Direttore: Fabio Marri

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Fabio Marri

Fabio Marri

Probabilmente uno dei podisti più anziani d'Italia, avendo partecipato alle prime corse su strada nel 1972 (a ventun anni). Dal 1990 ha scoperto le maratone, ultimandone circa 280; dal 1999 le ultramaratone e i trail; dal 2006 gli Ultratrail. Pur col massimo rispetto per (quasi) tutte le maratone e ultra del Bel Paese, e pur tenendo conto dell'inclinazione italica per New York (dove è stato cinque volte), continua a pensare che il meglio delle maratone al mondo stia tra Svizzera (Davos e Interlaken; Biel/Bienne quanto alle 100 km) e Germania (Berlino, Amburgo). Nella vita pubblica insegna italiano all'università, nella vita privata ha moglie, due figli e tre nipoti (cifra che potrebbe ancora crescere). Ha scritto una decina di libri (generalmente noiosi) e qualche centinaio di saggi scientifici; tesserato per l'Ordine giornalisti dal 1980. Nel 1999 fondò Podisti.net con due amici podisti (presto divenuti tre); dopo un decennio da 'migrante' è tornato a vedere come i suoi tre amici, rimasti imperterriti sulla tolda, hanno saputo ingrandire una creatura che è più loro, quanto a meriti, che sua. 

Dopo l’appuntamento podistico che di solito si svolge il giorno di Santo Stefano, l’altro incontro tradizionale, questa volta del sabato santo, per i podisti modenesi e reggiani è alla polisportiva Modena Est, affogata in un quartiere industriale poco ameno, ma con la fortuna di trovarsi in linea d’aria a meno di due km dal corso del fiume Panaro: lo stesso fiume che fa da scenario, poco più a monte, per innumerevoli corse tra S. Donnino, S. Damaso e S. Ambrogio.

Gara non competitiva e alquanto ruspante, come appare fin dal volantino in cui si è inserito uno strano indirizzo di Montegrotto Terme, e dalla distanza dichiarata della gara più lunga che oscilla tra i 10, i 10 e mezzo e gli 11 a seconda delle varie scritte su cartelli (si veda la foto 9 del servizio, luminoso come la primavera finalmente sbocciata, di Teida Seghedoni). Il fatto è che, a seconda delle condizioni climatiche, i circa 3 km di argine del fiume Panaro possono essere percorsi o no, dunque quanto sarà lunga in tutto lo scopriremo solo vivendo (stavolta i Gps si fermano a 10,300).

Gara a partenza alquanto “liberalizzata”: nemmeno chi voleva partire all’orario giusto riesce a farlo, perché il via, o meglio il “rompete le righe”, è dato tre minuti prima. Le foto di Teida vi danno un’idea dell’allegro caos prepasquale: il primo corridore ‘vero’, preceduto da una “staffetta”, transita solo a partire dalla foto 136; la prima donna è alla foto 170. Chissà se il cagnolino, sperduto sull’argine alla foto 76, e poi “salvato” (foto 1 e 424), era partito col suo padrone, o si è intrufolato, o è scappato di fronte all’orda, ma alla fine ha trovato una famiglia che farà mangiare un po’ di colomba anche a lui.

Per fortuna, la squallida zona industriale ed ex sportiva (in zona ci sono un bocciodromo dove si disputarono dei campionati italiani, e ora cade a pezzi, e un campo da rugby che il Comune ha reso edificabile) viene abbandonata dopo un km, e l’asfalto dopo 2,5; Teida (che, a differenza dei fotografi stabilmente arroccati in zona traguardo, gira per tutto il tracciato) ha modo di eseguire scatti (da 31 in poi, per esempio) che se fossero firmati Franco Fontana verrebbero disputati a suon di yen e yuan e magari andrebbero a rimpolpare le tristi mostre fotografiche del Comune di Modena; invece ce le gustiamo solo noi, saltando rapidamente i podisti in posa e che si scontorcono e fanno ciaomama, per passare alle immagini panoramiche.

Dalla foto 53 si sale sull’argine, dove un cicerone d’occasione tenta di descrivere quelle che secondo lui erano le “sacche d’espansione” del fiume (in realtà, mai state lì e mai chiamate così: semmai era il “drizzagno del Panaro”).

Modena - A dre Panera 2018


Ecco la lunga teoria dei camminatori ed anticipatori, simbolicamente capeggiata dalla solita coppia carpigiana, il cui bambino cinquantenne qualche km più avanti avrà un litigio con un altro bambino cinquantenne sul tema del ritmo da tenere in gara. Altre coppie regolamentari, e spesso competitive, seguiranno alle foto 347 e 350, mentre la più desiderata delle podiste questa volta fa coppia con un “trentino”, mentre il suo compagno appiedato aspetta fiducioso in borghese al traguardo.

Passano gli ex indiani, entrambi con vistosi segni di sofferenza alle ginocchia (290, 385), passano le signore che hanno fatto la storia delle ultramaratone ma ora si concedono una camminata rilassante tra le fioriture (396, 413 ecc.); insomma, passiamo tutti reimmergendoci di nuovo nel paesaggio industriale e nel traguardo polisportivo.

Come premio gradito ci aspetta un uovo di Pasqua della fabbrichetta modenese di via Scanaroli che tutti i vecchi geminiani frequentano in questa stagione (nel negozio, le uova rotte sono di libero assaggio); alle uova si aggiungono colombe e spumante, ammanniti con larghezza ai tavolini delle singole società. Il Gps ci informa che il percorso lungo ci è costato 850 calorie, mi sa che le recuperiamo con gli interessi.

 

VIDEO di Nerino Carri

Weekend di scarico vicino a casa, e occasione per partecipare a due corsette mai fatte finora.

Si comincia sabato 24 a San Prospero di Modena, zona della Bassa mirandolese dove il podismo quarantacinque anni fa nacque mentre adesso langue (per forza: se da 45 anni siamo le stesse facce, tranne i defunti e i lungodegenti, c’è poco da sperare). Ma questa corsa è relativamente nuova (pare sia all’ottava edizione, sebbene il volantino non lo precisi) ed ha il coraggio di presentare una sezione competitiva che inaugura il Gran Prix modenese 2018. Distanza di 10 km, confermata dai Gps; circa 200 i competitivi (in maggioranza, decisamente tranquilli, cioè non assatanati dal salamino di premio); più numerosi i non comp, che hanno modo di ammirare, lungo un tracciato periferico e non trafficato, un susseguirsi di ville nobiliari – specie attorno alla frazione di Staggia, patria del filosofo Zanfrognini e del germanista Bonfatti - che non hanno molto da invidiare alle decantate ville venete e toscane.

Nove secondi separano il vincitore, il ‘forestiero’ Marco Montorio, dal secondo, Alessandro Donati; tra le donne non c’è proprio partita, con la habituée Laura Ricci oltre un minuto davanti a un cognome illustre, Francesca Prodi: 194 competitivi arrivati, di cui 35 donne.

Pomeriggio di sole tiepido, e dopo che Brighenti sul traguardo ci ha nominati uno per uno (spesso aggiungendo un dettaglio aneddotico per ciascuno), si passa all’eccellente ristoro finale, comprensivo di pere sbucciate e tagliate a spicchi, e di cubetti di mortadella da infilzare con lo stecchino d’ordinanza.

 

Scatta l’ora legale, inutile scocciatura legata alla pretesa antiscientifica del “m’illumino di meno” (come se il consumo elettrico dipendesse dalle lampadine, e non –per dirne qualcuna – dai televisori, pc, impianti di condizionamento, ferrovie ecc., che vanno col buio e con la luce); e il 25, domenica delle Palme e anche dell’Incarnazione (cioè quella data in cui, ancora tre secoli fa, molte città toscane e venete cominciavano l’anno nuovo), si rimane nei territori delle Basse fecondati e minacciati dal lato destro del Po, andando a cercare la benedizione di un altro santo, cioè il San Giorgio patrono ferrarese.

Proprio nella sede medievale della città di Ferrara (la “Ferrariola”, tre km dal centro, sulla strada di Comacchio), è organizzata dal 1974 la “Caminada par San Zorz”, che è diventata la seconda corsa più anziana di tutto il Ferrarese. Corsa nata come competitiva, e che tra i suoi vincitori annovera Massimo Magnani (proprio nell’edizione 1974, poi altre tre volte fra il 1976 e il ’78), Pambianchi (5 vittorie fra l’80 e l’86), e persino Pizzolato nel ’91; tra le donne, un successo della Fogli nel ’76, dodici vittorie di Margherita Gargioni tra il 1977 e il 2006, e ancora successi di Nicolae, Maisto, Bulzoni (la quale ultima era presente anche oggi), fino a Daniela Ferraboschi l’anno scorso.

Distanza ufficiale di 14 km (il Gps dirà 13,750), di cui un paio sterrati; si va in uscita da Ferrara attraverso Cocomaro: sfiorando cioè, ma rimanendo a sud del Po di Ferrara (alias di Volano), il giro della vecchia maratonina del compianto Corà, fino a Cona e al nuovo ospedale, da dove una curva stretta a destra porta verso ovest per tornare a S. Giorgio, tra campi coltivati e un paio di manicomi più o meno in disuso. Eccezionale lo schieramento di vigili a proteggere il percorso, sostanzialmente esente dal traffico anche nei primi 5 km di strada principale.

Lotta abbastanza serrata tra i primi due, il bondenese Angelini e l’ucraino (trapiantato in Emilia) Vaskovniuk, finiti a 11 secondi; nessun problema per la imolese (sic) Chubak a regolare, come le capita quasi sempre in queste gare ferraresi, le avversarie.

In totale, 700 partecipanti divisi abbastanza equamente tra competitivi e no (stante il prezzo molto popolare del pettorale competitivo): così va nelle Basse, mentre altrove, anche a pochi km di distanza, i “fenomeni” sono una categoria numericamente molto più ristretta rispetto ai bipedi normali.

Da notare anche le competizioni sulle distanze minori: 8 km per gli allievi, 600 e 1200 metri per i giovanissimi. Categorie del tutto assenti, il giorno prima, a San Prospero, e salvo rare eccezioni, in tutta l’annata modenese.

Cielo semicoperto, ma si sta sui 7-8 gradi dunque ci si difende, fino ad arrivare alla piazza della partenza-arrivo; buon premio di partecipazione, di fronte a un costo di iscrizione di 3 € per i non comp e di soli 5 per i comp. Ristoro decisamente gradevole, con un tè molto saporito, frutta e di nuovo cubetti di mortadella col rituale stecchino.

Nessuna possibilità di lavarsi dopo la gara (nello specifico, meglio San Prospero dove c'erano spogliatoi e docce), ma i concorrenti sono quasi tutti locali (la società più lontana viene da Porto Tolle, 80 km), e comunque Ferrara è accogliente, specialmente per le sue immancabili, straordinarie mostre d’arte: il solito evento eccezionale a Palazzo dei Diamanti, e una mostra ancora più straordinaria in Castello, per 130 opere possedute da Vittorio Sgarbi e famiglia. La sapienza e l’oculatezza degli amministratori locali si vedono anche dall’esistenza di un parcheggio centralissimo (di fianco al palazzo dei Diamanti), che costerebbe 2 euro al giorno, ma nei festivi è gratis. Qui, Ferrara batte Modena senza nemmeno sudare: Castello Estense e Palazzo dei Diamanti contro Mata e mostra di fotografia 10 a zero.

Da giovane, mi dicevo di andare a Ferrara per prendere lezioni di corsa; adesso, le lezioni sono di vita e di civiltà a tutto tondo. Peccato che gli amministratori modenesi non conoscano Ferrara.

 

Classifica delle Ville di S. Prospero (km 10)

 

Maschile

1 33:39,10 MONTORIO Marco 1986 FI M ATLETICA RIGOLETTO

2 33:48,93 DONATI Alessandro 1985 MO M ATLETICA MDS PANARIAGROUP

3 34:21,91 BERNARDI Francesco 1995 MO M ATLETICA MDS PANARIAGROUP

4 34:25,84 BORGONOVI Manuel 1980 IT M ATLETICA RIGOLETTO

5 34:55,57 VANDELLI Fabio 1990 MO M POD. FORMIGINESE

6 34:58,90 CAPITANI Filippo 1985 MO M MODENA RUNNERS CLUB ASD

7 35:26,94 D'ORONZIO Davide 1973 RE M AVIS SUZZARA

8 35:32,96 GENTILE Fabrizio 1972 MO M MODENA RUNNERS CLUB ASD

9 35:35,77 BENEDETTI Fabrizio 1976 MO M POD. FINALE EMILIA

10 35:37,87 ROMAGNOLI Riccardo 1998 MO M S.G.LA PATRIA 1879 CARPI

 

Femminile

 

1 37:46,68 RICCI Laura 1979 MO F CALCESTRUZZI CORRADINI EXC

2 39:10,81 PRODI Francesca 1996 RE F TRICOLORE SPORT MARATHON A

3 39:28,17 VENTURELLI Gloria 1979 MO F ATL. R.C.M. CASINALBO

4 39:36,00 GUALTIERI Lara 1972 MO F G.P. LA GUGLIA

5 39:40,54 COMERO Elisabetta 1968 MO F ATL. REGGIO ASD 50 F

 

Classifica della Competitiva di S. Giorgio (Km 14)

 

Maschile

1 Daniele Angelini – Atl. Bondeno 45:14

2 Oleksandr Vaskovniuk – Corriferrara 45:25

3 Nicolò Conti – Atl. Estense 47: 26

4 Federico Valandro – Gp Monselicese 49:18

5 Federico Soriani – Quadrilatero 50:29

6 Daniele Di Fresco – Faro Formignana 50:58

7 Nicola Avigni – Salcus 51:21

8 Alessandro Grenzi – Corriferrara 51:23

9 Michele Mantovani – Faro Formignana 51:36

10 Andrea Rosati – Corriferrara 52:14

 

Femminile

1 Nadiya Chubak – Lughesina 54:56

2 Giorgia Mancin Running Comacchio 56:49

3 Giulia Bellini Corriferrara 58:19

4 Catia Roani – Corriferrara 1.00:37

5 Elisabetta Lambertini – Quadrilatero 1.00:44

Bisogna ammettere che qui, nel Veneto confinante col Friuli, quanto a maratone hanno spirito d’iniziativa, anche a rischio di pestarsi un po’ i piedi. Un anno fa, di questi giorni, eravamo a Longarone per la partenza di un’altra “edizione unica”, la maratona Longarone-Busche; molti anni prima, già venivamo a Vittorio Veneto per la partenza della maratona di Treviso (che più tardi era stata spostata a Conegliano, cioè dieci km più a sud). Adesso la maratona di Treviso torna nel capoluogo con un percorso circolare, e quelli di Vittorio Veneto hanno pensato, non dirò come Strafe-Expedition (una settimana prima della data di Treviso!), ma insomma, nello spirito dell’ “a ciascuno il suo”, di costruirsi la loro 42: estrema commemorazione della fine della Grande Guerra, che prende appunto il nome dalla battaglia cominciata da queste parti cent’anni fa e finita, come una volta si studiava a memoria, col bollettino della Vittoria datato 4 novembre.

Va aggiunto che la stessa guerra, e il Piave che mormorava “non passa lo straniero”, erano già entrati in alcune edizioni della citata maratona di Treviso, che scaglionarono la partenza da tre luoghi diversi; e, se andiamo alla preistoria, diciamo pure che in altre località trevigiane (Vedelago, Mareno, Cappella Maggiore con la sua “Trevisando”, Fregona e forse ancora altrove) si sono celebrate maratone, spesso piovose e fangose ma tuttavia meta di appassionati. Insomma, le popolazioni di qua sono abituate a vedere podisti per le loro strade, e le società sportive e gli amministratori locali più lungimiranti sanno come si mettono su le maratone.

Detto fatto, ecco apparire verso l’estate scorsa il preannuncio della maratona, nuova e unica, di Vittorio Veneto (conglomerato ‘artificiale’ del 1866 di due storiche cittadine, Cèneda e Serravalle, intitolato a Vittorio Emanuele II), sulle orme dei soldati che un secolo fa ripartirono dal Piave per arrivare fino al Brennero (dove non volevano nemmeno arrivare: gli bastavano Trento e Trieste …): tariffe decisamente popolari (28 euro scontabili), contorno di una mezza maratona e di una 10 km, insomma, gli ingredienti del successo.

E il sabato 17 pomeriggio, al ritrovo fissato in un palazzetto dello sport funzionale sebbene molto scomodo (3 km dal centro), ci sono quasi tutti gli appassionati di queste gare, cominciando dai “supermaratoneti” che stavolta abbandonano gare cui pure erano affezionati, per non perdersi questa, ora o mai più. Non può mancare il propugnatore della “gara unica”, Hartmann Stampfer, uno che proprio alla battaglia di Vittorio Veneto deve la sua cittadinanza attuale, italiana e non tirolese: va aggiunto che Hartmann per essere presente è guarito in tempo da un inconveniente non secondario, ma dalle parti dello Schlern non ci si blocca per così poco… l’intendenza seguirà.

Allo stesso modo, “Ol Sindic” Simonazzi da Mantova è qui, esternando dubbi sulla sua capacità di finire la corsa, che invece concluderà una buona ora sotto il tempo massimo (generosamente fissato in 7 ore, considerando anche i 500 o passa metri di dislivello da affrontare). Idem per il marò Adriano Boldrin da Bojon: el zenocio el g’à da dir quèo, ma no ghe pensemo, che ala fin g’arivemo, e gnanca ùltemo.

E ghe xe anca el sior Vitorio Bosco da Manzano, allenatore della Debora Serracchiani (le rare volte che la presidentessa della regione Friuli passa dal Friuli), che dice di non correre più maratone: ma qui combatte e passa l’esame anche lui, come tutti o quasi (smetto di citare i volti noti perché andrei avanti parecchio). Quanto alle signore, ecco immancabili “Carlotta” Gavazzeni dalla bergamasca, primadonna dell’annata quanto a numeri (e che riesce finalmente a consegnarmi un cuore biscottato commemorante una certa cifra tonda), e Angela Gargano dalla Puglia, la prima e forse unica che raggiunse le cento maratone in un anno: con calma, ma ci ritroveremo tutti alla fine delle rispettive battaglie.

Dopo il ritiro pettorali ci si sparpaglia negli alberghi per un raggio di una decina di km (non è che la ricettività nel doppio centro cittadino sia molto elevata); qualcuno trova il tempo per una passeggiata turistica (più appagante a Serravalle, la zona nord dove passeremo al secondo e al penultimo km, che nella semideserta Cèneda, che domani attraverseremo solo in partenza).

I meteo-astrologi hanno previsto pioggia e neve, e infatti tutta la notte fra sabato e domenica diluvia; la domenica mattina le cime dintorno sono imbiancate, però è smesso di piovere: e resteremo all’asciutto per tutta la giornata, con una temperatura tra i 7 e i 10 gradi che consentirà a molti di osare pantaloncini e canottiera.

Alle 9,05 parte la maratona, preceduta di pochi minuti dalle carrozzelle dei disabili; alle 9,45 la maratonina, su un percorso del tutto diverso; alle 10 la non competitiva, su un altro giro ancora. Qui non si punta al risparmio, al percorso solo suddiviso in 4 o 5 tipi di gara a disputarsi strade e ristori!

Strade perfettamente chiuse al traffico: un primo anello di 6 km ci fa scorrere la scenografia dei due centri storici, poi ci si immette verso ovest per una serie di pittoreschi paesotti appollaiati sulle pendici (sopra le quali, immaginiamo, erano puntati i cannoni austriaci); e ogni volta il tracciato ci fa arrampicare per quel centinaio o quasi di metri verticali, onde farci gustare l’urbanistica e l’accoglienza di Revine (120 metri più alta di Vittorio Veneto) , Cison e frazioni varie di Valmarino alias Valmareno, fino a Follina dove la strada fa un ricciolo, con brevi tratti sterrati, tra il 19 e il 26 (ristoro unico che vale doppio). Fin qui ci siamo quasi divertiti, e il fischio dell’unico rilevamento chip intorno alla mezza maratona ci suona ancora allegro.

Passato il fiume, siamo a quota 210, ma ci aspetta la “salita degli eroi”, 1500 metri di tornanti al 10%, che invogliano o costringono a camminare facendo due chiacchiere coi pacer delle 4.30 e delle 5.00 (decisamente in anticipo, ma Anna, già “angelo custode” allo Stelvio e al Primiero, preferisce tenersi un po’ di margine). Intorno al 28, nella zona di Tarzo e infinite frazioncine (Zuel de qua e Zuel de là, per esempio) siamo sul crinale, che immagino fosse il fronte italiano (infatti c’è un cannone puntato contro l’austriaco oppressore, morte a Franz viva Oberdan); ma sono in agguato quasi cinque km di salite e discesine illusorie: al km 31 tocchiamo quota 375, pare si scenda ma al 33 siamo di nuovo a quota 335. Finalmente si va giù, ma raggiunti i laghi di Revine (dal lato opposto rispetto a dove li avevamo costeggiati nell’andata) ci aspetta uno strappetto per riportarci sulla strada provinciale del primo tratto, a 240 metri d’altezza.

Ottime le segnalazioni, sia con frecce sia ‘umane’, anche per noi ormai sparpagliati; fornitissimi i ristori (ma le bottiglie di vino sono già vuote …), e c’è ancora qualche residente che dopo l’una rimane in strada a dirci che è quasi finita. Riecco Serravalle, i portici caratteristici e il suo ciottolato, suggestivo sebbene martirizzante per le piante dei piedi; poi il rettilineo d’arrivo, il ristoro finale dove spuntano formaggi e grosse fette di salame. Pesante la medaglia commemorativa, e ci si interroga su chi sia il personaggio ritratto a destra, di fronte al “re Viturìn”: qualcuno lo trova somigliante al Duce…

Il Gps segna circa 300 metri in più della distanza canonica, ma pare che l’ultima strategia dei fabbricanti di Gps sia di abbondare nelle misure così da illuderci che i nostri 7’ a km siano in realtà 6:55. Due sedi per le docce (dal tiepido in giù), grosso modo a un km dall’arrivo e da raggiungere a piedi; poi c’è da tornare al lontano palazzetto dell’Expo dove si usufruisce del pasta party. Alla lettera, solo pasta al pomodoro, più due confezioni di grissinetti, una bottiglietta d’acqua, una mela da mangiare a morsi perché il coltello non è fornito: decisamente esagerato il prezzo di 5 euro per gli “ospiti”.

Nel primo pomeriggio appaiono le classifiche sul sito Tds (vigila su tutto Sandrone Della Vecchia), mentre il sito della maratona non viene più aggiornato, anche adesso a 48 ore dall’evento. La vittoria formale è arrisa a Fabio Bernardi, un M 45 di Conegliano ufficialmente alla sua ultima maratona agonistica, che giunge sul traguardo appaiato al cembrano M 35 Matteo Vecchietti, insieme a cui ha sempre corso, in 2.41:40. Non si tratta di tempi scarsi, data la durezza del percorso; terzo è il supertrailer Ivan Geronazzo, poco sotto le 2.51.

Più modeste le prestazioni femminili: vince la trevigiana Elisabetta Mazzocco in 3.12, quasi cinque minuti meglio della vittoriese (ma tesserata Brugnera) Marta Santamaria, e otto minuti davanti alla friulana, di Cordenons, Manuela D’Andrea. Giorgio Calcaterra, pettorale numero 1, onora il suo ruolo di pacer delle 3.30 (3.28:54, come il chiacchierato Roberto Toniatti); da meno di due minuti è arrivato Daniele Cesconetto, che un anno fa a Conegliano corse a ripetizione sul tapis roulant per beneficenza, mentre qui si è cimentato, allo stesso scopo e per cinque giorni consecutivi dal 14 a oggi, sul nostro percorso stradale: duemila gli euro raccolti.

Tra le 4.30 e le 5.20 arriva il grosso dei supermaratoneti, come cento anni fa arrivò il Duca d'Aosta: avanza rapidamente alla testa della sua invitta III armata, anelante di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, che mai aveva perdute.

Saremo in 919 classificati, stavolta senza nessun generoso sgarro al tempo massimo ufficiale; più altri 999 alla mezza, già alla quinta edizione. Se c’era Garibaldi facevano i Mille, ma in compenso c’erano nomi più ‘commerciali’, habitués delle gare monetizzabili: con 1.06:44 vince il keniota Gideon Kurgat (Atletica Virtus) col nuovo record della corsa, strappato ad Abdoullah Bamoussa oggi secondo con 1.07:56; terzo con 1.08:27 il modenese Alessandro Giacobazzi già vincitore alla maratona di Torino. Nomi arabi per il quarto e il quinto; mentre è la etiope Gedamnesh Yayeh a vincere tra le donne in 1.16, anche lei col nuovo record della gara. Sette minuti dietro, Giovanna Ricotta; a dieci minuti Maurizia Cunico del Casone Noceto.

Infine, 650 sono i partecipanti alla non competitiva che si beccano una stupenda bottiglia di vino locale (che a noi maratoneti è stata negata: il vino fa male…).

Vedremo l’anno prossimo, finalmente esente da motivazioni belliche, cosa si inventeranno in queste terre. Suggerirei qualcosa di ispirato al prosecco, ma vero, non solo annunciato come a Conegliano un anno fa, e fatto appena sfiorare ai maratoneti di oggi…

 

https://www.youtube.com/watch?v=jGZA8sO5Nlk

Domenica, 11 Marzo 2018 20:20

Terre del lambrusco: un weekend post-antico

In questo fine settimana, nel quale gli oracoli più consultati sono stati i bollettini meteo e i comunicati di annullamenti gare, i modenesi e limitrofi (con qualche bolognese e una discreta pattuglia reggiana) sono insperatamente riusciti a correre le gare previste dal calendario annuale sia al sabato sia la domenica.

Si è cominciato sabato 10 a Cortile, frazione orientale di Carpi al confine con Novi e Cavezzo, terra di Lambrusco Salamino (oltre che di bianchi decisamente mediocri): sarà forse per l’aria quasi extradoganale, ma è stata sfatata la triste abitudine carpigiana di sopprimere le corse al penultimo minuto (cominciando dalla maratona e finendo coi trail intitolati a Olmo albero nonché atleta). Fallite anche le previsioni del tempo che davano pioggia al 65%, e insomma alle 15,30 si sono ritrovate, sotto il sole o quasi, a occhio 3-400 persone per il 25° Giro di Cortile, una non competitiva che nel percorso più lungo dichiarava km 7,800, rivelatisi poi 8,500: quasi tre dei quali, i più pittoreschi, sull’argine sterrato del Secchia (a sua volta discretamente gonfio, sopra il livello delle campagne circostanti). Tracciato in parte nuovo, rispetto a quelli assai più monotoni che si svolgono in estate, e che veniva a toccare quello dell’ultima tappa del trail notturno di qualche mese fa con partenza dalla vicina frazione di S. Martino Secchia.

Anche se la gara era non competitiva, come al solito qualcuno, ovvero il sempiterno Valentini del Cittanova, si è premurato di prendere giù i primi arrivati, che la locale Gazzetta colorerà coi suoi titoli ad effetto, sul tipo “A Cortile incanta Gianluca Mazzi”: infatti il portacolori de La Patria (veramente sul quadernino sta scritto “Massi”) ha prevalso su Luca Raimondi e Matteo Guidetti. Tra le donne, pronostichiamo un titolo quale “Delirio del pubblico e mimosa d’oro per Silvia Torricelli” (altra valente carpigiana), mentre non sono sicuro, nemmeno con l’aiuto di Italo Spina, di decifrare bene il brogliaccio per il nome della seconda arrivata, che sembra Laura Lipintola o qualcosa del genere; terza Morena Cerchiari. Ordine d’arrivo, ovviamente, garantito dall’onestà dei partenti anticipati, che al traguardo si chiamano fuori.

Solito euro e mezzo di iscrizione, che oltre al ristoro intermedio e finale ha garantito mezzo chilo di pasta per tutti. Un po’ di nostalgia per chi ricorda come a Cortile, nello stesso parchetto oggi sede del ritrovo, anni fa in questa occasione stava seduto Ivano Barbolini per vendere in anticipo, a 5 euro, i pettorali delle sue leggendarie Tre Sere. Non mancava invece nemmeno oggi Pietro Boniburini, ex campione e apprezzato scarparo, che pare abbia fatto notevoli affari (io pure ho corso oggi con delle Mizuno che mi vendette lui un anno fa).

Il tempo per una doccia e una dormita, e rieccoci alle 9 di domenica 11 a Solignano, comune di Castelvetro cioè terra del lambrusco Grasparossa e del Pignoletto: è la 37° edizione della Camminata, che nei primi anni si svolgeva in forma competitiva (ricordo un Rossano Galli che sorpassò in tromba, sull’ultima salita, noi che facevamo i 15 km, e ci fermammo ad applaudirlo e incoraggiarlo); ma ben presto è stata roncaratizzata a non competitiva, su un percorso giudicato il più bello della provincia di Modena (esclusa l’area montana), non a caso scelto da molti di noi come terreno di allenamento, singolo o collettivo: e il ricordo va purtroppo a un altro che non c’è più, quel Gianni Vaccari che tutti gli anni riusciva a radunare qui cento e più amici, la vigilia di Natale, per una sgambata su percorso identico a quello di sempre, dai 90 metri di Solignano Nuovo alla Bolognina (dove oggi si è spinta Teida la fotografa per i suoi scatti itineranti) e su per via Medusia ai 200 metri del castello di Levizzano, dopo 6 km con un breve tratto di sterrato, e ai 311 della Madonna di Puianello dopo 8,5, al culmine della salita dei Buricchi impegnativa e pittoresca.

Solignano 2018


Da lì il ritorno a Levizzano per un’altra strada, e la lenta discesa, con qualche strappetto, verso la chiesa di Solignano Vecchio (altro luogo panoramico, anche per la presenza di storici tini Maselli, ora collocati in un parchetto come tane per giochi di bambini); indi una serpentina un po’ ripida, e un’ultima salitina dove si è di nuovo appostata Teida a scattare, porta al traguardo (che comunque non è marcato in nessun modo) dopo 18,600 km (per un totale di 325 metri di dislivello). Erano disponibili anche percorsi di 15 km (il più gettonato, direi) e su distanze minori.

Iscrizioni alla quota di 1 euro, roba da “reddito di cittadinanza”, che dà diritto a quattro ristori lungo il percorso maggiore, più ovviamente il ristoro finale, dove riceviamo anche una confezione di piade; purtroppo non c’è più il ristoro “di-vino” presso uno dei tanti agriturismi della zona, intorno al km 14. Pensare quando, nei tempi del podismo antico, la bottiglia di vino era il premio più tipico…

Piove (blandamente) alla partenza e per la prima ora di gara: le previsioni meteo davano pioggia al 90%, forse per questo non si vedono le folle oceaniche di altri tempi, sebbene l’elenco delle società in classifica (dominato dalla solita Cittanova, che ha comprato ben 180 pettorali!) dia un conteggio di almeno mille iscritti tesserati per qualche gruppo.

È possibile che i più competitivi siano andati alla vicina Pieve di Cento, per una 21 tra i gioielli del podismo regionale; altri patiti di “fango e neve” sono andati a trail nel parmigiano o nel ravennate (in effetti, un anno fa anch’io ero a Langhirano con Massimo Muratori per il trail a coppie, ma oggi ci troviamo entrambi qui per una giornata di quasi-scarico); di qualche altro, già podista di rango, si sa che “è andato a mangiare il pesce”. Ah – dico -, bella idea, quella di fare una corsa in riviera e poi restare là a pranzo! – Macché corsa in riviera, quelli sono andati a mangiare e basta! – è la risposta. Le fatiche e le glorie antiche finiscono sui tavoli dei ristoranti rivieraschi a mangiare pesce del Vietnam.

Certo non eravamo in mille alla partenza, stante l’abitudine (qui piuttosto consolidata) di partire prima con la giustificazione, normale in questa gara, che “non ti aspettano”, inteso che sbaraccano tutto. Cosicché dalle foto traspaiono alcuni ex campioni (soprattutto appartenenti alla società del citato Roncarati, o a gruppi che a lui si ispirano) bellamente per strada mezz’ora o più prima del via. Peggio per loro, che si sono beccati tutta l’acqua, mentre su noi regolari, dal passaggio per Puianello, non solo è smesso di piovere ma è persino spuntato un barlume di sole, con temperatura salita fino ai 10 gradi. Cosicché quel tal podista di Mirandola che ha corso in canottiera (direi l’unico, tra tanti impermeabili e berretti e guanti) non ha patito freddo.

E posso attestare che almeno fino alle due ore e mezzo di gara gli incroci erano presidiati e il ristoro finale in piena efficienza. Ma in questo weekend post-antico, i corridori antichi, gli ex atleti che un tempo si sfidavano sulle nostre dolci alture, per ogni anno che passa aumentano di numero e accentuano i loro vizietti post-sportivi: finché artrosi od osteoporosi od obesità o propensione alle mangiate di pesce vietnamita non li separino dal nostro mondo. Quanti torneranno a Solignano tra vent’anni?

Nella moria delle corse dell’Emilia centrale, solo ad Albinea non hanno paura di neve, ghiaccio, nebbia e temperatura che non ha nessuna intenzione di varcare lo zero. D’altra parte, qui non è terra di pensionati che una volta all’anno si propongono come organizzatori di gare: piuttosto, è la patria di William Govi, che tutti i giorni partendo con qualsiasi tempo alle 17,30 si allenava su questi colli: colli sui quali ha passato gli ultimi tristi anni di vita, per ridiscendere alfine nella terra consacrata del suo paese, che lo ospita ormai per sempre.
Detto dunque che nessun podista d’Italia può andare ad Albinea senza pensare a William (sarebbe come andare ad Arquà senza pensare a Petrarca, o a Bolgheri senza pensare a Carducci), eccoci dunque per la 33^ edizione del Mimosa Cross, che dopo otto giorni di nevicate ha ridotto solo di poco il chilometraggio (dai 22,9 ai 19,5), rinunciando al tratto di bosco e sentieri e alla quota 470 del massimo livello, ma offrendo ugualmente agli atleti un buon allenamento di salite e discese: il Gps segnala 250 metri verticali in totale, tra i 65 metri slm del km 5,5 e i 247 del 17,2, per tornare infine ai 155 della partenza-arrivo.
Al via anzi il sole fora la coltre di nebbia: è il saluto di Govi, che si farà più fioco quando da Borzano ci inerpicheremo sulla salita della Madonna di Montericco, godendo tuttavia di squarci panoramici che le foto di Teida Seghedoni ripropongono anche per gli assenti: si vedano, dalla sezione “Pregara e primi passaggi” immagini come la 101, 150, 272, 283 e tante altre; e dalla sezione relativa alla discesa da Montericco, la 298, 307 ecc.
Due euro di iscrizione per la gara non competitiva (in teoria ristretta ai 5 e 12 km, e premiata con una bottiglia di lambrusco locale); dagli 8 ai 10 per la competitiva, ovviamente con pacco gara più ricco, oltre che premiazioni per i primi 20 uomini e 10 donne (su 178 arrivati in totale).

Albinea 2018



Dalle foto (anche di Morselli, Carri e Petti, che però non hanno fatto il giro alto  potete farvi un’idea della gara e del clima: da quella piazza Cavicchioni con un pilastro/campanilino in mezzo, ma l’orologio a lato su un piccolo piedistallo (sembra uno di quegli orologi dei paesi terremotati), piazza che pian piano si popola mentre il sole tenta di affermarsi; agli abbigliamenti scelti dai podisti: pochi ardimentosi con pantaloni a mezza gamba, poche a capo scoperto (ma la coda bionda di Francesca e la fluente chioma di Alessandra sono ben protette da ampie bandane), molti con giacca a vento che nasconde (speròmm) il regolamentare pettorale; la maggioranza con berretto di lana, tutti rigorosamente coi guanti, qualcuno coi bastoncini. Al via anche vari cani (foto Morselli da 141 a 147), ma qui all’arrivo c’erano giudici come Mainini e Iotti, non il famigerato De Lillo pugliese.
Forse per le modifiche dell’ultimo istante, il percorso ‘nuovo’ non era sempre segnato e frecciato come doveva; per fortuna, quasi ad ogni incrocio c’erano addetti che ti guidavano. Saporito il tè dei due ristori, mentre all’arrivo per noi tardigradi era già finito.
Il ghiaccio, paventato all’inizio soprattutto nella discesa finale, non ci ha dato problemi. Insomma, basta aver coraggio e le corse si riescono a fare, come recitano i volantini, “con qualsiasi condizione climatica”.

 

IL VIDEO DI NERINO CARRI

 

IL VIDEO DI STEFANO MORSELLI

 

Il 28 febbraio ad Atlanta, in Georgia, è scomparso a 78 anni David Martin, dopo una militanza di venticinque anni nell’AIMS (l’associazione mondiale degli organizzatori di maratone e corse su strada).

Nato nel Wisconsin, USA, era professore emerito dell’università dello Stato di Georgia. La sua attività professionale di ricercatore, statistico e legale, e quella sul campo come allenatore, gli permisero di lasciare una traccia profonda nello sport. Ad esempio, fu tra i primi a voler ammettere le donne alle maratone, e fu grazie a lui che nei giochi olimpici del 1984 venne introdotta la maratona femminile.

Oltre al suo lavoro presso l’ AIMS, Martin ricoprì cariche importanti nell’associazione statunitense Track & Field (per lo sviluppo della maratona e la tenuta degli albi d’oro), nell’associazione della stampa sportiva e nella Società internazionale degli storici delle Olimpiadi. Le sue competenze in campo medico gli permisero di far parte della American Physiological Society e della società internazionale dei medici di maratona (IMMDA).

Fece parte del comitato che preparò gli atleti americani per le Olimpiadi di Atene del 2004: si devono anche a lui le medaglie d’argento di Meb Keflezighi e di bronzo di Deena Kastor in quelle maratone.

Autore di libri di successo come The Marathon Footrace (1979), The High Jump Book (1987), Training Distance Runners (1991), Better Training for Distance Runners (1997), The Olympic Marathon (2000), e centinaia di saggi nel campo dell’atletica e della medicina dello sport. I suoi libri e cimeli sono stati recentemente donati al Museo dell’AIMS a Berlino.

Il presidente AIMS Paco Borao ricorda la “grande finezza, intelligenza e passione di quest’uomo così umile, che trattava tutti con rispetto e cortesia”. (da un comunicato AIMS)

Lunedì, 26 Febbraio 2018 11:22

Salso-Busseto, tra Verdi e Guareschi

Fioccava che Dio la mandava, ma lo Smilzo, piuttosto di usare l’ombrello, simbolo della reazione borghese e clericale, si sarebbe fatto scannare… “Si serve la causa del popolo anche prendendo un raffreddore. Ogni azione rivoluzionaria comporta dei sacrifici”. Così pensò lo Smilzo e perciò, quando entrò in canonica, era fiero senza essere provocatorio: però aveva la testa piena di neve. 

Così comincia un racconto del “Mondo piccolo” di Guareschi, scritto nell’inverno del 1949, e che si può benissimo applicare a noi podisti amatoriali che non ci fermiamo davanti alle avversità. Ah già, ma nel 1949 sì che nevicava… adesso, i meteo-astrologi ci hanno convinto che ci stiamo desertificando, che il buco dell’ozono è più grande di quello del Negus, che per avere acqua dovremo andare in Groenlandia ad attingere dagli iceberg che si scioglieranno… Infatti, la maratona verdiana, seppur collocata a pochi giorni dall’inizio della primavera climatica, grosso modo ogni cinque anni incappa in nevicate (mitica quella del 2004) o nubifragi memorabili.

Qualche volta incappa anche in elezioni, come nel 2013 quando fu fissato l’ “election day” che avrebbe dovuto dare una schiacciante vittoria al Peppone di Bettola. Nello spirito di don Camillo, approssimandosi quel capodanno provocai Pietrospino:

24 febbraio, data tragica! Causa elezioni non ti daranno le forze dell’ordine, non chiuderanno le strade… saranno tutti ai seggi! Non è questione dei podisti, che possono votare anche lunedi, ma degli agenti, vigili ecc. Ricordo la maratona di Bologna 21-4-96, giorno elettorale: si fece, ma con 400 partecipanti.

Senza indugio il destinatario mi rispose che lui tirava diritto:

Proprio stamattina ho scritto al Prefetto con la ferma intenzione di far la gara.
Ho modificato completamente il percorso. La, anzi le gare, partiranno da Fidenza Village e si sposteranno nelle campagne circostanti. Non ci saranno assolutamente grandi turbative alla circolazione. I podisti come ben sai sono concentrati sulle loro passioni e nulla li ferma, poi si può votare anche la sera e tutto il giorno dopo. Noi corriamo tra Toccalmatto e Casal Barbato , Priorato e Fontevivo, a chi diamo fastidio?. La macchina organizzativa è inarrestabile sono già partite le iscrizioni. Io voglio andare avanti, recedere vuol dire morire. Non fare il menagramo. Io non posso fare altrimenti.

E vennero le elezioni ma anche la maratona, con partecipazione quasi dimezzata anche causa la puntuale giornata da tregenda. All’incirca come quando don Camillo, spedito in una parrocchia di montagna, riuscì a portarci pure il crocefisso dell’altar maggiore. E chi li ferma quei due lì? (intendo don Camillo e lo Spino). Alla fine della giornata, stette peggio il finto benzinaio di Bettola.
Mentre la maratona, con nome leggermente cambiato ma riportata alla partenza storica di Salsomaggiore (località in piena decadenza, ma beneficata dagli appuntamenti podistici di Chittolini), tira dritto, e al nome di Verdi sta aggiungendo anche quello di Guareschi: se in un lato della medaglia odierna troneggia il Peppino di quelle parti, nell’altro troviamo don Camillo e Peppone in canottiera e pantaloncini; e rimane fisso il passaggio, al km 36, davanti alla casa-museo di Guareschi dove il figlio Albertino vigila. Salvo che lo si fa in senso inverso rispetto ai primi quindici anni, perché del tracciato ‘elettorale’ del 2013 è rimasta la variante tra Soragna, Roncole, Madonna dei Prati e Busseto, su una strada priva di traffico a differenza della precedente.
Anche in questo caso Guareschi aveva anticipato i tempi e, chissà, ispirato Chittolini: in un altro racconto, Peppone prometteva grandi mutamenti di viabilità: il popolo lavoratore, per andare a Solagna [cioè Soragna], che è a sud-est, deve mettersi in viaggio verso nord-ovest; poi, arrivato al Crocilone, girare a destra e procedere in direzione nord-est fino alla Strà Lunga… e dopo 14 km raggiungere finalmente Solagna… In altre parole, il popolo lavoratore è costretto a compiere un giro viziato che gli costa la bellezza di km 10 e mezzo.

Terre Verdiane 2018


Insomma, accanto alle musiche verdiane, diffuse da altoparlanti felicemente collocati ai lati delle strade (e per la velocità di diffusione del suono ti capita di sentire il do di petto “All’aaarmi!” sfasato di qualche secondo, da due altoparlanti piazzati a 3-500 metri l’uno dall’altro), si sovrappone la memoria guareschiana.
Nei primi 9 km corsi sotto la neve (vedere foto by Morselli, così imbacuccato che l’ho riconosciuto solo dalla voce) e con un vento freddissimo che veniva da nord-est (cioè contrario al nostro senso di marcia almeno fino al km 22, e dal 35 al 39), pensavo piuttosto al Guareschi internato nei lager polacchi e tedeschi tra il 1943 e 1945, chiedendomi se aveva più freddo lui o noi; e all’ingresso in Fidenza, marcato da un piccolo aumento della temperatura percepita, ho immaginato che adesso stessimo in una delle baracche, dopo l’appello all’addiaccio del primo mattino.
E Giovannino è tornato in mente durante l’attraversamento di villa e parco di Soragna al km 29, introdotto appunto nel 2013: il noce più grande del parco è quello che, secondo un altro toccante racconto, “Gerda”, fu scelto come torre di avvistamento dei tedeschi durante l’ultima guerra. “Una pianta secolare stupenda. Qualcosa di fenomenale”. Lo stavano per tagliare e vendere, quando ai suoi piedi ritorna il soldato Franz con la giovane sposa, appunto Gerda. Siamo nel 1952, e Franz, che il 10 aprile 1945, sceso dal gabbiotto in cima al noce, aveva inciso sul tronco il suo nome, ora ce lo riscrive, con la data nuova e aggiungendo il nome della sposa. E quell’albero scampa per sempre al suo destino di morte: e adesso il nostro passaggio di pacifici soldatini lo anima.
Poi, chi non si è fermato ai traguardi intermedi va alle Roncole, confortato da un infoltimento degli altoparlanti verdiani, che come nel “Va pensiero” ci ispirano “un concento che ne infonda al patire virtù”. All’ingresso delle Roncole ricomincia il vento contrario (ma non nevica più) fino appunto alla Madonna dei Prati: in Guareschi

una fabbrica massiccia e alta che si levava a lato di una strada deserta e solitaria, e tutt’attorno erano campi nudi e crudi

(oggi, i solchi delle piantate sono marcati da linee continue di neve, che il vento ha fissato e ghiacciato anche sul lato est degli alberi).
Su quella strada don Camillo incontrò Peppone, che di nascosto dal Partito andava a chiedere la grazia alla Madonna per il suo bimbo malato. Mentre Peppone entra “col suo bambino in groppa”, don Camillo rimase a far la guardia fuori della porta. Poi, per star più comodo, si inginocchiò su un sasso e disse alla Madonna dei Campi le cose che Peppone non avrebbe saputo dirle.

Noi podisti delle ultime schiere (saremo 534 classificati, di cui solo 12 oltre le cinque ore: considerando che i Gps danno concordi 400 metri in più della distanza canonica, direi che qui siano venuti soprattutto quelli ‘buoni’) alla chiesa voltiamo a sinistra riportandoci in parziale favore di vento, e guardiamo la successione di un campanile dopo l’altro fino a fissarci sul castello di Busseto, dove ci aspettano ancora Roberto Brighenti che già ci aveva intrattenuto alla partenza, e la tradizionale pasta asciutta, che tonifica un po’ lo stomaco rimasto alquanto orfano di bevande calde specie nella prima parte della corsa. Il pieno gastronomico è comunque garantito da un pacco gara dove trovi un po’ di tutto.
Consueto trasporto in bus alle docce, la cui temperatura è più che accettabile; basta non confondere il pullman delle docce con l’altro uguale che riporta a Salsomaggiore: ci furono anni in cui il bus per Salso faceva sosta anche negli spogliatoi, per raccogliere i docciati e portarli infine al luogo di partenza senza appestare l’aria col sudore rappreso. Ma oggi di sudati ce n’erano davvero pochi.
Gli arrivati della gara lunga sono una trentina in meno dell’anno passato, e all’incirca tanti quanti due anni fa (quando il clima era però decisamente migliore); solo 133 quelli della 10 km (facciamo 9,300), che fu la prima gara affiancata alla maratona dal 1998, 553 quelli della Ventuno e 497 nella Trenta.
Si aggiungano i non competitivi delle due gare più corte, e direi che anche quest’anno Pietrospino, primo allievo di Gigliotti, indi allenatore di Alessandro Lambruschini e altri campioni, ha fatto un bel regalo non solo a noi ma soprattutto alle Terre che ama.

 

I VIDEO

La partenza

 

Il passaggio al 7° Km

 

Il passaggio al 20° Km

 

 

Ci è stato fatto notare che, dopo un primo commento, non avevamo insistito sulla faccenda dell’atleta amatore ‘deriso’ dallo speaker, in diretta Rai, durante la Cinque Mulini.

Nel frattempo, sia il web sia giornali rispettabili hanno inondato l’etere delle loro versioni, condite dell’immancabile sdegno perbenista a buon mercato e a senso unico (aspettiamoci qualche interrogazione parlamentare di qualche candidato alle prossime elezioni). È anche nato subito è nato l’hashtag #iosonomarcoascari, la cui efficacia probabilmente sarà analoga a quella dei vari “siamo tutti XY”, “je suis Charlie” e via col vento.

E noi, che alla Cinque Mulini eravamo presenti col servizio fotografico più completo dell’orbe terracqueo, cosa facevamo? Leggevamo, facevamo verifiche, cercavamo i protagonisti: come dovrebbe fare qualsiasi organo di informazione.

Nel frattempo se ne sono scritte di ogni genere: il Corrierone di lunedì, con titolo ad effetto rinforzato dall’uso falsificante delle virgolette:

Atleta sovrappeso offeso in gara: «Insulto all’atletica, questo non è sport». Nel testo, l’ “offeso in gara” diventava “deriso dallo speaker”, con nuove virgolette:  «Sei un insulto all’atletica» o «quello che vedete non è sport».

Qualcuno tirava addirittura in ballo la discriminazione verso i disabili, sostenendo che l’atleta interessato ricadesse in quella categoria (era stato tesserato per l’Asad Biella affiliata Special Olympics) : meno male che il Corrierone scopriva che “il runner è un giovane avvocato biellese e si chiama Marco Ascari”, “attivo in politica con la Lega Nord”. Però insisteva, addirittura inventandosi un neologismo: “Bullizzato”, e spiegando che ”Ascari è risultato, per errore, iscritto tra i professionisti. Ma dopo la sorpresa iniziale ha deciso di non tirarsi indietro e di correre con i campioni. E lì è venuto fuori l’enorme divario (Marco, come era inevitabile, ha concluso la gara ultimo con molti minuti di distacco dal primo) e gli insulti da parte dello speaker”.

Concluso la gara? Dalle classifiche che abbiamo consultato, appena disponibili, non risulta nessun Ascari, né tra gli arrivati né tra i partiti (dovrebbe comparire la scritta DNF, do not finished: perché non c’è?). La verità la scoprirete su queste pagine leggendo l’intervista di Fabio Rossi allo stesso Ascari, e scorrendo le foto qui sotto, dall'ultima delle quali appare l' "arrivo" di Ascari con tanto di nastro da vincitore (e lo speaker cosa diceva?).

Nel frattempo, “è arrivata anche la nota degli organizzatori della «Cinque Mulini»: L’Unione Sportiva San Vittore Olona 1906 ASD intende scusarsi pubblicamente, come già fatto in privato, con l’atleta M. A. per quanto sia apparso come un’offesa e si dissocia da qualunque interpretazione delle suddette frasi come offensive della dignità dell’atleta».

A dire il vero, non si dissocia dalle frasi dello speaker (di cui si continua a non fare il nome), ma dalle loro “interpretazioni”.

Ascari

Interviene “La Stampa” (nella cronaca di Biella, cioè provincia di residenza di Ascari): ”per quello che sembra un disguido organizzativo si è trovato iscritto alla gara per professionisti della Cinque Mulini, una classica nazionale del cross, anche se la sua intenzione era quella di partecipare alla prova amatoriale. Marco non si è tirato indietro: ha concluso un giro al suo passo e invece che essere comunque applaudito per il coraggio nello sfidare i big del podismo, è stato deriso dallo speaker della manifestazione, che lo avrebbe tra l’altro definito un «insulto all’atletica» e «quello che vedete non è sport».

Segue un link a un blog e l’hashtag citato, poi l’immancabile dichiarazione del sindaco di Cossato, patria di Ascari: ”è vergognoso, un ragazzo buono come Marco non dovrebbe subire queste offese».  Finalmente, bontà loro, la cosa più utile: una intervista ad Ascari, che almeno spiega come è andata con l’iscrizione:

«Avevo chiesto di essere inserito nella prova amatoriale visti i miei problemi di peso - racconta -. Ma quando sono arrivato alla partenza i giudici mi hanno detto che dovevo partire nella gara ufficiale con gli Assoluti visto che sono tesserato Fidal e iscritto a una società di atletica leggera. Non mi sono perso d’animo e ho affrontato la sfida».

Cominciamo a capire. Poi, dice l’avvocato (o meglio, “uditore giudiziario” in attesa di occupazione): “Sono comunque riuscito a portare a casa il mio sogno: correre la “Cinque Mulini”.

Correre, cioè partire, o concludere? Non si specifica; la nostra foto lo documenta.

Finalmente, e correttamente, "La Stampa" dà spazio alla versione dello speaker, di cui fa il nome, Walter Brambilla, ben noto tra gli sportivi, anche come speaker da 36 anni di questa gara. «L’ho visto passare, ultimo e staccato, e ho detto soltanto: “Se io giocassi a pallone non potrei sfidare Maradona”. Mi sembrava anche una battuta simpatica. Poi, a fine gara, gli organizzatori mi hanno spiegato la situazione, se me lo avessero detto prima avrei chiesto un applauso. Ma non ne sapevo nulla. La verità? E’ che oggi basta essere iscritto a una società e alla federazione per correre una gara come questa. E’ come se io mi iscrivessi al Milan e scendessi in campo: la gente mi fischierebbe o si metterebbe a ridere».

Adesso ne sappiamo un po’ di più, sebbene il comunicato della Cinque Mulini sembri non tener granché conto della dichiarazione di Brambilla, aggiungendo un dettaglio che sembra quasi avallare la storiella della disabilità di Ascari: “ è nostro dovere ricordare che da anni (quest’anno occorreva la 13^ edizione) abbiamo istituito il “Trofeo Amici dello Sport”, gara dedicata ad atleti diversamente abili […], La Cinque Mulini è di tutti, nessuno è escluso”.

Bè, magari, si potrebbero distribuire meglio i partecipanti: su questo, un piccolo mea culpa spetterebbe anche agli organizzatori. Un po’ ingarbugliata la dichiarazione dell’assessora di San Vittore Olona, Maura Alessia Pera, ha commentato: «Un gran brutto momento, che azzera tutto il lavoro degli organizzatori che da sempre si prodigano per lo sport aperto a tutti e per tutti. Il ragazzo è regolarmente tesserato Fidal, e si è regolarmente iscritto. Nulla vietava non ammetterlo alla corsa e così è stato”. La retorica politichese della litote (due negazioni invece di una affermazione) porta a dire il contrario di quello che forse l’assessora voleva dire: detto così, significa che “bisognava non ammetterlo”, ma l’hanno ammesso.

Fa il punto la Rosea stamattina 13 febbraio, sia pure riprendendo la notizia che Ascari fosse “ tesserato in passato in una società per disabili mentali”. Si aggiunge che “al Campaccio aveva gareggiato nella categoria Master; ma domenica alla Cinque Mulini un giudice giustamente zelante ha rilevato che, avendo meno di 35 anni, Ascari non poteva essere iscritto alla categoria Masters. E qui è nato il problema degli organizzatori: cancellare il suo sogno o concedergli una chance fra gli agonisti. Alla fine è stato trovato un accordo: «Parti insieme agli agonisti e fermati dopo il primo giro». Forse non è stata la soluzione migliore anche perché nessuno è stato avvertito dell’«esperimento”.

Ne sappiamo un altro po’ di più; e la frase di Brambilla viene ridimensionata secondo le dichiarazioni dello speaker (ma qualcuno che si prenda la briga di scaricare la registrazione dal sito della Rai…?): “Testualmente: «Se io giocassi a pallone non potrei giocare contro Maradona». La frase è solo questa, non quelle che fantasiosamente sono state diffuse sui social: infelice, sicuramente inopportuna ma non intenzionalmente derisoria nei confronti di un amatore (che nessuno sapeva fosse un disabile)”. Chiaro che conta anche il tono con cui una frase è pronunciata; e vorrei aggiungere che abbastanza spesso gli speaker di podismo (la mia esperienza riguarda le corse su strada), per ravvivare un evento francamente noioso per chi assiste, tendono a inserire spiritosaggini o battutine, sempre in bilico tra il complimento e lo sfottò.

Disabile o avvocato, saggiamente la Gazzetta conclude con una osservazione a proposito:

“La verità è che la vicenda ha svelato un imprevisto baco nei regolamenti del cross. Mentre nelle gare in pista per essere ammessi valgono i tempi di iscrizione e per le corse su strada agonistiche c’è sempre un tempo limite entro cui tagliare il traguardo, il cross anche a livello agonistico è sempre stato aperto a tutti. Va da sè che nessun corridore della domenica si è messo finora a sfidare i campioni keniani. Gli over 35 gareggiano nei Master ma gli altri? Teoricamente possono partire e arrivare al traguardo dopo tre ore costringendo tutto l’apparato organizzativo a fare gli straordinari”

E condividiamo il commento finale.

Ormai la frittata è fatta ma non esageriamo con l’indignazione.

La parola a voi lettori, magari qualcuno dei presenti potrà dirci esattamente cosa ha sentito.

Il “1° Raduno Podistico Scandianese” andato in scena a Pratissolo (piccola frazione separata dal capoluogo Scandiano solo dal torrente Tresinaro, su cui passa il ponticello pedonale ritratto nelle foto di Nerino Carri dalla 119), sotto l’insegna del locale negozio Free Run messo in piedi dalla signora Francesca già segretaria della maratona di Reggio (vedila con parte del suo staff nella foto di Domenico Petti n. 416), e dunque coll’appropriato titolo “Corri Libero”, si è inserito in una giornata vuota del calendario podistico reggiano, e che anche da parte modenese non offriva granché.
Malgrado la pubblicizzazione molto tardiva, sono tuttavia stati censiti ben 606 podisti iscritti alle camminate su strada, di 5 e 11 km, partite alle 9,30 (vedi foto Petti dalla 153) con l’anteprima di un Nordic Walking di 6 km partito alle 9,15 (foto Petti 120, Carri dalla 49); ma a questi si aggiungono circa 150-200 atleti che, con partenze scaglionate tra le 8 e le 8,30, si sono misurati con una “Randonnée” di 28 km (cfr. foto Petti dalla 26) e due trail di 12 e 22 km (ancora Petti dalla foto 79, Carri dalla 21): il più lungo, con un dislivello dichiarato di circa 670 metri. Questa almeno la versione ufficiale: ma il mio Gps, che ho portato lungo i 22 km, ha misurato alla fine 23,800 km e 810 metri di salita/discesa.
Ufficialmente si trattava di trail “autogestiti”: alla partenza venivamo riforniti di due barrette energetiche (lo stand è nella foto Petti n. 5); la consegna delle barrette e delle calze in premio avveniva tramite consegna del pettorale: ciò spiega perché dalle foto nessuno di noi appare con un numero attaccato. Sul tracciato c’erano due ristori di tè, gestiti entrambi da Paolo Manelli che una ne fa e dieci ne inventa, e ‘obbliga’ anche la moglie Cinzia a prestare servizio (foto Petti n. 57); alcuni addetti con la blusa arancio del Free Run fungevano da “guide differenziate per velocità”, un po’ pochine però, e le segnalazioni sul percorso erano piuttosto risparmiose, tanto che è difficile trovare due che abbiano fatto lo stesso percorso…
La prima parte del tracciato, grosso modo 6 km con la salita più brutta, coincideva col Furnasoun trail della primavera (e in effetti, le ciminiere coniche del Furnasoun appaiono a circa 2 km dalla partenza e arrivo), portandoci dai 90 metri circa di Pratissolo ai 380 del crinale; poi si cambiava, scendendo verso Rondinara (teatro di un’antichissima gara di Sant’Anna, organizzata – guarda un po’ – da Manelli), a 140 metri. Qui il percorso dei 12 km tornava verso l’arrivo, mentre quelli del giro lungo salivano al bellissimo castello di Viano, splendidamente restaurato e in posizione panoramica, a quota 370 circa, dopo 17 km (purtroppo nessun fotografo si è spinto fin lassù). Nuova discesa, e infine ultima salita, micidiale perché non segnata (le istruzioni dicevano solo che bisognava andare a una quercia…) e spesso attraverso campi molli, quasi sabbie mobili, nelle quali si affondava: al km 19,5 il Gps segnava il culmine di quota 281, dopo di che cominciava la discesa, quasi tutta su asfalto negli ultimi 4 km.
Nessuna classifica (e certo ci sarebbe stato da discutere relativamente alle distanze percorse da ciascuno, in mancanza di frecce direzionali), ma lo scopo era soprattutto quello di riempire una domenica altrimenti vuota; il tempo ci ha aiutato, nel senso che ha portato il sereno e un orizzonte abbastanza sgombro, e una temperatura sempre sopra lo zero (seppur di poco: chiazze di neve ci hanno accompagnato in quota).
Non so niente della corsa su strada, partita tre quarti d’ora dopo il trail e ampiamente esaurita quando siamo arrivati, in tre ore abbondanti, noi trailer medio-scarsi, guidati dalla esuberante Alessandra modenese che non disdegna di correre da queste parti dispensando sorrisi e foto di coppia: ma che i podisti ‘normali’ fossero in centinaia (successo credo inaspettato), anche senza modenesi e perfino senza sassolesi, lo dimostrano le foto.
Nonostante questi numeri, l’organizzazione ha retto bene (a parte il già citato ‘risparmio preventivo’ nel tracciare il percorso trail), nel senso che al nostro arrivo c’erano ancora tè tiepido e ristori in abbondanza, da cui la boss Francesca alla fine ha prelevato qualche torta intera per gli ultimi. Egregia la custodia dei bagagli, e a quanto pare i tunisini e compari già attivi nel reggiano le settimane scorse hanno girato alla larga.
Seguiva un pranzo del podista inclusivo di premiazioni dei campionati provinciali reggiani: pure su questo c'è la documentazione fotografica, a parte, di Petti.

Martedì, 06 Febbraio 2018 00:27

Sei ore Ippociok: cavalcando tra il cioccolato

Dall’inventiva di Ermanno Ferretti, col supporto di tre ultramaratoneti emiliano-romagnoli come Enrico Vedilei in primo piano, e a immediato supporto Monica Barchetti e Andrea Accorsi (tutti già navigati organizzatori di gare di lunga lena), è nata l’idea di questa 6 ore, domenica 4 febbraio, in una località, Rossetta di Bagnacavallo (ma in realtà più vicina ad Alfonsine), che ben difficilmente avremmo conosciuto se non ci fosse stata una gara.
Gara che, sebbene inserita come prima prova di un “Trittico goliardico” insieme ad altre due 6 ore (della Birra a Castelbolognese e del Bombolone a Rimini), non ha avuto niente di pagliaccesco: i concorrenti erano tutti vestiti in modo irreprensibile (e gli 0 gradi alla partenza sconsigliavano dallo svestirsi troppo: di Luisa Betti ci si accontentava di ammirare i contorni); il tracciato di 4,220 era misurato precisamente e ben segnalato, ad ogni giro una coppia di giudici Uisp prendeva nota dei transiti: oltre al fatto che (come nota di colore) ad ogni passaggio i concorrenti erano invitati a deporre un ovetto di cioccolato in un bicchiere contrassegnato dal loro numero di pettorale, così alla fine il conto era facile.
Circa i due terzi del percorso erano su sterrato, e quasi metà si svolgeva sull’erboso argine del Senio: partenza e arrivo erano presso gli impianti sportivi intercomunali di Rossetta, da dove dopo un km si arrivava al maneggio-Scuderia del Senio; qui, tra cavalloni, pony e un somarello che sguazzavano nel fango trovavamo un ristoro di lusso, compresi salame e vin brulé; poi si montava sull’argine destro del fiume (7 metri di salita ogni volta), percorso in risalita, con Alfonsine alle spalle e le montagne in fronte. Circa 2 km di erba, poi discesa, inversione, strada sterrata e piena di pozzanghere fino al rientro negli impianti sportivi per il passaggio, e un altro ristoro più ‘normale’ (tè, frutta fresca e secca, ma pure cioccolato che alla fine, col sole che lo intiepidiva, ti si impiastricciava ai guanti).
Così via per tutti i giri che uno si poteva permettere in sei ore, salvo quelli che avevano programmato di fermarsi a un traguardo significativo come la maratona (dieci giri esatti, il Gps questa volta non ha niente da obiettare). A vincere la gara più lunga, restando in corsa per tutte le sei ore, anzi, 6h10, è stato Nicola Zuccarello, che ha concluso 18 giri (quasi 76 km), un giro in più del secondo, Luca Cagnani (71,7), due più del terzo, Michele Scoglio (67,5). Sesta assoluta, e prima donna, Sara Lavarini (15 giri, km 63,3 in 6h 01’), un giro in più di Antonella Feltrin e Manuela Sabbatini.
Su 93 che hanno concluso la prova, di cui ben 28 donne (senza contare i non competitivi, grosso modo altrettanti), il primo maratoneta è donna, la celebre Ilaria Marchesi, che ha concluso i suoi 42,195 in 3h 36 (dunque avrebbe avuto ancora due ore e mezzo per inanellare parecchi altri giri); a 10” è giunto il primo uomo, Federico Bruni, a 12 minuti Marco Bonfiglio.
Molto staccate le altre donne: Alessandra De Ponti e Ilaria Pozzi hanno chiuso nell’ordine poco sotto le 4h 40. Tra i volti noti del supermaratonismo nostrano, oltre alla già citata Luisa Betti (12 giri), spiccava il vecchio amico “Pinokkio” Maurizio Muggianu, che puntando di nuovo all’agognata Germania ha coperto 11 giri, come la coppia barlettana Rizzitelli-Gargano. In gara anche le due sorelle Costetti: Franca ha chiuso la maratona in 5h 16, Maria Luisa ha passeggiato per una trentina di km in compagnia dell’altra gloria storica del podismo romagnolo, Anna Zacchi.
Dopo la corsa, e una doccia sufficientemente calda, eccellente pasta party compreso nel prezzo, e il cui clou era rappresentato da strozzapreti immersi in un ragù saporitissimo; per mandarli giù, niente di meglio del bianco romagnolo servito senza risparmio. Il tutto per 30 euro, comprensivi di un pacco-gara a vocazione alimentare in cui spiccava il "cassone". Naturalmente, al cioccolato.

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