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Nov 07, 2017 635volte

Maratona tutta sui tacchi: ma non chiamatela corsa

Il Guinness dei Primati non ha ancora omologato il record, ma a noi poco importa. Resta il fatto che domenica scorsa Irene Sewell ha percorso una maratona tutta sui tacchi. Teatro dell’impresa Chattanooga, una cittadina del Tennessee nota ai più solo per la famosa canzone sul treno, dall’onomatopeico titolo originale “Chattanooga Choo Choo”.  

Fatica completata in 7h27’53” per la ventisettenne della Virginia, che per 42 chilometri abbondanti ha indossato dei tacchi a spillo alti circa 7 centimetri. Ex ballerina professionista ed atleta che ha già completato diversi Half-Ironman e mezze maratone, la Sewell si è allenata per mesi alternando, come suggerito dal podologo, scarpe da running e quelle con stiletto.

 Lasciando ad altri i commenti su quanto avvenuto alla Seven Bridges Marathon, permetteteci soltanto di constatare che si è trattato di una lunghissima, quanto scomoda passeggiata. Infatti la velocità media risulta essere pari a 5,65 km/h, ovvero quella che si può ottenere senza correre un minuto. E nemmeno passeggiare troppo velocemente. Quindi etichettatela come volete, ma per favore non parlate di corsa.

 Il problema di fondo è che di fronte alle necessità di fare più business, ormai da tempo gli organizzatori delle maratone hanno dilatato a dismisura i tempi limite pur di ampliare il bacino d’utenza. Un tempo dopo 4 ore si smontava il gonfiabile, adesso a quell’ora deve ancora arrivare il grosso delle truppe. La deriva che ne è seguita è stata il fiorire di partecipazioni quantomeno curiose, tra costumi indossati, strane calzature, palloni da basket e quant’altro.

 Sarebbe ora che anche in Italia si decidesse di dividere chi partecipa seriamente, senza bisogno di essere un campione, da chi pensa di partecipare ad una scampagnata più che ad un evento sportivo. E che quindi non trova nemmeno così sbagliato tagliare o vestirsi bizzarramente o scambiare chip e pettorale con un amico a metà percorso.

 Prima i competitivi, regolarmente tesserati e dopo il carnevale. Con pettorali diversi e rigorosamente fuori classifica. Ma non chiamatelo sport, non chiamatela corsa.

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