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Ago 30, 2021 369volte

Il maratoneta mancato di Atene 1896 visto da Gianni Agostinelli

Il maratoneta mancato di Atene 1896 visto da Gianni Agostinelli Roberto Mandelli

Reduci, come siamo, da Olimpiadi elefantiache dove ad ogni edizione vengono aggiunti gli sport più strani, a volte strampalati, magari per compiacere la nazione ospitante concedendole medaglie in specialità che coltiva solo lei, appare straniante reimmergersi nelle Olimpiadi della rinascita, quelle di Atene 1896 dove gli sport rappresentati furono nove in tutto, con 241 atleti partecipanti. Alla gara entrata nella leggenda, la maratona (per essere più esatti, il Marathonios dromos, la “corsa di Maratona”, località che fu anche il giro di boa della gara di ciclismo, partita e arrivata ad Atene) presero parte meno di venti corridori, quasi tutti greci e fortemente favoriti dall’organizzazione, che desiderava un vincitore di casa: il quale fu, come tutti sanno, il pastore Spyridon Louis, agevolato anche dal ritiro dell’australiano Edwin Flack in testa fino a 5 km dall’arrivo.

Ma alla gara avrebbe voluto e dovuto partecipare anche un italiano, l’unico italiano nella mancanza assoluta di una spedizione azzurra: Carlo Airoldi, varesino di Origgio alle porte di Saronno, nato nel 1869 dunque ventisettenne all’epoca dei Giochi. Non gliela lasciarono correre, e questa dolorosa ingiustizia fu ricordata e commentata da Gianni Brera in un articolo scritto nel 1956 per le Olimpiadi di Melbourne, a 60 anni dal fattaccio; dopo Brera, in tutte le storie italiane delle Olimpiadi c’è almeno un capoverso dedicato ad Airoldi, su cui già nel 2005 Manuel Sgarella aveva pubblicato un libro (La leggenda del maratoneta. A piedi da Milano ad Atene per vincere l'Olimpiade, Varese, Macchione Editore, 2005), fondato su carte e testimoni d’epoca, poi ripresentato in formato Kindle nel 2014 col titolo cambiato in Il testamento del maratoneta: una storia vera.

Nell’anniversario della morte di Airoldi (18 giugno 1929) si è riparlato della vicenda, ad esempio nel sito https://giocopulito.it/lincredibile-impresa-di-carlo-airoldi/, e soprattutto è uscito il libro di cui parliamo, Il trucco è resistere (Piano B Edizioni, luglio 2021, 139 pagine, 13 euro) che si presenta come “romanzo”, alternato tra parti scritte in prima persona da Airoldi stesso ed altre in terza persona, ma è saldamente ancorato ai documenti, in particolare le corrispondenze apparse sul giornale sportivo “La Bicicletta”; e si chiude col citato articolo di Brera “Per 15 lire non fu ammesso alle Olimpiadi” (pp. 129-135).

L’autore, perugino poco più che quarantenne, non è nuovo alla scrittura impegnata, e rende il racconto avvincente grazie a continui salti cronologici rispetto all’evento topico attorno a cui ruota il tutto. Comincia mostrandoci Airoldi durante il viaggio di ritorno dopo la vittoria nella Milano-Barcellona (1050 km fatti in sedici giorni!) nel settembre 1895, vittoria grandiosa anche perché nell’ultimo km, superato il marsigliese Louis Ortègue che stramazzò a terra, se lo caricò in spalla e tagliò il traguardo insieme a lui. In quei giorni nacque l’idea di partecipare alla neonata olimpiade ateniese; l’autore però nel secondo capitolo ci trasporta al “dopo”, al ritorno in Lombardia dopo la delusione ateniese, al lavoro in fabbrica mal sopportato, e alla voglia di evadere con le corse, “finché il mio corpo mi dice che ce la faccio”.

Si passa poi, di nuovo in prima persona, al capitolo più lungo, dedicato al “prima delle Olimpiadi”, alla conquista del giornale “La Bicicletta” come sponsor e premuroso accompagnatore a distanza nell’avventuroso viaggio a piedi (salvo un tratto in nave, fortemente suggerito causa la pericolosità del tratto albanese). Già qui echeggia ossessionante la frase che dà il titolo al libro: “Bisogna saper resistere. Correre più veloce degli altri non conta niente se non sai resistere, è solo questo il trucco” (p. 10, poi 39).

Più o meno 12 ore di corsa al giorno, in una primavera che non si decideva a sbocciare, per completare in tempo utile i 1300 km da Milano ad Atene, sulle strade-non strade di allora: dormendo nei fienili, o all’addiaccio, più raramente negli alberghi consentiti dai pochi spiccioli in tasca (incrementati un poco dalle scommesse vinte per via, ovviamente sfide in corse di resistenza) o messi a disposizione dai pochi italiani incontrati lungo l’itinerario; e mangiando quello che capitava (“pane e filsetta, pane e formaggio, pane e frutta” secondo le parole di Brera, che da pavese citava la filzetta o “cacciatore” o salamino di Varzi), molto raramente un pasto regolare: ad Atene arriverà dimagrito! E dopo aver dovuto lottare anche coi lupi o cani inselvatichiti (ad uno taglia la gola ricordandosi della mamma che “con uno spito infilza il collo di un’oca”), e schivare i banditi di strada. Tutto inutile: la sezione si chiude con la gelida accoglienza al comitato olimpico, che lo sbatte fuori con la frase “Lei è stato pagato per una vittoria, quindi è senza dubbio un corridore pedestre professionista”, “Accettiamo soltanto atleti non professionisti”.

Cosa fossero queste povere gare, in cui il vincitore incassava grossomodo quanto gli bastava per le spese di viaggio, lo dice il capitolo seguente “Gli anni di mezzo”; poi si torna di nuovo al fatale 10 aprile 1896 della maratona, quando tra sogno e realtà Airoldi “corre” anche lui, a fianco di Spyridon, col proposito di superarlo all’ultimo km come con l’altro Louis a Barcellona; ma si risveglia appena in tempo per assistere all’arrivo del vincitore nello stadio Panathinaiko e lanciargli una sfida, che non sarà mai raccolta (a differenza di quello che Dorando Pietri ottenne dodici anni dopo). In realtà, come raccontato da Gianni Clerici nel 1996, Airoldi fece quello che avrebbero fatto molti di noi: prese il via senza pettorale, ma fu bloccato a forza finendo addirittura in galera per un giorno.

Rientrato in patria (con un soggiorno anche svizzero), dopo aver vaneggiato, quasi un secolo prima di Govi, una maratona autogestita per battere il record di Spyridon, si ridusse a vincere corse e scommesse da due soldi (anche bizzarre per non dire di peggio: Buffalo Bill non accettò un’altra sua sfida, uomo contro cavallo), emigrò in Brasile tornandone presto e male in arnese. Qui il racconto torna alla terza persona, per chiudersi poi col capitolo finale ancora narrato dal protagonista, “Non ero più io…”. Giuridicamente, avrebbe potuto partecipare alle successive Olimpiadi, di Parigi e St. Louis, ma non lo fece: anche in gara non era più imbattibile. Si sposò, fece tanti figli, e rimase un altro poco nello sport come manager di ciclismo e venditore di biciclette, oltre che organizzatore di gare.

Morì appena sessantenne, “prima d’arrivare vecchio… quando non puoi più resistere è giusto andare”. A noi lettori resta il rimpianto, e magari anche un po’ di rabbia, per quello che poteva essere e non è stato (un italiano primo campione di maratona!), in ossequio alla concezione snobistica dell’epoca, quando solo i ricchi avevano possibilità di fare “diporto” (sport), mentre i proletari dovevano sporcarsi le mani coi soldarelli se volevano almeno comprarsi le scarpe da corsa.
NdR. Oggi, però, siamo all’eccesso opposto: sono appena tornato dai campionati regionali Fidal emiliano-romagnoli, dove a correre i 5000 eravamo meno di trenta, tra uomini e donne. Forse perché in palio non c’era neanche un salamino, agli assenti è convenuto piazzarsi in qualche gara su strada.

1 commento

  • Link al commento Lunedì, 30 Agosto 2021 17:58 inviato da Augusto Frasca

    Grazie, Fabio, ed evita in futuro i 5000 su pista...! Un abbraccio. Augusto Frasca

    Rapporto

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