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Set 17, 2018 Massimo Muratori 479volte

Tor, emozioni di una “scopa onoraria”

Da qui non resta che scendere... Da qui non resta che scendere... M. Muratori - R. Mandelli

Ci sono le malattie esantematiche: quelle che ti prendevi da bambino, tipo varicella o morbillo, e poi guarivi e diventavi immune o portatore sano (oggi no, si devono fare n. vaccini ma va bene così ) e poi c’è il “ TOR” o meglio il “ Tor de Geants” che è come la varicella ,il morbillo, e tutte le altre messe insieme.  Una volta che ti colpisce con la sua febbre non te ne libererai mai più, anche se all’inizio non lo sai e quando ti iscrivi la prima volta pensi “proviamo una volta e poi finisce lì”. Sì, ciao! questo è quello che pensi,  in realtà la febbre da Tor sarà sempre lì, sarà febbricola per 11 mesi all’anno ma a settembre diventerà febbre vera e poi febbre da cavallo, e il solo modo per farla passare è andare a respirare un po' di aria da Tor.

Così quest’anno con la scusa che un grande amico, già due volte finisher, avrebbe fatto la scopa negli ultimi 20 km (per i pochi che non lo sapessero, le famigerate scope sono quei volontari che seguono l’ultimo concorrente in gara, e sono perciò l’incubo di tutti i corridori) sono andato a vivere due giorni da Tor, pur non essendo stato fortunato nel sorteggio per l’iscrizione.

L’idea era quella di percorrere in senso contrario il tracciato di gara per andare ad incrociare l’ultimo concorrente e relative “scope”, e poi rientrare a Courmayeur insieme a loro, il tutto ovviamente senza far sapere nulla all’amico con il quale non ci si vedeva da alcuni mesi.

Così mi sono ritrovato nella notte tra venerdì e sabato alle 4,15  del mattino a percorrere una deserta  via Roma al centro di Courmayeur, attrezzato per salire al fatidico Malatrà che con i suoi quasi 3000 metri costituisce l’ultimo vero ostacolo per poi scendere (si fa per dire)  fino all’arrivo; passando a fianco del traguardo illuminato a giorno e  presidiato da pochi volontari e un solitario spettatore, mi sono ovviamente sentito chiedere dove andassi, e alla mia risposta i complimenti ricevuti celavano forse un po' di dubbi sulla mia sanità mentale.

Dopo meno di un km incontro un pimpante concorrente che scendeva attraverso i giardinetti con passo di corsa, e solo la sera dopo a cena ho saputo che era il modenese Giulio Macchia, poi seduto al nostro tavolo; una volta uscito dal paese e avvolto dal buio della notte sono iniziati gli incontri con corridori nelle più varie condizioni fisiche: da chi scendeva il sentiero del rifugio Bertone zoppicando con una gamba fuori uso a chi mi ha chiesto se quella era la strada per Courmayeur (eravamo già sulla strada asfaltata), a chi camminava quasi dormendo senza nemmeno accorgersi che mi stava passando accanto. Insomma decine di incontri di pochi secondi con una lampada frontale in lontananza che solo nell’ultimo metro rivelava il volto che ci stava sotto,  quasi stravolto  dalla fatica a volte, più rilassato in altri ma sempre dandomi l’idea che incontrare uno sconosciuto che diceva una parola di incoraggiamento  e un complimento fosse gradito.

Salendo in quota poco prima dei 2.000 metri del rifugio Bertone il panorama di un cielo trapuntato da milioni di stelle che faceva da contrappunto alle luci del paese 800 metri più sotto (prima fra tutte quella della gialla del traguardo) ripagavano abbondantemente della fatica fatta per arrivare lì.

Le prime luci dell’alba si sono accese mentre percorrevo la balconata che porta alla Val Sapin, illuminando un Monte Bianco da cartolina con il Dente del Gigante sgombro da nuvole come raramente si vede; era il preludio di quella che sarebbe stata una fantastica giornata metereologicamente e umanamente parlando. Arrivare al Malatrà e trovare lo speaker ufficiale del Tor, Silvano Gadin, che intervistava i concorrenti che salivano dal Frassati (altro rifugio), e in quel momento consolare una non giovanissima concorrente che piangeva a dirotto incapace di spiccicare parola per l’emozione, mentre veniva rincuorata dalla figlia salita fin lassù per accoglierla, è stata solo una delle tante emozioni da Tor della giornata.

Scavallato il passo e sceso di quasi 500 metri fin quasi al Frassati, ho infine incrociato il gruppo delle scope con l’amico Giorgio, la cui sorpresa nel trovarmi seduto su una roccia ad attenderlo è stata pari alla mia gioia  nel rivederlo dopo tanti mesi.

Invertita la rotta per rientrare alla base è iniziata la parte più bella del mio piccolo viaggio; una volta eletto “ scopa onoraria” dal gruppo dei volontari ho dato una mano a tener su il morale ai due ultimi atleti che in questi ultimi 20 km si sono scambiati la posizione. Per onor di cronaca un terzo corridore, una volta scollinato il Malatrà, ha dovuto alzare bandiera bianca causa contrattura e farsi recuperare dall’elicottero. Non voglio pensare quanto potrà essergli costato mollare così vicino alla meta.

Per quasi otto lunghissime ore ho ammirato la determinazione di due persone che pur cadendo (letteralmente, la ragazza cinese Yuan) dal sonno, e lottando contro il dolore delle vesciche ai piedi (il poliziotto Riccardo) non hanno mollato pur dopo 150 ore di sentieri e 340km di fatica. Simpaticissima lei che una volta che Giorgio in inglese l’ha informata che l’ultimo concorrente al Tor è festeggiato come se non più del primo, ha estratto senza smettere di camminare una trouche con rossetto e lucidalabbra, senza dimenticare di sistemarsi i capelli sotto il civettuolo cappellino azzurro che indossava: una vera lezione di bon ton all’orientale!

Gli ultimi 800 metri in centro paese sono stati da brividi con pubblico entusiasta ai lati, ballerini in costume davanti, musica e incitamenti di ogni tipo: emozionanti per me, semplice spettatore in coda al gruppo, possiamo immaginare per i due neo Giganti!

Aver passato 15 ore sui sentieri segnati dalle gialle bandierine del Tor non ha fatto passare la febbre ma , come una buona aspirina, l’ha fatta calare, e per i prossimi 11 mesi sarà nuovamente febbricola… speriamo!

 P.S. Un’ultima grande emozione in realtà c’è stata la mattina dopo quando all’inizio delle premiazioni sono stati chiamati sul palco i cinque ragazzi di “Gambe in Spalla“ quattro uomini e una ragazza francese tutti amputati a una gamba, finisher del Tot Drett, gara durissima sui 130 km finali del Tor con tempo limite di sole 44 ore. Un’impresa che travalicando di gran lunga i confini della prestazione sportiva è un vero esempio di determinazione e positività nonostante tutto: BRAVI !!!

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