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Feb 14, 2020 555volte

Un viaggio (anzi tre, e la coda) che durano un po’ troppo

Un viaggio (anzi tre, e la coda) che durano un po’ troppo Foto:di Roberto Mandelli

Il sottotitolo del libro di cui vogliamo parlare (purtroppo Vincenzo Mollica non era disponibile alla recensione, e dunque non leggerete il solito peana a suon di "gran bel libro imperdibile") suona “Divagazioni di un viaggio a piedi da Milano a Voltri”, ed è probabilmente più azzeccato del titolo primo, “Ci sono gli indiani ma vado avanti lo stesso”: che ti farebbe pensare a connessioni gucciniane tra la via Emilia e il West, mentre a p. 250-251, nel corso del quart’ultimo capitolo, apprendiamo più banalmente che gli indiani ovvero Apaches sono i dolori ai piedi, malgrado i quali l’autore arriverà a Tortona perseverando nella sua “pura follia di un vegliardo rincitrullito” (p. 254). Coraggio, mancano una cinquantina di km: per il lettore, solo 23 pagine più 7 di indice dei nomi, e la fatica sarà finita per entrambi.
Sto parlando ovviamente dell’ultima fatica sportivo-letteraria di un autore, ora ottantaduenne (ma tra i 70 e i 72 all’epoca delle imprese), Ennio Buongiovanni, che apprendiamo essere giornalista sportivo molto prolifico, e persino premiato, nell’ultimo quinquennio, e che nel novembre 2019 ha stampato, presso l’editore Fusta di Saluzzo (specializzato in resoconti di viaggio), queste 285 pagine in vendita a 18,90 €, formalmente piuttosto ruspanti eppure innalzate a saggio culturale, tra la guida rossa Touring e le informazioni storico-turistiche di Wikipedia, con una spiccata predilezione per le citazioni letterarie e pittoriche di cui l’indice finale tenta di dar conto: però col fiatone, tanti sono i nomi o i rimandi dimenticati o errati o imprecisi.
Il buon Jack Kerouac, ad esempio, secondo l’indice risulta alle pp. 79 e 224 (in quest’ultima pagina sono ben 12 i nomi di persona citati, e ciò comincia a dare l’idea del tipo di libro); ma nella realtà appare già nel motto introduttivo di p. 7, che verrà ripetuto a p. 74 (repetita iuvant): solo che l’autore è citato col cognome Kerouak, e forse la cosa avrà indotto chi componeva l’indice a trascurare questo fake.
Che capita abbastanza spesso, soprattutto nel caso di nomi stranieri: zappa sui piedi di chi indulge a citazioni di cose più esibite che possedute: le “thaitiane di Gauguin” a p. 44, il “ca marche” di 36 e il “ca va” di 165 (sarebbe ça), il “Kunsthistorishes Museum” di Vienna di 206, il “Paul Cesanne” di 221 (mancante all’indice, forse per un rifiuto di Madama Verità); il pittore Munch, che nelle tre volte in cui è citato appare sempre con un nome diverso: Edwar a 122 (e nell’indice), Edward a 173, Edvard a 224; il “Don Peterson” di 147 (che nell’indice è schedato subito sotto “Don Gianfranco – di Pasturana”, lasciandoci così il dubbio se Don sia nome o cognome o titolo, e insomma a chi corrisponda tra i 188 milioni di entrate su Google sotto questo nome).
Vorremmo, piuttosto, leggere, non fare continue ricerche per capire quello che non sappiamo o che crede di sapere l’autore in preda a un citazionismo esasperato, che gli fa esibire due volte Patty Pravo (97 e 128) per la sua “pazza idea” del viaggio; oppure cinque autori più un modo proverbiale solo per aver parlato di corda (e ci sarebbe da ridire sull’interpretazione di Pirandello); o dodici-nomi-dodici in tre righe a p. 135 per dire che il pittore o il poeta non rappresentano la realtà ma la loro personale trasfigurazione.
Si capisce che redigere l’indice sia stato fatica ingrata, e ciò spiega forse perché, di Socrate e Santippe citati insieme alla stessa p. 135, l’indicizzatore abbia messo solo Socrate, mentre Santippe deve essere stata inghiottita dai tanti Santi messi appunto sotto “Santo” senza troppo curarsi dell’ordine alfabetico: Sant’Ambrogio è dopo San Carlo, Santo Stefano è dopo Santhià Giuseppe ma con un rinvio a p. 116 dove proprio non c’è.
Viene attribuita a vari maestri di giornalismo (da Longanesi a Montanelli a Debenedetti a tanti altri) la frase: “chi dice in venti parole ciò che può essere detto in cinque, è capace di qualsiasi delitto” (cito a memoria senza andarlo a cercare sul web): non voglio fare di Buongiovanni un … criminale, ma direi che questo racconto, se ridotto a metà pagine, riuscirebbe digeribile e financo piacevole, per il tifo che l’autore concentra su di sé proteso a una meta negatagli dagli eventi, dal fisico, dagli amici e addirittura dall’amantissima moglie: alla fine speriamo tutti che a Voltri ci arrivi davvero, anche se ci chiediamo come mai, con tutta l’esperienza che ha, tutti i bar e le fontanelle cui passa davanti, tutta la gente ospitale che incontra, Buongiovanni abbia sempre una sete maledetta: per forza, in tutto l’equipaggiamento meticolosamente enumerato in venti righe a pp. 20-21 ci sono “bustine di integratori salini e due borracce di Gatorade”, roba che fa venire sete, e niente acqua. In compenso c’è il Malox, che sarà “Maalox” e, se in forma di sciroppo, si può bere lasciandoti un retrogusto di gesso fresco.
Ma tiremm innanz (ovviamente anche questa frase compare nel libro con l’ovvio riferimento risorgimentale, a p. 201), e peschiamo dal libro le pagine migliori, tra cui metterei in testa il divertente intermezzo con gli ortopedici e fisiatri e plantaristi di Brescia (pp. 100, 104-5, 118-121 e via andare), capaci di spillare soldi e fare interventi chirurgici con viti che arrugginiscono e dunque vanno tolte. Poi la digressione di 113-6, al passaggio sotto la galleria del Turchino (uno dei tanti), che rievoca la Milano-Sanremo del 1910.
Il capitolo migliore è probabilmente quello della parte II intitolato “Sulle tracce di Renzo Tramaglino” (186-201), in sostanza una digressione perché non si occupa della agognata discesa su Voltri ma di un allenamento del 31 marzo 2009 in direzione est, a Gorgonzola-Cassano-Gessate, grosso modo per dove Renzo passò fuggendo da Milano verso Bergamo. Efficace la descrizione del degrado lungo la Martesana (187-8); peccato che a p. 193, per passare il ponte sul Naviglio di Gorgonzola, Buongiovanni senta il bisogno di enumerare i principali ponti da lui percorsi in tutto il mondo. Seguono altre citazioni letterarie, e a proposito di ville in decadenza diventa necessario citare “mala tempora currunt” con una attribuzione a Cicerone che tuttavia non ha riscontri certi. L’autore si riscatta a 196-197 descrivendo la villa Aitelli di Inzago con note personali (non attinte da Google insomma), e prosegue offrendo note interessanti sul Rudun di Groppello. Peccato che, dopo aver detto che questo “ruotone” fu commissionato da san Carlo Borromeo, rifila la panzana che “sarebbe stato lo stesso Leonardo a progettarlo. Niente di più probabile”. Oibò, Leonardo abbandonò definitivamente Milano nel 1513, San Carlo divenne arcivescovo cinquant’anni dopo…
Meno male che Buongiovanni ammette poche righe sotto: “di divagazioni cultural-turistiche e pseudo-letterarie ne ho fatte anche troppe”. Eppure, questo è il capitolo più bello, preludio alla rapida conclusione della storia, accompagnata da una citazione vagamente iettatoria (“metto le scarpe al sole proprio come il titolo dall’ [sic, ma sarà dell] omonimo romanzo di Paolo Monelli”): perché mettere le scarpe al sole, nel gergo degli alpini ripreso da Monelli, significa morire ammazzato.
Ciò che fortunatamente non accade a Buongiovanni, che alle 15,50 del 3 maggio 2009 arriva a vedere il mare di Voltri, in cui l’indomani poserà i piedi “per un lungo e benefico massaggio” (p. 272, purtroppo segnata dall’ennesimo errore di stampa, “suoi miei tendini” anziché sui). Un’ultima citazione (Baudelaire), i cui versi sono tradotti ricopiando (senza dichiararlo) la versione leggibile in https://sensodellavita.com/2007/08/30/luomo-e-il-mare-charles-baudelaire/.
Poi, ancora tre righe e la fatica (di tutti, incluso il Roberto Mandelli che, dopo aver partecipato alla presentazione (tutte le foto) e avermi 'suggerito' la lettura, molto ha penato per inserire il suo egregio collage fotografico) è conclusa, “con i piedi che non mi fanno più male”.

 
 

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