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Mag 10, 2018 Stefano Severoni 722volte

La storia dell’ora di corsa

Zatopek, Clarke, Roelants Zatopek, Clarke, Roelants Pubblico dominio -R. Mandelli

Sovente per valutare la condizione di un atleta si considera l’andatura che può tenere in un’ora di corsa. Esiste anche una gara sull’ora di corsa, che si svolge nella pista di atletica leggera. Si tratta di una prova massacrante, corsa in condizioni di perenne spinta per 60 minuti, senza il vantaggio di un cambio di scena o di una minima variazione altimetrica, che spezzi la monotonia di un ritmo continuamente massimale.

Ripercorriamo la sua interessante storia, che ci permetterà altresì di rivisitare l’evoluzione del fondo mondiale.

IL XVIII SECOLO: GLI INIZI CON IL GALLESE CARLISLE

Se il più antico record conosciuto delle corse piane è quello del miglio, stabilito a Londra il 26 agosto 1665, il secondo per antichità risale precisamente all’anno 1740. Non si conosce il giorno esatto, ma probabilmente dovette cadere agli inizi della primavera. Infatti, il quotidiano The Daily Advertiser ne diede notizia in data 6 aprile, precisando comunque che l’impresa era stata compiuta qualche tempo prima. Le corse su strada di endurance, i distances, erano assai popolari in Inghilterra, ma in genere si svolgevano su percorsi non esattamente misurati e ovviamente non erano cronometrate. Il professionista Thomas Carlisle per primo ebbe il desiderio di cimentarsi contro una precisa unità di tempo e scelse, essendo un atleta molto resistente, ma poco veloce, proprio la corsa dell’ora. Di Carlisle sappiamo ben poco, se non ch’era gallese e di statura bassa. Come aveva già fatto il baronetto Archibald Glover 75 anni prima, Carlisle propose ai suoi avversari e a tutti i fans una scommessa, dichiarandosi capace di poter coprire in un’ora una distanza superiore alle 10 miglia (16˙093,44 m). La corsa in quel per noi lontano 1740 non si svolse su strada, bensì lungo un circuito di circa 2 miglia, da ripetersi più volte, situato in un prato a ovest di Londra. Vi assistettero 15/20mila spettatori di tutti i ceti sociali, ma soprattutto giocatori incalliti, molti dei quali muniti di orologi per controllare che Carlisle corresse davvero per un’ora esatta, come ben pochi credevano avrebbe fatto. A quei tempi le autorità dello Stato e quelle scolastiche nutrivano un notevole disprezzo nei riguardi dei podisti e degli altri atleti professionisti. Tuttavia, l’eccezionalità dell’evento persuase alcuni insigni personaggi, tra cui un reggente delle Old Souls e un professore di Oxford, a fare da giuria. A quanto pare Carlisle si scontrò con una cinquantina di concorrenti: lì seminò in toto sino allo scoccare del 60° minuto con il suo tipico passo corto, radente, ma ben cadenzato. Quand’egli concluse il suo sforzo, era riuscito ad andare oltre il limite delle 10 miglia che s’era prefissato, addirittura avvicinandosi a quello delle 11 miglia (17˙702,78 m), per l’esattezza 17˙300 m. Ma in seguito il neo recordman non conobbe altra gloria.

IL XIX SECOLO: BRITANNICI, STATUNITENSI E CANADESI SUL TETTO DEL MONDO

   Nell’arco degli anni tra il 1788 e il 1809 altri tre fondisti britannici, George Evans, Abraham Wood e Joseph Beal, migliorarono di poche centinaia di metri il record di Carlisle. Tuttavia fu l’americano William Jackson a infrangere per primo il muro delle 11 miglia, coprendo 17740 m. Ovviamente pure questo nuovo primatista statunitense era un professionista, dal fisico piuttosto forzuto, probabilmente originario della Louisiana. Egli per ottenere il record dell’ora dovette attraversare l’Oceano Atlantico e giungere in Cornovaglia. Il famoso scrittore umorista Mark Twain nel suo La celebre rana saltatrice (1867) farà un accenno postumo all’impresa sportiva di Jackson. Dopo un intermezzo con i britannici John Howitt e John Maxfield, iniziò l’epopea del pellerossa canadese Luke Bennett, il cui “vero” nome era Piede di Cervo. Questi corridore allora assai reputato era detentore di tanti record, dalle 2 alle 12 miglia. Ma il suo giorno di maggior gloria fu il 3 aprile 1863, quando nell’ora egli macinò ben 18589 m, di passaggio proprio per le 12 miglia (19312,09 m), che completò in 1h02’02”5. Ci vollero ben 34 anni perché il record dell’ora tornasse in terra inglese grazie ad Alfred Bacon. Il XIX sec. sarebbe terminato con il nuovo limite superato, da parte di Harry Watkins con i suoi 18878 m (1899). Tale fu pure l’ultimo record dei professionisti corridori. Mentre quello dei dilettanti risaliva al 1894 per merito di Walter George, un farmacista inglese, con 18555,66 m.

IL XX SECOLO: SI SUPERANO I 19 KM

   Poi, il 6 luglio 1913, nella veloce pista di Stoccolma, il famosissimo venticinquenne dilettante francese Jean Bouin migliorò il record di Watkins, superando la barriera psicologica dei 19 km (19021,90 m). Da parte sua Bouin mirava a centrare quella delle 12 miglia, ma non vi riuscì. Non vi riuscirà poi nel 1928 l’atleta che oggi è ritenuto da molti esperti il più forte fondista di tutti i tempi, ovvero il mitico finlandese Paavo Nurmi. A Berlino, all’età di 31 anni, il pluriolimpionico Nurmi s’arrestò a 19210,82 m, impossibilitato a coprire altri 101,27 m, che ancora lo separavano dal miraggio delle 12 miglia. Ma riuscì a centrare questo obiettivo un’altra figura quasi leggendaria della Finlandia, Viljo Heino. Il 30 settembre 1945 a Turku egli coprì ben 19,339 km, con passo costante, seppure con un progresso minimo (128,18 m). Il salto di qualità alla specialità dell’ora di corsa fu compiuto da un “superuomo”, il mitico Emil Zatopek. Cecoslovacco, classe 1922, iniziò a rivelarsi nel 1948 a Londra, quando conquistò il titolo olimpico dei 10000 m. Zatopek, denominato Zatopka o anche “l’uomo cavallo”, era caratterizzato da uno stile di corsa piuttosto sofferto e addirittura sgangherato, eppure efficace e penetrante. Egli fece un primo timido tentativo contro il record dell’ora il 15 settembre 1951 a Praga: riuscì subito a frantumare il precedente di Heino con 19558 m. Poi proseguì sino ai 20 km e li completò in 1h11’15”9, altro record mondiale. Appena due settimane più tardi, a Stara Boleslav, Zatopek strabiliò tutti, cronometristi e spettatori. 37 anni fa il record dei 10000 m sfiorava già i 29’, ma correre la distanza in mezz’ora era sempre considerata un’impresa straordinaria. Proprio in quel giorno, il fantastico Zatopek corse due volte di seguito i 10 km in meno di mezz’ora: 29’53”4 più 29’58”2, per un totale incredibile, sui 20 km, di 59’51”6. Per la prima volta nella storia della disciplina, anziché transitare dall’ora per arrivare ai 20 km, un atleta transitò ai 20 km per arrivare all’ora, che chiuse con 20052,40 m. L’impresa di Zatopek sorprese il mondo, più dei tre titoli olimpici di Helsinki 1952: 5000 m, 10000 m e 42,195 km. Zatopek affermò una verità indiscutibile: «Non sono affatto migliore degli altri, ma mi alleno molto di più. Gli altri si allenino quanto me e mi supereranno». Personaggio nella vita allegro e gioviale, Emil si ritirerà nel 1982, dopo aver collezionato tanti successi e popolarità: imbattuto per 7 anni consecutivi, 38 gare e 18 record mondiali su prove di fondo.

Dopo Zatopek, lo scettro della specialità passò ad atleti di altro continente: il 24 agosto 1963 William Baille (Nuova Zelanda) siglò 20189,75 km. Questi fu superato a sua volta dall’australiano Ron Clarke il quale, il 27 ottobre 1965, portò il limite a 20231,64 m. Un altro notevole miglioramento fu poi compiuto dal belga Gaston Roelants, il quale prima corse 20664 m (1966) e poi 20784 m (1972). In seguito per due volte l’olandese Jos Hermens riuscì a migliorarlo ulteriormente con 20907,65 km (1975) e poi con 20944 m (1976): ora solo 56 metri separavano dai 21 km. In due secoli il limite era stato incrementato di oltre 2 chilometri e mezzo. L’ultimo miglioramento del XX sec. appartiene al messicano Arturo Barrios, il quale il 30 marzo 1991 a La Fléche per la prima volta nella storia riuscì a superare i 21 km con 21101 m, cioè corse a 2’50” al km.

IL XXI SECOLO: L’AFRICA CON HAILE GEBRSELASSIE

Sappiamo che negli ultimi trent’anni il fondo mondiale è stato dominato dagli africani, in particolare keniani ed etiopi. Fu proprio il plurimedagliato e recordman etiope Haile Gebrselassie (165 cm x 56 kg), classe 1973, a riuscire il 27 giugno 2007 a Ostrava (Repubblica Ceca) a portare il limite a 21285 m, ossia corse a 2’49” al km. Inoltre, nell’occasione Haile corse 50 giri di pista (20000 m) in 56’25”7, che gli valsero un altro record mondiale. Queste le parole di commento dell’illustre Giorgio Rondelli, tecnico di tanti campioni:

   «Difficile capire come il fuoriclasse etiope abbia trovato la forza fisica e mentale per inanellare oltre 53 giri di pista in 60 minuti, necessari per fissare il nuovo limite mondiale dei 20 km in 56’26” (precedente: 56’55” di Arturo Barrios, 1991) e soprattutto quello dell’ora in pista, chiusa a quota 21,285 km, contro un precedente limite (sempre di Barrios) di 21,101 km. Volendo essere pignoli, si potrebbe dire che Gebre ha anche migliorato di 30”, correndo in 59’30” circa sui 21,097 km, un altro tempo di Barrios, quel 59’59” e qualche decimo, che a mio avviso resta l’unico crono sicuro e attendibile sotto i 60 minuti sulla distanza di mezza maratona. Haile, che ha gareggiato con scarpe da maratona, è stato aiutato da alcune lepri per i primi 12 km per poi correre in solitario gli ultimi 9,285 km sempre al ritmo di 2’49” al km. La sua impresa restituisce fascino al record dell’ora in pista, che ha sempre avuto nel suo albo d’oro i più grandi fondisti della storia dell’atletica».

   Dietro l’exploit di Ostrava c’è un duro lavoro di almeno 35 km al giorno: i record non s’inventano. Questi due furono rispettivamente il 23° e il 24° record in carriera per Gebrselassie, il quale poi nella Berlin Marathon 2008 segnerà il suo record in maratona (2h03’59”), allora nuovo limite mondiale. Allora, se il record dell’ora appartiene a Haile questo avvalora ancora di più sia l’atleta che la disciplina, ora forse poco frequentata dai big, un po’ di più dagli amatori all’interno della staffetta.

   Il record europeo rimane a Jos Hermens con 20994 m (1976).

RICOSTRUZIONE CRONOLOGICA DEL PRIMATO MONDIALE DELL’ORA

DATA

ANNO

ATLETA

NAZIONE

DISTANZA M

 

1740

Thomas Carlisle

Gran Bretagna

17˙300

 

1788

George Evans

Gran Bretagna

17˙401

 

1804

Abraham Wood

Gran Bretagna

17˙450

 

1809

Joseph Beal

Gran Bretagna

17˙580

 

1826

William Jackson

Stati Uniti

17˙740

 

1845

John Maxfield

Gran Bretagna

17,800

22 marzo

1852

John Howitt

Gran Bretagna

18˙112*

27 ottobre

1862

Luke Bennett

Canada

18˙360

12 gennaio

1863

Luke Bennett

Canada

18˙425

23 febbraio

1863

Luke Bennett

Canada

18,542

3 aprile

1863

Luke Bennett

Canada

18˙589*

19 giugno

1897

Alfred Bacon

Gran Bretagna

18,748

16 settembre

1899

Harry Watkins

Gran Bretagna

18˙878

6 luglio

1913

Jean Bouin

Francia

19˙021,90

7 ottobre

1928

Paavo Nurmi

Finlandia

19˙210,82

30 settembre

1945

Viljo Heino

Finlandia

19˙339

16 settembre

1951

Emil Zatopek

Cecoslovacchia

19,558

29 settembre

1951

Emil Zatopek

Nuova Zelanda

20˙052,40

24 agosto

1963

William Baille

Nuova Zelanda

20˙189,75

27 ottobre

1965

Ron Clarke

Australia

20˙231,64

28 ottobre

1966

Gaston Roelants

Belgio

20˙664

20 settembre

1972

Gaston Roleans

Belgio

20˙784

27 settembre

1975

Jos Hermens

Olanda

20˙907,65

1° maggio

1976

Jos Hermens

Olanda

20˙944

30 marzo

1991

Arturo Barrios

Messico

21˙101

27 giugno

2007

Haile Gebrselassie

Etiopia

21˙285

  • Primati stabiliti di passaggio per distanze superiori.

IN ITALIA

   Il primato italiano appartiene al medico torinese Giuseppe Gerbi con 20483,13 m, ottenuto il 17 aprile 1982 a Roma, nello Stadio delle Aquile, oggi intitolato a Paolo Rosi. In quel pomeriggio romano, con Franco Fava nelle vesti di fotografo, la migliore prestazione fu dell’australiano Robert De Castella (20516 m), record nazionale. Dietro a lui Giuspin Gerbi (20483 m), che migliorava il precedente record di Fava di 20416 m (Roma, 9.4.1977). Poi Loris Pimazzoni (20467 m), Massimo Magnani (20151 m), Arturo Iacona (19959 m), Orlando Pizzolato (19951 m). A dimostrazione dell’eccellenza della prova romana di Gerbi, con passato di siepista, è che a ottobre lo stesso avrebbe poi vinto il titolo italiano al Campionato di Maratona di Ferrara con 2h11’25”.

Nel medesimo campo all’Acqua Acetosa, il record era stato già migliorato in altre due occasioni:

   ‒ 26 aprile 1970: Umberto Risi – 19627,87 m.

   ‒ 7 aprile 1974: Giuseppe Cindolo – 19917,16 m.

   Il record italiano juniores invece appartiene ancora a Francesco Panetta, il quale il 30 ottobre 1982 a Milano corse 19656 m.

I RECORD MONDIALI FEMMINILI

   Per quanto riguarda l’universo femminile, ci limiteremo in questa nostra analisi già piuttosto elaborata a ricordare gli attuali record:

   ITALIANO: Silvana Cruciata – 18084 m – Roma, 4 maggio 1981.

   ITALIANO JUNIOR: Anna Villani – 16712 m – Ascoli, 30 marzo 1985.

   EUROPEO: Silvana Cruciata – 18084 m – Roma, 4 maggio 1981.

   MONDIALE: Dire Tune (Etiopia) – 18517 m – Ostrava, 12 giugno

Dire Tune (158 cm x 42 kg), classe 1985, ha un personale sulla maratona di 2h23’44” (Francoforte, 2010) e il record del mondo sull’ora (18517 m), conseguito a Ostrava come il collega Gebre. Considerando che il record sui 42,195 km è di 2h15’25” = 3’12” al km = 18,693 km/h, sicuramente il limite sull’ora potrebbe essere migliorato se ci fossero più gare di questa dura ma valutante disciplina.

   Il record italiano ed europeo è di Silvana Cruciata (168 cm x 52 km), classe 1953, con 18084 m (Roma, 1981), da parte di un’atleta che è stata tra le prime a cimentarsi nella maratona, distanza in cui vinse il titolo italiano nella II ed. del 7 giugno 1981 (Rieti, 2h45’22”7) e in cui ha un personale di 2h44’31” (1980).

CONCLUSIONI

   In atletica leggera le corse si dividono in gare su distanza e gare a tempo. Tra queste ultime rientra l’ora in pista, il cui excursus storico abbiamo sopra riportato. Ciò ci ha permesso di ripercorrere l’evoluzione in definitiva del fondo mondiale. Si è iniziato con un approccio da parte di atleti britannici, poi statunitensi, canadesi. Quindi l’epoca degli europei con atleti considerati i più grandi: Nurmi, “l’uomo renna”, Zatopek “la locomotiva umana”, Clarke “l’uomo cronometro”, Hermes, “il tulipano volante”, che per tanti anni è stato il manager del fuoriclasse Gebrselassie, che subentrerà nell’albo della disciplina al messicano Barrios. Insomma è cambiata la geografia dell’élite della corsa. Proporre un nome come il campione più grande di tutti i tempi, pare assai difficile. Certo che dietro un record c’è tanto impegno, qualità, motivazioni, salute psicofisica. La disciplina dell’ora in pista è dura ma affascinante. La speranza è che possa tornare di nuovo in auge.

   Considerando che l’attuale record maschile sui 10˙000 m è di Kenenisa Bekele con 26’17”53 (Bruxelles, 2005), quello sull’ora di Haile Gebrselassie con 21285 m (Ostrava, 2007) e quello sui 42,195 km di Dennis Kipruto Kimetto con 2h02’57” (Berlino, 2014), quest’ultimo record potrebbe essere migliorato se ipoteticamente si corresse in una pista di atletica leggera di 400 m.

BIBLIOGRAFIA

   BONACINA G., Come è nata l’ora di corsa, in Correre, Milano 1983/19, 52-53.

   PICCIONI V., Mille e un’atletica l’Acqua Acetosa da Spinozzi a Powell favole, record e disavventure dello stadio Paolo Rosi, Roma 2005, 123.

   RONDELLI R., L’ora di Gebre. Due Mondiali, anzi tre, in Correre, Milano 2007/274, 20-21.

   SALVAREZZA F., L’ora e i 20 km, in Correre, Milano 1982/13, 43-45.

   SANTI C. (ed.), Annuario Atletica 2016, Roma 2016, 602; 607.

1 commento

  • Link al commento Giovedì, 10 Maggio 2018 22:32 inviato da Alex

    Illuminante veramente di grandissimo interesse per apprendere nuove conoscenze grazie

    Rapporto

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