Alex Zanardi, l’uomo che insegnò a rialzarsi: il ricordo di Gianni Sasso
7 maggio – Quando se ne va un campione, lo sport perde un vincitore. Quando se ne va Alex Zanardi, perde invece una parte della propria anima. Perché Alex non è stato soltanto un pilota straordinario, un atleta paralimpico capace di conquistare ori olimpici dopo aver riscritto il significato stesso della parola rinascita. È stato qualcosa di più raro: un uomo che riusciva a trasformare il dolore in energia contagiosa, la tragedia in una forma di felicità resistente, quasi ostinata. In un Paese abituato spesso a celebrare chi vince, Zanardi aveva insegnato ad amare chi cade e trova ancora la forza di sorridere. Per questo il suo nome continua a vivere nelle corsie, nelle palestre, nei silenzi di chi lotta ogni giorno contro i propri limiti. E vive soprattutto nei racconti di chi ha avuto la fortuna di incontrarlo davvero. Come Gianni Sasso.
La storia di Sasso sembra scritta da qualcuno convinto che i limiti servano solo a essere smentiti. Nato a Ischia nel 1969, perde una gamba a sedici anni in un incidente stradale che avrebbe potuto spegnere ogni sogno. E invece diventa l’inizio di una seconda vita. Il calcio, la sua grande passione, non lo abbandona mai: impara a giocare con le stampelle, corre maratone, pratica triathlon, arriva fino alle Paralimpiadi di Rio 2016 e stabilisce record mondiali nella maratona per amputati, come quello di Amsterdam in 4h28’38”, ancora ricordato come un’impresa straordinaria.
Sasso è uno di quegli uomini che non raccontano mai la sofferenza come una condanna. La trasformano in allenamento. Negli anni ha corso la New York City Marathon, ha disputato Europei e Mondiali di calcio amputati, ha affrontato il Cammino di Santiago con lo zaino sulle spalle e continua ancora oggi a inseguire nuovi obiettivi sportivi, compreso il sogno del Mondiale di calcio amputati del 2026. Il suo mantra è semplice e feroce insieme: “Finché abbiamo la vita possiamo fare tutto”.
Ed è proprio dentro questa fame di vita che si inserisce il ricordo di Alex Zanardi. Tutto comincia a Rio de Janeiro, alle Paralimpiadi del 2016. Sasso ha appena concluso la sua gara. Non ci sono medaglie, soltanto un ottavo posto che gli pesa addosso come una resa. A 47 anni pensa che sia arrivato il momento di smettere. Basta agonismo, basta rincorrere sogni che chiedono sacrifici enormi. La delusione gli si legge negli occhi mentre fa colazione nel villaggio olimpico. Di fronte a lui c’è Zanardi, che di lì a poco andrà a conquistarsi un altro oro nell’handbike contro avversari molto più giovani.
Alex lo guarda e gli dice una frase semplice, di quelle che sembrano quasi banali finché non arrivano nel momento giusto: “Sei arrivato a qualificarti per un’Olimpiade a 47 anni e vuoi mollare? L’agonismo lo devi fare fino alla fine. Non smettere mai”. In quelle parole c’era tutto Zanardi. Non il mito irraggiungibile, ma l’uomo capace di entrare nelle ferite degli altri perché aveva imparato a convivere con le proprie. Lui che dopo l’incidente non aveva passato il resto della vita a contare ciò che aveva perso, ma quello che poteva ancora conquistare. Lui che aveva trasformato le sue cicatrici in motore. L’atleta di Ischia racconta che fu proprio Alex a trascinarlo nuovamente verso lo sport agonistico, convincendolo persino a disputare i campionati italiani di ciclismo, poi vinti. E da allora quella voce non si è più fermata. Ancora oggi, mentre si allena verso Livigno facendo ripetute sui cento metri nella pista di Falconara, sente quella spinta dentro. “Alex vive”, ripete. Non come slogan, ma come certezza. Vive nella motivazione di continuare a fare sport anche quando il corpo chiede tregua. Vive nella determinazione di inseguire un altro obiettivo, il Mondiale di calcio del 2026. Vive soprattutto nella convinzione che il vero traguardo non sia vincere una medaglia, ma avere il coraggio di rimettersi ogni volta sulla linea di partenza.