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Fabio Marri

Fabio Marri

Probabilmente uno dei podisti più anziani d'Italia, avendo partecipato alle prime corse su strada nel 1972 (a ventun anni). Dal 1990 ha scoperto le maratone, ultimandone circa 280; dal 1999 le ultramaratone e i trail; dal 2006 gli Ultratrail. Pur col massimo rispetto per (quasi) tutte le maratone e ultra del Bel Paese, e pur tenendo conto dell'inclinazione italica per New York (dove è stato cinque volte), continua a pensare che il meglio delle maratone al mondo stia tra Svizzera (Davos e Interlaken; Biel/Bienne quanto alle 100 km) e Germania (Berlino, Amburgo). Nella vita pubblica insegna italiano all'università, nella vita privata ha moglie, due figli e tre nipoti (cifra che potrebbe ancora crescere). Ha scritto una decina di libri (generalmente noiosi) e qualche centinaio di saggi scientifici; tesserato per l'Ordine giornalisti dal 1980. Nel 1999 fondò Podisti.net con due amici podisti (presto divenuti tre); dopo un decennio da 'migrante' è tornato a vedere come i suoi tre amici, rimasti imperterriti sulla tolda, hanno saputo ingrandire una creatura che è più loro, quanto a meriti, che sua. 

La gara di sabato 26 maggio alle 17 (quando per la prima volta la temperatura ha raggiunto i 30 gradi), ha funto da apripista per il trofeo podistico del Frignano, senza valere per la classifica tranne che per la simbolica assegnazione della maglia, di cui i primi classificati di oggi potranno fregiarsi alla tappa d’esordio effettivo.

Percorso dichiaratamente più lungo di quelli solitamente tracciati nelle gare consorelle: quasi 11 km, circa  metà su sterrato,  con un dislivello di 460 metri, partendo dai 550 metri slm di Prignano, scendendo quasi al fondovalle Secchia, 255 metri, dopo 2.8 km (dall’abbondante servizio fotografico di  Teida Seghedoni, vedere le foto 78-85), e poi risalendo verso due cime principali con un’altezza massima di 665 metri al km 9.4 (la salita appare alle foto 444-445), per ridiscendere infine alla partenza. La durezza delle salite ha costretto molti ad andare di passo per lunghi tratti, anche fra i competitivi (vedi foto 219 e dintorni). Ma bastavano le discesine per far ritrovare il sorriso a raggianti podiste come nella foto 369-370, lei in accenno di deshabillé e tutta protesa a raggiungere il fidanzato che (impossibilitato a seguirla in bicicletta) l’aspetta alla base.

Non moltissimi i partecipanti: compresi i non competitivi, impegnati anche sul giro breve di 4 km, e verosimilmente anche compresi alcuni che non hanno corso affatto (compensati, peraltro, da quanti hanno corso senza spendere nemmeno l’euro e mezzo del pettorale), sono stati conteggiati in 419, con il Cittanova che da solo ne ha ‘ingaggiati’ 90, seguito dalle due principali società amatoriali della vicina Sassuolo, che hanno iscritto in totale 71 podisti. I competitivi classificati sono 85, di cui 16 donne, cifre che probabilmente cresceranno quando le classifiche conteranno sul serio.

Solita sagra dei partenti anticipati che non si degnano nemmeno di spillarsi un cartoncino sulla maglietta: il primo con un pettorale non competitivo appare dalla foto 131, il primo competitivo (che poi è stato il vincitore Alessandro Donati, classe 1985, con due minuti e mezzo di vantaggio sul compagno di squadra Alessandro Venturelli) fa invece la sua comparsa dalla foto 153; la prima donna (la immancabile, in gare di questo calibro, Laura Ricci) è dalla foto 205; mentre, per esempio alla foto 334, si ‘ammirano’ i sorpassi in slalom che i competitivi devono fare sugli anticipatori.

Consistenti i cartoni alimentari che hanno premiato i primi 5 uomini e donne; per tutti gli altri, una confezione di crescentine che, oltre all’eccellente organizzazione, ripaga ampiamente dell’euro e mezzo speso,  per chi l’ha speso.

Venerdì, 25 Maggio 2018 11:06

I cento scalatori del Bib-Bianello

Ormai il numero cento sembra essere una caratteristica del podismo reggiano serale di collina: eravamo cento coppie a Jano cinque giorni prima, e di nuovo cento singoli (non dirò gli stessi) a Quattro Castella, nome falso-antico al posto di denominazioni locali meno risonanti. Anche il castello di Bianello (l’unico oggi esistente dei quattro di cui si favoleggia) si chiamava “Bibbianello”, rendendo così più evidente la sua parentela con Bibbiano (come, qualche chilometro prima, si trovano Rubbianino e Ghiardello, tutti diminutivi degli agglomerato originari). Comunque, secondo gli storici, non fu a Canossa, ma proprio a Bibbianello che la duchessa Matilde radunò il papa e l’imperatore per la mitica riconciliazione; mentre secondo i folcloristi, nel castello si aggira ancora un fantasma.

Tradotto in termini podistici, il fantasma odierno di Bianello era Stefano Morselli, già tradizionale microfonista in costume al traguardo, e ora costretto nella Bassa da altri doveri meno piacevoli ma più necessari. Riguardando vecchie foto, rivedo Morselli in piena funzione nell’edizione del 2015, dove io venni con un braccio al collo (trasportato sull’auto degli immancabili Cuoghi e Giaroli, siccome non potevo guidare) e poi, tolta la valva gessata e indossato il tutore, mi buttai io pure su quelle rampe badando soprattutto a non rompermi anche l’altro braccio.

La gara da otto anni sostituisce (con altri organizzatori) la cronoscalata delle Tre Croci di Scandiano, su una lunghezza ufficialmente identica di 4100 metri, abbandonata da alcuni anni; a garantire la continuità e la “certezza della pena” è il solito staff dei giudici Uisp, da Mainini junior ai fratelli Iotti (mentre i cugini Giaroli corrono, almeno in parte); e ci aggiungo la signora Flora che provvede a gestire la palestra con docce e custodia borse. Rispetto a Scandiano, qui il percorso è più vario, per quasi due km su sentiero nel bosco, che ti riconcilia con la vita dopo un primo tratto di 650 metri nei quali l’asfalto ti aveva indotto a spingere per ritrovarti sfiatato e pieno di pensieri su “chi me l’ha fatto fare?” alla svolta boschiva a destra, dove forse la metà di noi (la seconda metà, ovviamente) è costretta a camminare sui primi tornanti sterrati. Poi il sentiero spiana e anzi discende leggermente, tra chiazze di fango: i circa 200 metri misurati di salita corrispondono ai circa 120 metri di dislivello tra il municipio di Quattro Castella e il Bianello, più la discesa intermedia di una settantina di metri, infine l’ultima erta micidiale, tra le foto di Nerino al rientro sulla stradina

http://foto.podisti.net/f215646276

e quelle di Italo al sommo della scalinata, dopo che abbiamo superato un tratto di prato, in salita-discesa appena dentro le mura del castello, che non ricordavo, e infatti prolunga la lunghezza effettiva del tracciato dai 3,550 che il mio Gps misurò tre anni fa ai 3,850 di stavolta.

Qui noi partiti nelle retrovie profonde (e do atto all’organizzazione di aver accettato iscrizioni fino all’ultimo minuto, senza nemmeno l’odioso sovrapprezzo che a molti piace imporre per i ritardatari) incrociamo quelli già arrivati, che stanno discendendo a piedi verso la partenza, la consegna del premio di partecipazione (mezz’ora prima di noi c’era stata anche una non competitiva), il ristoro finale dove appaiono due varietà di ottimo lambrusco reggiano, le classifiche esposte con velocità prodigiosa e le premiazioni.

Noi peones guardiamo veramente dal basso in alto i primi tre che ci hanno messo meno di 18 minuti, incluso Gian Matteo Reverberi che vent’anni fa scalzò Morselli dal trono dei retrorunner; e la prof Morlini che, dovendo risparmiarsi per un chilometro verticale in Svizzera fra due giorni, impiega 19:18 arrivando comunque 14° assoluta.

http://www.podisti.net/index.php/cronache/item/1571-quattro-castella-re-viii-cronoscalata-del-bianello.html#!DSC03239

Ci restano i confronti curiosi tra non-piazzati: mi accorgo di essere immediatamente dietro a una ragazza  Fabia da Rubiera (faremmo una squadra equilibrata per un eventuale trail a coppie…), e un minutino dietro pure al mio già-compagno di squadra alla Abbotts, Maurizio Pivetti. Gelo Giaroli invece deve arrendersi, peraltro evitando largamente la “gogna”, scherzosamente ma ingiustamente riservata all’ultimo. Cui invece io darei un premio uguale che per i primi, tanto più che oggi se lo aggiudicherebbe una mia antica e affettuosa scolara di quando l’università era una cosa seria e formava insegnanti di alto livello, che rispettavano e si facevano rispettare.

Abbiamo vissuto, abbiamo dato, ci siamo ancora e non abbiamo perso la fede nel podismo: chissà se il nostro sport vivrà ancora, e fra trent’anni la prof “Matilde” Morlini potrà incoronare al Bianello una propria allieva.

 

VIDEO

 

 

Alla fine, nel rituale pasta party dopogara (che, come appunto nel rito, si prolunga per tempi d’attesa più lunghi di quanto sarebbero desiderabili), percepivo un po’ di scoramento, da entrambe le parti: degli organizzatori, per un ulteriore calo di partecipazione: se l’anno scorso avevo titolato il resoconto Fornacione allungato, partecipazione accorciata, lamentando le sole 111 coppie arrivate, anche ben oltre il tempo massimo, contro le 145 dei tempi d’oro…, stavolta siamo appena in 101.

Scoramento anche maggiore tra noi podisti, per la notizia dell’ennesima spaccata con furto sull’auto di un collega: e poco vale sapere che dei ladri erano stati messi in fuga dal servizio d’ordine nel parcheggio adiacente all’impianto sportivo, se questi ladri poi sono andati a rubare cento metri più in là.

Insomma, nella provincia di Reggio (la più civile e ricca di iniziative podistiche, con epicentro conclamato in Scandiano) è divenuto un rito molto laico quello di festeggiare il calendario delle corse con i furti nelle auto; cosa che va in parallelo con le notizie quotidianamente lette o sentite, sul ritornello di “clandestino, con tre identità ma senza permesso di soggiorno, pluripregiudicato, sorpreso a rubare, condotto in questura per l’identificazione, poi liberato con obbligo di firma”.

Insomma, siamo stanchi, anzi più che stanchi, e forse l’unica cosa buona che ci aspettiamo dal futuro (?) governo avrebbe nome di “certezza della pena”; per non costringerci a ricorrere, in subordine, al parimenti paventato eccesso di legittima difesa, che poi non si sa se Jano diventa una località del Far West, e anziché da Conte (quello del Chelsea che si è trapiantato i capelli?) vorremmo farci governare dal Clint Eastwood dei tempi migliori.

Cerchiamo intanto di parlare di sport, se si può: gli atleti calano, un po’ dovunque, sia per la vecchiaia e gli acciacchi, sia per la ripetitività di certe gare. Il Fornacione, nella sua versione che risale più o meno al 2011 (però progressivamente allungata e indurita, tanto da assestarsi sui 22 km e 1050 metri di dislivello), rimane bellissimo anche perché di notte le brutture non si vedono e la pianura ceramica sembra solo un susseguirsi di punti luminosi, ma ormai ha detto tutto quello che doveva dire. Anche perché il percorso è frequentato da altre gare analoghe: la Camminata Circolo al Ponte, che tra due mesi dovrebbe partire e arrivare nello stesso luogo con lo stesso sentieraccio da capre come aperitivo; o il trail di Pratissolo celebrato tre mesi fa, con centro gara mezzo km più o nord, solito sentiero da capre, solito passaggio dalla Quercia grande, salita micidiale a tre quarti di gara e solita discesa finale (ma senza guado). Poi c’è anche stato l’anticipo della maratona e mezza di Suviana che ha portato via alcuni ‘montanari’ come il mio partner dell’anno scorso, peraltro rimpiazzato dall’inossidabile Ideo Fantini, rivale di una vita (alla prima maratona del Ventasso andammo insieme sul podio di categoria, temo M 45) e già compagno in questa gara cinque anni fa.

Sebbene Ideo non avesse intenzione di tirarmi il collo (in previsione di un super-ultra-trail che tenterà insieme alla “sposa di Correggio” Rosanna Bandieri), è riuscito tuttavia a farmi abbassare il tempo del 2017 di 12 minuti, e soprattutto a resistere al ritorno di ben 7 coppie che in discesa ci tallonavano a pochi passi, ma sono rimaste indietro, concentrate in uno spazio di 250 metri, vale a dire un minuto e mezzo.

Sono queste piccole cose (lo sprint per l’87° posto!!) a dar sapore a un evento che ormai conosciamo quasi a memoria, incluso il controllo degli zaini da parte degli inflessibili Iotti e Giaroli (si era sparsa voce che pretendessero persino non uno, ma due telefonini ogni coppia!), le foto di Nerino sulla discesa al terzo km, i controlli di Duilio al km 6, che le coppie stiano vicine; l’ordine di accendere le luci impartito da Cinzia al km  12 (ristoro in zona Tre Croci), dove pure il marito Paolo fa rispettare il divieto di buttarsi in discesa da soli se il tuo partner (appunto Ideo) si attarda al ristoro (ma io in discesa vado piano, Ideo mi prende quando vuole, e lascia pure che abbracci la piacente podista nei pressi! – ah sì, va pure, ma cammina piano!); poi, il ristoro festoso al passaggio in paese che ci prepara alla salita spezzagambe del sentiero Spallanzani (ma se lo faceva lui nel 1780, noi con le scarpe di oggi non dobbiamo farcela?); e ancora, una prima arrampicata su corda all’asciutto, e una seconda corda che ci scorta nel proverbiale guado del Tresinaro (oggi profondo non più di 40 cm), mentre si odono i richiami di Soraia che invano esorta la compagna a “mollare” in discesa, che le gambe vanno da sole, e a rispettare il nome della squadra “Vivi, ama, corri” (ma almeno per la terza cosa non c’è niente da fare, la Catia biondona ferrarese passa avanti col suo Luca, come pure fanno le modenesi “zizze del martedì” Rita e Barbara).

Dietro restano i vignolesi Francesco e Andrea, con la giustificazione della ripresa graduale dopo lungo infortunio: per tutti, al traguardo altre foto e l’informatissimo speaker Brighenti, in grado persino di intrattenere da neo-competente dei podisti tennesseani, a dare colore e vivacità ad arrivi e premiazioni.

Vincono tra i maschi nomi notissimi del giro locale e non solo: Davide Scarabelli e Lorenzo Villa, in rimonta su Matteo Pigoni e Marco Rocchi finiti a un minuto e mezzo; grandissimi i sudtirolesi di Val Sarentino Markus Planoetscher e Annelise Felderer, quarti assoluti e primi con gran margine fra le coppie miste (questo significa che Annelise corre come un maschio, e di più). Più scarsina (senza offesa) la prestazione delle coppie femminili (appena 8), dove le modenesi Botti e Montelli arrivano in 35^ posizione assoluta, mezz’ora dietro l’Annelise, ma con 20 minuti sulle seconde e mezz’ora sulle terze.

Ottime le segnalazioni lungo il percorso (il che non ha evitato a una decina di colleghi di uscire per qualche decina di metri dallo Spallanzani), costante e ubiqua la presenza di signore dell’organizzazione come la Simona e l’Orietta sia sul percorso sia al traguardo; docce nella norma, tiepidine ma in progressivo riscaldamento man mano la calca negli spogliatoi diminuiva; infine il pastaparty, per i soliti 10 euro di supplemento, e dove la lentezza del servizio è stata compensata dalla squisitezza del ragù di carne (più scarsi gli affettati) e dai bis concessi quando la sala si andava svuotando.

Servizio fotografico: http://www.podisti.net/index.php/component/k2/item/1531-19-05-2018-jano-di-scandiano-re-fornacione-night-trail.html

 

Abbiamo ricevuto in anteprima, dalla sezione italiana di Shopalike (compagnia attiva in 13 paesi europei e collegata alla grande catena editoriale tedesca di Axel Springer), una prima e una seconda versione (migliorata) di una proposta per eventuali ‘maraturisti’ che volessero girare l’Europa e nel frattempo correre le gare “più popolari”.

Come ci ha spiegato la responsabile del gruppo, Chiara Chierchié, l’iniziativa non riveste scopi commerciali (cioè non viene da un’agenzia turistica che venda pettorali e viaggi) ma solo comparativi, “e la scelta finale di molte maratone è stata fatta su consiglio di chi proviene dal paese in questione. In questo modo, tuttavia, ovviamente le scelte sono soggettive e non sempre fornite da un esperto del settore. Il punto principale era di dare la diversità più ampia possibile”.

Tot capita tot sententiae, si diceva: ci siamo incuriositi anche noi a guardare la lista confrontandola con la nostra (incompleta) esperienza, che i lettori-redattori potranno agevolmente integrare; e insomma, nel pubblicare la proposta, ci permetteremo di consentire o civilmente dissentire.

Cominciando dall’Italia: per decidere quali siano “le 5 migliori corse” non basterebbero Il Senato e la Camera in seduta congiunta permanente, anche perché bisogna intendersi su che cosa una sia “migliore”: per il paesaggio, panorami o monumenti? O per l’organizzazione secondo i soliti parametri di noi che corriamo? Nel catalogo troviamo tre maratone, e se sulla bellezza e l’eccellenza organizzativa di Firenze e Venezia non si discute, come prova il successo partecipativo, quanto al Mugello… beh… il fatto che sia in piedi da 44 anni ma non abbia mai sfondato, anzi sia in calo, e i partecipanti (351 nel 2017!) ci vadano più per abitudine e per conquistare la spalla di prosciutto, accettando in cambio di farsi gasare su strade aperte al traffico, che per una validità intrinseca della gara, a noi pare dimostri a sufficienza che il Mugello qui sia un infiltrato.

Niente da dire sull’eccellenza delle due mezze inserite, Stramilano e Roma-Ostia; ma come loro ce ne sono tante altre che meriterebbero citazioni analoghe (e non facciamo nomi perché ne avremmo in mente almeno dieci, e sicuramente ne dimenticheremmo altre dieci).

Sono due maratone (Roma e Atene), e tre mezze (Valencia, Lisbona, Creta), quelle classificate le migliori del Sud Europa: scommetteremmo sui primi tre nomi, gli altri due li lasceremmo ai turisti più o meno balneari. Ma “sui gusti ‘un ci si sputa”, dicono in Toscana.

Più articolato il quadro delle venti maratone consigliate, di venti stati diversi: ognuna col numero di partecipanti, il prezzo di iscrizione (supponiamo, quello iniziale) e il record (ma il 2.31 di Atene è sballato: nel 2017 il primo finì in 2.12). Parigi, Berlino e Londra sono le tre più affollate, per ottime ragioni; molto distanziate seguono Barcellona e Atene, poi c’è Roma e, singolarmente appaiate coi loro 13138 arrivati, la rinomatissima olandese di Rotterdam e la sorpresa belga di Puurs (località sconosciuta ai più, a metà strada tra Bruxelles e Anversa). Della Svizzera è preferita Lucerna, che coi suoi 1350 arrivati non è certamente fra le prime cinque della Confederazione (a Interlaken si viaggia sui 4000 !); poi, per una sorta di riequilibrio con l’Europa orientale, dopo Praga Budapest e Varsavia ecco Kosice e Bucarest: quest’ultima, con un migliaio appena di arrivati. Fanalino di coda quanto a classificati è Tromso, più un’acchiappaturisti che una maratona, dove ad onta del sole annunciato fin dal titolo, il clima usuale è piovoso e freddo. Ma una volta nella vita, a molti di noi è accaduto di farci fregare, oltretutto a caro prezzo.

Tromso no, ma molte altre città sedi di maratona ritornano nella tabella delle migliori mezze: così è per Valencia e Berlino (e non ci piove), ma pure per Bucarest, che (come Creta) avrà degli estimatori tra i corrispondenti di Shopalike. Ma la più partecipata, con ben 57mila arrivati, risulta Newcastle, seguita da Göteborg con 42mila (si veda anche la tabella “Le più grandi mezze”, dove “grandi” significa “frequentate”). Per l’Italia non c’è più la Roma-Ostia ma la Mezza di Monza coi suoi 4200 arrivati, sebbene il record di oltre 2 ore sarà quello della categoria M 90 o giù di lì.

Ben nove delle 20 gare hanno tempi dei vincitori sui 58 minuti (non andiamo a controllare se sia davvero Lisbona la più veloce): sorprende l’Ecotrail di Oslo, che qui ci sta a pigione (per dirla ancora alla toscana) con la sua ora e 20, ma ancora una volta prevale l’intento di rappresentare più Stati diversi.

Sarebbe poi facile indicare i tempi anche per le gare dove la tabella recita “No info” (se sapete gli arrivati, ci vuole poco a vedere anche il tempo del primo!): per esempio, a Vienna nella maratonina dello scorso 28 aprile il vincitore ha impiegato 1h14. Qualche clic in più non avrebbe guastato: vedremo alla prossima release.




In principio c’erano i due fratelli bavaresi Dassler, Rudolf e Adolf, che nel 1924 fondarono la “Fabbrica di scarpe Fratelli Dassler”, specializzandosi in scarpe da calcio ma presto con estensione all’atletica (erano Dassler le scarpe di Jesse Owens).

Venne la guerra e il disastro tedesco: nel 1948 i due fratelli decisero di dividersi pur continuando a fare lo stesso mestiere: Rudolf fondò la RuDa (dalle iniziali del nome), presto ribattezzata Puma; Adolf ("Ady") nel 1949 diede il nome alla AdiDas, che ha avuto il successo noto a tutti e controlla, oltre ai generi prodotti col suo marchio, quelli coi nomi di Salomon, Reebok e altro (mentre Puma, dopo aver calzato Pelé, Maradona, Buffon e altri fino a Usain Bolt, dal 2007 fa parte del gruppo francese Kering insieme a Gucci, Saint Laurent ecc.).

Dunque l’Adidas ha 69 anni: eppure, da febbraio circola sui social (Fb, Whatsapp), a partire (sembra) da Colombia e Messico, sotto il nome di un sito dall’ingannevole intestazione di adidas.com-wallet.org, un annuncio mirabolante connesso a un presunto 80° compleanno in occasione del quale sono messe in palio 5000 paia di scarpe per chi segue determinate procedure (sondaggi, e soprattutto rilancio del messaggio ai propri gruppi, di almeno 20 persone).

Non c’è niente di vero: nella migliore delle ipotesi il vostro indirizzo e quello degli amici cui avrete inoltrato la pubblicità sarà venduto a chi ha interesse a mandarvi pubblicità, frutterà qualche centesimo allo scammer che vi ha indotto ad aprire il suo messaggio, e a voi & amici la seccatura di ricevere spam.

Secondo un’ipotesi peggiore, vi addebiteranno mensilmente abbonamenti che non avete chiesto; secondo un’ipotesi ancora più nefasta (non ci risulta però che si sia finora realizzata) sul vostro cellulare o pc entrerà un virus che vi carpirà i dati privati, password, numeri bancari ecc.

Nel primo caso, basterà inserire nella posta indesiderata i messaggi che cominceranno a fioccare; negli altri due, gli esperti raccomandano di cautelarsi chiedendo al proprio fornitore telefonico di rimuovere eventuali abbonamenti a vostro nome; e di fare una scansione antivirus sul cellulare/computer.

Per eccesso di cautela, si possono naturalmente cambiare le password.

Se a qualcuno è capitata qualche conseguenza, saremo lieti di diffondere la sua esperienza a beneficio di tutti

Sebastiano Scuderi (http://www.podisti.net/index.php/in-evidenza/item/1332-i-nodi-vengono-al-pettine.html ) ha già segnalato alcune contraddizioni e indefinitezze della circolare Fidal del 24 aprile, che sembra allargare i cordoni della borsa, riconoscendo al podismo amatoriale dei caratteri speciali rispetto alle austere gare in pista (dove io non ricordo di aver mai visto un atleta sorridere durante l’atto agonistico): le sole che la Fidal ha gestito fino a pochi anni fa, quando invece la necessità di ‘pettinare’ la parte più attiva del movimento atletico, cioè i podisti, l’ha indotta a sconfinare in terreni nei quali è apparsa spesso inadeguata tranne che nel battere cassa.

Facendo mie le considerazioni di Scuderi (in particolare, quella relativa al fatto che - al limite - ricadiamo tutti nel lato ‘severo’ delle regole, dato che tutti o quasi noi stradisti partecipiamo alle pletoriche classifiche di categoria) espongo qualche altro dubbio che mi ha preso alla lettura della circolare.

Va precisato subito che la Fidal dichiara di recepire norme emanate dalla Federazione Internazionale (la IAAF): la formula burocratica secondo cui la IAAF “ha inteso NON imporre limitazioni NON necessarie” si tradurrebbe meglio, in italiano per podisti, con “ha inteso togliere limitazioni ecc.”.

Sono i “non-élite” a poter sfuggire a norme, diciamo pure, militaresche: il problema è stabilire chi NON è d’élite. La IAAF dà indicazioni generali, lasciando le specificazioni al buon senso degli organizzatori, purché i patti siano chiari sin dall’inizio.

Un patto chiaro che condivido subito, e non da oggi, è quello di esibire il pettorale in gara: il non esporlo è solo roba da furbastri o da evasori (di quelli che fanno la gara “in modo non agonistico”, come mi ha precisato tra gli insulti il riccioluto modenese de cuius, dichiarandosi dunque in diritto di non pagare l’iscrizione se non compete). Io lo renderei obbligatorio anche per le gare non competitive, come contrassegno pure per gli estranei, comprese le auto in eventuale passaggio per la strada, le forze dell’ordine che vigilano gli incroci, gli addetti ai ristori ecc.

Buona idea è quella di pettorali (tutti numerati, s’intende: lo fanno nella Bassa mantovana e mirandolese, perché non ovunque?) dai colori diversi a seconda se sei élite o no, fermo restando un trattamento identico in gara, ai ristori ecc.

Maglia sociale: in teoria, sembra non essere più obbligatoria, ma il famigerato giudice pugliese potrebbe replicare che la circolare la impone dove ci siano modalità di classifica per società tramite punteggi o somma di tempi. Sembra quasi che i giudici abbiano bisogno di vedere il colore della maglia e il nome che c’è scritto sopra per fare una classifica: possibile, nell’era dei computer, degli smartphone, dei chip??

Permane la preferenza data al cosiddetto Gun time (negli Usa però dicono “Clock time”, che è meno bellicoso) rispetto al Real time, almeno per gli élite: che si suppone partano tutti sulla stessa linea. Sistema inapplicabile per le gare con migliaia di partecipanti, e molto complicato da applicare laddove ci siano partenze scaglionate (da Boston a Miami a Nashville ecc.). Di fatto, non applicato nelle maratone internazionali più affollate, o anche in quelle “medie” (come Interlaken, dove i 4000 partecipanti, che sfilano via in un quarto d’ora dallo sparo, hanno tutti e solo il tempo del chip). Capisco lo spirito della regola: impedire che un atleta giunto secondo risulti poi primo perché partito 15” dietro il vincitore: ma chi, tra i cacciatori di prosciutti o di dollari, rinuncia a partire marcando stretti gli avversari?

O forse c’è anche un tornaconto di parte: dato che il chip renderebbe inutili i giudici d’arrivo (come la tecnologia televisiva ha reso inutili i giudici di porta nel calcio), imponendo il cosiddetto Gun Time (e dagli!) la Fidal vuole perpetuare la categoria dei giudici che prendono a mano i numeri (e il colore della maglia…) degli arrivati. Siamo inutili, ma ci dichiariamo indispensabili. Come lo eravamo al tempo che il campionato italiano di maratona era ‘affollato’ da cinquanta partecipanti e c’erano da pagare 51 giudici.

Rientra invece nell’Ufficio Complicazione Affari Semplici la regola secondo cui i rifornimenti personalizzati sono riservati agli élite, salvo casi e sottocasi. Premesso che io, personalmente, li vieterei per tutti, perché tutti devono essere messi nelle stesse condizioni, e quanto al contenuto dei boccettini individuali… farò peccato ma ne penso male; se però sono ammessi, allora, li ammettiamo per chi fa 2.30 in maratona e non per chi fa 3 ore?? (quella dei tempi in gara è una delle norme per distinguere i normali dai super: e per chi fa solo maratone di montagna adotteremo il tempo compensato per capire se le 3 ore a Fiera di Primiero equivalgono alle 2:20 di Venezia?!).

Auricolari: la Fidal dice boh?, ma meglio no che sì, per gli élite no assoluto. La scusa della sicurezza mi sembra ridicola (allora, perché non vietare l’autoradio con musica ad alto volume quando guidi?); quella dettata dal sospetto di ricevere istruzioni dai tecnici esterni, poco meno: me le possono sempre mandare per telefonino o gridare dal bordo della strada; e se io so che Paolino mi sta dietro cento metri, cosa farò di diverso? E se, non potendo ascoltare Pretty Woman di Orbison, con quel meraviglioso attacco di batteria e lo stupendo giro di chitarra che dà la carica, me la farò cantare da Gianni Morandi, sarà sempre considerato ‘doping’?

Abbigliamento: Deo gratias, potrà essere consentito (a noi volgaroni) quello “non tecnico” purché “nel rispetto della morale pubblica”. Per l’ammissione delle atlete in due pezzi succinti decide la consulta degli Imam competente per il luogo della manifestazione? Fino a qualche anno fa, ai margini delle spiagge c’erano i cartelli che vietavano di circolare per strada in costume… Imporre il rispetto della morale pubblica non è compito della Fidal. O vogliamo demandare al giudice pugliese il verdetto su chi circola con tette finte incollate sopra la maglietta?

Handbike e simili non ammesse? Sono pericolose! fantastico, gli handicappati restino davanti alla tv! E se – bontà sua – un organizzatore li ammette, riservando ovviamente una partenza differenziata (cioè davanti), quando i podisti ‘normali’ raggiungono una carrozzella in difficoltà su una salita, questa va radiata? Qui l’UCAS si tinge di spietatezza, ovvero la Fidal dimostra la sua inadeguatezza a gestire corse al di fuori delle piste, dove non ci sono dislivelli, gli atleti sono tutti giovani e belli (anche se non ridono), mai più di 24 ma meglio se 8, le carrozzelle intralciano, e i reietti della società non devono trovare spazio.

Idem per il paragrafo dedicato a “bacchette Nordic Walking”. La Fidal nulla sa di gare in salita o su sterrato. Scuderi l’ha sempre scritto che non dovrebbe impicciarsi di “non stadia”; ma se lo fa per ‘pettinarci’, almeno venga per le strade e i sentieri a vedere chi siamo e come corriamo. Le bacchette sono pericolose? Per me, sono più pericolose le scarpe chiodate: e mò?

La Fidal è nata nel dicembre 1926, e dal marzo del 1927 “il Partito Nazionale Fascista a mezzo del Presidente del CONI Lando Ferretti nominò l'on. Leandro Arpinati Presidente sia della F.I.D.A.L. che della F.I.G.C.” (fonte: Wikipedia): con questo battesimo, si spiegano meglio certi atteggiamenti duceschi, il divieto di sorridere che connota gli atleti della pista: ma almeno ai tempi del Duce si vincevano medaglie olimpioniche e titoli mondiali. Adesso, il Duce federale è di cartapesta: si continua a non ridere, e a far ridere gli altri.

Sono 2143 i classificati in maratona entro il tempo massimo di 6 ore, e 20865 quelli della mezza maratona, partiti in contemporanea alle 7,15 di sabato 28 (in più erano programmate una 5 km e gare minori). Gli organizzatori parlavano di 4000 iscritti alla maratona: sicuramente molti sono arrivati fuori tempo massimo, come mi era facile dedurre quando, dal mio km 37 e seguenti che si svolgevano in buona parte sulla stessa strada nei due sensi, vedevo camminatori affrontare, già intorno alle 4h 45 dal primo sparo, gli ultimi loro 10-12 km inclusivi di salite. In più c'era la possibilità di optare, al bivio del km 19 e in altri due punti dove noi maratoneti rinvenivamo sul tracciato della mezza (sia pure con circa 8 km in più sul groppone), per autoridursi il percorso e concludere legalmente la gara rientrando in due classifiche 'speciali'. 

Da rilevare pure come gli arrivati in maratona siano equamente suddivisi tra uomini e donne, e per la mezza le donne siano quasi il doppio degli uomini: cose impensabili da noi in Europa, in Italia soprattutto. Non si tratta di supercampionesse: la vincitrice della maratona, la cipriota con doppio passaporto Stella Christophorou, ha impiegato quasi 2.54, infliggendo 13 minuti alla seconda, l'americana Heather Crowe. La vincitrice era smontata dal suo lavoro in Kentucky all'una di notte. Una volata in Tennessee per prendere il via, ma la fortuna di 'trovare' il marito, un militare americano, che faceva servizio come accompagnatore in bicicletta...  della prima donna! Immagino le lamentele delle italiche cacciatrici di prosciutti per un'eventualità del genere.

La maratona di Nashville, nata come 'Country music marathon' ma inserita da alcuni anni nel circuito Rock' n' roll (che comprende varie gare Usa e alcune europee), non è certo una maratona da tempo, per le molte asperità soprattutto della prima parte piuttosto collinare (già il nome di Belmont Avenue su cui si corrono parecchi chilometri è indicativo). Ha vinto per il sesto anno consecutivo il 36enne Scott Wietecha, migliorando il suo tempo del 2017 (quando fece davvero molto caldo), ma senza battere il suo miglior personale qui, in 2.28:18, con un minuto e mezzo di margine sul 22enne libanese Garang Madut. Le cronache fotografiche documentano anche il suo ricorso a una delle numerose toilette mobili disposte lungo il tracciato, davanti alle quali (appunto per la loro numerosità) non si generavano mai le lunghe code che siamo abituati a vedere di solito. Notevole pure che accanto a ognuna delle infinite postazioni per complessi rock ci fosse una toilette. È ovvio che non solo i podisti ma anche i musicisti abbiano certi bisogni durante 6-8 ore.

Anche in altri casi ho constatato con invidia la solita organizzazione americana, a cominciare dalla sistemazione nel vasto parcheggio gratuito dello stadio del football intitolato alla Nissan (che a Nashville ha la sede centrale per  tutti gli States): già nelle strade di accesso alla città (intasate questa mattina  come le nostre tangenziali alle 8 e alle 18 e quasi sempre in altre ore, anche per uno sciagurato camion che la sera prima aveva messo fuoriuso un sottopasso in un incrocio essenziale) c'erano code disperanti, che inducevano molti podisti ad accettare le offerte dei tanti parcheggi a pagamento da 10 dollari in su nelle vicinanze. Io invece ho avuto fiducia e giunto allo stadio verso le 6.15 ho trovato innumerevoli segnalatori che hanno guidato me e figlio (all'esordio sulla mezza) al settore D, zona G, piazzola 46. Da lì, 10 minuti a piedi verso la chiesa battista davanti alla partenza, dove una prima serie di bagni (o come le chiamano qui, sale da riposo) offriva sfogo alle impellenze fisiologiche, cui sopperivano poi altre toilette chimiche piazzate di fronte alla consegna bagagli.

Non sarà la più rinomata delle maratone Usa, ma una città che già nel 1907 aprì una fabbrica di auto chiamandola Marathon e assegnandole un podista come logo, di certe cose dimostra di avere una lunga esperienza...

Partenza nella centralissima Broadway, di fianco al palaghiaccio dove ieri i Predators locali hanno disputato la prima gara dei playoff scudetto. Si parte a ondate, distanziate di un paio di minuti l'una dall'altra, sebbene l'accesso ai vari settori non fosse controllato e comunque i settori non fossero separati. Cosicché,muovendomi in avanti appena sentito lo sparo, mi sono trovato con una coppia bolognese di amici di Podisti net, Andrea Sotgiu e Cristina Pasin, e insieme siamo partiti (loro per la mezza) dopo 13 minuti dal primo sparo. Naturalmente, checché ne pensino i soloni della Fidal, l'unico tempo valido per la classifica è quello registrato dal tuo chip attaccato al pettorale, dunque non serve sgomitare come in Italia. L' unica pecca del sistema è stata per me il non potermi fidare dei tempi indicati dai pacemakers (uno ogni 15 minuti), non sapendo in quale ondata fossero partiti: tant'è vero che sono arrivato a pochi metri dalla pacer delle 4.45, ma il mio real time risulta, come è giusto, di 4.55.

Percorso, a quanto ricordi, identico all'anno passato: il gps dichiara 42,850 metri (+500 di dislivello) ma sto abituandomi a non credergli troppo. Bella la prima parte, con lo stupendo coronamento del giro nel campo da baseball, ripresi dalla telecamera che vi proietta sul maxischermo; più monotona la seconda metà, stradoni, fabbriche, concessionarie e tanto sole. Induce invece a pensare la serie di cartelli esposta verso il km 16  dall'ospedale pediatrico St. Jude, che dà il nome alla maratona con finalità di raccolta fondi, ed esibisce le foto di tanti piccoli suoi pazienti, e alla fine la scritta: finché un solo bambino morirà di cancro,  noi non smetteremo di muoverci.

A proposito di scritte, i cartelli inalberati dal pubblico sono tra le cose più divertenti, seppure non tutte originali: come "su una scala da 1 a 10, tu sei 13.1" (l'equivalente in miglia della maratonina); oppure quello hard in mano a una donna: "hai un fucile sotto gli slip o sei contento di vedermi?". Piu saggio "la sofferenza dura un giorno, la classifica è per sempre"; sacrosanto " il matrimonio è una maratona, non uno sprint"; arguti "se pensi alla fatica che fai, pensa alla mia nel reggere questo cartello", oppure "mi sono allenata tutta la settimana per tenere su questo cartello". Noi italiani non siamo secondi a nessuno nel gestire in allegria le maratone, ma coi cartelli non siamo ancora a questo livello. Arriverà, come immagino che arrivi a breve Alexa, un robottino pazzesco che furoreggia nelle case, obbedisce a comandi a voce tipo "accendi la luce in cucina" o "mettimi una canzone di Joan Baez" o "chi ha vinto la maratona di New York?". Tutto per rendere più pigra e ottusa e obesa la gente: l'anno prossimo voglio chiederle di correre la maratona al posto mio...

Per fortuna, al momento corrono donne in carne e ossa: arrivato nel punto dove chi ne ha deve tirarne fuori, cioè alla deviazione degli ultimi 10 km verso il laghetto e il campo da golf sormontato da un ponte ferroviario come ne vediamo solo nei western o in Cassandra crossing, là dove gli addetti ai ristori (tanti!) cominciano a distribuire sacchetti di ghiaccio e bustine di sale, ingaggio pacifiche battaglie con due cavallone locali, i cui pettorali (nel senso di Bibnumber) dichiarano i nomi di Olson e Gwenthian. La prima mi supera inesorabilmente, la seconda invece sembra cedere, anche perché attardata dall'amica Julia. Insomma, un sacco di donne, che certi modenesi di mia conoscenza, ritratto vivente della sf* (in senso etimologico), che li porta a correre solo se affiancati da una di sesso opposto, ci farebbero più di un pensierino (specie se riuscissero a scroccare il pettorale anziché pagarlo 69 dollari come me).

Io invece arrivo al traguardo in solitudine (la biondina pacemaker fa il suo mestiere qualche decina di metri avanti). Solitudine integrata virtualmente dall'assistenza transoceanica di Roberto Mandelli, che mi rimbalza quasi minuto per minuto tempi di passaggio, piazzamenti ecc., e costruisce a getto continuo album fotografici mixando cene tennesseane e razzi di Alabama, come Alexa non saprebbe...

Dopo l'arrivo, la medaglia e i tanti generi di conforto (tra cui un benedetto asciugamani intriso di acqua fredda e una birra), trovo mio figlio con la medaglia al collo, entusiasta e che già progetta la gara del 2019 con colei che diventerà sua moglie. È giusto che noi anziani cediamo il passo a chi ha la gamba più sicura.

Lunedì, 23 Aprile 2018 10:41

A San Possidonio è quasi estate

I podisti “delle Basse”, raggruppamento geografico non ben definito ma che, direbbe Guccini, sta tra la via Emilia e il West (inteso come il corso del Po dalla reggiana alla ferrarese), si sono ritrovati domenica 22 a San Possidonio, uno tra i comuni più settentrionali della provincia di Modena, e tra i primi a coltivare il podismo di massa (era una tappa delle primissime edizioni della Sgambada, 1972 e dintorni), per una nuova edizione de “Al Gir dal Cumun” (il podismo di queste parti resta fedele al dialetto, altrocché Run e Trail o Trial o Challenge ecc.).

Gara che si svolge da decenni, dapprima solo su asfalto ma che da qualche anno ha inserito nel giro lungo di 18 km il passaggio per l’oasi naturalistica del Budrighello e una lunga sezione sull’argine destro del Secchia, dove una quindicina d’anni fa fu inaugurata la pista ciclabile fino al Po (e all’inaugurazione non mancò una corsa podistica da S. Martino Secchia a Rovereto organizzata dall’immancabile Ilva da Fossoli).

Terra purtroppo che reca ancora i segni dei terremoti del 2012: l’orologio del campanile segna da allora le 5,47, la chiesa è puntellata, nella piazza celebre per la maccheronata di fine agosto regna un’allegria un po’ mesta, da naufraghi che però vogliono riprendere la vita normale.

Come da tradizione, i pettorali distribuiti erano numerati perché c’è sempre una premiazione, particolarmente sentita per le categorie giovanili: su percorsi ridotti (vedere le foto di Teida Seghedoni 412-7) o anche per qualcuno più audace (288) sul percorso lungo.

Presenti anche bambini un po’ cresciuti, come Maurito figlio di Paolino (foto 351), Giangi (160-162, ma non pare gradisse molto essere ritratto), Gamba ed Legn Sala (31, 88) che continua a vantare il record di essere stato l’unico ad autogestirsi in una Modena-Abetone di un quarto di secolo fa, e la dinasty dei Gennari da S. Flis, già incoronata dai Passatori dei bei tempi (e incontrando il Gennari della foto 10 la domanda da fare era inevitabile: “tè sit Loris o Elvino?”).

Il caldo estivo è stato mitigato dalla frescura dell’oasi (foto 52-73), ma una volta saliti sull’argine (foto da 163 in poi), qualcuno ha osato inaugurare la prima tenuta da spiaggia dell’anno (239, 301, 307). Altri tempi, quando queste erano le nostre spiagge e in quell’acqua si faceva il bagno. Ma questa corsa d’altri tempi è viva come sempre.

 

Servizio di Teida Seghedoni

http://foto.podisti.net/p1031039355

 

Dopo una prima edizione 2017 molto contestata, e per la quale fa testo il report di Massimo Muratori che ospitammo su queste colonne e in parte riproduco, mi ero deciso a presenziare (s’intende, con scarpette ai piedi e zainetto in spalla) alla seconda edizione, o per essere più esatti a quella parte di tracciato (gli ultimi 55 km) ritagliata per la prima volta dai 125 del giro totale. Scelta personalmente (intendo: atleticamente) alquanto discutibile, ma utile giornalisticamente, nel senso che trovandoci noi del giro “corto” in gioiosa e/o sofferente convivenza con quelli del giro lungo, che transitavano dal Monte di Fò sotto il passo della Futa, da dove partivamo noi, al loro 70° km, abbiamo potuto scambiare impressioni che, unite a quanto ho visto di persona, mi danno un quadro abbastanza equo. Che naturalmente potrà essere arricchito o corretto da altri partecipanti.

Le prime parole che mi ha detto un super-trailer, già partecipante nel 2017, sono state: “quando si fanno delle critiche costruttive e gli organizzatori sono intelligenti, poi si aggiusta tutto”.

Dunque, aveva scritto Muratori:

Ristori (o, all’americana, Check Point): piazzati con il metodo del lancio dei dadi (alea iacta est, lo diceva già Giulio Cesare su queste strade) con distanze variabili tra i 10,3 e i 24,2 km, con zero punti intermedi di rifornimento acqua; e assicuro che con il mezzo litro richiesto nel materiale obbligatorio si sarebbe fatto ben poco. Solo nel tratto precedente S. Piero (23/93 km) sono state date bottiglie d’acqua in due punti ai volontari, forse dopo le numerose lamentele dei corridori che passavano al C.P.( all’italiana, ristoro) di Monte Fò, punto di cambio indumenti piazzato in un campo di calcio al sole, e dove un po’ di pastasciutta veniva data a patto di mangiarla con le mani, vista l’assenza di forchette.

Confesso di non aver visto il ristoro di Monte di Fò (frazioncina ancora ignota a qualche stradario: era più semplice dire che sta 4 km sotto il passo della Futa, lungo la stessa strada ex statale): il nostro luogo di raduno era all’interno di un camping, tutti i servizi concentrati in pochi metri, con ombra persino eccessiva dato il vento freddo che, a 800 metri di altezza, ci faceva cercare il sole; ma i super-trailer passavano cinque metri sopra di noi e si ricongiungevano solo dopo un km abbondante, dunque non saprei come fossero la loro nutrizione e dissetamento. Però la collega d’università Elena Pacetti, giovane ma apprezzata pedagogista nonché podista, di servizio a Monte Adone, mi assicura di aver visto “atleti sorridenti, capaci di ringraziarti e di scherzare anche se stremati dalla fatica, pronti a sostenersi a vicenda”.

Dal Fò in avanti, i due posti di ristoro anche solido programmati (appunto al km 23/93 e al 39/109) erano alternati a quattro punti di idratazione (6-15-31-43 secondo la nostra misurazione), con acqua, cola, tè (ma al 31 ho mangiato anche due ovetti di cioccolato…), ai quali aggiungo almeno due fontanelle cui mi sono abbeverato con voluttà, più un delizioso “ristorino” gestito, intorno al km 20, da quattro bambinelle di età tra i 4 (“li faccio il 26 di sgiugngno!”) e i 10 anni, che con una precisa turnazione ci offrivano acqua minerale fresca. Dunque non ho mai patito la sete, e ho fruito della mia riserva idrica solo dal km 40 in poi. A proposito di materiale obbligatorio, è la prima volta dopo l’Utmb del 2015 che il mio zaino è sottoposto a rigoroso controllo, PRIMA della consegna del pettorale, con richiesta anche dei materiali tipo maglia pesante, pantaloni lunghi, guanti, che la giornata soleggiata rendeva del tutto inutili, almeno per chi contava di arrivare prima di notte.

Parlare della mancanza di alimenti salati, della quasi cronica scarsità di bevande (solo acqua e sali erano presenti) è una costante. Per la coca assente a Sasso Marconi ci è stato precisato che a Monzuno ce n’era in abbondanza: mancavano solo 24 km! Del fatto che all’ultimo ristoro di Monte Senario alle 19 di sabato era rimasto ben poco da mangiare, e la solita coppia acqua e sali per bere, e dovevano passare ancora più di 60 persone, è un po’ come sparare sulla Croce Rossa.

Sempre relativamente ai miei miseri 55 km, devo dire che il ‘pranzo’ di San Piero a Sieve era al livello di quelli dell’Utmb: panche e tavoli al coperto, piatti, forchette e coltelli, due primi (riso e maccheroni) secondi di vario genere tra cui ho privilegiato 4 fette di squisito prosciutto, frutta secca e fresca, birra tra le bevande - dove non mancavano mai l’acqua frizzante e gli integratori. Mi sono fermato ben 11 minuti; solo 5 in quello successivo di Monte Senario, dove a servirmi – tra gli altri – stava un tipo con aria vescovile. Gliel’ho fatto notare, e mi ha risposto che avevo un po’ indovinato, dato che è l’archivista dell’abbazia (in uno dei posti più belli del nostro percorso, sebbene al termine della salita più dura, 600 metri verticali da rimontare in 14 km, dopo dei quali vedi però, da un meraviglioso prato in falsopiano, Fiesole e Firenze).

Tracciatura: il trailer sia di notte che di giorno ha il chiodo fisso di non sbagliare strada. Non correndo su un biliardo molta attenzione la porge a dove va a mettere i piedi, e la primaria necessità è quella di avere costantemente in vista fettucce, frecce o cartelli che indichino la strada: ovviamente col buio la cosa è fondamentale. Se le bandelle vengono posizionate ogni 100/150 mt, e a volte molto di più, e vengono piazzate dopo una curva del sentiero anziché prima; se poi agli incroci si trova una sola bandella senza il richiamo nei 10/20 mt successivi del sentiero giusto; se le indicazioni date dai volontari sono a volte diverse da quelle indicate dalle frecce; se negli ultimi sei sette km di volontari non vedi l’ombra e ti fai un po’ di statale trafficata in solitudine, seguendo più i cartelli stradali che quelli scarsi della gara: se tutto ciò avviene ecco che il trailer mi diventa ansioso e un filo “irritato”.

Questo chiodo ce l’ho anch’io: anzi, visto lo scenario mistico in cui si svolge il secondo tratto, mi dicevo che era il diavolo tentatore a sibilarmi ogni mezzo km “hai sbagliato strada, torna indietro!”. Però dichiaro solennemente che quest’anno, a parte l’ultima quindicina di km dove un po’ di rarefazione c’era, siamo sempre stati guidati da bolli gialli a terra, freccine (piccolette a dire il vero) in prossimità dei bivii, bandelle biancoazzurre ad altezza d’uomo, qualche bandierina blu con catarifrangente giallo. Confesso di essermi sbagliato una sola volta, appunto a una decina di km alla fine (insufficiente irrorazione cerebrale?), ravvedendomi però nell’arco di pochissimi metri, e di avere avuto gli unici dubbi nella piazza centrale di S. Piero a Sieve, dove solo scrutando lungo le tre strade possibili si vedeva una bandella attaccata una trentina di metri oltre; e a Fiesole, dove era forse venuta a mancare la vernice per i bolli gialli e (mi hanno detto) qualche genietto dispettoso aveva strappato le bandelle. Di modo che, a una certa piazza che finiva in un bivio quasi all’ultimo km, ho fatto un ragionamento su quale strada scegliere (quella di destra) e mi è andata bene. Non ho mai dovuto chiedere niente a volontari, salvo, per eccesso di scrupolo, ripartendo da ogni ristoro “e adesso dove vado?” (ma qui c’entrava forse anche il mio obnubilamento da birra).

Percorso: la VdD è quella: non si discute, può piacere o non piacere, sicuramente più adatta ai corridori che agli arrampicatori, racchiude tratti di asfalto certamente superiori ai 25 km corrispondenti al regolamentare 20% (secondo il punto 1.5 della IUTA), e forse non potrebbe definirsi Ultra Trail, ma in questo caso i “punti” per la regina delle Ultra Trail sarebbero persi, e oggi si vive di punti anche per andare dal barbiere. Ciò che non si è capito bene è la reale lunghezza del percorso, tre km in più ci sono stati ufficializzati via mail senza però dire dove li avevano messi (o ti scarichi la traccia o ti gratti), ma gli altri 4/8 indicati dai vari concorrenti da dove sono arrivati? Azzardo un’ipotesi: qualche giro vizioso per aggiungere km e dislivello sempre in funzione punteggi?

I protagonisti della gara lunga mi hanno assicurato che nella prima parte l’asfalto era stato drasticamente ridotto, a volte costruendo sentieri nei boschi, con taglio di alberi e l’apporto del Cai. Sulla distanza non ci si pronunciava (anche perché la maggioranza dei Gps non reggono una carica di tante ore), ma pare che l’altimetria fosse giusta (rispettivamente più 5000 e più 2000); dal mio Gps, appena bastante per il giro ‘corto’, trovo sostanziale conferma dei 55 km; con un calcolo molto a braccio, direi che la parte asfaltata sarà stata sui 10 o 12 km, inevitabile quando attraversi o arrivi in un grosso centro abitato. Magari non sarebbe male mettere anche qualche paletto chilometrico a terra: non pretendo i segnali ogni 250 metri di Interlaken, però almeno ogni 5 km come a Davos, così ci potremmo regolare.

A un certo punto, quando ormai sulla stessa altimetria di Fiesole (dopo il quarto dei cinque ‘dentini’ che interrompevano la teorica continua discesa degli ultimi 16 km) ci siamo immessi sulla stradina che ci avrebbe portato al traguardo, un addetto ci diceva “mancano solo 3 km!”. Il mio vicino di gara del momento, uno Yuri romagnolo, ha detto di non fidarsi molto di questo tipo di segnalazioni, e ha cominciato a camminare fino al traguardo. Invece mi ha raggiunto e superato (dopo vano tentativo di resistenza mia, durato sì e no mezzo km) una ragazza di Treviso, Mariangela, col suo bravo pettorale verde del giro lungo: “Tu sì che sei eroica!” le ho detto. “Gli eroi sono ben altri”, è stata la sua risposta. Terza assoluta, a una ventina di minuti dalla seconda, Tatiana, che mi aveva superato al 41, con un’andatura per me del tutto insostenibile. Lasciamo chiudere al puntuale Muratori 2017:

Parlando del contorno alla gara: pasta party inesistente alla partenza, mi dicono buono all’arrivo (non ne ho usufruito); docce calde e buon servizio di navette per andata e ritorno, pacco gara di buon livello e, almeno nel mio caso, distribuito da una splendida e solare fanciulla alla quale non ho potuto non rivolgere un complimento.

Confermo il servizio di navette efficientissimo, che sopperiva alle scomodità dell’arrivo in centro ma con docce e pasta party ubicati a 3-4 km; e aggiungo di una navetta supplementare, non dovuta, ma preziosa per me e altri che avevano sciaguratamente lasciato l’auto a Monte di Fò rifiutando la navetta da Bologna del sabato mattina. Nel risalire a Firenze lungo la via “Nazionale Bolognese” (quella delle mitiche Mille Miglia, oggi guastata da troppe inutili rotonde) ci siamo imbattuti in vari addetti a sorvegliare ancora il passaggio dei supertrailer, che avevano tempo per arrivare fino alle 6 di domenica: ma a quanto appare dalle graduatorie apparse già in live nel sito Sdam, gli ultimi classificati sono stati aspettati addirittura fino alle 32 ore, cioè alle 8 (e come al solito mi viene il paragone col Sentiero di Corteno Golgi o con la Sellaronda, quando mettevano fuori gara anche per 5 minuti di ritardo a un cancello). A proposito, da uno dei concorrenti che otto giorni prima era stato al trail di Rocca Malatina (e che arriverà 19° del giro lungo, Riccardo da Fiorano) ho sentito lamentele, non solo sulle classifiche diffuse nell’immediato in forma sballata e corrette dopo cinque giorni, ma anche sul richiamo “tu sei fuori!” rivolto a un suo amico un pelino lento che per la prima volta si cimentava in un trail. “Quello che è giusto è giusto, ma umanamente non è il modo per incentivare la pratica del podismo in natura”. Purtroppo – gli ho commentato, incontrando l’approvazione di un altro compagno di strada – se ci fosse stata la Cecilia sul percorso lungo, la aspettavano, perché il tempo massimo era commisurato su di lei e sulle foto di suo marito… ma purtroppo ha fatto i 20 km!

Quanto al resto della nostra giornata tosco-emiliana, dalle graduatorie vedo 146 classificati (di cui 15 donne) sui 183 partenti dei 125 km: sono 20 in meno del 2017, compensati però dai 92 arrivati, con 13 donne (su 96 partiti), dei 55 km: qui non c’è stato bisogno di arrivare fino alle 02,30 del tempo massimo, perché in poco più di 12 ore (cioè alle 22,30) erano arrivati gli ultimi.

Gara certamente non estrema, paragonabile alla Abbotts way, anzi un po’ più morbida perché non ci sono deviazioni gratuite, fuori dell’itinerario storico, come invece dagli Abati (monte Lama): pochi tratti di discese un pelino pericolose (specie dalla cima più alta della Flaminia, cioè il Monte Gazzaro oltre i 1100 metri), con cartelli di avviso e addetti che ci esortavano alla prudenza, e persino una ventina di metri di corda corrimano. Suggestivo il passaggio dal castello mediceo di Trebbio sopra San Piero a Sieve e dalla badia di Bonsollazzo (spettrale nel suo abbandono, location ideale per film di fantasmi o di monaci medievali), a 525 metri, all’inizio dalla salita verso quell’autentico “Paradiso” di Monte Senario. Grandiosi i panorami ‘fiorentini’ degli ultimi 15 km; nella zona delle Croci- Olmo si interseca la strada Faentina in uno dei punti più antipatici del Passatore, quello dove tutte le auto degli accompagnatori e spesso trasportatori abusivi si affollano e ci rompono alquanto con le loro manovre e i gas di scarico; più pacifico il ricordo invece dell’Urban Trail di Firenze che attraversa Fiesole e le colline circostanti. Delizioso il borghetto delle Molina, anche perché lo affrontiamo in confortevole discesa, e su una mensola uno sconosciuto benefattore ha lasciato una bottiglia di Ferrarelle ancora fresca.

Molto originale l’arrivo nell’anfiteatro di Fiesole, medaglia con la scritta “Pervenit” (ci ho messo un minutino anch’io a capirla...), il vicesindaco di Vaglia (uno dei comuni attraversati) che saluta, si fa fotografare insieme a te e umilmente si piega a toglierti il chip dalla caviglia. Avrei visto volentieri anche Fausto Cuoghi, che ci aveva dato il via da Monte di Fò: ma forse era giustamente andato a festeggiare il suo **tesimo compleanno (diciamo che oggi ha cambiato di categoria MM). È anche grazie a lui, oltre che al commander-in-chief Riccardo Cavara, se la Bologna che da vent’anni non riesce a organizzare una maratona, e che prima annuncia poi cancella l’Urban Trail, è stata finalmente capace di proporre una corsa piacevole, ben allestita e istruttiva anche culturalmente parlando.

Primo ristoro in fondo all’anfiteatro (superata la pena di discendere i gradoni, apprezzatissime le patate lessate in olio, e ovviamente la frutta, l’ennesima birra, ma anche un ottimo tè caldo); poi pullmino per riconsegna bagagli con annesso pacco gara supplementare, docce (calde a patto di farle in non più di due per volta), massaggi e l’attiguo pasta-party (maccheroni al sugo, lonza di maiale, dolce, fragole, altra birra). Data la ristrettezza dello spazio, e anche il lungo arco temporale nel quale arrivavamo nonché la distanza tra arrivo e altri luoghi, è mancato il clima da pranzo collettivo, con speaker, allegria, premiazioni. O forse Cuoghi era là.

In ogni caso, dal sito Sdam ricopio le prime posizioni. Nella gara principe, il vincitore 2017, peggiorando di appena dieci minuti la sua prestazione di allora (ma ottenuta su un percorso più ‘stradale’), arriva secondo dietro Fabio Di Giacomo, che registra un tempo pazzesco di 13h 49. Il terzo arriva due ore e mezzo dopo del vincitore; quarto è Roberto Brigo, secondo nel 2017, che questa volta si peggiora di due soli minuti. Un po’ più ‘calme’ le donne, tra cui prevale Giulia Saggin (13° assoluta), davanti alle due mie sorpassatrici già citate. “Enfants du pays” alla ribalta nella gara corta (Naldi tra gli uomini in 5.04, Michela Migliori sesta assoluta e prima donna in 6.20), con l’eccezione della seconda donna, Sarah Eggleston americana, decima assoluta in 6.38.

Dal comunicato ufficiale già pubblicato (http://www.podisti.net/index.php/notizie/item/1211-ultratrail-via-degli-dei-e-flaminia-militare-i-vincitori.html ) e dal sito Sdam consultato domenica mattina riprendo la lista dei primi.

55 km

1        191     NALDI LORENZO      IL PONTE SCANDICCI         ita      SM45          1        5:04:00       

2        199     CASELLI CRISTIAN    RONDA GHIBELLINA TEAM   ita      SM             2        5:17:13       

3        210     DIANA FRANCESCO  NUOVA ATLETICA ISERNIA   ita      SM45          3        5:46:12

 

F

6        F36     MIGLIORI MICHELA   RUNNERS BARBERINO        ita      SF45   1        6:20:16       

10      F47     EGGLESTON SARAH            usa                        SF              2        6:38:28       

14      F48     CIANCI LUANA                  ita                         SF50           3        6:48:55       

 

125km

1        1        2        DI GIACOMO FABIO  RUNNERS VALBOSSA-AZZATE       ita      SM35          1         13:49:35      

2        2        1        RABENSTEINER ALEXANDER BERGAMO STARS ATLETICA ita      SM40          2         14:51:36      

3        3        27      GIROTTO VALERIO    MONTELLO RUNNERS CLUB           ita      SM45          3         16:24:40      

4        4        3        BRIGO ROBERTO      ATLETICA RIVIERA DEL BRENTA     ita      SM50           4         16:24:41      

 

F

 

13   F18     SAGGIN GIULIA        FRIESIAN TEAM      Ita      SF   1        18:31:59

20      F2      MACCHERINI TATIANA        RONDA GHIBELLINA ita      SF40           2        19:20:03

27      F8      CURINI MARIANGELA MONTELLO RUNNERS CLUB  ita      SF35           3        19:43:55      

Non ci sono solo i premi per i top runners alla maratona di Milano.

Giungendo al traguardo, il supermaratoneta ed ex marò veneziano Adriano Boldrin, che da anni continua a inanellare maratone malgrado seri problemi fisici, ha ricevuto, oltre alla medaglia, un piatto argentato con la dicitura “1° Premio Claudio Zamengo - A chi non si è mai arreso, e ha lottato per raggiungere i propri sogni e obiettivi”. A consegnarglielo sono stati la vedova di Zamengo, signora Silvia Stradelli, accompagnata dal piccolo Andrea figlio di Claudio, e Andrea Basso, già del comitato organizzatore della maratona di Venezia ed ora coordinatore generale di Milano Marathon. Presente anche Tiziano Lamera, titolare di un negozio di articoli sportivi a Martinengo (BG) e collaboratore di Milano Marathon oltre che della Mezza di Monza e di altre gare. Nella festa è stato coinvolto pure Gabriele Mancini, altro maratoneta di lungo corso arrivato al traguardo con Adriano.

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