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Giu 05, 2024 264volte

Modena, Corricharitas 2024 nel segno della solidarietà

Peppino Valentini e comprimari Peppino Valentini e comprimari Roberto Mandelli - da I. Spina

4 giugno – Prudentemente, gli organizzatori almeno dal 2010 non danno il numero dell’edizione, dunque  per ricostruire da quando si svolge questa corsa devo squadernare i miei zibaldoni, dai quali risalgo alla prima Corricharitas del 2005, sempre all’inizio di giugno, quando a presiedere il Charitas era il vecchio amico, quasi d'infanzia, Gabriele Benatti. Dunque, se non ci fosse stato il Covid, che fece saltare le edizioni 2020 e (credo) 2021, saremmo alla ventesima, sempre sullo stesso percorso in quella che temporibus illis era chiamata “la palude del Vescovo”, essendo di proprietà ecclesiastica tutti i terreni a sud di Modena, dove si stava letteralmente sott’acqua fino a marzo, e noi ragazzini per giocare a calcio dovevamo trovare dei rialzi di terra, oppure fruire dei campetti allestiti alla meno peggio soprattutto all’ombra dei campanili (ricordo quelli vicini di Saliceta o dell’istituto Pellegrini per i sordomuti).
Adesso la città si è allargata, e la via Fratelli Rosselli (ex stradello Tabaroni), dove un tempo sorgeva isolato il Charitas, come 500 metri più a nord era isolato l’Istituto Buon Pastore che non esiste più ma dà il nome alla via, è fiancheggiata da case e casermoni; addirittura nella via Panni (che recinge dal lato sud il Charitas) hanno appena inaugurato, dopo quasi due anni di chiusura, il sottopasso ferroviario (il più inutile dei tre sottopassi che andrebbero fatti in zona), con l’aggiunta di una immaginosa pista ciclabile che consiste in due strisce tratteggiate alla cui destra dovrebbero stare le bici, e alla cui sinistra le auto non ci possono stare in larghezza (accortasi della cavolata, l’assessora in merito ha dichiarato che le strisce sono facoltative, una semplice indicazione che lì si potrebbero incontrare delle bici).

Il Charitas è una benemerita istituzione che, da ben più di mezzo secolo, si occupa di handicappati gravi, e la sua apertura, almeno una volta all’anno, al popolo dei podisti credo che faccia bene a entrambi, ricoverati e podisti. Per accrescere l’appetibilità (è la parola esatta), al termine della gara era allestita una magnazza con piatti di pasta che venivano presi d’assalto dai soliti morti di fame che non mancano mai e spesso facevano il bis o il tris, creando ingorghi indecorosi: da qualche tempo, il rimedio è consistito nel fare una doppia tariffa di iscrizione, 2 miserabili euro quella “normale”, che oltretutto dà anche diritto a un barattolo di marmellata “della nonna”; 5 euro quella “super”, con cui si riceve una t-shirt e il buono-pasto. E devo dire che, se erano numerose le maglie gialle indossate dai partecipanti, al tavolo della pasta c’era poca gente, e perbene. Il prossimo passo, come dicevo in recenti occasioni consimili, sarà di abolire il premio.

Partenza piuttosto tardiva, alle 19.30 (mi faceva comodo quando lavoravo a Bologna, scendevo dal treno e andavo direttamente al Charitas), disciplinata da un cordone teso lungo la trafficatissima via Rosselli chiusa per l’occasione, poi via per il quartiere Buon Pastore-S. Agnese, con due passaggi dal parco della Repubblica, uno dal parco della Resistenza (che quando non si chiamava così veniva detto dai miei figli parchetto delle caprette, per un piccolo gregge che stazionava in un vagone merci abbandonato), e che nel 1970 ospitò la prima prova del primo campionato provinciale di corsa campestre, vinto da un certo Ezio Venturelli di Castelnuovo. Forse il posto (un grosso spiazzo incolto alle spalle delle ferrovie provinciali) l’aveva scelto il grande Alberto Benassi, operaio Fiat insieme a Ermes Luppi, perché stava di fronte a casa sua in via Morane, quando ancora le Morane erano costeggiate da un canale scoperto.

Oggi, solito giro di 8,700 (e di 2,5), a occhio e croce con 4-500 partenti all’ora giusta più i non moltissimi camminatori-anticipatori; in massima parte su piste chiuse al traffico, con 3-4 attraversamenti delicati ma presidiati ottimamente dai vigili e qualche volontario. Solito ristoro di sola acqua all’altezza della Polisportiva Nasi, un tempo organizzatrice di una maratonina invernale e dove invece oggi fatico a riconoscere l’ex campo di calcio in cui si allenava mio figlio e dove oggi c'è erbaccia alta un metro. In compenso, l’orizzonte sudest è chiuso dai palazzoni del cosiddetto comparto Vaciglio, là dove vidi mietere il grano ma poi la coopcementificazione cominciò all’indomani dell’elezione del sindaco all’insegna del consumo zero di suolo, e dura tuttora che il sindaco scade ma ha già designato il suo successore, che di sicuro non cambierà metodi (basta, l’ho già detto troppe volte, forse anche a Paolo Giaroli che oggi mi accompagna paziente per buona parte del giro).

Si ritorna al Charitas: Peppino Valentini (la cui Pol. Cittanova ha contribuito all’organizzazione) può godersi la meritata razione di pasta, mentre altri capigruppo scappano in fretta per non perdersi la partita della Nazionale, molto meno godibile perfino di un piatto di maccheroni charitatevoli.
E’ cominciato il giugno delle corse serali: e se non basteranno gli appuntamenti di martedì, giovedì e venerdì, i modenesi e reggiani la domenica che viene avranno addirittura una gara al mattino e una al pomeriggio.

PS- Solo per chi non ne ha abbastanza, segnalo una curiosità modenese, legata al nome stesso di Charitas scritto con l’acca, quando invece la Caritas diocesana non ha l’acca: al sommo Lodovico Antonio Muratori, che alla Pomposa aveva fondato la Compagnia della Carità, costringendo i ricchi a dare sostentamento ai suoi poveri parrocchiani, e aveva scritto un libro in proposito (libro che piace molto anche al regnante arcivescovo di Modena e Carpi), nel 1728 scrisse da Venezia un certo Johann Hertzhauser, tipografo tedesco, che stava per stampare le opere di Bembo. Sconcertato perché Bembo scriveva sempre charità con l’acca, affidò a Muratori la decisione se lasciare o no quell’acca. Muratori, che rispondeva anche ai rompiscatole, gli ripetè quello che aveva già scritto nel suo trattato sulla Carità cristiana: usare la H è un’usanza medievale sbagliata, perché caritas deriva da caro e non dal greco charis ‘grazia‘; però è una “bagattella“, dato che “l’ortografia è un paese pieno di liti e pieno d’arbitrii“, e quello che conta è farla, la carità, non questionare su come si scrive. Vedete un po‘ come da Muratori c’è sempre da imparare, in fatto e in diritto.

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