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Lug 22, 2021 Paola Pignatelli 565volte

Una “Via degli Dei” goduta passo dopo passo

Una “Via degli Dei” goduta passo dopo passo Roberto Mandelli da Action Magazine

Da due anni, per le note ragioni, la “Via degli dei” agonistica non si corre; ma a riportarcela alla mente provvede questo splendido articolo di Paola Pignatelli, apparso pochi giorni fa sulla testata giornalistica di cui è fondatrice e direttrice:

https://actionmagazine.it/sei-giorni-in-cammino-lungo-la-via-degli-dei/

Col permesso dell’autrice, lo riproduciamo qui, alleggerito delle foto e di qualche passaggio (che, chi vorrà, potrà recuperare dall’originale). I “corridori” sanno poi che la Via degli Dei competitiva non scende comodamente da Olmo a Firenze (sostanzialmente percorrendo a ritroso i primi km del “Passatore”), come hanno fatto i nostri amici, ma richiede l’ultimo sforzo della salita al monte da dove Leonardo sperimentava le sue tecniche di volo, e poi la discesa fino all’anfiteatro di Fiesole.

Intanto, recuperiamo dalla Rete un inquadramento di P. P., genovese di nascita (1960), milanese di adozione, praticante di vari sport, escluso il parapendio ma compreso il nostro, conosciuto (a quanto dichiara) grazie a un vecchio comune amico emil-lombardo, Gianluigi Zuccardi Merli, il quale la indusse a partecipare alla "100km del Sahara" del 2003. E’ seguito il tesseramento per gli RRCM, con attività che spaziano dai 100 metri al salto in lungo, ma compresi i 10 km (50:35) e la mezza maratona (2.04 nel 2008 a Riva del Garda).

Nella vita P.P. fa la giornalista professionista vantando collaborazioni con giornali di tutti gli orientamenti politici; ma siccome nessuno voleva pubblicarle racconti di outdoor, nel 2006 ha registrato la testata giornalistica dedicata  ActionMagazine.it, che almeno dal 2011 è attivissima e caratterizzata da collaborazioni d’eccellenza, sia professionali sia amatoriali: come, immodestamente, vuole fare anche Podisti.net, “realizzare un giornale online che appartenga un po’ a tutti, in cui ognuno si possa riconoscere e possa dare voce alle proprie passioni”.

Lasciamole la parola. [F. M.]

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Tanto per cambiare, allenamento zero. Succede sempre così: quando decido di partire per un viaggio un po’ impegnativo, nei mesi precedenti si scatena la tempesta perfetta. Influenza con strascichi, casini di lavoro e di famiglia, ondate di caldo anomalo, e persino il colpo della strega. Insomma, quando mi sono ritrovata alle 6 del mattino in piazza Maggiore a Bologna, insieme a tre amici con cui condivido l’insana passione delle avventure “fuori tempo massimo” (quelle, cioè, che sarebbe stato meglio fare una ventina di anni fa), ero sinceramente un po’ preoccupata. 

  1. Piazza Maggiore a Bologna è il punto di partenza della Via degli Dei.

Tant’è, zaino in spalla e siamo partiti. E a proposito di zaino, devo precisare una cosa. Io di quel malloppo addosso avrei fatto volentieri a meno. Ho cercato di convincere i miei compagni di viaggio a ricorrere a un servizio di trasporto bagagli… macché! Loro, duri e puri, i cammini vogliono farli mettendoci dentro anche un po’ di sofferenza. E per convincermi a fare altrettanto, si sono offerti di portare parte del mio bagaglio. Affare fatto: ho rifilato a loro un po’ di cianfrusaglie. Ma  lo zaino è rimasto ugualmente troppo pesante per i miei gusti (e soprattutto per quelli della mia schiena).

Altro neo del cammino: la calura. Il termometro è arrivato a toccare i 35 gradi, facendoci rimpiangere di non aver scelto un periodo dal meteo più incerto ma almeno più fresco. E con questo ho finito di parlare degli aspetti negativi. Tutto il resto è stato goduria pura. A cominciare appunto dalla suggestiva partenza in piazza Maggiore a Bologna, alle prime luci dell’alba, con la lunga infilata di scalini che portano fino a San Luca. Fatica? Parecchia. Ma di quella che dà soddisfazione.

La prima tappa è stata la più dura: da Bologna a Brento. Una trentina di chilometri che però ci hanno regalato profumi di tigli e ginestre, passaggi tra i boschi (pochissimi i tratti asfaltati) e bellissime vedute dall’alto sulle anse del fiume Reno. Gli emiliani, poi, sono il top in fatto di simpatia. Ogni tanto, passando accanto a qualche casa sperduta nel nulla, usciva qualcuno dalla porta per offrirci un caffè.

Il problema vero si è presentato, verso la fine della tappa, al bivio con il sentiero che portava in cima al monte Adone. Una deviazione del percorso di tre chilometri, che secondo la guida era “irrinunciabile” per via del panorama da urlo offerto dalla cima. Franz e Geo si sono avviati risoluti in quella direzione. Io e Monica abbiamo preferito optare per la “strategia gattamorta”: “Ragazzi, andate voi che siete più veloci e avete più energie. Poi fate le foto e ci raccontate. Noi, poverine, non ce la facciamo più”.

Di escursioni in montagna io nella mia vita ne ho fatte davvero tante. Ho visto i panorami dall’alto del Monte Bianco e dalle cime più belle delle Dolomiti. Ed ero abbastanza dubbiosa sul fatto che il monte Adone – 654 metri di altezza – potesse valere la fatica di un’ascesa dopo aver percorso già 28 chilometri di cammino. Me ne sono pentita? Naaaaa…
La doccia e il bagno in piscina all’Agriturismo Ca’ di M* mi hanno convinto di avere fatto la scelta giusta. Soprattutto dopo che ho visto in quali condizioni sono arrivati i nostri due prodi.

La serata, dopo la cena tra le colline alla Trattoria M* A* (super consigliata), ci ha riservato una sorpresa: il rientro in agriturismo in una notte punteggiata di lucciole. Ma da quanto tempo non le vedevo? È banale dirlo, ma sono cose davvero senza prezzo.

 2. Il secondo giorno, prima di rimettermi lo zaino in spalla ho dovuto dedicarmi a una lunga sessione di stretching. La mia schiena aveva deciso di ribellarsi. Si immobilizzava nelle posizioni più strane, costringendomi a patetiche peripezie per riacquistare la postura eretta. Ho capito qual è stata la fatica del processo evolutivo dalla scimmia all’uomo.

Dunque seconda tappa: da Brento a Madonna dei Fornelli. “Solo” 22 chilometri, con circa 900 metri di dislivello positivo. Oltre alla schiena, ho avuto un altro problema: vesciche sulle spalle. Sì, va bene, forse sono delicatina. Ma in questo caso la colpa è del fatto che ho le clavicole un po’ sporgenti (Geo sostiene che dovrei ingrassare). In ogni caso ho risolto brillantemente con un sistema che dovrei brevettare: ho posizionato sotto gli spallacci dello zaino due calzini anti-vesciche, che mi hanno accompagnato fino alla fine del cammino svolgendo egregiamente il loro lavoro. Beh, magari il look lasciava a desiderare. Ma per fortuna da quelle parti non gira molta gente.

Bellissimi sentieri tra querceti e campi coltivati sono stati la scenografia di questa seconda tappa. Il paesino di Madonna dei Fornelli deriva probabilmente il suo nome dalla presenza di antiche fornaci di epoca romana. Lì abbiamo fatto sosta all’Albergo Ristorante P*, che ci ha fatto assaggiare anche i suoi famosi tortellini, vincitori addirittura di un premio. Anche questa è una delle gradite sorprese che riserva il cammino lungo la Via degli Dei.

  1. Terza tappa: da Madonna dei Fornelli al passo della Futa. Ogni giorno la vegetazione cambia. In questo caso si cammina tra faggete e distese di felci. Per buona parte all’ombra del bosco. Piluccando fragoline che spuntano a macchie nel verde. Questa è la tappa più breve del nostro viaggio: circa 15 chilometri, appesantiti però da un dislivello positivo di mille metri suddiviso in due “strappi” che ci mettono a dura prova. A consolarci c’è anche il fatto che per un tratto si passa sui resti dell’antica via militare Flaminia. Camminiamo sulle tracce della storia, e devo dire che fa una certa impressione.

Storia antica e storia recente. Arrivati al passo della Futa, ecco ergersi come una vela al vento la silhouette del monumento dedicato ai tedeschi caduti durante l’ultimo conflitto mondiale. Si trova al centro del cimitero militare germanico, il più grande tra quelli realizzati in Italia con sovvenzioni dello Stato tedesco per onorare i propri soldati. Una collina intera, battuta dal vento (siamo a 950 metri di quota) e punteggiata di lapidi bianche. Sono oltre 30.600 i caduti sepolti in questo luogo, in quella che per loro era stata terra straniera e nemica. E pensarli ora qui, in un certo senso dimenticati, in questo silenzio che ha seguito il frastuono dei combattimenti, fa davvero riflettere sull’orrore e l’inutilità della guerra.

Dopo la visita al cimitero, ci piazziamo sul bordo della strada e restiamo in attesa del pick-up dell’agriturismo B* di Barberino del Mugello. Che come da accordi viene a recuperarci e ci scarrozza a destinazione. Ed è sempre il pick-up, la mattina successiva, a riportarci sul percorso per evitarci tratti extra su strada asfaltata.

 

  1. La quarta tappa, dal passo della Futa a San Piero a Sieve, è nel segno della calura. Sono 22 chilometri, ma nonostante le salite poco impegnative è per tutti noi il tratto più faticoso del percorso. Nella prima parte, il sentiero si snoda nel bosco, fino ad arrivare al passo dell’Osteria Bruciata. Qui un monumento ricorda la macabra storia di questo luogo (vera o ‘caricata’ che sia). Vi si trovava nel Medioevo una locanda che accoglieva i pellegrini. Ma i due compari che la gestivano, durante la notte assassinavano i viandanti e li servivano per colazione a chi arrivava il giorno successivo. E così via, fino a che furono finalmente scoperti e condannati a morte. La locanda, considerata luogo del demonio, fu data alle fiamme.

Dal passo dell’Osteria Bruciata comincia la discesa verso San Piero a Sieve. All’inizio il sentiero scende ripido tra cespugli di ginestre. Il caldo ci fa soffrire. È così forte che i fiori sprigionano profumi che ci stordiscono. L’acqua nelle borracce comincia a scarseggiare e dobbiamo centellinarla. Ma il tratto più duro è quello finale su asfalto. Circa 6 chilometri, un piattone infinito sotto il sole a picco. 
A un certo punto Monica inizia a correre. La guardiamo e pensiamo che le abbia dato di volta il cervello. In effetti più o meno è così. Ha un colpo di calore e vuole arrivare il più in fretta possibile al B&B La P*, dove abbiamo prenotato le camere per la notte. E dove lei stramazza sul letto in preda a una sorta di delirio, dopo essersi scolata due bottiglie di birra.
Qui al B&B faccio una scoperta che mi cambia la vita (o per lo meno una piccola parte della vita): vengo a sapere che il gestore il giorno dopo avrebbe caricato in macchina lo zaino di un’altra viandante, per portarlo alla tappa successiva, cioè Olmo. Caso vuole che l’indirizzo di consegna sia proprio l’albergo dove passeremo anche noi la notte. M’illumino d’immenso, e senza alcuna remora prenoto anche io il trasporto zaino.

Devo dire che i miei amici (se così posso ancora chiamarli) me l’hanno fatta un po’ pagare. A forza di prediche e sfottò, ci hanno tenuto a ribadire che il senso del cammino è quello di camminare camallandosi lo zaino in spalla. L’unica a non infierire è stata Monica. Che il mattino dopo con abile mossa ha infilato nel mio zaino una serie di cose, alleggerendo parecchio il suo. 

  1. Comunque né io né lei ci siamo pentite di questa “scorciatoia”. Perché la quinta tappa, da San Piero a Sieve a Olmo, prevede 15 chilometri di salita quasi continua. Tra panorami splendidi, va detto, e per fortuna quasi interamente all’ombra. Ma camminare con la schiena leggera mi ha fatto meglio gustare la “passeggiata”. Che si snoda in parte su veri e propri sentieri di montagna e in parte su belle strade bianche che toccano antichi borghi e pievi. Da segnalare la suggestiva Badia del Buonsollazzo, un antico convento benedettino che deve il suo nome forse alla collocazione in una bella conca assolata, o forse alla vita godereccia che vi si svolgeva (io propendo per la seconda ipotesi).

Dopo i 15 chilometri di salita, eccone poi cinque in discesa tra pascoli e campi di grano. Sarà perché ormai siamo vicini alla meta, sarà perché non ho lo zaino in spalla, ma questa tappa sembra più leggera delle altre. Mi ha ormai abbandonato la paura di non farcela. Di dover salutare i miei compagni di viaggio e salire su un bus per arrivare a Firenze. I can do it!

L’albergo dove siamo alloggiati a Olmo è un’altra piacevole sorpresa. Un posto di quelli che si vedono nei film neorealisti, che offrono alloggio a commessi viaggiatori e stradini. Ma la terrazza che ospita il ristorante, affacciata sul panorama di Firenze, la sera si riempie di gente, e il menù è davvero gustoso. Strizzando gli occhi, riusciamo persino a scorgere la cupola del Duomo. In pratica, siamo arrivati. 

  1. La sesta tappa (o per lo meno quella che per noi è stata la sesta tappa, in base a un cammino organizzato in questo modo) ci ha portato il mattino dopo direttamente in piazza della Signoria a Firenze. Una discesa che ci immaginavamo di poca soddisfazione, attraverso la periferia del capoluogo. E invece è stata una bellissima camminata prima tra i campi, e poi lungo l’antica via Fiesolana. Che oggi è una strada asfaltata a senso unico, che corre tra ville circondate da parchi sontuosi.
    E poi eccola, Firenze. Il termometro segna 36 gradi, ma non sento quasi il caldo. Più che altro, penso alla fiorentina che mi gusterò tra poco. Meritatissima. In piazza della Signoria sono tornati i turisti, che il Covid aveva spazzato via. Non tanti come prima, ma abbastanza da rendere viva la città. Io me ne sto seduta, abbracciata al mio zaino. Lui mi ha perdonato, di averlo abbandonato per un giorno. Io gli sussurro all’orecchio che la prossima volta resterà sempre con me.

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