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Nov 06, 2023 1137volte

Assisi, San Francesco Marathon: dare da bere agli assetati!

Assisi, San Francesco Marathon: dare da bere agli assetati! Roberto Mandelli

5 novembre - Nella giornata delle quattro maratone italiane, dove la più “italiana” è stata ancora una volta quella di New York con quasi 2400 danarosi connazionali partecipanti, la maratona di Assisi ottiene un risultato discreto in termini quantitativi, con 721 classificati di cui 152 donne, con l’aggiunta di 553 censiti nella 10 km competitiva (cui si è aggiunta una non comp di 5 km).

Per dare un quadro della giornata, la maratona più frequentata in territorio nazionale è stata quella di Torino, con 1319 sulla distanza completa e 1159 sulla mezza; in meno di un migliaio complessivi erano invece sul Lago Maggiore, dove solo 224 si sono cimentati sui 42 km, 144 sulla strana distanza dei 33 km, 429 nella 21 e 149 nella 10 km. Che fine abbia fatto la regola, o almeno l’accordo tra gentiluomini, che cercava di impedire concomitanze, di fronte a due maratone nella stessa regione e in località distanti 125 km l’una dall’altra (Torino-Arona), non so.

Meglio occuparsi di Assisi, di questa dichiarata prima edizione della San Francesco Marathon, nata sotto auspici altissimi che partivano addirittura dal Vicario di Cristo in terra e passavano dal santo più Santo dei santi, sotto la cui basilica avveniva la partenza, e nel cui luogo di morte era stabilito l’arrivo, di faccia alla “cupola bella del Vignola - dove incrociando a l’agonia le braccia - nudo giacesti su la terra sola!”, per dirlo con Carducci: il più anticlericale dei nostri poeti, che però di fronte al Santo prorompeva in un inno di alta spiritualità: “Qual del tuo paradiso in su le porte - ti vegga io dritto con le braccia tese - cantando a Dio: Laudato sia, signore - per nostra corporal sorella morte”.

Cosiddetta prima edizione, dunque, e questo varrà a scusare (almeno in parte) la carenza organizzativa più grave, di cui parlo sotto. Ma molti di noi ricordavano bene le due edizioni della stessa maratona, l’ultimo giorno degli anni 1999 e 2000, con percorso invertito (partenza da S. Maria degli Angeli e arrivo nella città alta), e tracciato che si spingeva a ovest fino a Bastia Umbra, mantenendo invece il giro di boa orientale nella bellissima Spello (vedere foto 68 e 69 allegate). Dunque, gara altimetricamente più dura allora: nella versione odierna il Gps mi dà, tra i 318 metri della partenza e i 152 dell’arrivo, una discesa complessiva di 362 metri, ma con 216 metri di salite; insomma, una cosa abbastanza ondulata, che spiega i tempi non eccelsi dei vincitori: il titolato Lorenzo Lotti, trentanovenne assessore forlivese, si aggiudica la gara con 2.36:54, ben lontano dal 2.30:26 con cui vinse a Busseto nel 2019 e dal 2.31.53 di Messina (per citare una distanza con planimetria omologabile). Precede di oltre due minuti Federico Furiani, di oltre dieci Evgenyi Glyva.
Tra le donne, successo della solita riminese Federica Moroni, 51enne che inanella vittorie in gare di livello tecnico non eccelso e qui ha regolato le compagne con 2.55:35 (il suo primato sta sulle 2.48); la seconda, e sua coetanea, Paola Salvatori sta a due minuti, poi un abisso prima della terza, Cristina Mercuri, che pure ha dieci anni di meno.

Certo però che se riprendo in mano le classifiche delle due edizioni di cui sopra, trovo che col tempo di oggi, il primo uomo sarebbe stato settimo nel 1999 e 12° nel 2000; la prima donna rispettivamente quinta e sesta (la nostra amica reggiolese Antonella Benatti, quinta nel 2000 con 2.54, oggi avrebbe vinto). E, ripeto, gli ultimi 2,195 dei percorsi di allora erano sui tornanti che portano in centro (personalmente, chiudendo fra i 3.52 e i 3.54, ci impiegai un quarto d’ora pulito). Chi lo sa: ma non è da oggi che si scopre l’involuzione tecnica della maratona italiana, che per giunta riposa nelle gambe di atleti con cognomi difficili da pronunciare. Troppo faticoso, per il trentenne discotecaro e tiktoker di oggi, preparare come si deve 42 km: meglio puntare ai prosciutti delle 10 km. Siamo rimasti noi, trenta-quarantenni delle Assisi di allora (eravamo in 897 nel 1999, in 762 nel 2000: ma  all’ultimo dell’anno, coll’eremo delle Carceri sotto la neve e il Subasio ghiacciato!), dove oggi torniamo da settantenni, e i più bravi di noi impiegano un’ora più di allora, ma c’è anche chi sfora le due ore: nel 1999, Giuseppe Togni, classe 1926, finì in 4.34, che gli avrebbe garantito oggi un piazzamento intorno al 350°.

Eppure noi sopravvissuti ci siamo ancora e accettiamo con filosofia il passare degli anni, salutando e incoraggiando i non moltissimi “giovani”, o almeno, più giovani di noi, che a quelle Assisi non c’erano ma in queste ci fanno compagnia; e permetterete il campanilismo di segnalare il 5° posto femminile della carpigiana Silvia Torricelli, una “ragazza” che tra un mese compirà quarant’anni e qui è venuta a fare un pazzesco 3.18 (ma otto mesi fa a Roma era stata sulle 3.10); e di Simona Bacchi, qualche annetto in più e mamma due volte, che in compagnia del marito Alessandro Mascia ha sofferto ma chiuso appena sopra le 5 ore. Né manca Rita Zanaboni, la fornaia del Naviglio, che nel 2000 mi diede 10 minuti, esattamente quelli che stavolta le restituisco io; ed è impossibile non citare Angela Gargano, primatista di tutto, che c’era in 5.07 e c’è oggi in 5.59: “ho combattuto buone battaglie e non ho perso la fede”, potrebbe dire col marito Michele Rizzitelli.

Non è un caso che il nostro primo incontro avvenga sulla tomba del Santo; come alla prima di Milano, sempre in quei tempi antichi, avvenne alla messa in Duomo. Nei tempi antichi Michele ad Assisi arrivava un quarto d’ora dopo di me; ora invece mi supera al km 39,5 e mi infliggerà quasi 4 minuti.

Torniamo alla vigilia, o come dicono in Tv “riavvolgiamo il nastro” (senza dire se intendono i VHS o i Beta o i Geloso o le audiocassette, o semplicemente ripetono una frase fatta senza conoscerne il significato). Questa nuova edizione, accuratamente preparata già in altissime sfere (la prima volta, pre-Covid, che me ne parlò il padre Castrilli, mi pregò di non pubblicare nulla), rinviata e alla fine fissata per questa prima domenica di novembre, si basava su una logistica eccellente della quale mi basterà citare la prenotazione alberghiera attraverso la Pro Loco “Umbriasì” che dava diritto non solo al rilascio tardivo della camera ma anche a una tariffa ridotta sull’iscrizione (40 euro, chi è andato a New York faccia la differenza; il pacco gara contiene una bella maglietta a maniche lunghe, che aggiungerò alle due felpe argento e blu degli anni antichi, ma tuttora in pieno uso).

Scelgo un albergo a 50 metri dal Duomo e 150 dal parcheggio principale della città, nella zona forse più caratteristica e commovente di questo borgo che, anche senza San Francesco, sarebbe tra i più stupendi d’Italia (e poi ci aggiungete Cimabue, Giotto, Simone Martini, i versi di Dante, e alla prossima politicante che esecrerà il “ritorno al medioevo” risponderete: magari!). Ritrovo in albergo una legione di concittadini e colleghi di pratiche podistiche, altri ne vedo al ritiro pettorali presso S. Maria (e alle 18 il vescovo celebrerà la messa per noi, con benedizione speciale), altri in giro per i meravigliosi itinerari delle vie S. Francesco, Mazzini, delle chiese di S. Pietro, S. Chiara ecc.: che emozione vedere le scarpe e le calze di Francesco piagato dalle stimmate (tessute da Santa Chiara?).

La notte diluvia e tira vento, ma siamo confortati dalle parole di Alessandro Mascia, che alle 9,30 di domenica smetterà. Ci incamminiamo verso il ritrovo di piazza S. Francesco, infatti, che sta sgocciolando con 14 gradi, e un quarto d’ora prima del via spunta addirittura il sole, accolto da un applauso che ci asciuga gli occhi lucidi dopo la solenne lettura della “preghiera del maratoneta”: grazie Signore perché mi fai correre e non mi lasci solo al km 35… questo mio correre è una preghiera di lode a te che ripeto anche negli ultimi, interminabili, 195 metri della maratona della mia vita. (Lungo il percorso, leggeremo con occhi più stanchi altri cartelli in tema). Festoso ritrovo con gli amici di tante 42, che lo zelante Roberto Mandelli ha voluto assiepare nel solito magistrale collage qui sopra, una foto che forse assembla (che so?) ottomila maratone percorse in tutto da chi appare (io sono tra i più scarsi: non ancora 400…; Giovanni Baldini punta più in alto, ed ha appena finito di scalare attorno a quota 6000).

E si va: un km e mezzo di discesa, nemmeno tanto veloce perché siamo intruppati; poi l’arrivo a S. Maria, primo ristoro di sola acqua e insufficiente a contenere le richieste (decido di soprassedere). Si va per la piana del Subasio, fino a Rivotorto dove ci si entra in una via parallela alla superstrada che grosso modo seguiremo fino a Spello, passando il controllo della mezza poco prima. Uno dopo l’altro, gli amici mi passano: aspettavo Paolino Malavasi verso la metà, invece già al 15 mi supera, con Vanni Casarini cui ricordo il nostro sprint a Malcesine, chissà se in questo o nel secolo precedente. Vanni è troppo più forte, andrà addirittura a prendere Maurito Malavasi sul limite delle 4.45, ma anche papà Paolino mi resterà sempre davanti, accumulando al traguardo una decina di minuti.

Una allegra giovane signora mi raggiunge canticchiando “tu sei stanco, tu sei stufo”: ometto il suggerimento sul modo con cui potrebbe rivitalizzarmi (anche perché sta con una amica e non so se pure a questa poi verrebbero tentazioni poco francescane), e una decina di km dopo, quando le risorpasserò, farò semplicemente notare la mia presenza: ricevendo in risposta solo un sospiro pre-agonico.

Dopo Spello comincia la parte meno godibile del tracciato, un rettilineo infinito di almeno 3 km, poi una curva e un altro rettilineo, quasi tutto contro vento in direzione di Cannara: altro borgo delizioso, col centro storico oltre il fiume Topino (ricordato da Dante in quell’immortale canto XI del Paradiso) che percorriamo in tondo, rendendoci però conto (io almeno) di non averne più.

E’ facile trovare la scusa nella scarsezza o addirittura assenza dei ristori: di sola acqua fino a metà (in uno compaiono pallidi integratori), poi senza bicchieri al km 25 ma in compenso con minimozziconi di banane che un po’ ci alleviano l’arsura; sola acqua al km 30 (stanno versando le bustine di integratore in altre bottiglie d’acqua: aspetta e spera), acqua integratore e banane al 35, niente di niente al 40. Evito di coprire di insulti gli addetti ai ristori, ma santiddio, quando vedete che avete gli ultimi 50 bicchieri o le ultime dieci bottiglie d’acqua, non potete telefonare agli altri ristori, o al limite al traguardo, perché vi portino soccorso? In qualunque posto, sarebbero bastati 5 minuti di auto per recapitare materiale; o malissimo che si mettesse la cosa, suonate a una casa vicina… Al km 28 una signora davanti a casa sua ha in mano una bottiglia di acqua frizzante fresca, e le impartisco una benedizione degna di San Francesco: non sarebbe stato vietato fare una ricerchina del genere, alla peggio in direzione di qualche fontanella pubblica.

Comunque, ripeto, questa è una scusa, e potrei sommarci una sciatica che mi salta fuori al km 30 e mi impedirà di spingere con una gamba per il resto della gara; ma so bene che il motivo alla base rimane “senectus ipsa est morbus”, e che comunque l’Assunta Fava, che mi raggiunge al km 36 e alla fine mi darà 8 minuti, mi batte perché è più brava e più fresca di me. In maratona non c’è l’arbitro venduto che ti regala o nega il rigore: chi arriva davanti vale di più, e se nella mia classe di età risulto decimo su 21, significa che 9 sono più bravi di me e 11 meno bravi (o, diciamo, più sensibili alla sete, che però fa arrivare al traguardo anche me con le labbra screpolate).

Ultimi km un po’ squallidi, prima dell’arrivo scenografico a S. Maria. Bel medaglione, pesante, tondo e dorato come usava una volta; soccorso immediato, dopo l’arrivo, con acqua fresca, prima di costringerci ad altri 150 metri per il tendone dove sta un ristoro più vario (mica tanto: acqua, pallidissimo integratore, pane con l’olio, spicchi d’arance e banana). Lo speaker continua a scandire i nomi di chi arriva, compresi i mostri sacri, i “millenari” Gambelli, Ancora, Zanta, Zanaboni, Gargano; le navette continuano a riportare verso gli alberghi di Assisi chi ne ha bisogno: nel mio, il late checkout verrà allungato senza problemi, per una doccia rigeneratrice e una ripartenza nel sole, e verso il tramonto, nell’aurora boreale.

Non so se sia l’effetto-maratona: ma l’indomani all’una, su Rai 3, l’ubiquo Paolo Mieli, seeempre accompagnato dai suoi gioovani stooorici o semmai attori di wikipedia, dedica il “Passato e presente” alla storia di S. Francesco. Eppure sul Santo ci basta Dante: “Pensa ormai qual fu colui che degno – collega fu a mantener la barca – di Pietro in alto mar per dritto segno… qual segue lui, com’el comanda – discerner puoi che buona merce carca”.

Informazioni aggiuntive

Fotografo/i: Daniela Gianaroli- Roberto Mandelli
Fonte Classifica: Icron

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