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Giu 03, 2018 733volte

Comacchio 11 Ponti: la riconquista… anche del Lupo

I caratteristici "Tre Ponti" I caratteristici "Tre Ponti" Comitato organizzatore

Non tutti sanno che Comacchio, fino al 1598 appartenuta ai duchi estensi (che se la tenevano ben stretta per via delle saline, quando il sale era la fonte primaria per conservare le carni, dai “salumi” alle “salacche” alle “salamoie”), in quell’anno con un brutto scherzo da preti venne ‘conquistata’ dal Papa, il quale falsificando le carte, fabbricando donazioni fasulle ecc. (tutto quanto sta alla base del potere temporale dei papi), disquisendo su paternità legittime o illegittime dei duchi (alla Chiesa è sempre piaciuto curiosare nei letti dei fedeli), pretese di dimostrare che Comacchio era un feudo suo, come Ferrara. L’imperatore lasciò fare, per il momento, e i duchi estensi mestamente ripiegarono su Modena (dove di sale non se ne produceva neanche un grammo); ma nel 1709 il nuovo imperatore Giuseppe d’Asburgo, istruito da due storici niente male che si chiamavano Leibniz e Lodovico Antonio Muratori (due che ci andavano a nozze a dimostrare che le presunte donazioni di Costantino e di Carlo Magno erano state fabbricate nel 1300, da quei papi che Dante aveva cacciato all’inferno ancora vivi), mandò un esercitino da quelle parti e si riprese il suo.

La guerra durò fino al 1725: Muratori ci scrisse un trattato che all’epoca fu giudicato “più dannoso per il papa che una battaglia persa”; l’imperatore morì e gli successe Carlo VI, il quale aveva un grave difetto: solo figlie femmine (a partire dalla famosa Maria Teresa). Le femmine non potevano diventare imperatore, salvo che il papa non facesse il cosiddetto (oggi) "passo di lato", dunque gli Asburgo rischiavano addirittura di perdere l’impero: e allora (come succede qualche volta anche nel 2018 dalle parti di Roma), i due nemici che fino a poco prima si erano scambiati cannonate e impeachment trovarono un meraviglioso inciu***, anzi, un bellissimo “patto”: io papa ti lascio 'sancire pragmaticamente' l'incoronazione ufficiosa di Maria Teresa (vabbè, ufficialmente l'imperatore è suo marito, ma si sa che in casa i pantaloni li porta Maria Teresa), e io imperatore ti ridò Comacchio e mi prendo anche il permesso di fare i miei comodi in Sicilia.

Dite che la storia non insegna niente?

Il governo papale di Comacchio portò la zona ad essere una delle più depresse d’Italia: paludi, malaria, mortalità altissima, degrado anche morale. Venne finalmente l’unità d’Italia, e con essa le bonifiche, che oggi dispiaceranno ai verdi (ah, com’era bello l’ecosistema con la zanzara anofele che proliferava liberamente! Com’erano belli i lidi ferraresi invasi dagli sterpi e dai detriti del Po, dove ci arrivavi solo in barca!), ma hanno fatto rinascere la zona, che divenne anche un cantiere sperimentale per le bonifiche pontine e le nuove città. Sulla vecchia strada Ferrara-Comacchio (la “via del mare”, una di quelle bellissime strade di una volta, contornate da platani) venne rifondato il paesino di Tresigallo, oggi definito “città metafisica” perché sembra progettata da De Chirico: una bella piazza centrale, con chiesa e municipio ai due estremi, da cui si diramano stradoni rettilinei, edifici pubblici funzionali (a cominciare dall’asilo statale, anno XVI EF), linde abitazioni private. Andate lì e vi sembrerà di essere a Sabaudia, Fertilia e quella che oggi chiamano Latina: Tresigallo e la bonifica di Comacchio ne sono state il modello.

E una delle vie principali di Comacchio, che percorriamo durante la corsa, si chiama Muratori, come la biblioteca comunale: insomma Modena è riuscita almeno in parte a riconquistare questa cittadina, il cui centro storico sembra Venezia (salvo che è costruito in mattone locale e non in costosi marmi d’importazione, e non si deve sgomitare per passeggiarci, e non ti tassano anche l’aria, e il caffè lo paghi 1 euro).

In questo centro storico si corre la 11 Ponti, giunta ufficialmente alla 52° edizione (chissà perché, quando io la corsi nel 1991, allora si dichiarava “4° edizione”…), che riceve il nome appunto dai ponti, tutti con lunghe scalinate in salita e discesa, che dobbiamo scavalcare cercando di tenere il ritmo e di non inciampare. Distanza ufficiale di 8,5 km: stessa distanza che veniva dichiarata anche nel 1991, quando i Gps non esistevano, ma ci accorgemmo tutti che erano sì e no 7 km; adesso, coi Gps che tendono ad esagerare per far sentire più bravi i loro portatori (Lorenzini dixit), la distanza pare sia di 8,1, e il su e giù pare si concretizzi in 40 metri di dislivello complessivo.

In piazza Dante, luogo del ritrovo, riecco l’immortale Michele Marescalchi, indigeno ferrarese 'rubato' dalla papalina Bologna : c’era anche il 15 giugno di 21 anni fa, quando alle 7,30 diede il via alla maratona Comacchio-Casal Borsetti (primo incunabolo della maratona di Ravenna: ve l’ho pur detto che da queste parti si sperimenta e poi si esporta!), ed accortosi di un primo km troppo lungo, riuscì a pilotare le strutture d’arrivo per accorciare il finale della maratona.

E la riconquista modenese di un territorio nostrano è segnata dallo stand di Lupo sport, coi fidi Dino e Ivaldo, che dopo una mattina passata sulla spiaggia enorme del Lido di Spina (la sabbia più fine di tutto l’Adriatico) vengono qui non solo a vendere ma ad insegnare, a diagnosticare difetti di appoggio, a prescrivere la scarpa adatta per la “cura”: chiedo a Lupo un parere sulle scarpe che ho ai piedi, e diplomaticamente mi dice che ha comprato in Spagna una partita di scarpe che, non saranno il top, ma rispetto alle mie non c’è neanche confronto.

Lupo, nella sua vita precedente, quando faceva il sindacalista metalmeccanico, veniva anche a Tresigallo alle assemblee sindacali: e dei suoi compagni di lotta di allora ricorda con simpatia Trentin (e oggi Landini), molto meno Bertinotti, che quando erano già riusciti a chiudere un accordo con la Fiat lo fece disfare, poi rifare quasi uguale purché si vedesse che ci aveva messo becco anche lui.

Fu così che Lupo accettò l’offerta della Fiat di buonuscita di 8 milioni di lire con cui aprì il suo primo negozio: e oggi, tutta Italia conosce il suo nome, e noi che abbiamo corso con lui (una Firenze marathon del 1995, quando arrivammo in piazza S. Croce, Ivaldo lui e io, intorno alle 3.27) sappiamo anche che la sua cultura pratica, prima che di commerciante, è di sportivo a tutto tondo.

Bene, intanto a Comacchio partono i cosiddetti “bambini”, poche decine (su distanze che, perfino per i diciassettenni, rimangono sulla ridicola quota di 1.5 km: nel 1991 erano 2.5, anche per i quattordicenni); alle 18,30 tocca a noi, 213 competitivi (48 donne), cioè non tantissimi (sebbene dai siti sia impossibile vedere le classifiche degli anni passati, prima del 2017 quando la gara fu solo non competitiva), e molti più non competitivi.

Perché pochi da una parte e tanti dall’altra? Azzardo: iscrizioni competitive che una pagina del volantino (accompagnato, sul sito del comune, da una foto di “Seiga Teghedoni”) diceva a 6 euro, ma il modulo di iscrizione portava a 8, come erano in effetti, con un premio che sarebbe dovuto consistere in una maglietta di cotone (diciamo 2 euro di valore?) e un pacco alimentare, in pratica una confezione di piadine che però risulta “esaurita” (da chi?). Insomma, noi peones non compresi nei primissimi riceviamo tanto quanto chi ha pagato metà di noi: e allora (sarà stato il ragionamento di molti) chi ce lo fa fare? E c’è persino chi parte prima e insomma macchia con le abitudini mediopadane una corsa e un territorio dove si è sempre corso sul serio, dai tempi di Laura Fogli e Maura Bulzoni in poi.

Torniamo ai competitivi, dove la parziale riconquista modenese è siglata dal terzo posto femminile di Giulia Vettor (mia compagna di squadra!), e dal sesto maschile di Andrea Baruffaldi; Stefano Baraldini vince poi la categoria D maschile (over 55, quasi un quarto del totale dei maschi).

Altri sono sparsi qua e là, sebbene la stragrande maggioranza abbia optato per la non competitiva, e sulla loro partenza allo sparo non metterei la mano sul fuoco. “E che male ti fanno?”, immagino sia la risposta. D’altra parte, come dice Lupo, se nelle riunioni del Comitato podistico modenese “a pèr d’èsar al Cialdèin” (l’ospizio della quarta età), non puoi sperare molto di più dai praticanti residui.

Discreto ristoro finale, custodia borse e docce non segnalate, ma per chi vuole c’è ancora il tempo per un tuffo in mare, in luoghi dove la bandiera blu sventola con maggior credibilità che ad Agropoli o Centola o Massa Lubrense.

 

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