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Apr 05, 2020 595volte

Anche la maratona ha una sua mistica: ma senza esagerare

Irene, Silvia, Corrado e la gioia della corsa Irene, Silvia, Corrado e la gioia della corsa Roberto Mandelli

Questa volta non siamo di fronte allo sportivo che scrive, o si fa scrivere, un libro: perché lo fanno tutti, perché se arrivo da Fazio il successo è assicurato, o più semplicemente perché se la mia vita interessa a me deve per forza interessare agli altri. No, Claudio Bagnasco (Genova 1975; residente a Tortolì in Sardegna dal 2013) è uno scrittore e docente di scrittura, autore con questo di sei libri, che ha cominciato a pubblicare volumi dal 2010 scoprendo invece il podismo solo molto dopo, nel 2016. Secondo la Fidal avrebbe corso tre maratonine tra il 2018 e il ’19 con un record di 1.38, ma le maxiclassifiche gli accreditano già cinque maratone a partire dal 2017, con una significativa progressione che l’ha portato al 3.33 di Carrara un anno fa.
Da qualche mese gestisce, con la compagna Giovanna, un blog letterario (https://squadernauti.wordpress.com), che ospita testi originali e recensioni, promettendo pure una sezione “oltraggi” che vorrebbe provare “a non avere paura dei limiti” e “non avere paura di offendere”. In un mondo dove la recensione è ridotta a marchetta, e i recensori di oggi rendono il favore a chi li ha recensiti ieri giurando ovviamente (gli uni e gli altri) sulla imperdibilità del libro, resto con la curiosità di vedere qualcosa in quest’ultimo gruppo, ma per ora lo trovo vuoto.
Chissà in quale categoria meriterebbe di stare la pagina che voi 22 lettori state scorrendo, se comincia col dire che il titolo è brutto, e la parola Runningsofia non merita di accrescere la mole dei vocabolari; certo, “filosofia della corsa” (sottotitolo) avrebbe allontanato i lettori per diletto e sollevato le sopracciglia dei lettori professionali. Ma ormai, i libri sulla corsa (nel senso di podismo) sono tanti (dal 1970 a oggi, 471 hanno nel titolo la parola “correre”, 1895 “corsa”) cosicché i titoli possibili, cominciando da “correre è bello”, sono quasi esauriti, e bisogna azzardare qualcosa di nuovo ma non troppo audace (“dromosofia”, o “filodromia”,come forse l’avrebbe intitolata un filosofo greco, oggi farebbero pensare ai dromedari): e l’inglese è sempre trendy, sebbene “running” appaia già in 2312 titoli (ma si capisce, non è tutto running in scarpette). Ma deve aver influito l’editore, che incurante del suo nome raffinato, evidentemente non soddisfatto della sua vecchia pubblicazione Filosofia della danza, ha imposto titoli come Rocksofia e Bikesofia, e chissà se rifiuterebbe un mio family book intitolato alla nonna Sofia, alla prozia e alla zia Sofia e last but not least alla nipote Sofia. 
A chi si rivolge il libro? La dedica d’autore è “a Simona e Agata, così imparano”, e fa venire in mente la dedica del primo libro autobiografico di Guccini, Croniche epafaniche (1989) “a Teresa, sperando che impari. Ad Angela, così impara”; affetti personali a parte, direi che il destinatario ideale non sia il podista (che troverebbe inutilmente pedanti le note a piè di pagina per spiegare concetti abusati come le ripetute o la pronazione o il testimonial) ma il lettore normale, l’homo sapiens sapiens che dopo le scuole ha abbandonato completamente l’“educazione fisica”, e con essa un approccio più naturale alla vita.

Ciò non toglie che già la stessa prefazione di Fulvio Massini (allenatore di Bagnasco), e le citazioni dello stesso tecnico nel corso del libro (10, se ho contato bene), orientino inizialmente la scrittura sulla falsariga dei manuali tecnici (abbigliamento, stile di corsa, metodologie di allenamento, perfino come respirare o allacciarsi le scarpe), ma senza cadere nell’iperspecialismo cartaceo, di cui sono piene le fosse e che a mio parere, dopo un iniziale entusiasmo, lascia indifferente il 90% dei praticanti.
Bagnasco vuole convincere chi non corre a passare dalla nostra sponda, per averne vantaggi nella salute fisica e soprattutto mentale: perché la sofferenza, innegabile almeno nelle corse più lunghe e in quella che insistentemente viene chiamata la gara regina, migliora la salute (checché ne pensino i proibizionisti dell’era-covid) ma soprattutto tempra la mente. Nel bene, e qualche volta nel male.
L’autore professa di non essere psicologo o sociologo, ma appoggiandosi anche ai suoi ispiratori e amici Gastone Breccia (11 citazioni), Paolo Maccagno (8 citazioni) e Roberto Weber (4) sa penetrare, spesso con finezza, nella mente e nell’indole del podista, e più in generale della persona “con” o “senza” podismo, cercando di trascinare chi non fa sport a vedere nella pratica quotidiana della corsa non un “di più” (da evitare se ci sono altre incombenze) ma una “attività connaturata”, che dà vantaggi sia nella versione “stanziale” (sempre sullo stesso percorso) sia nella modalità dell’“esploratore”, che ogni volta va alla scoperta di un tracciato nuovo.

Per fortuna, non è un elogio incondizionato, a prescindere, di qualunque esemplare della fauna podistica: non va bene, per esempio, rendersi schiavi dei cronometri millefunzioni, degli smartphone, dei selfie, della “sequela di baggianate” da infilare nei blog (p. 61), arrivando addirittura a una “ludopatia” in base alla quale non esiste più né il mondo né la famiglia. Trovo tuttavia a volte esagerate le critiche, che si rivolgono addirittura a chi per correre indossa abiti sgargianti o strani, o prima del via si lascia andare a una “logorrea da picnic” (così a p. 29) che sarebbero sintomi di paura e di fallimento; oppure a chi durante una maratona si pone come solo scopo il finirla, comunque vada. Il che – penso – è negativo se assunto come atteggiamento di base da parte dei collezionisti di ‘tacche’, ma altre volte si accosta all’eroismo, o comunque alla suprema forza di volontà, quando ti capita nel bel mezzo di una maratona (una storta, una tendinite, una vescica, e semplicemente l’esaurimento delle energie, lo sfinimento insomma), e tu decidi che comunque non salirai sulla vettura-scopa e al traguardo ci arriverai.

Senza generalizzare, credo che casi come questi ultimi rientrino nella “mistica della corsa”, cui è dedicata la seconda metà del libro, la più ‘filosofica’, pure nel senso che ad un certo punto bisogna seguire il ragionamento dell’autore nella sua logica interna, anche se questa logica pare a volte un tantino estremizzante. D’accordo, d’accordissimo che la corsa ci riavvicina allo stato di natura, anche nelle sue difficoltà, ci insegna a fallire e a rialzarci traendo ammaestramento dalle cadute, ci ammonisce sulla nostra finitezza aiutandoci a trovare il nostro equilibrio. Dove il ragionamento mi sembra un po’ spericolato, un tantinello esagerato, è nell’ultima decina di pagine, quando si comincia a dire che “correre è corteggiare la morte. È tentare l’impossibile travaso della morte nella vita”.

A questo punto, un qualche recensore da talk-show comincerebbe a toccarsi ed esclamare “pussa via!” o “li mortacci tua!”: preferisco piuttosto affidarmi al possibilismo non dogmatico delle parole conclusive (prima di un’appendice sulla maratona, dove le citazioni dai maîtres-à-penser o testimonials si sprecano): “Chissà se c’è una risposta giusta, e quale mai sarà. Vado a correre e a pensarci su. Venite anche voi?”.

 

Abbiamo parlato di: Claudio Bagnasco, Runnningsofia. Filosofia della corsa. Genova, Il nuovo melangolo, ottobre 2019, 127 pagine.

 

 
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1 commento

  • Link al commento Martedì, 07 Aprile 2020 17:47 inviato da Adesso Danza

    Condivido in pieno, e non vale solo per la maratona o l'atletica.
    Bello il riferimento a Francesco Guccini, complimenti per l'articolo.

    Rapporto

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