che più tardi era stata spostata a Conegliano, cioè dieci km più a sud). Adesso la maratona di Treviso torna nel capoluogo con un percorso circolare, e quelli di Vittorio Veneto hanno pensato, non dirò come Strafe-Expedition (una settimana prima della data di Treviso!), ma insomma, nello spirito dell’ “a ciascuno il suo”, di costruirsi la loro 42: estrema commemorazione della fine della Grande Guerra, che prende appunto il nome dalla battaglia cominciata da queste parti cent’anni fa e finita, come una volta si studiava a memoria, col bollettino della Vittoria datato 4 novembre.

Va aggiunto che la stessa guerra, e il Piave che mormorava “non passa lo straniero”, erano già entrati in alcune edizioni della citata maratona di Treviso, che scaglionarono la partenza da tre luoghi diversi; e, se andiamo alla preistoria, diciamo pure che in altre località trevigiane (Vedelago, Mareno, Cappella Maggiore con la sua “Trevisando”, Fregona e forse ancora altrove) si sono celebrate maratone, spesso piovose e fangose ma tuttavia meta di appassionati. Insomma, le popolazioni di qua sono abituate a vedere podisti per le loro strade, e le società sportive e gli amministratori locali più lungimiranti sanno come si mettono su le maratone.

Detto fatto, ecco apparire verso l’estate scorsa il preannuncio della maratona, nuova e unica, di Vittorio Veneto (conglomerato ‘artificiale’ del 1866 di due storiche cittadine, Cèneda e Serravalle, intitolato a Vittorio Emanuele II), sulle orme dei soldati che un secolo fa ripartirono dal Piave per arrivare fino al Brennero (dove non volevano nemmeno arrivare: gli bastavano Trento e Trieste …): tariffe decisamente popolari (28 euro scontabili), contorno di una mezza maratona e di una 10 km, insomma, gli ingredienti del successo.

E il sabato 17 pomeriggio, al ritrovo fissato in un palazzetto dello sport funzionale sebbene molto scomodo (3 km dal centro), ci sono quasi tutti gli appassionati di queste gare, cominciando dai “supermaratoneti” che stavolta abbandonano gare cui pure erano affezionati, per non perdersi questa, ora o mai più. Non può mancare il propugnatore della “gara unica”, Hartmann Stampfer, uno che proprio alla battaglia di Vittorio Veneto deve la sua cittadinanza attuale, italiana e non tirolese: va aggiunto che Hartmann per essere presente è guarito in tempo da un inconveniente non secondario, ma dalle parti dello Schlern non ci si blocca per così poco… l’intendenza seguirà.

Allo stesso modo, “Ol Sindic” Simonazzi da Mantova è qui, esternando dubbi sulla sua capacità di finire la corsa, che invece concluderà una buona ora sotto il tempo massimo (generosamente fissato in 7 ore, considerando anche i 500 o passa metri di dislivello da affrontare). Idem per il marò Adriano Boldrin da Bojon: el zenocio el g’à da dir quèo, ma no ghe pensemo, che ala fin g’arivemo, e gnanca ùltemo.

E ghe xe anca el sior Vitorio Bosco da Manzano, allenatore della Debora Serracchiani (le rare volte che la presidentessa della regione Friuli passa dal Friuli), che dice di non correre più maratone: ma qui combatte e passa l’esame anche lui, come tutti o quasi (smetto di citare i volti noti perché andrei avanti parecchio). Quanto alle signore, ecco immancabili “Carlotta” Gavazzeni dalla bergamasca, primadonna dell’annata quanto a numeri (e che riesce finalmente a consegnarmi un cuore biscottato commemorante una certa cifra tonda), e Angela Gargano dalla Puglia, la prima e forse unica che raggiunse le cento maratone in un anno: con calma, ma ci ritroveremo tutti alla fine delle rispettive battaglie.

Dopo il ritiro pettorali ci si sparpaglia negli alberghi per un raggio di una decina di km (non è che la ricettività nel doppio centro cittadino sia molto elevata); qualcuno trova il tempo per una passeggiata turistica (più appagante a Serravalle, la zona nord dove passeremo al secondo e al penultimo km, che nella semideserta Cèneda, che domani attraverseremo solo in partenza).

I meteo-astrologi hanno previsto pioggia e neve, e infatti tutta la notte fra sabato e domenica diluvia; la domenica mattina le cime dintorno sono imbiancate, però è smesso di piovere: e resteremo all’asciutto per tutta la giornata, con una temperatura tra i 7 e i 10 gradi che consentirà a molti di osare pantaloncini e canottiera.

Alle 9,05 parte la maratona, preceduta di pochi minuti dalle carrozzelle dei disabili; alle 9,45 la maratonina, su un percorso del tutto diverso; alle 10 la non competitiva, su un altro giro ancora. Qui non si punta al risparmio, al percorso solo suddiviso in 4 o 5 tipi di gara a disputarsi strade e ristori!

Strade perfettamente chiuse al traffico: un primo anello di 6 km ci fa scorrere la scenografia dei due centri storici, poi ci si immette verso ovest per una serie di pittoreschi paesotti appollaiati sulle pendici (sopra le quali, immaginiamo, erano puntati i cannoni austriaci); e ogni volta il tracciato ci fa arrampicare per quel centinaio o quasi di metri verticali, onde farci gustare l’urbanistica e l’accoglienza di Revine (120 metri più alta di Vittorio Veneto) , Cison e frazioni varie di Valmarino alias Valmareno, fino a Follina dove la strada fa un ricciolo, con brevi tratti sterrati, tra il 19 e il 26 (ristoro unico che vale doppio). Fin qui ci siamo quasi divertiti, e il fischio dell’unico rilevamento chip intorno alla mezza maratona ci suona ancora allegro.

Passato il fiume, siamo a quota 210, ma ci aspetta la “salita degli eroi”, 1500 metri di tornanti al 10%, che invogliano o costringono a camminare facendo due chiacchiere coi pacer delle 4.30 e delle 5.00 (decisamente in anticipo, ma Anna, già “angelo custode” allo Stelvio e al Primiero, preferisce tenersi un po’ di margine). Intorno al 28, nella zona di Tarzo e infinite frazioncine (Zuel de qua e Zuel de là, per esempio) siamo sul crinale, che immagino fosse il fronte italiano (infatti c’è un cannone puntato contro l’austriaco oppressore, morte a Franz viva Oberdan); ma sono in agguato quasi cinque km di salite e discesine illusorie: al km 31 tocchiamo quota 375, pare si scenda ma al 33 siamo di nuovo a quota 335. Finalmente si va giù, ma raggiunti i laghi di Revine (dal lato opposto rispetto a dove li avevamo costeggiati nell’andata) ci aspetta uno strappetto per riportarci sulla strada provinciale del primo tratto, a 240 metri d’altezza.

Ottime le segnalazioni, sia con frecce sia ‘umane’, anche per noi ormai sparpagliati; fornitissimi i ristori (ma le bottiglie di vino sono già vuote …), e c’è ancora qualche residente che dopo l’una rimane in strada a dirci che è quasi finita. Riecco Serravalle, i portici caratteristici e il suo ciottolato, suggestivo sebbene martirizzante per le piante dei piedi; poi il rettilineo d’arrivo, il ristoro finale dove spuntano formaggi e grosse fette di salame. Pesante la medaglia commemorativa, e ci si interroga su chi sia il personaggio ritratto a destra, di fronte al “re Viturìn”: qualcuno lo trova somigliante al Duce…

Il Gps segna circa 300 metri in più della distanza canonica, ma pare che l’ultima strategia dei fabbricanti di Gps sia di abbondare nelle misure così da illuderci che i nostri 7’ a km siano in realtà 6:55. Due sedi per le docce (dal tiepido in giù), grosso modo a un km dall’arrivo e da raggiungere a piedi; poi c’è da tornare al lontano palazzetto dell’Expo dove si usufruisce del pasta party. Alla lettera, solo pasta al pomodoro, più due confezioni di grissinetti, una bottiglietta d’acqua, una mela da mangiare a morsi perché il coltello non è fornito: decisamente esagerato il prezzo di 5 euro per gli “ospiti”.

Nel primo pomeriggio appaiono le classifiche sul sito Tds (vigila su tutto Sandrone Della Vecchia), mentre il sito della maratona non viene più aggiornato, anche adesso a 48 ore dall’evento. La vittoria formale è arrisa a Fabio Bernardi, un M 45 di Conegliano ufficialmente alla sua ultima maratona agonistica, che giunge sul traguardo appaiato al cembrano M 35 Matteo Vecchietti, insieme a cui ha sempre corso, in 2.41:40. Non si tratta di tempi scarsi, data la durezza del percorso; terzo è il supertrailer Ivan Geronazzo, poco sotto le 2.51.

Più modeste le prestazioni femminili: vince la trevigiana Elisabetta Mazzocco in 3.12, quasi cinque minuti meglio della vittoriese (ma tesserata Brugnera) Marta Santamaria, e otto minuti davanti alla friulana, di Cordenons, Manuela D’Andrea. Giorgio Calcaterra, pettorale numero 1, onora il suo ruolo di pacer delle 3.30 (3.28:54, come il chiacchierato Roberto Toniatti); da meno di due minuti è arrivato Daniele Cesconetto, che un anno fa a Conegliano corse a ripetizione sul tapis roulant per beneficenza, mentre qui si è cimentato, allo stesso scopo e per cinque giorni consecutivi dal 14 a oggi, sul nostro percorso stradale: duemila gli euro raccolti.

Tra le 4.30 e le 5.20 arriva il grosso dei supermaratoneti, come cento anni fa arrivò il Duca d'Aosta: avanza rapidamente alla testa della sua invitta III armata, anelante di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, che mai aveva perdute.

Saremo in 919 classificati, stavolta senza nessun generoso sgarro al tempo massimo ufficiale; più altri 999 alla mezza, già alla quinta edizione. Se c’era Garibaldi facevano i Mille, ma in compenso c’erano nomi più ‘commerciali’, habitués delle gare monetizzabili: con 1.06:44 vince il keniota Gideon Kurgat (Atletica Virtus) col nuovo record della corsa, strappato ad Abdoullah Bamoussa oggi secondo con 1.07:56; terzo con 1.08:27 il modenese Alessandro Giacobazzi già vincitore alla maratona di Torino. Nomi arabi per il quarto e il quinto; mentre è la etiope Gedamnesh Yayeh a vincere tra le donne in 1.16, anche lei col nuovo record della gara. Sette minuti dietro, Giovanna Ricotta; a dieci minuti Maurizia Cunico del Casone Noceto.

Infine, 650 sono i partecipanti alla non competitiva che si beccano una stupenda bottiglia di vino locale (che a noi maratoneti è stata negata: il vino fa male…).

Vedremo l’anno prossimo, finalmente esente da motivazioni belliche, cosa si inventeranno in queste terre. Suggerirei qualcosa di ispirato al prosecco, ma vero, non solo annunciato come a Conegliano un anno fa, e fatto appena sfiorare ai maratoneti di oggi…

 

https://www.youtube.com/watch?v=jGZA8sO5Nlk

Informazioni aggiuntive

Fotografo/i: Daniela Gianaroli

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