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Ago 13, 2019 Laura Failli 430volte

Bestiario d'Orta

Passaggio a Pella, sullo sfondo il lago d'Orta Passaggio a Pella, sullo sfondo il lago d'Orta STempera

 

Porta più sfortuna se ti attraversa la strada un gatto nero o una biscia lunga un metro? Perché di gatti neri sul Lago d’Orta non se n’è vista nemmeno l’ombra, essendo il gatto nero animale saggio e schivo che rifugge le folle e il solleone. Ma la biscia, probabilmente un colubro, adotta altri metri di giudizio e, con gli organi sensoriali prossimi al suolo, avverte le vibrazioni del passo di chi si avvicina. Più la podista è appesantita, maggiore è il rumore, e il colubro inizia a porsi seri dubbi sulla propria incolumità. Per questo motivo, credo, il serpente in oggetto ha abbandonato precipitosamente il ciglio del sentiero ove si era mimetizzato perfettamente per attraversare di scatto a dieci centimetri dal mio piede. Sinuoso ed elegante, ha segnato d’un solco lieve e impercettibile i granelli di sabbia grossa del sentiero per scomparire subito nel fosso, lasciando i podisti che mi seguivano a chiedersi il perché di quello strano mio grido improvviso.

Essendo il primo giorno di corsa, l’incontro con il rettile poteva essere interpretato anche come un auspicio nefasto, ché in effetti l’impresa che sto tentando, le 10 x 50 km in 10 giorni, è assolutamente sovradimensionata rispetto alle mie capacità fisiche. Tuttavia dopo l’arrivo ho avuto altri due incontri ravvicinati, senz’altro più fausti, che hanno contribuito a ridarmi fiducia; una coccinella e una libellula, che si sono posate sulle spalle, la testa e le ginocchia, cioè le parti del mio corpo che emergevano dalle freschissime acque del lago, dove mi ero sprofondata dopo la grande fatica. La libellula, in particolare, mi guardava coi suoi neri occhi grandi e dolci, muovendo l’addome argenteo e facendo vibrare le ali trasparenti, mentre io me ne restavo immobile, felice del contatto con questo insetto innocuo e bello. Ma ecco una mamma papera, che mi avrà scambiata per un grosso sasso, puntare direttamente su di me seguita da uno stuolo di pigolanti anatrini, per poi deviare all’ultimo momento starnazzando irritata nello scoprire che il masso si muoveva laboriosamente sollevando spruzzi e non era affatto a un approdo sicuro. I pesci intanto se la ridevano sotto i baffi.

Il secondo giorno di corsa era iniziato bene, con decine di lucertole e scarabei stercorari che punteggiavano il sentiero e la strada, i richiami dei merli, le rondini che volavano basse sul pelo dell’acqua emettendo brevi strida. Vedo anche una coppia di bianchi cigni che coi loro corpi maestosi proteggono due sgraziati brutti anatroccoli. Poi, in un attimo, la tragedia. Sul tratto di strada asfaltata che da Ronco torna verso Pella, vedo un uccellino dalle piume azzurre e gialle e col capino grigio. Il corpicino è grottescamente contorto e pare appiccicato all’asfalto, le ali aperte, la testa è l’unica parte che la bestiola riesce a muovere, il becco si apre e si chiude in un lamento che è anche un richiamo di disperazione. Cerco di spostare piano il corpo, scollandolo dall’asfalto e rimettendolo in asse con la testa. Lui grida e mi guarda spaventato, ma nei suoi occhi, più che la paura, vedo l’incredulità, l’incapacità di comprendere il perché un attimo prima lui si librava libero e leggero nell’aria e ora era lì, schiacciato in un grumo di dolore, paralizzato, crocifisso, svanite per sempre la leggiadria e la felicità del volo. Forse dovrei finirlo, per porre fine alla sua agonia, ma non ne ho la forza. Per molti chilometri ripenso a quello sguardo che sembrava chiedermi: perché? Perché inebriarsi di felicità solo per pochi attimi per poi dover soffrire così? Perché nel mondo c’è tutto questo inutile dolore?

E mi sovvengono le amare parole di Leopardi nella strofa finale del “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”:

O forse erra dal vero,

mirando l’altrui sorte, il mio pensiero:

forse in qual forma, in quale

stato che sia, dentro covile o cuna,

è funesto a chi nasce il dì natale. 

Quando ripasso per il secondo giro, l’uccellino non c’è più. Magari, penso, non era così grave. Magari è riuscito a ritornare in volo al suo nido.

 

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