Direttore: Fabio Marri

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Fabio Marri

Fabio Marri

Probabilmente uno dei podisti più anziani d'Italia, avendo partecipato alle prime corse su strada nel 1972 (a ventun anni). Dal 1990 ha scoperto le maratone, ultimandone circa 280; dal 1999 le ultramaratone e i trail; dal 2006 gli Ultratrail. Pur col massimo rispetto per (quasi) tutte le maratone e ultra del Bel Paese, e pur tenendo conto dell'inclinazione italica per New York (dove è stato cinque volte), continua a pensare che il meglio delle maratone al mondo stia tra Svizzera (Davos e Interlaken; Biel/Bienne quanto alle 100 km) e Germania (Berlino, Amburgo). Nella vita pubblica insegna italiano all'università, nella vita privata ha moglie, due figli e tre nipoti (cifra che potrebbe ancora crescere). Ha scritto una decina di libri (generalmente noiosi) e qualche centinaio di saggi scientifici; tesserato per l'Ordine giornalisti dal 1980. Nel 1999 fondò Podisti.net con due amici podisti (presto divenuti tre); dopo un decennio da 'migrante' è tornato a vedere come i suoi tre amici, rimasti imperterriti sulla tolda, hanno saputo ingrandire una creatura che è più loro, quanto a meriti, che sua. 

Nei tempi normali, le domeniche pomeriggio e sera per la nostra redazione (e sicuramente per tutte le redazioni sportive) erano ore spasmodiche: si trattava di inserire cronache, classifiche, fotografie, e c’era da scegliere, tra gli eventi del giorno, quelli più meritevoli di apparire in evidenza. Si faceva regolarmente l’una.
Oggi, ultimo giorno di febbraio 2021, quando la primavera è ormai nell’aria, e si comincia a correre in maniche corte e senza calzemaglie o ‘ciclistini’, è tanto se abbiamo da parlare di un record nella mezza maratona e di un altro in una lontana 42 giapponese: che si dividono l’evidenza con la lista delle corse annullate, gli auspicii per gare di giugno od oltre, e i riflessi di gare disputate una settimana fa.

C’è un amico che si occupa di calendari podistici e tutti i giorni mi messaggia con “ormai rinuncia alle corse, mettiti il cuore in pace – annullata questa – morta quest’altra – tutto in zona rossa - pandemia”. Crepi l’astrologo, però la situazione di oggi è così, e i titoli di prima pagina dei giornali si colorano di tinte da far invidia alle parrucchiere di Lilly Gruber e di Giovanna Botteri: “Avanza l’arancione scuro”, “La Romagna si tinge di scuro”. E serve poco fare dell’ironia sulla simbologia semaforica complicata dalle indecisioni e dalle ipocrisie dei governanti e amministratori: così è, se vi pare.
Poco vale se il professor Francesco Landi, primario di riabilitazione geriatrica al Gemelli di Roma, e particolarmente impegnato nel reparto dei contagiati da Covid, asserisce: “Non sono negazionista, conosco bene il Covid” (nb: l’accusa di “negazionismo” è l’arma più comoda per rifiutare il confronto con idee meno semplicistiche e grossolane del “chiudere tutto”; come se la scienza e le conoscenze non andassero avanti solo “negando” i pregiudizi vigenti), “ma dico che la pratica sportiva è essenziale per la salute e si può svolgerla senza rischi. Piscine e palestre sono un luogo di cura: la gente deve poter andare a ‘curarsi’”.

Qualche segnale di ripensamenti sta tuttavia nascendo tra chi dirige l’Unione Europea: dopo i grossolani errori di calcolo, da principio sui modi per arginare la pandemia, poi sui mezzi per combatterla (leggi vaccini, avallati a volte troppo presto a volte troppo tardi, e prenotati o pretesi con faciloneria come se bastasse un Dpcm per fabbricarli), si fa strada non solo tra pochi Stati, ma ai vertici comunitari, l’idea del ‘passaporto sanitario’, o come lo si chiama adesso,  “certificato digitale” (la parola “digitale” è magica, tutti le si inginocchiano davanti) “per aprire corsie preferenziali nei viaggi”, non solo ai vaccinati ma anche, ovviamente, a chi è guarito dalla malattia, e pure a chi abbia test negativo.
La cosa dovrebbe aprire spiragli di sicurezza e fattibilità anche per lo sport amatoriale, non solo quello disputato in stile-kermesse per pochi privilegiati cui far conseguire minimi olimpici o aggiornare gli albi d’oro, ma lo sport di tutti noi: quei “noi” la cui voglia di correre manda esauriti i numeri chiusi delle poche gare rimaste in programma (la mezza di San Benedetto, abolita 36 ore prima dello svolgimento, aveva chiuso le iscrizioni da una settimana: l’ultramaratona del Chianti, prevista fra tre settimane, ha già raggiunto la cifra massima di iscritti ed ha una lista d’attesa come i voli per la Sardegna a Ferragosto).

Un altro segnale più concreto ci viene da “fuori Italia”: “Poveri voi italiani, al ritmo d’Europa”, virgoletta un titolo del “Corriere della Sera” di questa stessa domenica 28, che nella prima riga del titolo chiarisce: “San Marino, tutti pazzi per lo Sputnik”. Mentre da noi si inauguravano le primule e i capannoni ad alto valore architettonico, ma i frigoriferi degli ospedali restavano semivuoti, nella vicina Repubblica (che, non dimentichiamo, fu la prima ad organizzare una maratona, disputatasi senza conseguenze sanitarie giusto cinque mesi fa) “ristoranti e caffè sono ancora aperti” (continuiamo a leggere il Corrierone): si conta di immunizzare in poche settimane 22mila residenti (con esclusione di chi è già guarito e dei giovanissimi) e qualche transfrontaliero lavoratore della sanità. Delle dosi necessarie, 7500 saranno del russo Sputnik, prontamente omologato; le altre saranno di Moderna e Pfizer (a proposito di Pfizer, ricordo i reciproci auguri che durante la maratona di San Marino facevamo con due atlete che allegramente correvano con la maglietta Pfizer).
L’articolo cita una sola volta anche AstraZeneca, ma solo per un paragone con lo Sputnik che (secondo un intervistato) sarebbe “più efficace”, e già impiegato con successo anche all’ombra del Titano. “Perché dovremmo farci problemi? – dicono quasi tutti” (prosegue l’articolo). Tralascio il “sarcasmo nei confronti dei dirimpettai”, cioè di noi italiani, attaccati ai si-dice sul prossimo Dpcm e sugli attuali Rt o indici di positività, e sui plateau dopo i picchi; e il rimando a Israele o Gran Bretagna che, non essendo euro-dipendenti, stanno vaccinando tutti a ritmi per noi impensabili.

In campo politico ci sono almeno due frasi storiche citabili: Vegna Franza vegna Spagna, purché se magna; o più nobilmente, non importa se il gatto è bianco o nero: basta che acchiappi i topi. Scusate se, nella settimana che vorrebbe stordirci di solo Sanremo, ci vengono in mente le parole di una canzone che vinse a Sanremo nel 1987, interpretata da tre cantanti-sportivi come Morandi, Tozzi e Ruggeri che allo sport si ispirarono:

Se la tua corsa finisse qui - Forse sarebbe meglio così - Ma se afferri un'idea - Che ti apre una via - E la tieni con te o ne segui la scia - Risalendo vedrai quanti cadono giù - E per loro tu puoi fare di più.

In questa barca persa nel blu - Noi siamo solo dei marinai - Tutti sommersi, non solo tu - Nelle bufere dei nostri guai…

Si può dare di più perché è dentro di noi - Si può osare di più senza essere eroi - Come fare non so, non lo sai neanche tu - Ma di certo si può dare di più.

Trascrivo da un calendario (non ufficiale, ma largamente informativo per i soci del Club Supermarathon) che circolava a gennaio, relativamente alle maratone e ultra di questo febbraio (per la parte residua) e dell’imminente marzo:

21/02/2021 White Marble Marathon (Carrara) FIDAL

21/02/2021 Verdi Marathon (Salsomaggiore Terme) FIDAL

28/02/2021 Maratona della Pace sul Lamone – Bagnacavallo (RA) ENRICO VEDILEI

03.03.2021 Policoro (MT) 6 Days Ultra Marathon Festival ‐ Winter 1000 km su  – IUTA

07/03/2021 Strasimeno Marathon (Castiglione del Lago) FIDAL

14/03/2021 Maratona della Sabbia San Benedetto D.T. (AP) – CLUB SUPERMARATHON ITALIA

20/03/2021  Ultrabericus (Vicenza) – km 65

21/03/2021 Maratona "Antonello da Messina" FIDAL

21/03 Limone (BS)-Malcesine (Vr) 14° Lake Garda Marathon 42.195KM

21/03/2021 Supermarathon Fano  CLUB SUPERMARATHON ITALIA

27.03.2021 BIULTRA 24H Biella ‐ 24 ore su  – IUTA

28/03/2021 Treviso Marathon FIDAL

28/03/2021 Rimini Marathon FIDAL

28/03/2021 Mytho Marathon (Cividale) FIDAL

 

Confronto ora col calendario ufficiale presente sul sito della Fidal  oggi 15 febbraio, limitatamente a maratone e mezze maratone omologate dalla Federazione (dunque non può esserci la Maratona della Pace che ha altra omologazione, e che - da notizia ufficiale del 17 febbraio, è stata annullata). Come si vede, la parola più frequente è “annullata”, e come si vedrà alla fine, non è tutto…

 

21/02    B             Annullata - XXIV^ Verdi Marathon (km 42,195/21,097)   Salsomaggiore Terme (PR)

21/02    B             Annullata - VIII^ Mezza Maratona del Giudicato di Oristano km 21,097   Oristano (OR)

21/02    B             Annullata - V^ White Marble Marathon km 42,195/21,097                            Carrara (MS)

21/02    B             XIV^ Mezza Maratona di Trecate km 21,097                         Trecate (NO)

28/02    B             Annullata - XIX^ Maratonina Città di Treviglio km 21,097                               Treviglio (BG)

28/02    G            Annullata - VIII^ Napoli City Half Marathon km 21,097                    Napoli (NA)

07/03    B             Rinviata a D.D.D. - XIV^ City Maratonina di Lecco km 21,097                        Lecco (LC)

07/03    B             Annullata - I^ Mare&Sale Half Marathon km 21,097                         Margherita Di Savoia (BT)

07/03    B             XIV^ Strasimeno Half Marathon km 21,097/42,195                           Castiglione Del Lago (PG)

07/03    B             Rinviata a D.D.D. - XIV^ Trofeo dalle Gravine al Mare km 21,097 Marina Di Ginosa (TA)

07/03    B             XXII^ Maratonina Comune di Brugnera – Alto Livenza km 21,097 Brugnera (PN)

14/03    B             Annullata - XLVI^ Stracivitanova km 21,097                          Civitanova Marche (MC)

14/03    B             XXI^ Agropoli Paestum Half Marathon km 21,097                              Agropoli (SA)

14/03    B             Annullata - VI^ Rovigo Half Marathon km 21,097                               Rovigo (RO)

21/03    B             VII^ Mezza del Marchesato e dei Frutti in Fiore km 21,097                            Saluzzo (CN)

21/03    B             VII^ Maratonina della Vittoria km 21,097                              Vittorio Veneto (TV)

21/03    B             XV^ Under Armour Mezza Maratona Lago di Caldaro  km 21,097 Caldaro (BZ)

21/03    B             Annullata - VII^ StrAVicenza 21km - Half Marathon km 21,097                    Vicenza (VI)

21/03    B             Annullata - II^ La 21 di Reggio Emilia km 21,097                 Reggio Nell'emilia (RE)

21/03    B             XII^ Maratona "Antonello da Messina" km 42,195/21,097                             Messina (ME)

21/03    B             Annullata - XXXIII^ Maratonina Citta' di Pistoia km 21,097                             Pistoia (PT)

28/03    B             Annullata - VII^ Rimini Marathon km 42,195                        Rimini (RN)

28/03    B             X^ Mezza Maratona Città di Enna km 21,097                       Enna (EN)

28/03    B             XVII^ Treviso Marathon km 42,195                          Treviso (TV)

Per lo stesso 28 marzo, non c'è (e non pareva ci fosse mai stata sul sito Fidal) la maratona di Cividale alias Unesco Cities Marathon alias MITHO Marathon: il sito ufficiale continuava a calendariarla per quel giorno, ma una nota aggiungeva: "in tutta sincerità, crediamo che la situazione di fatto ci porterà a non poterla realizzare"; sono annunciate "nuove comunicazioni a breve". E infatti, nel pomeriggio del 18 febbraio giunge la notizia che la corsa è spostata a domenica 31 ottobre, "scelta in accordo con i dirigenti nazionali di FIDAL" (dice il comunicato). Strano "accordo" che va a ficcare la gara nello stesso giorno della maratona di Bologna (dove fino a poco fa stava anche Paestum, poi spostata al 7 novembre: .:Podisti.Net:. - Paestum Marahon): 31 ottobre  che a suo tempo fu sbandierato come autorizzato o "accordato" dalla Fidal. Tra Bologna e Cividale sono 283 km: tanto basta per stabilire che si possono correre entrambe? E allora, andiamo pur tutti a finire in quel "Cul-de-sac", chissà che alla fine, come Roman Polanski nel 1966, qualcuno non vinca l'orso d'oro!
Complimentiamoci allora con Padova, che ha deciso di spostarsi al 26 settembre: deve solo sfidare la concorrenza di Berlino e Madrid!

Ho messo in corsivo tre gare (Trasimeno, Vittorio Veneto, Treviso) che il calendario Fidal continua a indicare ma noi sappiamo essere già annullate nella data indicata.
Il16 febbraio arriva la notizia che per la Strasimeno si propone la data dell' 11 aprile, ma in attesa di approvazione le iscrizioni sono sospese.
Lo stesso 11 aprile è prevista la Maratona Maga Circe, con arrivo a Sabaudia e distanze di 42,195 e 10 km (annullate le altre).
Invece esterniamo i dubbi per la maratona e mezza di Messina del 21 marzo, il cui sito http://www.messinamarathon.com/ presenta in home la dicitura “Messina Marathon 2020. Rinviata”, e nulla dice sull’edizione 2021. Saggiamente, il calendario del nostro sito non ne tiene conto: http://podisti.net/index.php/calendario.html


Per non perderci troppe cose, dallo stesso nostro calendario aggiungo anche queste gare che non appaiono cancellate.

21/02  Sanremo Ultra Trail           Sanremo Forte di Santa Tecla     3000      60 km

28/02 Nizza Monferrato (At) 4° MonferRun 21.097KM

28/02 Porto d'Ascoli - San Benedetto del Tronto (Ap) 17° Maratonina dei Magi 21.097 km

20/03 Radda in Chianti (Si) 4° Chianti Ultra Trail 73 /43 km

 

Dopo di che (questi sono fatti, o per essere più precisi, dati, che ricaviamo dalle fonti più attendibili a nostra disposizione, inclusi i siti degli organizzatori quando siano aggiornati) continuiamo a fare gli scongiuri, o se preferite gli auguri:

  • anzitutto, che gli organizzatori ancora in lizza tengano duro, contro i benpensanti, i disfattisti, gli squalificati, le vedovone che ostentano lutto perenne, i manettari che ci vorrebbero tutti agli arresti domiciliari o a espiare le colpe del mondo
  • poi, che i vaccini “buoni” siano somministrati al più presto anche alle fasce di età più cospicue nei ranghi dei corridori: curiosamente, sul “Corriere della sera” di ieri 14 febbraio, p. 31, un medico “specialista in pediatria e neonatologia” esprime “dissenso ad eseguire vaccinazione con vaccino (omissis) non indicato per i medici e che come da modulo distribuito ha una copertura del 59,5% rispetto al 95% indicato dalla modulistica Pfizer”: disfattista da segnalare agli organi di disciplina, lui e gli organi di stampa che osano pubblicare le sue aberrazioni con titolo “Quel vaccino che non copre abbastanza noi medici”??)
  • Infine (ripeto), continuiamo ad auspicare l’introduzione del passaporto vaccinale, come già propongono alcune regioni italiane, nonché stati europei, ad esempio la Grecia (in Inghilterra sono anche più avanti): la proposta è in discussione presso la UE (dopo il parere favorevole della presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen e del presidente del Consiglio europeo Charles Michel).

Ovviamente anche chi ha ‘passato’ il Covid dovrebbe essere trattato come un vaccinato, fatti salvi gli eventuali accertamenti sul suo stato di salute polmonare come raccomandato dagli organi superiori di sanità.

D’accordo che solo il tempo dirà quanto durerà l’immunità dagli attuali vaccini o da post-Covid, e se ci sarà trasmissibilità del Sars-cov-2 da chi è vaccinato a chi non lo è: ma almeno, si suppone che chi è già vaccinato non possa ‘ricevere’ (o meglio, sviluppare) un eventuale virus trasmessogli dagli altri.

Il passaporto non significa ghettizzare chi non è vaccinato, alla stessa maniera che la vaccinazione contro (poniamo) colera o febbre gialla ti dà il pass per entrare in certi stati, e se non ce l’hai stai a casa senza lamentarti del ‘ghetto’; e una decina di altre vaccinazioni (anti-poliomielitica, anti-difterica, anti-tetanica, anti-epatite B, anti-pertosse ecc.) sono necessarie ai nostri bambini per essere ammessi a scuola, a tenore della Legge 31 luglio 2017, n. 119.

Diciamo che, al momento, non dovrebbe esserci nessun ostacolo a frequentare luoghi pubblici (gare incluse) da parte di chi è immune; gli altri, nell’attesa, dovrebbero continuare a rispettare tutte le regole previste oggi, quelle condensate dai tedeschi nella sigla AHA, in traduzione “distanza, disinfezione delle mani, mascherina”, e che nel gergo dei giornali sportivi delle ultime settimane si riassume nella parola passepartout “bolla”. Leggiamo che tra i rappresentanti della Lega calcio e il governo sono in atto trattative per riammettere gli spettatori negli stadi a partire "dalla primavera", cominciando coi 1000 spettatori che già erano stati ammessi in autunno, ma con la prospettiva di arrivare fino al 30% delle capienze, e priorità per i vaccinati.

L’ultimo augurio, a completamento dell’auspicio fatto una settimana fa su queste pagine

http://podisti.net/index.php/commenti/item/6896-chiediamo-al-podista-draghi-di-nominare-un-ministro-dello-sport-competente.html

è che, dopo la cancellazione del ministero dello sport (per asserita incompetenza del precedente titolare, o più prosaicamente per una irrisolta alchimia cencelliana), adesso arrivi “un sottosegretario amico” (dello sport, s’intende). Nel frattempo (titolo del “Fatto quotidiano”, 14 febbraio) Al Coni festeggiano per la ritrovata centralità: “Giovanni Malagò torna a essere il vero punto di riferimento di tutto il settore”. Più problematica la “Repubblica” del 13 febbraio, che dopo le dichiarazioni di fiducia di alcuni esponenti di federazioni minori (ma spesso prodighe di medaglie olimpiche) registra l’urgenza di sapere a chi riferirsi, dato che (come ha detto il presidente della FederCanoa) “le Federazioni stanno vivendo un momento difficile: fra Coni, Sport e Salute e Dipartimento dello Sport, noi non sappiamo più a chi rivolgerci. Mi auguro che ci sia un intervento deciso e chiaro ascoltando anche il Coni per capire chi fare e che cosa”.
Come gli sciatori che ieri avevano raggiunto le località montane nell’attesa di poter tornare in pista oggi, e invece sono stati raggiunti dall’ennesima delibera instant con l’ordine di tornare indietro, anche a noi podisti (sebbene consci che il podismo non è la cosa principale dell’Italia d’oggi: però non è nemmeno l’ultima) piacerebbe sapere se possiamo programmare una gara, e magari una trasferta in famiglia, con qualche settimana di anticipo, oppure puntare solo sugli organizzatori e gli alberghi che non vogliono anticipi.

 
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Mercoledì, 10 Febbraio 2021 00:28

Altri annullamenti: we shall overcome (?)

9 febbraio – Non passa giorno senza che una “lunga” programmata non salti. Tra quelle più prossime nel tempo, la settimana scorsa è stato il momento per la Lake Garda Marathon di alzare, tardivamente, bandiera bianca (annullamento peraltro già previsto dai bene informati). Ieri i telegiornali ci hanno informato della “zona rossa” proclamata (non senza polemiche) nella provincia di Perugia; e oggi appare questo comunicato sul sito della Strasimeno di Castiglione del Lago:

Visto l'aggravarsi della situazione locale e l'impossibilità di fare programmi certi, l'organizzazione della Strasimeno sospende al momento le iscrizioni per la gara prevista il 7 Marzo e quasi sicuramente si vedrà costretta a posticipare la data di svolgimento che sarà quasi sicuramente ad Aprile. Nei prossimi giorni comunicheremo nuova programmazione.

E se per il 21 febbraio restano confermate, al momento, la mezza di Trecate e l’ultratrail di Sanremo (da tempo annullate le maratone di Carrara e Salso-Busseto); e per il 14 marzo la coraggiosa Maratona sulla sabbia di San Benedetto del Tronto; per il 20 marzo l’ultratrail di Radda in Chianti e per il 21 la maratona e supermaratona del Club Supermarathon a Fano (auguri a tutte, e chi vivrà ci vedrà)... Invece è annullata la  Rimini Marathon del 28 marzo, la Maratona del Lamone di Russi (5 aprile) è spostata per ora al 2 maggio, quando non si svolgerà invece (la notizia è ufficiosa, non confermata dal sito dell’evento, peraltro fermo da mesi, ma purtroppo ufficializzata da un post su Fb del 10 febbraio, che riproduco) la Collemarathon Barchi-Fano.

Con grande dispiacere comunichiamo che anche l'edizione 2021 della Collemar-athon è ufficialmente annullata. Lo stesso discorso, purtroppo, vale anche per la Half Collemar-athon. A meno di 3 mesi da quella che dovrebbe essere la data ufficiale della manifestazione, le condizioni della pandemia ancora in corso, non ci permettono di avere garanzie sulla possibilità di svolgimento del nostro evento.
Siamo molto dispiaciuti, perchè per il secondo anno consecutivo, non potremmo avervi festosi e sorridenti ai nastri di partenza, ma purtroppo la situazione non lo consente.

Coloro che avevo già l'iscrizione, in quanto posticipata dalla scorsa edizione, potranno decidere se posticiparla di nuovo oppure avere il rimborso. Vi aggiorneremo a breve, su questa pagina, sui termini e sulle modalità per comunicare la vostra scelta.

In attesa che i vaccini veri (non quelli taroccati con protezione al 10% e vietati agli over 55, che stanno cercando di farci ingugnare perché li hanno già comprati) producano l’immunità sul gregge italico, e nella speranza (con la minuscola) che i decisori della sanità nel nuovo governo sappiano distinguere tra una via del Corso affollata di sfaccendati e una via dei Fori Imperiali o qualsiasi altro stradone su cui troneggi l’arco gonfiabile con scritto “Traguardo”, prendiamo nota, al momento manovrando purtroppo più spesso il tasto Canc del tasto Ins.
We shall overcome (?) Tradotto: ne verremo fuori?

 
Lunedì, 01 Febbraio 2021 19:25

Ronda Ghibellina, sei bella e unica

1. Da buon suddito di San Geminiano, da più di quarant’anni consacro l’ultimo giorno di gennaio (che a Modena è festa comunque) alla “Corrida”. Ricordo di averne saltate due: una per andare alla maratona di Marrakesh e l’altra per la prima edizione della Ronda Ghibellina nel 2011 (ho fatto la Corrida persino l’anno scorso, 5 giorni dopo essere uscito dall’ospedale per un’operazione a un piede!). Ma quest’anno, come cantava Julio Iglesias, agli organizzatori “è mancatto il coradjo”; o forse sono tanti i bastoni tra le ruote messi dai benpensanti e dai ministri-bambini che non si fanno la barba, da indurre anche la gloriosa Fratellanza Modena a gettare la spugna con un cosiddetto “rinvio” che sa di annullamento, e la corsa virtuale utile solo per i selfie.
E allora si torna a Castiglion Fiorentino, dove gli organizzatori e gli amministratori sanno quello che fanno, adempiono tutti gli adempimenti, ci riempiono della modulistica necessaria a schivare o almeno attutire gli effetti dei controlli, e oltre tutto – vista la voglia di sport che legittimamente ci pervade – riescono a produrre il tutto esaurito negli alberghi della zona. Malgrado la durezza dei tracciati e la previsione di maltempo (che di questa stagione è quasi un must), sono almeno mille gli iscritti, e se ci aggiungiamo gli accompagnatori e familiari, due conti li potrebbero fare anche gli inventori dei ristori che non arrivano (al loro posto per ora danno… gli spugnaggi).
Doverosa la sosta ad Arezzo, una delle più belle città d’Italia (quella piazza Grande, dove si svolge la giostra del Saracino,  vale la piazza del Campo di Siena; aggiungi delle chiese favolose e tutte aperte; e dentro i tesori di Cimabue, di Piero della Francesca, i bassorilievi romanici, perfino il cadavere con spadone del vescovo morto nella battaglia di Campaldino dove combatté persino Dante). In più Arezzo è situata su una collina, come tantissime cittadine tosco-umbre (e compresa la stessa Castiglion Fiorentino che a sua volta è un gioiello), offrendo l’agio di visioni panoramiche; c’è la casa di Petrarca e la casa di Guido d’Arezzo inventore della musica moderna. Insomma, ce n’è per tutti i gusti, e c’è perfino il casello autostradale voluto dalla buonanima di Amintore Fanfani: che, certo, deviò l’autostrada in direzione della sua città piuttosto che farla passare da Siena o Perugia; ma almeno, quella autostrada, la costruì, segnando un passo decisivo verso la ricchezza degli italiani, eppure continuando a vivere una vita quasi monastica, in una comunità religiosa dove erano stati Dossetti, La Pira, Lazzati; mentre agli italiani costruì le “case Fanfani”, che stanno in pedi benissimo anche dopo 70 anni. Se penso ai politici d’oggi mi viene da piangere: specie se vedo la ressa incontrollata in piazza San Francesco di Arezzo (foto 10-11), dove centinaia di ragazzotti si accalcano a sbevazzare e baccagliare, spesso senza mascherine e cheek-to-cheek; ma i vigili e poliziotti saranno impegnati altrove a controllare che non si faccia podismo.


2. Ad Arezzo si mangia pure da Dio: i pici, la salsiccia e cipolla, i cantucci nel vin santo non saranno il cibo ideale del pre-maratona, sed primum vivere deinde philosophari. Anche la cena serale nel nostro albergo a 5 km dal ritrovo-gara (pieno di soli podisti) prevede un antipasto fisso di salumi vari, e poi penne al tartufo, patate fritte e per chi vuole, i dolciumi: proteine, carboidrati e gioia del palato, a parziale compenso del mancato tradizionale pasta-party offerto dall’organizzazione. Questa, sentendosi in colpa, ci ha ridotto le quote di iscrizione rispetto a quanto indicato in origine!
Maltempo con pioggia prevista al 75% per le ore di partenza (scaglionate a seconda delle distanze); la 15 km parte e si conclude il sabato sera, all’asciutto, con 130 partecipanti di cui 12 gareggeranno anche nella 25 di domenica, per la classifica combinata. Eppure alle 8, quando iniziano le partenze della gara clou dei 45 km (siamo più di 300, ci mandano via a gruppi di una decina, scaglionati ogni 20 secondi, e tutti con mascherina, dopo misurazione della temperatura), smette di piovere. Ci scambiamo esperienze e battute allegre tra vicini di griglia: mi trovo in mezzo a un gruppone di mantovani (Mantova, Moglia, Viadana, addirittura una Laila che ha quasi il mio cognome ed è nata a 12 km da dove sono nato io), che apprezzano Fabio Rossi e ringraziano Podisti.net per il servizio che sta rendendo in questi mesi.
La pioggia ricomincerà dopo un’ora, poi smetterà, addirittura con la comparsa di un pallido sole sotto il quale ci saranno i primi arrivi; poi tornerà più forte per noi scarsi che ci attardiamo oltre le 7 ore. È già un progresso rispetto a quell’esordio del 2011 quando corremmo sulla neve, e ci abbuonarono la salita alla vetta più alta (750 metri), in un percorso che i gps di allora stabilirono di 40 km. Quell’evento ormai lontano ci illude: io progetto di stare tra l’una e le due ore sopra le 6.58 di allora, ma dal km 4 in avanti la natura, sotto forma di pantano e di salite ripide non meno che scivolose, chiederà il conto a tutti.


3. Allora lo spauracchio diventa il cancello delle 7 ore al km 33: già dopo il secondo dei cinque ristori (al km 17) cominciamo a chiederci, Laila e io che ci troviamo spesso insieme, se non dovremmo recuperare qualcosa per stare nei tempi (però di fronte a certi monumenti nel bosco, come una badia in rovina sulla cima di una salita maledetta, è obbligatorio fare una foto).
Mi rassereno un po’ al terzo ristoro (km 23, foto 15) abbracciando l’artista Adele Rasicci da Copparo, i cui occhi da Liz Taylor avevano illuminato tanti giri del campionato di Andora: se una come lei, che in fondo arriva sempre, se la prende comoda, significa che ha garanzie. Lo scampato pericolo si materializza però solo al fatidico cancello di Petreto (bellissimo villaggio in una vallata) dove lo scanner, manovrato da un compuntissimo bambino, sentenzia che passo in 6.59:29, dunque ben 31… secondi prima dello scadere. (Non so ancora che i tempi-limite sono stati prorogati). Dunque mi fermo un po’ più del solito al ristoro subito dopo: fornito, come tutti i precedenti, di tè caldo, acqua, sali, cola, gel energetici, crostate e formaggio parmigiano, che proprio non posso rifiutare sebbene poi mi darà sete e voglia di birra.
Ancor più sereno mi sento poco fuori del paese, quando a un guado e successiva risalita della sponda raggiungo una signora dall’accento inconfondibile: è la siora Nadaìna in compagnia del suo “angelo custode”. Finalmente possiamo litigare in santa pace (come Natalina ha raccontato nel suo pezzo già online) http://podisti.net/index.php/in-evidenza/item/6880-ronda-45-km-primissime-impressioni.html, peccato che delle tante facezie intercorse possa raccontare solo questa, della prospettiva sua di sbarcare alla stazione di Padova solo dopo il coprifuoco, e dunque di essere multata: “ma io non pago, perché il DL che ha imposto le sanzioni non è stato convertito, dunque è scaduto, e i DPCM sono incostituzionali e valgono come la carta straccia”. (Questa la riporto in quanto la faccio mia; le altre sulle multe pendenti e gli alimenti da pagare e le ispezioni della Finanza ecc., purtroppo devo tenerle per me).

Natalina ha ragione anche quando dico: “bè, da qui al traguardo non ci saranno quasi più salite”. Mi guarda compassionevole… infatti il mio Gps, che ha appena smesso di funzionare, segna “solo” 1400 metri saliti, ce ne mancano altri 1100! E anche sui km percorsi, la mancanza di supporto tecnologico ci induce a calcoli arbitrari: dopo un giro un po’ vizioso causa bandelle nel greto dell’ennesimo torrente, due segnalatori mi dicono che mancheranno 5 km. “Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto”, quando dopo un paio di km un vigile del fuoco, cui rivolgo la domanda rituale, risponderà: “calcola di essere adesso al km 40”. E infine, al quinto ristoro e controllo (dove, sebbene la ristoratrice stia dentro e noi fuori dell’edificio, siamo comunque obbligati a indossare la mascherina), l’addetto mi dice: “QUI siamo al 40, e hai ancora 200 m verticali di salita”, facendomi constatare che insomma, a tenore di chip, ho percorso gli ultimi 7 km in 1h58!

Questo almeno è un dato ufficiale, e mentre imbrunisce ci ributtiamo nella smalta e nel pacciugo (riconoscendoli solo dallo s-ciaf delle scarpe o dal brivido dell’acqua nei piedi), almeno con la sicurezza di quanto ci manchi. Nella sospirata discesa, quasi al buio, ci illuminano i passaggi degli eroi della 70 km (90 arrivati su 110 partiti), dotati obbligatoriamente di frontalino. Per fortuna, in un momento di solitudine (interrotta solo dai trilli del cellulare) vedo le bandelle che ci inoltrano per un prato a sinistra (sennò arrivavo … in centro di Castiglione): manca un paio di km, là in fondo ci sono le luci, e alla fine si arriva.

4. La grande concittadina Ermanna Boilini (foto 6), reduce da infiniti ultra-super-trail sulle Alpi, è arrivata da un’ora coi compagni di squadra Marco Centonze e Manuela Dallavalle, e per fortuna il suo Graziano ci lascia le foto ‘itineranti’ che ora abbelliscono il nostro magazine (https://foto.podisti.net/p739775417; Graziano è a cena nella foto 40); ancor prima è arrivato Maurito Malavasi, figlio d’arte (ma il padre Paolino non osa mettersi in gioco, adesso che potrebbe precedermi nella classifica di categoria). Ma da tre ore è in classifica Tommaso De Mottoni, patron della Bora di Trieste, insomma non un “armiamoci e partite”. Dopo la consegna del ristoro e di un artistico boccale a tema, riprendo la borsa e raggiungo le docce (novità rispetto al ‘trattamento’ dell’era-Covid), in un ampio tendone dove il distanziamento è assicurato; e anche le docce sono in tre settori diversi, dove non andiamo mai in più d’uno per volta (a dirla tutta, non c’è nemmeno una grande spinta a mettersi sotto un getto freddo: foto 23). Nel frattempo giungono le ultime compagne di questa faticosa ed emozionante avventura: Alessio “angelo custode” e Natalina sono già arrivati, ma il cronometro spietato li separa a seconda degli orari di partenza, mettendomi davanti Alessio, e Natalina dietro; è infine la volta di Adele a 9 minuti e di Laila a 13, mentre quelli del trail estremo continueranno fino alle 19, e qualcuno alla fine desisterà. La riconoscenza per questi ‘toscanacci’ del clan Ronda Ghibellina è tuttavia unanime.

https://www.podisti.net/index.php/in-evidenza/item/6874-castiglion-fiorentino-ar-ronda-ghibellina-ronda-assassina-plus.html


5. Non resta che rimettersi in viaggio, tenendo di scorta i papiri delle autorizzazioni e delle autocertificazioni. Internet fa circolare la notizia che il nuovo presidente Fidal è Stefano Mei, l’unico che nel suo programma aveva mostrato rispetto per i podisti: e dopo anni o decenni di generali o colonnelli, è ora che qualcosa cambi.
Ripassiamo da Arezzo e il pensiero torna al “fanfaniano” Ettore Bernabei, creatore di una tv che agli italiani ha insegnato a leggere e a ragionare, facendo cultura con Bongiorno e Tortora, col maestro Manzi e le commedie del venerdì, con gli sceneggiati televisivi di Sandro Bolchi e i Caroselli di Enrico Viarisio (“ullallà, è una cuccagna!”), Tognazzi e Vianello.
Arrivato a casa, accendo la tv: Fazio sta facendo la sua ennesima, diciamo così, promozione, stavolta in favore di Panariello: peccato che il lockdown impedisca la presenza dei cosiddetti “figuranti”, che ad ogni raschio in gola o risolino col singhiozzino di Fazio facevano partire l’applauso o la risata. Non c’è più niente da ridere. Da 21 anni giace al cimitero Flaminio nonno Amintore, autore dell’art. 1 della Costituzione, ispiratore di John Kennedy, attuatore della nazionalizzazione dell'energia elettrica e, tramite l’Eni del suo Enrico Mattei, di una relativa indipendenza energetica dell’Italia; padre dell'obbligo scolastico fino ai 14 anni, della scuola media unica (con i libri di testo gratuiti per chi non poteva permetterseli), colui che aumentò le pensioni del 30%, fece costruire trecentomila alloggi in un’Italia a pezzi per la guerra e, ripeto, eresse la Rai a “servizio pubblico”.
Pensate a chi c’è oggi, in Rai e in politica, e Arezzo vi sembrerà ancor più una grande madre rimpianta della nostra patria vilipesa.

 
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Il nome di Ignazio Antonacci (da Polignano a Mare, 1973) è apparso varie volte su questa testata, sia per la presenza dei suoi pacemakers RunningZen in corse pugliesi (http://podisti.net/index.php/cronache/item/3863-taranto-10-taranto-nel-cuore.html ), sia per sue brillanti prestazioni in maratone internazionali come Valencia e la prediletta New York, con qualche maratona under 3h (http://podisti.net/index.php/notizie/item/5157-i-migliori-italiani-in-gara-a-new-york-domenica.html ), sia infine per la sua “dottrina” di allenamento (cfr. http://podisti.net/index.php/tecnica-e-materiali/item/78-piu-forti-e-veloci-per-la-tua-maratona.html ).

È ora il momento di vedere il suo insegnamento raccolto in un corposo volume di 373 pagine (stampate dalla Kimerik di Patti, Messina: per 20 euro), il cui titolo Corri verso il benessere è arricchito in copertina dall’ottimistico hashtag #puoisevuoi – Raggiungere quaLsiasi obiettivo di salute e di performance, e scandito nel suo corso da un gran numero di citazioni più o meno famose, exergo, presentazioni: tra i più citati, ci imbattiamo nel nome di Sergio Bambarén (che nel nostro piccolo mondo non avevamo mai sentito nominare, e ricorrendo ai motori di ricerca scopriamo essere un sessantenne scrittore ed ecologista peruviano, gran produttore di frasi celebri e luoghi comuni finiti su internet: https://www.frasicelebri.it/frasi-di/sergio-bambaren/). Per scoprire che “la sfida della vita consiste nel superare i nostri limiti” (come apprendiamo a p. 273) non c’è però bisogno di andare fino in Perù: basta guardare nostro figlio o nipote che prima va faticosamente a gattoni, poi si tira su, poi corre, poi impara a pedalare e a nuotare e infine (o purtroppo) prende la patente. E l’abbiamo già letto a p. 1, con parole poco diverse e la firma di Valentina Vezzali; e lo rileggeremo a p. 290 sotto la forma anglo-latina di NoHumanisLimited, che scritto “no Human is limited” beneficia di tre milioni e mezzo di googlate e fa pure il titolo della recente autobiografia di Eliud Kipchoge.

Analogamente, è vero che il “qui e ora” e “la verità è nella via di mezzo” sono legate alla filosofia Zen (pp. 27-28), ma l’hic et nunc o il  modus in rebus erano già il prodotto della vecchia filosofia greco-romana. E avrà ragione pure il Qohelet (per non dimenticare una terza civiltà da cui la nostra dipende): “C'è forse qualcosa di cui si possa dire: «Guarda, questa è una novità»? Proprio questa è già stata nei secoli che ci hanno preceduto”. Allora, se tutto è già stato detto, ben vengano autori come Antonacci che ce lo ripetono ponendo l’accento sulle cose più sagge e intonando il raca per le peggiori.

Questo di Antonacci sembra il suo primo libro a stampa, che mette insieme le sue certificate competenze di preparatore atletico (“coach”, come si precisa fin dalla copertina) e insegnante di scienze motorie, e le sue profonde convinzioni “Zen” che portano lui e i suoi allievi ad un approccio globale, mentale prima che fisico (a p. 21 si usa anche ‘olistico’) non soltanto alla corsa, soprattutto alla maratona, e prima di ogni altra alla maratona “major”; ma a tutto quello che le sta attorno, la precede e segue: in una parola, una filosofia di vita (immancabile fin da pag. 6 la frase che “la maratona è metafora delle vita”, su cui Google offre 494mila risultati). Da profano, forse accosterei questa metodologia all’allenamento mentale professato da una parallela scuola di mental coach e di “Programmazione Neuro Linguistica”, cui appartengono per esempio il Robert Dilts e il Ted Garratt citati un po’ imprecisamente a pp. 274-5, poi 372.

Insomma: questo libro offre molto più che le rituali tabelle (presenti con moderazione alle pp. 125-131, 146-7, e più sistematicamente nell’Appendice a 359-368) per correre da zero a 10/21/42 km: queste sono piuttosto evocate che dettagliate nei capp. da 5 a 8, e subordinate al principio esposto già nella prefazione, “la forza della mente riesce a portare il corpo ovunque desideri”. Naturalmente, l’affermazione va presa cum grano salis, per non indurci alla tentazione di saltare dalla finestra credendoci Peter Pan: la meravigliosa macchina del corpo umano, le cui risorse sono certamente più estese di quelle che la civiltà artificiosa di oggi ci induce a sfruttare, ha tuttavia dei limiti fisici, che nessuna mente per quanto ‘caricata’ potrà superare (a p. 75 viene qualche richiamo alla cautela, al non “spingersi troppo in là rispetto ai propri limiti”).

È sicuro che manuali come questo di Antonacci aiutano a riscoprire cose che forse già sapevamo eppure non mettiamo in pratica, e allora è bene che qualcuno ce le ribadisca, anche col supporto dei suoi allievi che qui sono chiamati a testimoniare, con entusiasmo e devozione, i loro successi sotto “quella losca figura” di un “noto spacciatore di sane abitudini e benessere psicofisico” (p. 265); allo stesso modo che Antonacci racconta del suo apprendistato in Kenia, sugli altopiani rossi dove i futuri campioni si preparano a piedi nudi ma con una forza e un entusiasmo che nel flaccido Occidente del welfare garantito stiamo smarrendo (infatti la pratica del barefoot è sconsigliata a pp. 61-3, rispetto all’uso di scarpe più o meno “secche”).

Piaccia o no, a tutti noi corridori capita di procurarci “lesioni e traumi”, descritti a pp. 76-70, coi rimedi più immediati (compresi stretching e ghiaccio, che secondo altre ‘filosofie’ sarebbero invece negativi: a “teorie discordanti” si accenna a p. 101); basilare la raccomandazione di un “approccio Zen”, che viene declinato più in esteso nel cap. 5, “Le attività complementari alla corsa”, dove si fa una rassegna – credo completa – di tutti i “metodi” disponibili, e gli eventuali attrezzi per praticarli. La cautela maggiore sembra investire la “pliometria”, alias caduta dall’alto, che può essere “dannosa” e richiedere fasi di recupero (86-9); e allora, l’amatore che non voglia andare alle olimpiadi può accontentarsi di allenarsi a sensazione, secondo la “scala di Borg” di p. 131.

Preparazione fisica e psicologica sono affiancate nei capitoli chiave 7 e 8, che intendono portare i principianti fino alla maratona, con qualche parola difficile e qualche sigla di troppo (a p. 157 compare l’ATP, evidentemente ritenuto tanto noto da non necessitare di spiegazione, come la “deplezione” di 181-2). Novità (almeno per noi) introdotte nei metodi di Antonacci sono il SuperOp (200-202), versione tecnologica del “buon giorno si vede dal mattino”, e il CoachPeaking (“completamente in italiano” malgrado il titolo, e la spiegazione “we make training simple”, che magari un anglofono nativo direbbe “we keep” eccetera: 209-10; come direbbe “negative split” piuttosto che “Splite Negative” di p. 135 o “Negative Splite” di 183). Ci sfugge poi che bisogno ci sia di dire tante cose in inglese, e sottolineare con un insistente corsivo parole come runner, pullman, performance ecc., che sono su tutti i vocabolari italiani; e tanto che ci siamo, sottolineare anche post come se fosse una roba da Facebook e invece è una parola latina, poi italiana (postindustriale, postcomunista ecc.).

Ma forse, l’anglismo è indotto dalla finalità che appare dal cap. 9, “Strategie per la maratona”: consigli senza dubbio utili in generale, ma che da p. 225 si rivolgono in maniera specifica a chi frequenta le majors e in particolare New York (i pullman per la zona di partenza, la lunga attesa prima del via a onde, il telo termico, il ritorno veloce in albergo per la doccia). Con tutto il rispetto per New York (peraltro, la meno ‘naturale’ e la meno-Zen di tutte le maratone al mondo), crediamo che sarebbe meglio avviare chi corre la sua prima 42 a qualcosa di più tranquillo e casalingo, in patria, così da non aggiungere, all’ansia della “prima volta”, anche i problemi di un lungo viaggio, del fuso, della lingua, della cucina ecc. Invece Antonacci insiste con le major, soprattutto New York (da lui corsa cinque volte, più la volta che non si disputò causa meteo), cui dedica venti pagine dell’ultimo capitolo, che al termine si trasforma in un aperto invito a raggiungere la Grande Mela.

Torniamo alla parte più meritoriamente formativa del libro: la “valutazione funzionale” (i test, non tutti semplici da attuare in autonomia) del cap. 10; il triathlon del cap. 11 (il “Progetto Neofiti IronMan 70.3” è stata un’altra iniziativa di Antonacci); l’ “allenamento mentale” del cap. 12, allo scopo di “sviluppare il flow, o esperienza ottimale (citato come trance agonistica nel linguaggio sportivo)”, dove tornano i capisaldi della visione dell’autore. Più lungo, oltre 40 pagine, e a nostro avviso meritevole, è il cap. 13 sull’ “Alimentazione naturale per la corsa”: sebbene l’esergo di Gandhi “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”, e il motto finale di Terzani c’entrino – è il caso di dirlo – come i cavoli a merenda.

Si insiste (p. 291, e di nuovo 306, e con parole cambiate a 315) che il cibo è “il farmaco più potente”, capace di preservare il nostro benessere (ma anche di farci ammalare se scelto e consumato a sproposito) in virtù dell’ “azione dinamica specifica” di ogni alimento; Antonacci propende per il controllo dell’indice glicemico e la dieta a zona di Barry Sears (detto biologo a p. 294, ripresentato come biochimico a 306), arrivando poi, dalla p. 315 in poi, sulla base della sua personale esperienza (dichiarata a p. 318), all’elogio della mensa vegetariana se non addirittura vegana, ed al “crudismo” ovvero l’alimentazione “viva senza cottura”.

Siamo sicuramente d’accordo che il non cibarsi di carne sia una scelta etica, che se avessimo buon cuore tutti dovremmo praticare; qualche dubbio ci viene però se pensiamo che è la natura ad obbligare la stirpe umana a cibarsi di proteine, e quelle vegetali non bastano, tanto da rendere necessario il ricorso a integratori (è una crudeltà, ma purtroppo imposta dalla citata madre natura, che gli animali carnivori siano obbligati a uccidere le loro prede e cibarsene, e che i miei gatti, per compensarmi del cibo che do loro, ogni tanto mi portino in casa dei topi appena uccisi).

Ma non angosciamoci troppo, tornando piuttosto (da p. 319) a un argomento caro ad Antonacci, quello di “alimentazione ed emozioni”, secondo cui tutti i cinque sensi – non solo il gusto – devono essere coinvolti attorno a una “tavola festosa” alias “pasto emozionale”, dove gli stessi colori dei cibi infondono buonumore. E quanto agli integratori, vanno elogiati i suggerimenti di 330-1 a farsi da sé in casa gli “estratti” di frutta e verdura; prima di arrivare alla Finishline all’insegna del “buona corsa e buona felicità”, come al solito supportata da citazioni delle auctoritates più gettonate.

Peccato che molte citazioni siano riportate inesattamente (“un giorno potresti guardanti indietro”, p. 212; “non dovrebbe disturbare chi che la sta facendo”, 251), in linea con una resa (diciamo così) tipografica ben poco soddisfacente: scelte aberranti tra indicativo e congiuntivo (“l’importante è che non avviene un’attivazione”, 102; “sembra che il fattore decisivo è l’economia”, 108; “nonostante la produzione di acido lattico continua a salire”, 122; “gli yogi credono che la pratica attiva e bilanci”, 98; e viceversa “considerate che i percorsi ove i keniani si allenino sono strade sterrate”, 141); concordanze azzardate (“un ospedale pediatrico ove abbiamo visitato a Natale 2019”, 44, “un periodo di tempo che può oscilla” 101, “corri per divertiti” 355), le virgole disseminate nello stile del seminatore evangelico (un po’ sulla terra, un po’ tra i rovi, un po’ sui sassi), accenti e apostrofi aberranti (“ha fatto si di vivere”, 42; “come sì suol dire”, 96, “un ottima soglia” 136, “un ottima gestione” 238, “c’è l’ho fatta” 266). È un peccato, ripeto, perché queste continue sciatterie formali guastano un libro nato da intenti “sani”, da competenze pratiche, da successi sportivi che non ci sogniamo proprio di sminuire, e che nell’oralità non meno che nella pratica trovano il mezzo comunicativo migliore. Siamo sicuri che alla prossima edizione andrà meglio.

Rodolfo Malberti (Rudy)

 

La sera di Capodanno è giunto, nella casella postale di tanti, l’annuncio del dottor Rodolfo Malberti, brianzolo, specialista di Ortopedia, traumatologia e Medicina riabilitativa presso il suo studio di Desio: dopo trent’anni lascia la carica di Medico sociale presso l'ASD Atletica Desio, ricoperta appunto dal 1990. A questa, dal 2011 si erano aggiunti analoghi incarichi presso la Ginnastica San Giorgio '79 Desio (di ginnastica ritmica nazionale), e il Gruppo Marciatori Desio; senza contare la lunga militanza, dal 1984 anno della laurea, presso società calcistiche quali Lecco, Seregno e un pochino anche di Inter.
Per non dire del suo apporto come responsabile sanitario a molte gare internazionali, come la presenza fissa alla 100 km di Seregno anche quando fu campionato mondiale, dal 2013 in poi.
Nel suo messaggio, “Rudy” ringrazia per il “sostegno non solo finanziario, soprattutto sostegno  umano, mostrato in diversi momenti di questi 5 anni, che hanno visto centinaia di volte i nostri atleti salire sui podi di tutto il mondo. Avrò sempre il mio mega staff, Brianza Sport & Salute, compagno di viaggio. Staff che dico ‘mio’ per affetto, per amicizia, per collaborazione e professionalità, non per gerarchia professionale”. 
A fianco (e nel sito http://www.rodolfomalberti.com/rmj2/) scorrono centinaia di risultati d’eccellenza nell’ultimo quadriennio olimpico: cominciando coi successi in Italia e all’estero di Nasef (primo alla maratona di  Pisa, alle mezze di Ravenna e Boario nel 2016) e Mokraji (secondo alle maratone del Mugello e di Tangeri, terzo alla mezza di Trecate), poi ancora di Nasef nel 2017 (1° alla maratona di Plovdiv, alla mezza di Seregno e Scorzè, alla Monza-Resegone), con varie doppiette (insieme a  Tyar alla maratona di Varna); alla vittoria a pari merito nella mezza di Chiavari per Bamaarouf e Mokraji, tripletta alla Meratenight 10 km (Nasef, Tyar e Bamaarouf);  Bamaarouf 1° alla Brixen Dolomiten Marathon; Mokraji  1° alla  Marcialonga running…
E saltiamo al disgraziato 2020 che doveva essere olimpico, con l’emergere nel cross di ragazzi come Molteni, Polizzi, Secchiero: Molteni che fa sue varie corse in montagna e Secchiero che lo emula nel triathlon (dove già fu riserva all’Olimpiade di Rio), mentre la cadetta Polzonetti primeggia in diverse gare nazionali sugli ostacoli e nel salto in lungo.

E chi l’ha detto che Malberti smonta di sella? Lui, non solo continua a seguire atleti “suoi” personali (Yassine Rachik,  Andreatta-Abbiati nel beach-volley, Maxim Prodan pugile ucraino, Laura Pellicoro,  Mattia Moretti, Fatna Maraoui nazionali di atletica leggera) e pensa in grande, a quel “profumo di Sol Levante” che può significare Olimpiade. La quale a sua volta non è vista solo come una kermesse, ma “un mezzo importante per esaltare l'impegno di tutti nella promozione della dignità di chi soffre”; una “promozione d'amore”, che si aggiunge alla lotta al razzismo e al bullismo, che Malberti aveva eretto a simbolo nelle canotte dei suoi atleti partecipanti ai Campionati Italiani di Maratona di Ravenna del 2018.
E, non da ultimo, alla continuazione del sostegno a varie Onlus ed organizzazioni: Bindun, Associazione Senegalesi Legnano e dintorni (presieduta dall’atleta ed amico Mamadou Cissé), Ass. Sportiva Forze Armate del Senegal (Dakar), Zenzero Onlus, AVIS Desio, CRI Desio.

Il pensiero finale (che solo in questo caso diventa un addio) Malberti lo rivolge ad Attilio Pozzi, il fotografo non solo sportivo di tutta la regione, caduto sul lavoro a 65 anni, nel dicembre 2019; ma se l’Uomo, purtroppo, non tornerà più, un altro collega, Roberto Mandelli, per lungo tempo resterà ancora al fianco di tutti gli sportivi lombardi.

Premesso che alle prossime elezioni delle supreme cariche in Fidal, fissate per il 31 gennaio, noi podisti (ovvero, le nostre società) conteremo come il due di coppe, mentre servirebbe almeno un due di denari o un due di bastoni: perché, fuori di metafora (come da anni scrive Sebastiano Scuderi) vota solo chi fa attività su pista e conta in base ai risultati della pista… ecco, appunto dopo questo preambolo, diciamo che a noi stradisti o trailer l’esito delle elezioni lascia piuttosto indifferenti, perché il nostro “Partito” (bè, diciamo, “movimento”) non sarà rappresentato nel nuovo Parlamento o Governo.
La sola speranza è che fra gli eletti (e soprattutto, l’Eletto), ammesso che non gli resti solo da “spazzare i locali” (marchio di Walter Brambilla su Trekkenfild n. 89) siccome tutto il resto è già deciso, qualcuno dal di fuori, un po’ per sentito dire, si prenda carico anche degli stradisti: che, come ha calcolato Scuderi, rappresentano il 58,5% del totale dei tesserati Fidal, sostengono con le tessere e le tasse federali tutto l’apparato, ma – appunto - hanno percentuali risibili al voto.

http://podisti.net/index.php/commenti/item/6814-dopo-il-disastro-affidiamoci-a-l-anno-che-verra.html

Allora, che speranze ci danno gli eleggibili? Ho dato un’occhiata comparativa ai programmi ufficiali dei tre  candidati, e alle loro ultime comunicazioni; e qui espongo le personali impressioni, che in nessun modo coinvolgono il resto della redazione e la linea editoriale di Podisti.net. Sono solo le idee di chi sul petto si appunta due medaglie: 1) quella di campione Fidal 2020 over 65 per le 6 ore di corsa 2) la squalifica di due mesi per aver vivacemente criticato nel 2019 una sentenza di tribunale federale; il che, da giornalista con 41 anni di tessera, mi fa entrare nella schiera cui appartengono Giovannino Guareschi (reo di aver criticato De Gasperi ed  Einaudi), e Can Dundar, caporedattore del principale giornale  turco di opposizione appena condannato a 27 anni, ma anche Giulio Regeni e Patrick Zaky (naturalmente, la mia ‘pena’ fa il solletico rispetto a quelle subite dai citati; ma siamo sempre nel giro dell’articolo 21 della Costituzione).
Dunque (ancora per citare Guareschi nella sua premessa al Don Camillo del 1948) siete “padronissimi di rompermi un candelotto in testa”, alla testa mia, non alla testata che mi sopporta da 6+5 anni, perché si tratta della “voce della mia coscienza. Roba mia personale, affari interni miei”.

Credo ci si possa sbrigare in breve col programma di Roberto Fabbricini, nelle cui 20 pagine le parole podismo, running, strada non compaiono MAI. C’è la parola master, col riconoscimento che questi rappresentano “circa metà dei tesserati. Un ambito fatto di adulti che svolge la propria attività in larga parte in autonomia, spesso senza una guida tecnica”. Per loro si promette “valorizzazione tecnica”, “creazione della figura dell’Istruttore Master”, un “dipartimento dedicato all’attività Master” e un calendario che eviti “il mero ricalco dell’attività assoluta”. Il tutto ispirandosi “alla cultura dell’etica, con vincoli di collegialità, sostenibilità e compatibilità di bilancio”: in mancanza di altre considerazioni, desumiamo che gli stradisti continueranno a sovvenzionare la maggior parte del bilancio federale, e dovranno dividersi i nuovi istruttori federali coi master che fanno il salto con l’asta o i 400 ostacoli.

(Ma vedi sotto per l'aggiornamento alla mezzanotte del 25 gennaio)

Qualcosa di più, incredibilmente, appare dal programma del candidato ‘continuista’, e tuttora il favorito (seppure non favoritissimo), il generale Vincenzo Parrinello, che dedica un paragrafo del suo programma al “Mondo strada”: attualizzata la problematica alla luce della pandemia, che sulla base del “distanziamento sociale” (termine erroneo, che comunque vuol dire i due metri di distanza obbligatori), impone “una rivisitazione dell’attuale sistema-strada”. Occorrono “regole semplici che accrescano la loro partecipazione e orgoglio di appartenenza alla Fidal. Guardare al sistema di chi corre o cammina, anche con finalità diverse: per la salute, per il benessere, per sfuggire allo stress quotidiano, per stare insieme, per migliorare la loro qualità di vita, come un sistema inclusivo”.
Belle parole, e nel concreto? Anche qui “creare un dipartimento specifico che si occupi di questo mondo e che sappia rispondere alle loro esigenze in modo chiaro e semplificato”: sulla base (e qui cominciano un po’ a fischiare le orecchie) della “Run Card, che ha dato alcune risposte alle esigenze del mondo della strada”: risposte – aggiungo - soprattutto alle casse federali, molto meno alle società storiche degli stradisti. E attenzione alla parte finale, su trail e ultramaratone: vogliamo “riportare alla Federazione e alle sue realtà territoriali tutto ciò che è organizzazione dell’attività atletica in forma agonistica, in presenza di classifiche individuali, facendo finalmente chiarezza sul ruolo fondante e primario della Federazione nella pratica delle discipline dell’atletica leggera agonistica. E di quelle “no stadia” in particolare, comprese le varie forme particolari di pratica come le “Ultra-Distanze”, il “Nordic e Fit Walking”, e altre”.
Questo vuol dire che tutte le corse con classifica (alias competitive) potrebbero essere svolte solo dentro la Fidal. Dunque, via gli EPS, via le convenzioni? Generale, “vogliamo i colonnelli” anche nella cronoscalata delle Tre Croci e alla Tre Monti di Imola?

A questo punto, rimane il terzo candidato, Stefano Mei ovvero l’Associazione “Orgoglio Del Riscatto”. Se ci dobbiamo fondare solo sulle parole scritte (scusate: webinar e forum non ne ascolto), è indubbio che Mei, sia pur non avendo nella sua carriera risultati al di fuori della pista e del cross, ha dedicato a noi podisti uno spazio oltremodo significativo. Cominciando addirittura dal 24 luglio, quando ci si illudeva che il podismo potesse davvero cominciare (ma chi scrive, per praticarlo sul serio, andò in Svizzera), e Mei tributò un doveroso omaggio alle gare svoltesi, tra difficoltà crescenti, nei primi due mesi dell’anno, “da Terni a Napoli, da Santa Margherita Ligure a San Felice al Circeo, da Verona a Carrara e tantissimi altri, capaci di animare le strade e le città italiane con buona parte dei circa 100.000 atleti tesserati FIDAL che partecipano abitualmente o saltuariamente a questo tipo di competizioni”, lamentando lo stop successivo. Seguivano queste parole sante:
“Quello del running si è dimostrato un sistema oliato, capillare e dall’enorme potenziale, spesso più sfruttato che valorizzato, ma che ha saputo ugualmente trovare le proprie idee ed i propri accorgimenti per riuscire ad essere efficace ed attrattivo, come dimostrano i numeri e le continue innovazioni messe in campo, persino durante il lockdown”.
Più ambivalente il discorso sulla Runcard, “tra condivisione e controllo”, con la promessa di “lavoro di ascolto della base e di analisi di questo strumento”, anche all’interno di “un organo consultivo permanente, rappresentativo dei vari format chilometrici, delle competenze e dei riconoscimenti organizzativi, nonché della compagine dei runners e delle loro società, finalizzato all’interlocuzione costante e continua”.
Dico che l’”interlocuzione” è un po’ poco, ma è meglio dei colonnelli inviati alle corse su strada per irreggimentarle. Si ammette che “il running vive grazie al lavoro di migliaia di realtà organizzative, solide ed autonome”, da aiutare con “possibili azioni di co-marketing e comunicazione condivisa con gli organizzatori”, col “bisogno di tarare meglio le tasse federali” (qui ti voglio: carta canta!).
Notevole anche il desiderio (la promessa?) di “evolvere alcuni regolamenti, lavorando anche sul piano dell’interazione con il legislatore, proseguendo l’iter relativo alla partecipazione degli stranieri e la partecipazione alle competizioni anche in chiave ludico-sportiva-turistica”: tradotto, non vessare gli stranieri che vogliono correre da noi sotto maree di carte più o meno bollate. Infine si parla di ripensare alle attuali classificazioni mediante “label” e di “strumenti di promozione integrata delle manifestazioni sul territorio nazionale ed extra-nazionale”.

Ma chi si ricorda più, come scrivevano Vecchioni e Lo Vecchio mezzo secolo fa, del “bene di luglio”?  (Non lo posso portare - Tutto il bene che ho dato - Te lo devo lasciare - Questa sera che ho pianto). È tempo di votare, e degli ultimi appelli; non faccio dietrologie e dunque non mi chiedo se le dernier cri di Mei, datato venerdì scorso 15 gennaio, sia concepito per colmare lo svantaggio che gli viene attribuito nei confronti del generalissimo. Strumentali o no, queste parole mi hanno colpito e le riprendo qua, non con intenti pubblicitari ma per inchiodare ad esse (non con chiodi ma con le spille per appuntarsi il pettorale!) chi le ha messe per iscritto. Faccio una scelta dei passi più significativi:

Il settore del “non stadia”, ovvero l’insieme di tutte quelle discipline di corsa e di camminata sportiva che si svolgono al di fuori di una pista, è cresciuto in questi anni con numeri esponenziali, ma la Federatletica sembra considerarlo esclusivamente un bancomat cui attingere a piene mani (ricordiamo che ben oltre il 50% dei tesserati e degli eventi a carattere nazionale fa capo proprio a questo settore). Il movimento si sente più un ostaggio che una risorsa attiva della FIDAL, cui invece dovrebbe fare riferimento con orgoglio e senso di appartenenza”.
Occorre dunque lavorare a
“- calendario con sovrapposizioni o accavallamenti di eventi di pari livello, se non eccessive vicinanze di luoghi e date;
- regolamenti da revisionare, a partire dai meccanismi di catalogazione degli eventi che talvolta non inquadrano il valore della manifestazione e spesso non incentivano gli organizzatori ad ambire ad un livello superiore, soprattutto a fronte di servizi carenti o addirittura mancanti, non quindi tali da giustificare l'aumento dell'impegno organizzativo e di spesa a loro richiesti;
- assenza di una sezione semplice, specifica e facilmente accessibile del “running” sulle piattaforme federali, con aree più complete ed immediate sia per gli appassionati che per i neofiti.
Non secondario il tema RunCard, strumento nato con l'intento di avvicinare molti appassionati della corsa al mondo federale, ma che si è tramutata in un altro strumento poco apprezzato dalla base per la sua concorrenzialità e che quindi andrà modificata o sostituita da altri strumenti che possano tutelare meglio atleti, società e organizzatori”.

Mi pare ci sia stata un’evoluzione negli ultimi sei mesi, meno benevola per la Runcard. Sulla linea di quanto già detto è il resto del messaggio, che prospetta “la creazione di un organo di commissione apposito per il running e lo sviluppo di una comunicazione innovativa ed efficace. La neo-commissione dovrebbe fungere da filtro tra la base ed il Consiglio, con il compito di svolgere un attento lavoro di ascolto e sintesi delle varie criticità o delle nuove proposte per portarle alla discussione dell'organo di governo”.
Non siamo ancora alla rappresentanza con diritto di voto, ma almeno potremmo farci “ascoltare”, e avere una “cassa di risonanza di questo movimento e delle tante storie che racchiude, in collaborazione con una parte della famiglia dell'Atletica Italiana che ha investito quasi da sola su se stessa, cercando autonomamente risorse sui territori e nel mondo dell'imprenditoria, innovandosi, evolvendosi tecnologicamente e creando reti, comunità e circuiti che stanno spingendo ulteriormente la crescita esponenziale in atto”.

Il tutto dunque dovrebbe portare ad “una Federatletica al passo con i tempi e davvero attenta a tutti i propri tesserati”.

Così sta scritto: noi non voteremo, e se possibile, dato che il 31 gennaio è domenica, andremo a correre. Poi aspetteremo la rituale “lunga maratona” dei ballottaggi, degli apparentamenti, uhm, delle desistenze, delle astensioni e dei “responsabili-costruttori” in cambio di un sottosegretariato: per sapere alla fine se comanderanno i colonnelli, e i loro tribunali federali, o i centomila che calpestano o calpesterebbero strade e sentieri.

Aggiornamento (ore 23,59 del 25-1-21)

 Il vecchio programma di R. Fabbricini di 20 pagine, cui abbiamo fatto riferimento, è ancora leggibile (ore 23,30 del 25 gennaio) sulla pagina ufficiale del candidato fabbricini_programma.pdf (robertofabbricini.it) ; non sappiamo per quanto ancora, anche perché all’apertura Microsoft lancia il seguente avviso:

Questo sito è stato segnalato come non sicuro / Ospitato da www.robertofabbricini.it / Microsoft consiglia di non continuare con questo sito. È stato segnalato a Microsoft perché contiene minacce di phishing che potrebbero tentare di rubare informazioni personali o finanziarie.

Speriamo bene. Ma alle 18,52 di questo stesso giorno è stata inviata una nuova versione di 22 pagine, nella quale miracolosamente, a p. 14, si materializza la parola “strada”, come oggetto di una delle quattro commissioni da istituire in quanto “più urgenti”. Perché? Perché quello delle corse su strada “è un mondo estremamente eterogeneo che va dal master anziano fino al top runner”, e (aggiunge), investe non solo la Fidal ma “gli enti di promozione fino a Run Card”. Da qui nasce il sovraffollamento dei calendari con “sovrapposizioni di gare”, e l’ “idea” “ di una federazione che raccoglie le istanze per poter essere un supporto tecnico e normativo per i runners”. Meglio che niente, ma siamo molto sul generico, e quel “normativo” fa pensare a regole, obblighi, pretese (come quelle intuibili dal programma di Parrinello); manca ogni accenno ad una distribuzione di risorse nei confronti di un movimento che contribuisce in misura preponderante alle casse federali. A meno che ciò non salti fuori dal successivo paragrafo, aggiunto pure esso, sulla Runcard, “nata per gestire l’annoso problema di quella fetta di runners non tesserati per la federazione”, ma ora divenuta “per certi versi incomprensibile”, anche perché è gestita “dalla società Infront” in base a “un contratto che non è conosciuto all’esterno né per quanto attiene ai contenuti né per le condizioni”. E se non lo conosce un pluridirigente federale come lui… Che si ripromette di “intervenire su tutto quello che confligge con le Società di base tesserate per Fidal” (si intenda, depauperate dei loro iscritti).
Che questa aggiunta a 6 giorni dalle elezioni sia stata “elaborata grazie al contributo e al confronto continuo con le società” (come scrive la nota di accompagnamento), oppure piluccata dai programmi della concorrenza nella speranza di sottrarle qualche “costruttore” (come li chiamano adesso) o - non sia mai! - suggerita dal nostro contributo,:noi ve la riportiamo, con tempestività pari alla nostra equidistanza. Tanto, come già detto, gli “stradisti” praticamente non possono votare.

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Domenica, 17 Gennaio 2021 22:53

Correre per il benessere secondo Blaise Dubois

Cinquecento pagine per un volume sulla corsa sono una quantità sicuramente superiore alla media dei libri in commercio sull’argomento: tutti utili, sebbene il 95% delle pagine di ciascuno sia pressoché uguale agli altri (almeno per quanto riguarda i metodi di allenamento, il lungolento e il cortoveloce, le ripetute e gli allunghi, ilminutodicorsa e ilminutodipasso – l’unica cosa della serie che non mi ha mai convinto, sebbene qui a p. 37 la si proponga per la prima settimana del principiante), e a sua volta uguale alle tabelle su riviste patinate e su siti specialistici. Ragion per cui, il suggerimento è comprarne uno ogni dieci anni, perché ogni decade può darsi che cambi nettamente l’ideologia dell’allenamento, anche in dipendenza dalle prestazioni mirabolanti ottenute da questo o quell’atleta d’élite.

Chi scrive, che non è certamente un modello di prestazioni ma quanto a longevità podistica e quantità di traguardi ha pochi rivali, per i primi vent’anni ha corso a istinto, poi si è confrontato con “Correre è bello” e adesso nel cassetto del comodino, dove stanno il cronometro, i tesserini, i certificati e qualche stralcio da giornali di esercizi ginnici (da fare, come sconsigliato, appena alzato) tiene “la bibbia di Lorenzini”. Altro non serve, se non la voglia di correre, in mesi nei quali i malpensanti dicono o impongono di stare in casa a chattare ed aspettare che gli altri guariscano.

Però questo libro è diverso: La salute nella corsa, di Blaise Dubois e Frédéric Berg (in versione italiana, Mulatero Editore, settembre 2020, € 35),  con gli altri non si mette in concorrenza, ma semmai in opposizione: non l’opposizione che una volta si richiamava al Bartali sopravvissuto a se stesso, e adesso ai noVaxnoTavnoOGMno5G (sì soltanto alla conservazione della poltrona parlamentare fino al 2023); ma una ridiscussione ragionata, elaborata, non ex cathedra perché semmai le “cattedre”, gli esperti chiamati in causa, sono una cinquantina: il che porta talora a ripetere le stesse cose in pagine diverse (ad esempio le pagine 105 e 120 sono quasi uguali), e talaltra ad alcuni dissensi interni, o per essere più esatti, ad alcuni accomodamenti dei principii esposti su singole situazioni, per esempio di infortunio. Cito solo il rifiuto, in linea di massima, delle calzature ipertecnologiche, che allontanano il piede dal terreno, temperato dalla raccomandazione di scarpe ‘rialzate’ o plantari per il recupero da determinati malanni.

La filosofia, non nuovissima - sentita anche in Italia da un ventennio circa - e che Blaise Dubois (uno svizzero trapiantato in Quebec, autore principale del libro) mette in pratica nei suoi centri fisioterapici raccolti sotto l’insegna LaCliniqueDuCoureur , dal 2015 anche in Italia (fisiorun.it, con sedi a Lecco e Mandello del Lario), si riassume nel titolo stesso del libro, o in quello del cap. 13, “Ritorno alla natura”. Quello che cominciarono a predicare Daniel Lieberman e Dennis Bramble in base a studi antropologici sulle popolazioni meno ‘civilizzate’ e più vicine all’utilizzo, istintivo sì ma razionale, delle risorse fisiche che rendono l’uomo - a differenza degli altri animali - “born to run”, soprattutto capace di correre a lungo in competizione con le possibili prede o predatori. Studi che sono stati rafforzati e in parte confermati dalle nuove deduzioni sull’uomo preistorico, la cui struttura fisica (cervello a parte) non è molto cambiata fino ad oggi: uno dei segreti è la conformazione dei nostri piedi, con le dita parallele e articolabili in un certo modo; oppure la grande disponibilità di ghiandole sudoripare, che ci garantiscono sempre il mantenimento della temperatura corporea ideale (da profano, resto perplesso alla notizia che l’uomo corre meglio degli altri mammiferi anche perché ha un collo più robusto e può tenere la testa eretta: penso ai miei cani e gatti che, pur correndo ovviamente a quattro zampe, riescono a tenere collo e testa dritta in una posizione che per noi a quattro zampe riuscirebbe molto faticosa; e che lavorando di testa e collo riescono ad aprire le porte: ma forse avrò frainteso).

Dettagli a parte, la materia del libro è ricca e ben ordinata; forse è anche l’essere stata concepita nella lingua francese, dalla struttura affine all’italiana, aiuta nella terminologia, dove la schiavitù degli anglismi è spesso vinta a favore di espressioni più nostre (ad esempio “Allenamento per intervalli” alias API anziché interval training, “trasferimento incrociato” anziché cross training); rimane però il vezzo delle sigle ammiccanti, come KISS “Keep It Simple Stupid” ovvero “non complicare le cose”, e PEACE & LOVE, cioè “Protezione Elevazione Antinfiammatori-da-evitare Compressione Educazione” ecc.

Si premette che correre regolarmente riduce del 63% il rischio di malattie mortali, del 70% l’osteoporosi, del 70% il morbo di Alzheimer, e si aggiunge più avanti che le morti improvvise del podista sono infinitesimalmente superiori a quelle del non-sportivo (roba da 0,0003 insomma).

Non mancano le canoniche tabelle di allenamento, che alle pp. 34-41 differenziano le distanze dai 5 km alla ultramaratona, con la raccomandazione che il terreno ideale su cui correre è il fondo naturale irregolare, che rinforza tutto il sistema muscolo-scheletrico; ancor meglio se si corre a piedi nudi (ma in questo caso l’asfalto è raccomandabile perché non ti nasconde quanto può capitare sotto i piedi). Cercare di tenere un buon ritmo, fare un certo sforzo in allenamento è vantaggioso anche per perdere peso, ma gli atleti non professionisti faranno bene a non sovraccaricarsi oltre la soglia della fatica, e nell’imminenza della gara a fare tapering (uno dei pochi anglismi rimasti), ovvero “scarico”. Bene è anche sostituire una delle sedute settimanali con una sessione non podistica (ciclismo, nuoto, ma pure salto della corda, lavoro coi pesi ecc.); è invece negativo cambiare di punto in bianco i metodi di allenamento o la loro intensità: si calcola che l’80% degli infortuni abbia questa causa.

Ma copio da p. 91 una massima, che in forma diversa è esposta anche altrove: “un dolore recente e acuto è un chiaro messaggio di protezione che il corpo invia per avvisare di non caricare troppo la struttura sofferente”: a p. 92-3 due profili di corpo umano elencano le 23 patologie più frequenti, distinte non solo per il luogo di manifestazione (anca, gluteo, piede ecc.) ma per il tipo di corridore che ne soffre di più (fondisti, trailer, pistard). Ad esempio i podisti non dovranno preoccuparsi degli stiramenti dei muscoli ischiocrurali (dietro della coscia) o di stress metatarsale, perché toccano solo ai pistaioli; mentre solo i maratoneti e i trailer mettono nel conto le tendiniti dei quadricipiti e rotulee, e solo ai trailer capitano le distorsioni della caviglia (naturalmente ci sono le eccezioni). La cura di questi infortuni sarà illustrata più avanti, nel cap. 9 che indico fin d’ora come uno dei più interessanti e utili (non uso l’aggettivo “imperdibile” perché lo lascio ai marchettari).

Piuttosto rivoluzionari i suggerimenti su come trattare un infortunio, alle pp. 99 e ss.: di fronte alle prassi consolidate della modalità “protezione” (riposo, immobilizzazione, trattamenti passivi, efficaci nell’immediato ma dannosi a lungo termine) Dubois raccomanda l’“adattamento”, cioè movimentare il punto dolente, rinforzare le parti ‘concorrenti’, non portare calzature “massimaliste”.

Il punto dolente (in tutti i sensi) è l’impatto al suolo del corridore; l’ideale è “correre senza far rumore”, piegando il ginocchio e con appoggio non di tallone (che viene invece stimolato dalle scarpe troppo rialzate oggi di moda) e ritmo intorno ai 170 passi al minuto (che a occhio mi sembrano molti per l’amatore medio-basso; ma forse basta ridurre la falcata per ottenerli): anche scarpe più leggere, fino alla… nudità, possono aiutare a raggiungere il passo ideale, che consiste pure nel “sollevare i piedi invece di spingerli” (135). Il cosiddetto “allineamento perfetto” è un mito, sfatato da tanti campioni olimpici e mondiali (Radcliffe, Bekele, Jeptoo, Gebre ecc.): non si deve essere terrorizzati da una testa che oscilla o una pronazione (che in sé non è nemmeno un male).

A proposito: alle scarpe protettive, antipronazione e anti-tutto è dedicato il capitolo forse più velenoso del libro, quasi cinquanta pagine dal titolo “Le scarpe da corsa. Un inganno!”: secondo Dubois, i decantati fondamenti scientifici non hanno basi provate, è tutto marketing che cambia il nostro modo naturale di correre predisponendoci maggiormente agli infortuni. Da vittima di una tendinite della bandelletta che compromise la mia prima New York, e dopo tante bacinelle e ionoforesi ecc. fu risolta solo da scarpe con aria o gel, e soprattutto da due plantari su misura, mi permetto di riferire senza prendere posizione. Certo, le prime volte che passai dalle scarp de tenis (grosso modo appartenenti alla categoria “minimalista” prediletta dal volume) a quelle un po’ più professionali, mi sembrava di camminare su quei tacchi che vedevo portare dai reduci da poliomielite: però, bene o male mi sono preservato fino alla tarda età, puntando peraltro sui plantari più che sulle scarpe (per le quali credo di non aver mai speso più di 60 euro, contro i 200 e passa dei plantari). In ogni caso, per onestà di reporter trascrivo i principii di p. 178:
- l’ammortizzazione e il controllo della pronazione non prevengono gli infortuni
- chi usa scarpe ‘minimaliste’ o va a piedi nudi si infortuna di meno (per farsene un’idea basta vedere il profilo e le foto di Carlos Montero, classe 1991, a pp. 486-7)
- attenzione però ai primi tempi per chi passa alle ‘minimaliste’, perché è più a rischio di infortuni.
Viva la sincerità di Craig Edward Richards, della scuola di Scienze biomediche di Newcastle (AUSL) a p. 181: “quando si scelgono le scarpe, non preoccuparti troppo della filosofia o dei dogmi… Siamo ancora lontani dal capire se le scarpe da corsa ci proteggono o meno dagli infortuni”.
L’antidogmatismo e l’appello al buon senso mi sembrano i punti forti di tutta la trattazione.

Che è ancora lunghissima, e per illustrarla tutta ci vorrebbe un altro libro, non certo un articolo su web, dove tutti abbiamo fretta di arrivare in fondo. Tutta la seconda parte è dedicata agli infortuni, e tratta in maniera sistematica quanto sopra anticipato: no alla “ipermedicalizzazione”, al buttare giù qualunque cosa pur di abolire il dolore e tornare a correre; no anche (sorpresa!) al ghiaccio, no allo stretching prima della corsa (che favorirebbe infortuni muscolari), no agli analgesici, che rallentano o impediscono il lavoro di “rigenerazione” fatto da Madre Natura. E segnalo come vera sezione aurea di tutto il libro, per credenti e per scettici, la serie di schede a pp. 275-331, sugli infortuni principali e la loro cura: ecco la citata sindrome della bandelletta che mi fregò a New York trent’anni fa, appunto “la seconda condizione patologica più comune nei maratoneti”, che si può prevenire con esercizi di rinforzo; e la tendinopatia dei quadricipiti, prerogativa del popolo delle lunghissime: curarla con bende più che ghiaccio, nuotate piuttosto che discese-salite, e rinforzando il muscolo. Infine, l’accidente che colpisce tutti i runner: i guai al tendine d’Achille, per i quali (una tantum a p. 314) è consigliato un aumento dell’ammortizzazione e del drop (cioè il tacco rialzato).

Già ho accennato al “rinforzo”, come ingrediente essenziale per la prevenzione e la cura degli infortuni: ecco alle pp. 389-398 una serie di esercizi, questi sì abbastanza noti e dunque di universale raccomandazione (ma non è detto che un libro debba essere tutto originale e ‘diverso’!). Però fa impressione il promemoria a p. 484 di Eric Breton, classe 77, cui fu diagnosticata una “spondilite anchilosante”, che lo costringeva ad andare a quattro zampe: le cure opportune lo hanno portato, negli anni Dieci, a correre prima le maratone sotto le tre ore, poi gli ultratrail fino al micidiale Tor des Géants, e a sentirsi (questo è importante) “grato per quello che ho dalla vita”.

Infine, non meno essenziali i capitoli su alimentazione e idratazione: per la prima, il “ritorno alla natura” si sintetizza nella ricerca di alimenti il più possibile naturali e non artefatti, e nel seguire l’istinto (mangia quando hai fame: anche la ricca colazione e la cena leggera non sono dogmi, p. 405), equilibrando la dieta tra cereali, proteine (poca carne rossa!), frutta e soprattutto verdura, e sapendo come o quando “caricarsi” di carboidrati. Interessante la proposta di p. 417, di un allenamento a stomaco pieno la sera dopo cena, e un altro la mattina dopo appena alzati.
Per l’idratazione, alle scontate accuse verso le bibite cosiddette isotoniche si aggiunge la critica del cosiddetto “mito della disidratazione” (p. 426), che porta all’eccesso opposto del bere troppo, anche quando non si ha sete, causando a volte danni anche gravissimi come l’insufficienza di sodio. Non più di 800 grammi d’acqua all’ora bastano e avanzano; ma c’è anche chi beve e “sala” molto meno, tuttavia mantiene ottime prestazioni, perché non è dimostrato che il sodio assunto in gara vada in circolo in tempo utile, in modo da prevenire i crampi (p. 438-9). Insomma, ognuno è fatto a modo suo, e l’organismo di ciascuno manda il segnale di bere quando è necessario (431), e se Gebre alla fine delle sue maratone perdeva il 10% del suo peso (quasi tutto in sudore), poi lo ripristinava ed era pronto per vincerne un’altra.

Non mancano raccomandazioni per i bambini e per gli anziani, riassumibili nei facili slogan “non è mai troppo presto né troppo tardi”, e per le donne, con attenzione particolare a chi è incinta o allatta (a proposito, anche i reggiseni pare siano inutili se non dannosi). Insomma, per chiudere con una delle affermazioni finali: “la corsa è per tutti, basta scuse!”.

 
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10 gennaio - Entrai in Trieste la prima volta un pomeriggio degli anni Settanta. Il treno era l’erede dell’Orient Express, con carrozze da Parigi per Thessaloniki - Istanbul dopo soste a Belgrado, Sofia e chissà cosa altro. Nelle ultime centinaia di metri rallentava a passo d’uomo, e dentro ai finestrini cominciavano a piovere borsoni, poi a salire persone che allora si chiamavano iugoslavi, venuti a Trieste a comprare quello che nei paradisi dei lavoratori non si trovava, e volevano garantirsi i posti migliori. Le colline sopra la città erano dominate da una gigantesca scritta che inneggiava al Maresciallo. Un paio di km a sud, a Muggia, l’Italia finiva; ma anche Trieste non eravamo sicuri che fosse proprio italiana, nel senso che era la “Zona A”, provvisoriamente nostra ma chissà. Solo nel ’77 entrò in vigore il trattato di Osimo, e Trieste fu italiana del tutto; ci lasciarono anche la Foiba di Basovizza, dove gli italiani erano stati buttati vivi, legati col filo spinato ai morti ammazzati. Ma Capodistria, Isola, Pirano (da dove era scappata la mia maestra, con suo fratello che coprì la ritirata di famiglia sparando), tutta l’Istria insomma, andarono di là per sempre, come era già accaduto a nord per Caporetto o le grotte di Postumia.

Da queste tristezze cercavo di liberarmi, in quelle prime incursioni, salendo a San Giusto: memore della campana cantata dal 1915, da Caruso, Claudio Villa e Pavarotti, e delle ragazze di Trieste che chiedevano all’Italia di liberarle. E sull’altura di San Giusto una quantità perfino eccessiva di lapidi e monumenti ricorda quel 4 novembre 1918 quando il tricolore fu issato sul castello dall’invitta armata di Emanuele Filiberto duca d’Aosta, e su pietra venne incisa una lapide con la scritta “Mare Nostro”, a bagnare le terre redente (poi, la “vittoria mutilata” fu risarcita dai Legionari del Poeta Soldato, e la Carta del Carnaro fu la prima costituzione moderna ed eversiva della nuova Europa). Ma ricorda anche gli anni duri del “TLT”, il lavoro degli sminatori, i profughi istriani: nella mente tornano i nomi di Nino Benvenuti e Abdon Pamich, di Laura Antonelli e Alida Valli (trovate due donne più belle in tutta Italia), di Mario Andretti e Sergio Endrigo, di Ottavio Missoni e Lidia Bastianich. E per entrare in campo podistico, anche il marchio Diadora (che andrebbe pronunciato Diàdora), seppur fondato in provincia di Treviso, ricorda il nome latino di Zara (alias Zadar), da dove uno dei primi suoi artefici era dovuto fuggire.

2. Queste cose mi hanno guidato, più di quarant’anni dopo (o forse, più di sessanta, da quando cioè la maestra Maria, che mi chiamava fiaccòòne per le scarse doti ginniche, ci parlava di San Giusto lontana e contesa), a cercare di iscrivermi alla Corsa della Bora, dopo aver partecipato più volte alla Bavisela e alla maratona di maggio. Il sito del Sentiero S1 (appunto, il sentiero sul Carso stretto tra il confine e i meravigliosi strapiombi sul mare non più tutto nostro) è tanto ricco da rischiare di smarrircisi, ma anche da invitarti a leggerlo e rileggerlo e indurti a fare di tutto per prendere parte all’evento. Quest’anno, poi, c’è la complicazione enorme del Covid-19, con le limitazioni pazzesche poste all’agire umano, e un accanimento particolare contro il podismo. Sicuramente le leggi (o meglio, i decreti, sebbene di dubbia costituzionalità) sono fatte a fin di bene, la pressione sugli ospedali e le rianimazioni è intollerabile, il numero di morti per Covid (sebbene si dovrebbe dire “con Covid”) è doloroso, e sicuramente da qualcuno delle centinaia di superesperti e superfrequentatori dei talkshow (sebbene la loro qualità accademica ovvero il cosiddetto h-index risulti spesso carente) vengono avvisi di saggezza, che poi i politici tirano da una parte o dall’altra a seconda del proprio indice di gradimento.

Per farla breve, ho aspettato l’ultimissimo giorno (lunedì 4 gennaio) per iscrivermi, ma tenendo il fiato sospeso di fronte alle arlecchinesche carte d’Italia tricolori (non biancorossoverde come a San Giusto, ma giallo arancione rosso, con le varianti del “giallo rafforzato” o del “rosso attenuato”), che già avevano costretto Trieste al rinvio della data prevista del 3 gennaio, causa l’inopinato rosso festivo su tutta Italia. Solo venerdì 8 sera, leggendo che il Friuli-Venezia Giulia aveva uno degli Rt più bassi d’Italia e per giunta in calo (da 0,94 a 0,91), mentre quello della mia regione stava crescendo e portandoci “in arancione”, ho prenotato un albergo; a confortarmi sono giunti ben tre email (uno al giorno) di “invito” mandati dagli organizzatori agli iscritti, e corredati di tutte le pezze d’appoggio legali e le firme importanti, ad uso di quale poliziotto zelante. Perfetto anche il briefing di venerdì sera (cui ne sarebbe seguito un altro sabato sera).

3.Eccezionali, ed inaudite, le misure di sicurezza, anche se un mio compagno di squadra (non a caso mezzo triestino) dice che “all’aperto e distanziati, prendersi il Covid richiede un impegno notevole”: il ritiro pettorali andava prenotato per un’ora precisa; al “Bora Village” situato nel luogo di arrivo, sulle alture di un paesino che non è nemmeno nell’atlante stradale del Touring al 200mila (ma per fortuna è noto a Google maps, oltre che perfettamente indicato nel sito della S1), potevano accedere solo gli atleti. Anche l’orario di partenza andava prenotato, in una finestra di 15 minuti, senza mai superare le venti persone presenti; obbligo di mascherina nelle prime centinaia di metri, e (novità per me, che pure da settembre a oggi sono andato a tutte le gare esistenti in un raggio di 350 km) obbligo di mettersi la mascherina anche nell’accostarsi ai ristori, dove potevamo prendere un sacchetto e farci versare nella nostra tazza personale le bevande, poi allontanarci per consumarle. Obbligo di lasciare la borsa del cambio, sigillata e disinfettata dagli organizzatori, la sera prima già nel luogo di arrivo; ingresso contingentato nella tenda-spogliatoio dopo l’arrivo, con preghiera di far presto (quando arriverà il mio turno, noterò che appena la panca a me destinata è liberata dal precedente occupante, una addetta correrà a disinfettarla).

Tutto ciò perché (come ha detto in conferenza il commander in chief Tommaso de Mottoni) questa è una circostanza unica e un’occasione storica, e c’è gente ‘di fuori’ che non aspetta se non un passo falso per sparare le sue solite bordate disinformate, faziose e invidiose (questo lo aggiungo io) contro una pratica dello sport disciplinata e responsabile. Ovvio l’invito al rispetto e al buon senso per tutti noi; e io stesso, entrando in un ristoro, ho preso una piccola amichevole e sacrosanta sgridata perché la mia mascherina mi era cascata da un orecchio (era il copriorecchi di Podisti.net che non accettava… l’intrusione dell’elasticino). Ed entrando nello spogliatoio finale ho dovuto togliermi i guanti (che avevo portato per tutta la gara) per farmi disinfettare le mani!

Insomma, non mi vergogno di aver elogiato, da Casal Borsetti a Trino, passando per San Marino, Andora e altri posti, gli allestimenti di sicurezza posti in atto, e rivelatisi efficaci al 100% (mai un podista ammalatosi dopo queste gare: e oggi che la scienza ha scoperto il paziente 1 italiano con data 10 novembre 2019, chissà se gli sciocchi e disinformati detrattori del podismo la smetteranno di proclamare che Mattia Maestri si è infettato in gara); ma qui a Trieste ho visto cose straordinarie, impensabili: insomma, la perfezione, a prova del più pignolo dei questurini e del proibizionista più fanatico. All’obiezione, invece, che non dobbiamo correre per rispetto dei morti, non saprei cosa replicare: meglio mettersi a letto ad aspettare l’eterno riposo, beninteso spegnendo il frigorifero per rispetto ai morti delle dighe idroelettriche, e non partecipando nemmeno alla DAD e ai webinar, uno solo dei quali (sono statistiche della Gabanelli di oggi) produce tanto gas serra quanto 1500 ricariche di telefonino.

4. Allora, mettiamoci in viaggio: in autostrada, quasi solo camion con targhe turche o polacche o dintorni; in un bar verso Dolo ti aprono se suoni, il caffè devi fartelo da solo alle macchinette e consumarlo all’esterno. All’ultimo ristorante prima di Trieste, verso Palmanova, la cucina non funziona, ti scaldano solo panini o simile, e gli avventori seduti ai tavoli sono pressoché tutti podisti che vanno alla Bora. Come sarà anche negli alberghi di Trieste o Sistiana, offerti in gran numero a prezzi convenzionati con l’organizzazione. Ne prendo uno a due passi dalla partenza della maratona (una novità, messa su in collaborazione con Trieste Atletica), cui forse il nome di “Urban Eco Marathon” va un po’ stretto, perché di urbani ci sono solo i primi 2-3 km, poi l’attraversamento di qualche paesino alle falde del Carso, e l’asfalto grosso modo durerà una decina di km, più o meno tanti quanti i sassosi sentieri carsici, mentre il resto è costituito dalle stupende carraie a fondo naturale, o ghiaiate, dei Sentieri 1 e 2, e dell’Alpe Adria Trail.

Possono comunque bastare anche delle robuste scarpe da asfalto, come suggerisce de Mottoni, e io quelle scelgo (con un plantare abbastanza spesso) quando vedo che le previsioni danno precipitazioni all’1% (saranno i fiocchi di neve verso l’una), e fondo sostanzialmente secco. Tassativo, e ripetuto anche in un email di domenica mattina, vestirsi pesante e portarsi qualcosa di protettivo nello zaino: perché la bora è garantita (se non ci fosse, chiederemmo indietro il prezzo del biglietto: raffiche fino  a 100 km/h), la temperatura massima sarà di 3 gradi, quella percepita molto sotto: sull’altipiano, fra i 300 e i 410 metri, le pozzanghere sono ghiacciate e tra l’erba affiora la neve dei giorni scorsi. Godimento puro.

5. La prima parte della maratona (quasi 9 km) si svolge sulla bellissima pista ciclabile Giordano Cottur, ricavata da una vecchia ferrovia, compresa una galleria di 3-400 metri: avete presente la Cortina-Dobbiaco? Il nome di Cottur, triestino purosangue coetaneo di Bartali, riporta a quel drammatico Giro d’Italia del ’46, quando gli organizzatori ottennero dagli alleati occupanti di finire una tappa a Trieste; ma i titini di là e i loro compagni di qua (che consideravano Trieste non-italiana e dunque quella del Giro una invasione), a Pieris, ingresso della Zona A, sbarrarono la strada con pietre, blocchi di cemento, chiodi, filo spinato sulla carreggiata, e si misero pure a sparare. Ha scritto Daniele Marchesini: “Ortelli in maglia rosa si butta sotto una macchina, i carabinieri rispondono al fuoco, gli spettatori scappano nei campi, gli attentatori in fuga inseguiti. Panico. Le squadre più importanti subito decidono di non proseguire… Diciassette corridori decidono di continuare lo stesso. Passano due ore e gli organizzatori decidono che la tappa riparte dal bivio di Miramare. Tra i più infervorati, il triestino Giordano Cottur della Wilier Triestina, squadra che riunisce solo corridori delle Tre Venezie. Supera un passaggio a livello e si rimette a pedalare. Si procede lenti, la strada è piena di chiodi che gli spettatori di poco avanzano i corridori nel togliere. C’è pure Luigi Malabrocca con la sua maglia nera, e ovviamente arriva ultimo...”. Arrivano in 17, e simbolicamente vince Cottur, maglia rossa con l’alabarda, simbolo della città, sul petto, in un tripudio di folla.

Il giorno dopo, 1° luglio 1946, il grande Bruno Roghi, nel suo editoriale sulla Gazzetta dello Sport del 1° luglio 1946, scrive parole che danno un groppo in gola anche oggi: “È scappato Cottur… La sua andatura è impetuosa, il viso affilato e pallido dell’atleta compone con la sua bicicletta la prua di un ordigno aerodinamico. Un atleta triestino, della Trieste di noi tutti vola verso il traguardo della prima tappa. La sua maglia sapete com’è: rossa di fiamma. È la maglia della Wilier Triestina attraversata da un’alabarda. Rossa di fuoco, il sangue del nostro cuore è andato a tingere il tessuto che fascia gli omeri e il torso di un atleta triestino. Oggi non abbiamo che un nome sulle labbra e nel cuore: Giordano Cottur, che a un “no” per Trieste elaborato ai tavoli delle caute diplomazie, risponde con un “sì” a tutti gli sportivi italiani... I giardini di Trieste non hanno più fiori. Le campane di Trieste non hanno più suoni. Le bandiere di Trieste non hanno più palpiti. Le labbra di Trieste non hanno più baci. I fiori, i palpiti, i suoni, i baci sono stati tutti donati al Giro d’Italia”.
E se volete stemperare in un sorriso queste vicende di fronte a cui (scrive sempre il mio compagno di squadra) per i triestini “il Covid è un solletico”, cercatevi su youtube la scena finale di Totò al Giro d’Italia, cui partecipano Coppi, Bartali e appunto il mitico Cottur:

https://www.facebook.com/47861367820/videos/10154310276317821/

6. Andiamo dunque alla partenza, e partiamo pure, salutati da un gigantesco ciuco che ci dà il cinque (guantato). Tappeto di rilevamento, s’intende, e altri 3-4 controlli per via; trasmissione in tempo reale dei dati, per chi volesse seguire. Dopo 8,600 di moderata salita che ci porta comunque sui 300 metri, dai 64 metri della partenza, direi quasi al confine con quelli di là (S. Antonio in Bosco), c’è una brusca svolta a sinistra con strappo su sentiero che immette sull’altopiano, dove la bora ulula come nei film (devo dire, contro noi nel primo tratto, poi a favore, e infine diagonale nell’ultima parte). Frecce e bandelle a prova di cecità, ristori solo liquidi fino al km 14 (quando ormai il tè, originariamente caldo, per i tardoni come me è ex-tiepido). Ci si congiunge coi mastini della 80 km (partiti la notte di sabato), poi, sotto l’obelisco di Opicina da dove stanno partendo i velocissimi della 21, il ristoro con sacchetti dove mi sgridano (e ripeto che hanno ragione; mi fermano pure quando sto per attingere alla boccia del tè, perché me lo danno loro!). I sacchetti a sorpresa sono divisi in vegetariani, con formaggi, con cose dolci e con carne: punto sulle ultime due tipologie, e mi troverò fuori, su un muretto, a ingozzarmi di cubetti di squisita mortadella mischiandoli a pastiglie di cioccolato e a biscotti sbrisoloni che mi faranno tossire.

Da Opicina si torna su vista-mare, in una balconata giustamente frequentata da camminatori di ogni genere, mentre le pareti rocciose a destra sono popolate da climbers. Abbiamo un pubblico?? Orrore per i fanatici proibizionisti: una bella mamma con le sue due bimbe è al bordo della pista e ci applaude. Roba da far vietare la gara per infrazione al comma taldeitali che vieta il pubblico alle manifestazioni sportive? (e questa, se applicata al podismo, è forse la più demenziale delle disposizioni). Sono io ad applaudire e fare complimenti, senza mettermi la mascherina, alle bimbe: prossimi orfani della ministra Lamorgese, datemi la multa.

Dall’alto, sulla verticale di Miramare, lo sguardo spazia tra i due limiti del golfo, Grado e la Punta Salvore (oggi, ahinoi, Savudrija). Nessuno meglio di Carducci l’ha descritta, e sembra parli proprio di oggi: “Meste ne l’ombra de le nubi ai golfi – stanno guardando le città turrite, - Muggia e Pirano ed Egida e Parenzo – gemme del mare; - e tutte il mare spinge le mugghianti – collere a questo bastion di scogli – onde t’affacci a le due viste d’Adria, - rocca d’Absburgo: - e tona il cielo a Nabresina lungo – la ferrugigna costa, e di baleni - Trieste in fondo coronata il capo – leva tra’ nembi”.

Ma conviene correre, perché le gazzelle della 21 ti sopravanzano (sempre complimentandosi, visto il colore del nostro pettorale), come noi ci diciamo ammirati degli eroi della 80 con cui ormai faremo strada comune, e ci dispiace sorpassarli, perché sono molto, molto più bravi di noi. Dalle parti di Prosecco (ah perché non offrirci un calice?) c’è la separazione coi 21 e 57 che scendono verso il mare; noi saremmo pure autorizzati a stare con loro (“non vi squalifichiamo”, spiega de Mottoni: “la fate solo più lunga e meno panoramica”). Dunque stiamo in alto, sopra Nabresina/Aurisina: e io penso a papà Gigliotti, che qui nel 1943 protesse la stazione da dove partiva l’ultimo treno per l’Italia: difendeva la patria e la famiglia, col figlio Luciano di 9 anni, diretto a Modena dove ha fatto quello che tutti sanno. Ma il papà rimase e finì in una foiba.

Passiamo la ferrovia e comincia l’ultima salita di un certo rilievo, verso i 300 metri attorno alla Grotta Azzurra, intorno al km 34. Persino sul pettorale sta scritto che la discesa è scivolosa: niente di che. Dopo il 39 arriviamo, quasi stabilmente, sull’asfalto, e tutti i percorsi si ricongiungono. Un addetto ci dice: bravi, ultimo km! Da scettico razionalista, con sguardo al Gps, lo smentisco: ne mancano più di due! È vero, la stazione e il campo sportivo di Visogliano (il paese sconosciuto al TCI) sono lì, ma per raggiungere la lunghezza canonica ci fanno fare una specie di circonvallazione fino al tappeto finale del chip.

7. Da qui, bentornati nell’Italia dei Dpcm: pregasi indossare la mascherina subito, ritirare self service la medaglia incellofanata (un bel rettangolo rosso-alabardato con la scritta “Essere qui è meraviglioso”) e il cestino-ristoro, non poter far altro che sentire le felicitazioni di due belle ragazze con la maschera che lascia scoperti solo gli occhi, passare nel campo dove il nostro cambio sanificato ci aspetta in bell’ordine, mentre il megafono ci indirizza al tendone-spogliatoio con preghiera di sbrigarci per rispetto a chi arriva. Due belle signore alla mia sinistra mi invitano al trail degli Eroi sul Grappa, ma qualcuno le sgrida perché la fanno lunga. Doverosi i complimenti alla giovane mamma Susanna de Mottoni (“si impartiscono lezioni” al resto d’Italia), e poi ci si attacca a Internet per vedere chi ha vinto. Mi arriva un whatsapp di un corregionale:

Posso solo dire GRAZIE agli organizzatori, che hanno dimostrato che oggi in Italia si può organizzare una gara grossa in totale sicurezza, tutto nei minimi dettagli, e zero rischi di assembramento. Bravissimi davvero (regione Friuli-Venezia G. e comuni coinvolti, non come ***) [segue nome di sede di gara soppressa all’ultimo], delle forze dell’ordine e anche dell’esercito. Mi levo il cappello e ribadisco il mio GRAZIE, sperando che in tanti abbiano il coraggio e le forze di seguirli. La gara era bellissima, durissima, freddissima, c’erano tanti punti panoramici che mi sono pure fermato a fare qualche foto”.

8. Ecco allora le graduatorie (complete qui a parte https://www.podisti.net/index.php/classifiche/14788-corsa-della-bora-urban-eco-marathon.html?date=2021-01-10-00-00 )

 

80 km (148 classificati più dieci coppie di staffetta, 7 ritirati tra cui la campionessa Francesca Canepa che ha scontato una crisi di freddo e fame), con arrivo quasi in volata:

1°  GUBERT MARCO 7:59:19

2° DE ROSSI ALESSIO 8:00:45

1^ donna e quarta assoluta: KESSLER JULIA 8:22:30 .

57 km: classifiche diffuse due giorni dopo per problemi tecnici, 147 arrivati e 5 ritirati:

1° POZZER ANDREA ITA 5:20:38
2° CARRARA LUCA ITA 5:28:52 
3° GHEDUZZI ROBERTO ITA 5:32:14 

Donne:

1^ (7° ass.) GUIDOLIN NICOL ITA 6:17:47 
2^ (9° ass.) VINCO GIULIA ITA 6:30:07

42 km  (112 classificati e 33 ritirati), con un dominatore assoluto, oltre 18 minuti sul secondo:

1° MILANI ALESSIO 2:51:17

2° 861 VENEZIAN FEDERICO 3:09:38.

Più combattuta la contesa femminile:

1^ GIUDICI FABIOLA 3:43:58

2^ 787 LASTRI MARIA ELISABETTA 3:47:15

21 km (372 classificati)

1° MERIDIO MICHELE 1:24:01

2° CORÀ GIOVANNI 1:25:35

Senza rivali vicine la vincitrice:

1^ STENTA CATERINA 1:42:43 .

16 km (202 classificati), anche qui con un vincitore netto:

1° BORGESA DANIEL  1:08:24

2°COMAND DANIELE ITA 1:12:16.

Tra le donne, lotta (presumo) in famiglia:

1^ BRUNO ILARIA 1:22:19

2^ BRUNO GRETA ITA 1:24:15

 
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18 dicembre - Questo 2020 non vuole andarsene senza aver completato la sua strage, anche in campo sportivo: e il Covid non c’entra. Ieri a tarda sera, all’ospedale di Rivoli presso Torino, si è portato via Gaetano Amadio, che fra un mese avrebbe compiuto 73 anni.
Torinese di Grugliasco (compatriota e amico di Giampiero Gasperini, oggi allenatore dell’Atalanta), già operaio della Fiat, è morto in seguito a una rovinosa caduta in casa, dovuta a un improvviso malore. Sembrava quasi il suo destino: i suoi tanti amici podisti ricordano quando, nel 2005, cadde da un albero nel frutteto dell’amatissima mamma (scomparsa in età avanzata nel 2012) procurandosi varie fratture, che avevano inizialmente interrotto e, dopo la ripresa, fortemente limitato le sue prestazioni agonistiche. Eppure, sul finire di quel 2005 aveva ceduto alle insistenze dell’amico Paolo Manelli e preso il via nella maratona di Reggio, conclusa al piccolo trotto in compagnia di altri ‘lungodegenti’, però finita.

Era stato fra i primissimi aderenti del Club Supermarathon, e in questo gruppo di allegroni che si ritrovavano quasi a cadenza settimanale, o si sottoponevano a lunghi viaggi in pullman per raggiungere località tedesche, croate, francesi (ma Gaetano non è mai stato un fanatico), l’avevo conosciuto anch’io, già nei primi anni Novanta. Era diverso da noi tutti: socievole ma non chiassoso, competitivo ma non geloso dei successi degli altri, premuroso e attento al prossimo; ad ogni mio compleanno non mancava mai una sua telefonata, e sono certo che lo faceva con tanti altri amici. Fausto Dellapiana l’ha ricordato pochi giorni fa, per una maratona di Vigarano corsa insieme. In poche parole, era il più buono: con lui, nemmeno Govi riusciva a litigare.

Negli anni migliori correva sempre sotto le 3.30, sia pur dedicando tutto il tempo che ci voleva ai ristori: nel marzo del 1999 corremmo insieme la maratona di Bovolone (VR), il suo passo era migliore del mio ma ad ogni ristoro lo riprendevo e da lì ricominciavano due km di chiacchiere, fino al successivo distacco e all’ulteriore ricongiungimento, che durò fino al traguardo, tagliato insieme (e come d’obbligo, davanti a Govi, che pure era più giovane di noi).

Alla fine di quello stesso 1999 ci ritrovammo alla maratona di Assisi, dove era convenuto tutto il “circo” del PDL (Popolo Delle Lunghe, marchio brevettato da Paolo Gilardi che di Gaetano è stato tra gli amici più cari e infatti lo vediamo in una foto con la mano sulla sua spalla): l’abbiamo raccontato su queste colonne, rievocando vent’anni dopo:

http://podisti.net/index.php/commenti/item/5516-vent-anni-fa-un-millennium-tra-assisi-e-roma.html

Ma fu tra le 4.34 e le 4.50 che arrivarono i mostri sacri di quell’ambiente: Giuseppe Togni da Lumezzane, classe 1926, che prima dell’addio da questo mondo supererà ampiamente le 750 maratone corse (e, a differenza di oggi, si trattava di maratone vere, ufficiali, non di quelle autogestite ecc.), e allora finì in 4.34, un minuto meglio dell’ing. Antonino Morisi da Persiceto (alpino, pubblico amministratore, e colui che scoprì per gli italiani le bellezze di Davos e Interlaken), che se ne andrà ancor prima, letteralmente morendo sul campo.Tra loro due si inserì un altro torinese che abbiamo fortunatamente il piacere di rivedere ancora, ma non più di sfidare in gara, Gaetano Amadio; come vediamo e leggiamo ancora di Mario Ferri, pratese classe 1946, che allora arrivò a braccetto col “Vescovo”, Pietro Alberto Fusari da Treia, inconfondibile per il basco nero e i bragoni bianchi. A chiudere il plotone dei 780 maschi, un altro oggi consegnato all’eternità: Mario Ferracuti, classe 1926 come Togni, “il leone di Fermo”, che ci ha lasciato nel 2018 a 92 anni.

Alcuni di loro, subito dopo le premiazioni, partirono per Roma dove l’indomani mattina scattò la maratona del Giubileo. Cose che in questo maledetto 2020 rischiano di parere leggendarie.
Nel 2005, dopo una maratona di Brescia in cui la brigata si ricompose:

http://podisti.net/index.php/commenti/item/3537-brescia-marathon-2004-2005-come-eravamo.html

Ed e’ stata anche una possibilita’ di rivedere amici antichi, come Paolo Gilardi (inventore della locuzione, oggi abusata, di "popolo delle lunghe"), Gaetano Amadio (pensionato Fiat che adesso va molto piu’ forte di Schumi),

http://podisti.net/index.php/in-evidenza/item/6776-gaetano-piu-che-amico-fratello.html

Capitò, come detto, l’incidente, poi la lenta ripresa che lo portò a correre ancora sotto le 4 ore nel 2007 (l’immancabile Reggio, e Vittorio Veneto; ci trovammo anche a Budapest, al seguito di uno di quei viaggi di gruppo a buon mercato che si svolgevano di notte per risparmiare l’albergo). Alla fine del 2010 le classifiche mondiali dei supermaratoneti lo accreditavano di 327 maratone concluse; da allora, Gaetano decise di non registrare ufficialmente altre sue gare, sia pure continuando a correrle: la documentazione fotografica a nostra disposizione lo mostra a Padova (in costume), alla Barchi-Fano che fu tra le sue ‘ripetute’ preferite, e a Treviso, Lucca, sul Garda e altrove).

Per ragioni nobilmente sentimentali, nell’ultimo quindicennio Gaetano gravitava spesso dalle nostre parti. Eravamo stati insieme, nel 2016, ad una non competitiva nei pressi di Sorbara: che l’amico avrebbe voluto camminare, ma che lo costrinsi a correre, col pettorale da un euro e 50 spillato alla boia d’un giuda, nel sole lieto di quel sabato pomeriggio, in una festa senza classifica e senza calcoli (tranne, inevitabile, quello del tempo al km).

L’ultimo incontro era accaduto, per caso, alla stazione di Modena poche settimane prima dell’inizio dei guai che stiamo vivendo tuttora: chi arrivava e chi partiva; restano due foto scattate in fretta nel sottopassaggio semibuio. Poi, le immancabili telefonate per i reciproci compleanni, e la promessa di rivederci appena la buriana fosse terminata.
Invece, in fondo a quel tunnel della stazione di Modena c’era, per Gaetano, un altro tunnel: dove tutti lo raggiungeremo, sebbene non a nostro piacimento.

Lascia tre fratelli e tanti nipoti. Sabato 19 alle 19 rosario nella chiesa di San Giacomo a Grugliasco. Lunedì 21 alle 14 la salma si muoverà dall’obitorio di Rivoli per raggiungere la stessa chiesa, dove alle 14,30 si terrà la cerimonia funebre, prima dell’approdo definitivo vicino alla mamma, nel cimitero di Grugliasco.

 

Gaetano Amadio

 

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