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Dic 03, 2017 387volte

Bologna City Night Trail: dolce e chiara è la notte

Partenza Partenza Foto di Italo Spina

 Comincio dalla fine, e da una delle cose che mi sono piaciute di più: le docce, ampie e caldissime (nei trail, e anche in certe corse più ‘togate’, non capita sempre). È stata però l’unica cosa totalmente positiva del finale di questa gara: su tutto il resto c’è da ridire, eccome.

Per trovare un’altra cosa molto positiva devo riavvolgere il nastro (come dicono i giornalisti, sebbene i nastri, audio e videocassette non esistano più), e arrivare al momento cruciale di quando si cerca il parcheggio: in una zona caotica come è lo stadio di Bologna, dove i podisti si rassegnano a parcheggiare sperando che non  passi il vigile, la disponibilità del parcheggio dell’antistadio (sebbene contrassegnato all’ingresso dalla scritta rossa “Completo”, falsa e bugiarda ma che dissuadeva molti), adiacente alla zona di partenza-arrivo e gratuito, è stata una manna: peccato per chi ha creduto alla scritta e ha parcheggiato in quei budelli di strade, sensi unici e divieti, residuo dei tempi eroici che si correva la Casaglia – San Luca con partenza da via XXI Aprile, e quanto a parcheggiare, aiuto!

Anche sul sito del City Trail campeggiava da almeno una settimana la scritta “Completo” (anzi, in ossequio all’esterofilia, Sold out, come se a correre da queste parti venissero gli americani e i giapponesi): 450 iscritti o magari qualcuno in più, ad un prezzo “di lancio” di 15 euro l’uno, divenuti 20 nelle ultime due settimane. Cifre che, a dire la verità, erano state imposte quando la gara era indicata come competitiva, e sono rimaste tali e quali anche dopo che è stata declassata a non competitiva: il che significa niente classifiche, niente giudici da pagare e tantomeno chip (sebbene il logo di Sdam/Dapyware comparisse nel volantino); e – vergogna somma – obbligo di correre rispettando il codice della strada, perché le strade sono aperte e al semaforo rosso ci si ferma!

Ma, nonostante queste cose fossero risapute (sebbene circolasse qualche leggenda metropolitana in base alla quale i prezzi sarebbero stati abbassati), se si fa il tutto esaurito, gli organizzatori saranno giustificati l’anno prossimo a far pagare 30 euro, cifre cui ci si sta avviando per tutte le Color e le Christmas e le 5,30 e le DJ e le 21 sorte dal nulla. Il mercato li autorizza, e intanto a Bologna un incasso minimo di 6750 euro (supponendo che tutti abbiano pagato solo 15) è garantito, con dispendi modesti e senza tener conto delle eventuali sponsorizzazioni (ad esempio appariva il logo di Agisko, si suppone non solo in cambio di quella bustina di gel inserita nel pacco gara). La denominazione “Benmivoglio” degli organizzatori trova conferma anche da questi dettagli.

Il tutto esaurito penso sia dovuto alla bellezza del percorso, già testata nel 2016 con l’etichetta di “numero zero”; un anno fa avevo partecipato a un Urban Trail di Firenze, che forse è stato il modello per Bologna, ma vi posso garantire che l’attraversamento del giardino di Villa Spada a Bologna (intorno al km 8) è altrettanto ricco di fascino di quello del Giardino di Boboli a Firenze. Poi ci si aggiunge l’incanto della notte di luna piena (“e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti – posa la luna, e di lontan rivela – serena ogni montagna”: io le virgolette le metto, a differenza di Rondelli e Galimberti): notte che nasconde le infinite brutture urbanistiche di Bologna, e ci regala la visione di tante isole di luce giù in basso. Quasi magico l’apparire delle Due Torri dall’alto del parco S. Pellegrino (dove era l’unico ristoro del tracciato, acqua fresca uvetta e poco più, sicuramente niente di caldo); persistente e confortante la vista del santuario di S. Luca, che raggiunto in meno di 3 km, poi ci si mostrava per quasi tutto il resto della gara, mentre correvamo sul crinale di una catena collinare a ferro di cavallo.

I nostalgici del luogo hanno riconosciuto nel tracciato i luoghi già frequentati in altre gare bolognesi, alcune estinte: la citata Casaglia-San Luca, della quale risaliamo col fiatone i chilometri scesi a rotta di collo nell’ultima parte; la leggendaria 25 km dei Colli (dalla medaglia rettangolare d’argento), che ora abbiamo percorso in senso inverso da via Felice Battaglia (che fu il mio Rettore!) lungo i tornanti di via del Genio; la Petroniana, ritrovata sia nel parco di Ronzano (km 12) sia nella discesa finale lungo le vie dei poeti (Petrarca, Guinizelli, Vallescura). Quante volte sono salito in Vallescura con apprensione mista ad affetto, a visitare il Grande Vecchio professor Spongano che fino ai cento anni ci impartì lezioni e affettuosi rimproveri; solo avanti con gli anni ho capito quante ragioni avesse, nel cominciare i suoi predicozzi con “figliuolo!”. Per coincidenza degli opposti, in questo stesso sabato pomeriggio viene sepolta in Certosa, a pochi metri dallo stadio, un’altra collega, più famigerata che brava: per  dirla ancora con Leopardi, per lei non mi rimane nemmeno un sospiro.

Gran quantità di cani in corsa, tutti debitamente lampadati: almeno cinque mi sorpassano nella salita del portico, trascinando i padroni. Crudeltà antianimalista o soccorso indebito? Ma è non comp, si fa di tutto, e se io inciampavo sul guinzaglio di uno che mi ha tagliato la strada, chissà chi aveva ragione.

Ma gli scenari della Bologna notturna hanno il sopravvento: dopo la prima cima di San Luca al 2,8, ecco la seconda di San Pellegrino dopo 5,3, cui segue l’unico ristoro (Spongano avrebbe detto che nella dicitura del programma “ristori lungo il percorso”, il plurale è fuori luogo: figliuolo, ripassa a fare l’esame al prossimo appello); poi la discesa sterrata verso villa Spada (8,3), con risalita a Ronzano, alta come San Luca, al 12,1. Squisita l’idea di munire di catarifrangenti gialli le radici che attraversano il sentiero, perfetta l’assistenza lungo il percorso (“shtate a sinishtra, perché a deshtra si sivola!”), anche per merito degli scout di Villanova memori dell’antico precetto di aiutare la vecchietta a traversare la strada.

Sentiero con qualche salitella impossibile da correre, verso l’ultima cima, l’Osservanza (meta prediletta di Pascoli negli ultimi anni di vita) al 13,7; poi rimane il discesone verso i viali di circonvallazione sud (chiacchierata zona Staveco, pancia mia fatti Coop), che percorriamo sul marciapiede fino a sbucare a porta Saragozza (il parco da dove parte la camminata è aperto, ma non ci entriamo) ed imboccare infine il tratto iniziale del portico di San Luca che ci scorterà, senza altre segnalazioni (freccette o bandelle pare siano state vietate per ragioni di decoro urbano: seeh!), e con i radi sbandieratori che ci bloccano ai semafori rossi, fino al traguardo. Che non è dopo i 16 km dichiarati dall’organizzazione (+600 m di dislivello) ma di 18,400 +565 metri D (“figliuolo, ripassa quanto saprai fare i conti”); e che, non essendo minimamente segnato, né da un arco né almeno da una riga bianca, è riconoscibile solo per la presenza del fotografo modenese Italo. A lato campeggia un podio, il cui uso è indecifrabile data la non competitività, né uno speaker di serie B ci dice che arriva Otello o la Franchina, ma semmai pare interessato a giudicare su chi aveva le lucine più sexy.

Ristoro post gara: sarà che quando arrivo io (mica ultimo) si sono mangiati già tutto, ma io trovo solo tè freddo e pezzi di panettone, più un panino con mortadella consegnato previa spunta sul pettorale: che non ne prendessi due, come era consuetudine dei magnapodisti bolognesi a 2 euro nella attigua camminata di Porta Saragozza. Ritiro ‘pacco gara’, il cui clou consiste in un portascarpe (con logo, almeno quello) come ne possiedo già alquanti (tutti omaggi), ma che non ho mai visto usare da nessun podista per riporci le scarpe fangose. Chiamasi bisogno indotto.

Deposito borse custodito: un bel seeh! ce lo metto anche qui. E’ vero che ci consegnano un adesivo da attaccare alla borsa, ma questa borsa la portiamo noi in tribuna (come nella maratona di Reggio), scegliamo noi il gradone e la abbandoniamo fiduciosi, in mancanza di qualsiasi addetto; all’arrivo, risaliamo la tribuna e recuperiamo self service la borsa. La mia era stata solo spostata, ma c’era ancora. Spero che nessuno tiri fuori la storia della non competitiva, perché anche a una gara parrocchiale come la Cacciola di Scandiano, dicesi deposito borse quello dove tu consegni la borsa a un addetto, che la ripone in un recinto dove può entrare solo lui, e al termine te la riconsegna in base al tuo numero di pettorale.

Ma che lamentele vado facendo: lo scenario goduto durante il giro vale il prezzo del biglietto. Italo mi obbliga a posare alla base del podio preconizzandomi che verrà buono per la maratona di Bologna. In che secolo?

 

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