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Ott 18, 2022 754volte

Amsterdam Marathon, storia, fascino, record… spugne e banane!

Amsterdam Marathon, storia, fascino, record… spugne e banane! Roberto Mandelli

16 ottobre – La notizia rimbalzata dai media è il successo femminile della trentenne etiope Almaz Ayana, campionessa olimpica a Rio nei diecimila metri, poi passata attraverso infiniti guai alle ginocchia, operata in Svizzera, per di più neo-mamma, ed ora al suo esordio nella maratona col botto, con un tempo che potremmo dire da maschi, 2:17:22, settimo di sempre al mondo, e miglior tempo per un’atleta alla sua prima volta. Podio donne interamente etiope, con Genzebe Dibaba in 2:18:05 e Tsehay Gemechu in 2:18:59, tutte al loro esordio sui 42 km.

Di minor rilievo (se così si può dire: ma in Italia suonerebbero l’orchestra con tutte le grancasse disponibili) il successo maschile dell’altro etiope, il 25enne Tsegaye Getachew, primo in 2:04:49 davanti di 5 secondi al keniano Titus Kipruto e di 8 secondi all’altro etiope, Barezew Asomare: i primi cinque sono giunti in un fazzoletto di 16 secondi.

Ben 12654 i classificati (su 18mila iscritti, con numero chiuso: il doppio del 2021 quando finirono in 6612); aggiungiamo i 14623 classificati nella mezza (partita tre ore dopo) e i 4030 negli 8 km. Insomma, trentunomila che hanno corso per le strade e lungo i canali di questa città bellissima, organizzatissima, e che ora si porta all’avanguardia anche per lo sport di lunga lena (togliendo lo scettro a Rotterdam, celebrata negli anni Novanta per i suoi record), in una felice combinazione tra la storia sportiva e l’attualità.

Favoloso ritrovarsi nel quartiere delle olimpiadi del 1928, le prime cui furono ammesse le donne (e le ginnaste italiane vinsero l’argento nel concorso a squadre, forse nella palestra dove oggi era allestita l’Expo; magari la stessa dove il ginnasta riminese Romeo Neri ebbe l’argento alla sbarra, e oggi gli organizzatori ravennati presentano le “six majors” dell’Emilia Romagna); da brividi entrare per la partenza nello stadio olimpico, sovrastato dalla torre che da quei tempi si chiama, in tutto il mondo, “di Maratona”, e dalla lapide coi cinque cerchi e i tre avverbi di De Coubertin, “citius altius fortius”.

In quelle olimpiadi Nurmi vinse i 10mila, nella piscina Johnny Weismuller prese due ori prima di diventare il Tarzan cinematografico; e un giovane segretario occhialuto della Federcalcio, certo Pozzo Vittorio, portò una squadretta di ragazzotti quasi sconosciuti a giocare, vadi come vadi. La formazione cominciava con Combi, Rosetta, Caligaris, Ferraris IV, Fulvio Bernardini e così via, fino ai due attaccanti, il genoano Levratto che spaccava le reti, e Anzlen Schiavio da Bologna. Presero “solo” il bronzo, eliminati dall’Uruguay campione olimpico e mondiale; ma sei anni dopo divennero campioni del mondo.

Pensando a queste cose (un po’ meno al fatto che nella maratona olimpica 1928, dei 4 italiani solo uno la finì, Giuseppe Ferrera 34° in 2.53) sono entrato coi lucciconi nel prato erboso, in paziente attesa che, dopo 26 minuti dallo sparo, toccasse anche al mio gruppo “verde” di partire lungo la pista dove poi saremmo arrivati, quando si poteva.

Tanto, c’è il chip, e l’unica classifica che conta è il “realtime”: quando le beghine federali nostrane lo capiranno, forse meriteranno di avere trentunomila partecipanti, tutti in grado di andare a medaglia anche se partono per ultimi. (E aggiungo: qui ci si iscrive con nome e cognome, senza gli esosi e costosi certificati, e magari pure le Runcard, d’obbligo da noi; e il greenpass è aggeggio sconosciuto, come le mascherine. Chi ha orecchie da intendere, intenda).

Un km di lancio, poi si entra nel bellissimo Vandelpark (sembra quasi di essere a Parigi), 3 km tra aceri, platani e pioppi dai colori autunnali; sbucando nientemeno che nel passaggio tra le due ali del Rijksmuseum, una delle tre o quattro collezioni di pittura più importanti al mondo, dove gli autoritratti di Van Gogh e Rembrandt stanno lì a mostrare i limiti che la pittura non potrà MAI superare. Purtroppo il percorso non ci porta nel centro storico (quello che ha ben meritato ad Amsterdam l’appellativo di “Venezia del Nord”), ma verso sud, per un primo avant-indree ai km 6-9, poi costeggiando canali fino allo sbocco del km 14 nella stupenda riva sinistra dell’Amstel, sinuosa, ombreggiata, contornata da prati dove pascolano cavalli (e dall’altra riva, mucche e pecore), coi vogatori e gli acrobati in acqua. Controlli chip frequentissimi, che ci danno i tempi ogni 5 km (da casa, Roberto Mandelli segue e messaggia e commenta), e ci slumano anche più spesso, nell’improbabile caso che qualche italico pensasse di essere alle Cascine e passare sotto la fettuccia per guadagnare un par di hilometri.

Dopo tre anni di regole e regolette e fuffa pseudosanitaria, rivedo le banane sbucciate, liberamente disponibili ai ristori, e dopo ogni ristoro le spugne, inzuppatissime e tanto belle che due me le porterò al traguardo per riusarle in Italia quando ci ridiranno che il covid proibisce le spugne. C’è anche musica, e la più gradita alle orecchie è quella degli organini a manovella, che sebbene caricati con musiche tipo “La stangata”, riportano la mente agli organetti di barberìa dell’epoca crepuscolare.

Al km 19,5 si sale sul “ponte della Vecchia Chiesa” (il più elevato dei tanti, che fatalmente ci toccano: siamo o no a Venezia?) e si passa sull’altra riva, ugualmente pittoresca, dove ingaggio una placida battaglia con due “bitches” londinesi, tutte in nero; poi con un tale la cui maglietta recita "Run. Eat. Sleep. Smoke. / Repeat". Si esce dall’Amstel al km 25, e confesso che i 3-4 km seguenti sono quelli che mi piacciono meno (sembra di essere a Brooklyn, ma senza gente ai lati degli stradoni).

Si devia verso destra arrivando quasi al mare, poi al km 35 ritroviamo gli amici canali, indi il Rijksmuseum e il parco Vandel. Qui, noi sfiatati maratoneti che tentiamo di accodarci ai pacer delle 4.30 o successivi (un trio di pacer ogni 10 minuti di tempo prefissato!), siamo superati in tromba dai più veloci dei mezzimaratoneti: i km segnano, con lieve sfasatura, 18/39, 19/40 e via dicendo. Cresce il clamore della folla, un’ultima curva a destra, la torre, le scritte decoubertiniane… Per fortuna, quelli dei 21 sono fermati appena entrati nello stadio, il loro sprint non fa sfigurare noi cui restano gli ultimi 150 metri di pista in solitaria.

Il tempo del tabellone non conta niente, per ognuno c’è il cronometraggio istantaneo individuale, e poi un percorso guidato che ci accompagna verso la medaglia, il ristoro (qui mi imbatto nella campionessa dei 21, la bellissima Kiara attorniata dai media, e che Mandelli promuove subito a cover-girl), il ritiro delle borse (sistemate secondo un metodo che dovrebbero imparare anche da noi, non basato sul numero di pettorale ma su una lettera alfabetica e una cifra attribuite alla consegna, e che ora ci indirizza esattamente alla tenda della riconsegna: T 384, più facile di così?).

Con tutta calma, ci rivestiamo (l’unico punto in meno che assegno ad Amsterdam, rispetto a Berlino che notoriamente rappresenta la perfezione, è che qui non c’è né la doppia birra né il massaggio né la doccia per tutti), poi ci dirigiamo verso la metropolitana, la meravigliosa metropolitana di Amsterdam, che a migliaia ci riporta verso case e alberghi e quei grattacieli che sembrano dei Lego tanto hanno forme bizzarre. E’ uno spettacolo anche il rientro, e si vorrebbe ricominciare subito.

Informazioni aggiuntive

Fotografo/i: F. Marri - R. Mandelli
Fonte Classifica: MYLAPS

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