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Mar 15, 2020 520volte

Correre per sé stessa e per la Patria, secondo Edith Besozzi

Leggere e prendere appunti Leggere e prendere appunti Collage-capolavoro di Roberto Mandelli

Ieri una corsa in salita, mi sono trovata al punto che solitamente rappresenta il momento in cui inizia la discesa e ho deciso di procedere. Mi si è offerta la possibilità di andare oltre. In quella parte del paesino le persone hanno gli abiti e i comportamenti gentili della gente di montagna, portano carriole di legna, gerle in spalla, battono i ricci nel bosco per estrarre le ultime castagne rimaste, sorridono incrociandomi, ci salutiamo. Mi è piaciuto salire, entrare nel bosco e sentire i piedi leggeri sul sentiero.

È uno squarcio di bella prosa che mi sento di proporre come trailer, come invito a leggere il libro per chi non lo conosce: mi riferisco a  Qualcosa per cui correre di Ariel Shimona Edith Besozzi (Gilgamesh Edizioni, Asola MN, 228 pp. per 15 euro; la versione Kindle è presentata coi sottotitoli  Correre naturale - Correre cambia la vita).
Peccato però che questo brano, e anche le 3-4 pagine che lo seguono (quasi tutte alla sua altezza letteraria), si trovi a p. 144; e chi è arrivato qui abbia dovuto sorbirsi fino a questo momento un prolisso diario quasi quotidiano, dove noticine preziose sono soffocate da una marea di considerazioni ripetitive, non scremate, messe giù con una proprietà stilistica che tuttavia non si risparmia una decina di refusi o errori di altro genere. Per un maratoneta volgare e illetterato, ad esempio, colpisce che in un libro dedicato alla conquista della prima maratona la distanza sia quantificata a p. 120 in km 42,156; che alle pp. 181, 190 e 205 diventano 42,159 (mentre la maratonina a p. 166 risulta di 21,056).
Piccolezze, sicuramente, ma discese da quella mancanza di limae labor, da quella compulsione alla scrittura (più volte autodenunciata: mi sto scordando di scrivere un sacco di cose, ho paura di dimenticare dei pezzivorrei poter registrare tutto… vorrei scrivere ogni giorno; mai combattuta) secondo cui tutto quanto importa all’autrice debba per forza importare anche al lettore, il quale a sua volta ben difficilmente resisterà a leggere tutto il libro (e farvi annotazioni, segno di raccoglimento e partecipazione). Ne sono prova le recensioni (per modo di dire) apparse finora, di cui l’autrice dà conto puntuale in uno dei suoi blog (Diario di Ariel Shimona Edith), ma che sembrano ridursi a ricopiare o tenuemente rielaborare le autopresentazioni sparse in varie sedi, talora scopertamente firmate dal marito della scrittrice stessa.
Il libro è stato stampato nel gennaio 2020, ed a marzo i due mensili più noti nell’ambiente podistico l’hanno, per dir così, recensito: la nota di “Correre” (marzo, p. 91) trascrive integralmente (senza dirlo) la quarta di copertina del libro, con la sola aggiunta che l’autrice è “già una delle protagoniste, 2 anni fa, delle pagine al femminile della nostra rivista”. Un po’ più di riguardo, se non altro di degnazione, per una co-équipier si poteva avere: ma almeno, la lunghezza della recensione è circa doppia di quella di “Runners World” dello stesso marzo (p. 13), con la differenza che RW ricopia solo le prime 8 delle 16 righe della copertina, mentre “Correre” arriva a lambire la riga 15 e addirittura, in un sussulto di indipendenza, osa trasformare in “si dice / si ha” i “diciamo /abbiamo” dell’originale.
Insomma, l’autrice scrive il libro, il marito prepara la recensione, un qualche Vincenzo Mollica ci aggiunge le sue trombe. Purtroppo, gli ispiratori del sottoscritto in quanto recensore restano Giovanni Boine (quello dei Plausi e botte) e Karl Kraus (cui si devono frasi come Quando non si sa scrivere, un romanzo riesce più facile di un aforisma; e soprattutto Bisogna leggere due volte tutti gli scrittori: i buoni e i cattivi. Si riconosceranno i primi, si smaschereranno i secondi).
Il titolo dell’opera rimanda, senza dirlo (ma è chiaro che i lettori elettivi cui si rivolge quest’opera lo capiscano), al romanzo di David Grossmann Qualcuno con cui correre: lì, il qualcuno era una cagnetta, animale intelligente e docile che stabilisce un legame di affinità col compagno di scorribande:

Il ragazzo e la cagna galoppavano per le vie di Gerusalemme, sconosciuti l’uno all’altro ma legati da una corda, come se non volessero ammettere di essere davvero insieme eppure cominciassero a imparare, come per caso, piccole cose l’uno dell’altro: il modo di drizzare le orecchie nei momenti di eccitazione, il tonfo delle scarpe sul selciato, l’afrore e tutte le sensazioni che una coda può esprimere.

In questo libro invece, il qualcuno è senz’altro il marito della scrittrice, che la accompagna, aspetta, conforta, rialza: al punto che possiamo vedere nel libro un inno all’amore coniugale, benedetto e benvenuto in un mondo popolato da “compagni” o “fidanzate” senza vincoli. Amore coniugale che però sembra alquanto possessivo (quasi, ci scusino gli interessati, come tra cagnolino e padrona), dato che il lui non è mai chiamato altro che “mio marito”, quasi non esistesse come persona, ma solo in quanto appendice della signora Edith. Lo stesso sembra apparire dalle altre notazioni sugli affetti familiari: pregevoli (specie quelle sui nonni), ma sempre con perno nell’autrice, verso cui deve pendere anche “la mia adorata sorellina” (così chiamata a pp. 173 e 175); e anche “l’amica con cui ogni tanto vado a correre” (fuggevolmente incontrata in bus a p. 193) è una comparsa, della cui compagnia apprendiamo solo qui senza che mai la incontriamo in uno dei tanti allenamenti ‘veri’.
Il qualcuno cancellato dal titolo (ma non dalle pagine) diviene allora un qualcosa: concetto molto largo in cui può starci di tutto, compresi l’amore coniugale e una volontà fortissima di autoaffermazione, ma che sembra di individuare nell’amore per la propria patria ideale, Israele, e nei valori da essa rappresentati. Più volte la scrittrice ricorda le presentazioni, a partire dal maggio 2016 (il diario comincia dall’ottobre 2015 e finisce nel febbraio 2017), quasi sempre impreziosite da “donne bellissime” (pp. 103, 104, 117), del suo precedente libro Sono sionista, a quanto pare un’altra autobiografia che (dice un soffietto editoriale) narra “la trasformazione dell’autrice, l’abbandono delle sue precedenti convinzioni e degli ‘antichi idoli’, gli anni di impegno politico a sinistra, trascorsi coltivando assetti mentali e idee poi trasformate dall’incontro con quella ‘terra antica e giovane, proiettata verso il futuro e con antichissime radici nel suo passato millenario’, superando la vecchia politica per abbracciare un’etica di comportamento condivisa e condivisibile”: “oggi un’altra donna, dopo Oriana Fallaci e Fiamma Nirenstein, anch’essa con un passato di sinistra, afferma con orgoglio e determinazione il proprio essere sionista”.
Ecco dunque precisarsi il qualcosa, che diviene Run against terrorism (titolo della sezione di luglio 2016, pp. 77-98; poi 162 ss.): forse la più impegnata politicamente contro “questa degenerazione dell’essere umano chiamata Islam radicale”, nel lassismo dei politici occidentali per cui colpa si concede “che la morte propugnata da questi nazi-islamisti continui a colpire, torturare e sgozzare chiunque non abbracci l’Islam radicale” (79). Il qualcosa diviene la corsa, “affinché la vita prevalga”, e trionfi “una profonda fiducia nel genere umano, per … trasformare la tristezza in rabbia, poi in scelta, poi in battaglia e quindi in vita”.
Non sono altrettanto convinto di questa funzione politica della corsa in sé: che diviene invece più chiara nella scelta dell’autrice  (e/o del marito) di esordire in maratona scegliendo quella di Tel Aviv del febbraio 2017, e di ‘crearsi’ scarpe da running con la scritta Israel/Love. Ecco dunque che il lettore-appassionato di corsa potrà fare la tara dalla ripetitiva e ossessiva autoanalisi dell’autrice, autodefinita pure “runner cerebrale”, e contrassegnata dal pleonastico ricorrere di possessivi e pronomi personali:

Sento che mi devo affidare a qualcosa che è in me, ma che non ho esercitato per anni. Correndo ho incominciato a lasciare lo slancio e il passo al piede, ma questo infortunio mi ha bloccata, mi ha riportata a pensare, a guardare dove metto i piedi, a consegnare agli occhi [sic]. Gli esercizi servono per ritornare a confidare nel mio istinto. Per correre davvero devo fidarmi dei miei piedi, delle mie caviglie, delle mie gambe e delle mie ginocchia (p. 111).

Mi ha restituito il respiro, ho pensato al mio cuore, ho ascoltato la frequenza dei miei passi alla ricerca della leggerezza, quella della terra, dell’acqua e della pietra. Le gambe mi si sono bloccate soltanto quando hanno raggiunto l’asfalto, pesanti, lente, legnose. La mente ha saputo dominare la situazione e riportarmi a casa. Tengo lo sguardo alzato, mi affido e mi fido dei miei piedi. Vado, non mi fermo, non esito, corro. Recupero il filo dorato che mi tiene legata al cielo e quello che mi tira dal bacino e fa rullare le anche (pp. 130-131).

Mi sento reattiva e dinamica. Anche se sono stanca difficilmente mi fermo, è come se la vita si fosse aperta a me e io desiderassi compierla fino in fondo. Mi rendo conto di quanto io sia stata la peggiore nemica di me stessa negli anni, soprattutto da giovane, di quanto lasciando prevalere la pigrizia e il pensiero fine a se stesso abbia indebolito non soltanto i miei muscoli ma anche la mia capacità di vivere con intensità (p. 146).

Fatta dunque la tara (anche dalle ripetute riflessioni sul ciclo femminile dell’autrice, sui mal di testa e di pancia, l’insonnia, “l’espletamento delle funzioni mattutine” ecc.), il lettore di cui sopra potrà seguire in compartecipazione l’ascesa di Edith, da una vita grigia d’ufficio e “dall’assenza di persone gioiose” (p. 201: ma sarà poi vero che solo in Israele, e non anche nella opaca Milano o la più vivibile Bassano, le gente ti lasci le libertà e le soddisfazioni di cui alle pp. 207, 213 e altrove? E sarà vero che l’uccidere gli animali per dissanguamento sia più umanitario che sparargli un colpo in testa come fanno i crudeli cristiani carnivori, pp. 158, 220??), da una certa pigrizia inculcatale in famiglia o assunta per autoprotezione, alla volontà di andare sempre oltre i propri limiti, al fissare il ritorno dall’allenamento ogni volta mezzo km più in là, al soffrire per le cadute nei trail ma superare gli inevitabili dolori per posture errate o rigidità di movimento.
Ecco allora che le ultime cento pagine emergono dal tran-tran diaristico, senza autocensura né riordinamento (quello che invece seppero fare i grandi diaristi come S. Agostino, Montaigne, Pascal, Proust, fino a Primo Levi e Carlo Levi e il Guareschi dei lager), e portano il lettore a vivere col personaggio-autore l’avversione per le palestre e il tapis roulant in contrapposizione alla corsa in natura, gli allenamenti sempre più gioiosi, anche sotto la pioggia e pensando alla favola bella di Rocky contro l’ipertecnologico Drago, i saluti dei bimbi per strada, le coccole al gatto in comproprietà, e infine la partenza, lo sbarco a Tel Aviv, i preliminari della gara, e infine (ma siamo già a p. 206,  meno 8 dalla conclusione del racconto) la maratona! (il punto esclamativo è nell’originale, e dice più di tanti verbosi arzigogoli).
Maratona che non andrà tecnicamente come sperato (ma l’autrice saprà poi fare di meglio a Ravenna 2018, quando si permetterà addirittura, incredibilmente, di distanziare il marito di dieci minuti), ma che, anche nel superamento del dolore, porterà la happy family a superare il traguardo con le mani unite in alto, e non senza lacrime: già versate al via (p. 207), e di nuovo alla partenza per l’Italia, che “mi sta strappando dalla mia Terra, da mia madre. Fa male, molto male”. Eppure

resta l’esperienza vissuta e la possibilità di costruire su questa esperienza una nuova storia, la mia, la nostra. Quella di chi, una volta che ha cominciato a correre, non riesce più a farne a meno. Infatti questa non è la fine, piuttosto è l’inizio della storia.

Aspettiamoci dunque un’altra puntata.

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