Paolo Zucca ci racconta la Cape Town Marathon
Valente scrittore, con il suo romanzo “Corse e rincorse” che abbiamo a suo tempo recensito, ottimo runner con 69 maratone alle spalle ed esperto del circuito Major, chi meglio di Paolo Zucca poteva raccontarci la Sanlam Cape Town Marathon che ha corso nello scorso weekend? Domanda retorica e quindi gli cediamo la parola: “Che gli organizzatori della Sanlam Cape Town Marathon volessero far le cose per bene, lo avevamo intuito dalla serie di mail inviateci periodicamente, ricche di info non solo sulla gara ma anche su eventi correlati, luoghi da visitare, consigli, usi e abitudini locali. Troppo cocente era stato lo smacco subito lo scorso anno quando, ad una passo dall’inserimento ufficiale nel circuito Abbott Major un’improvviso tifone aveva costretto gli organizzatori ad annullare la gara a poco più di due ore dalla partenza con podisti provenienti da ogni angolo del mondo ormai pronti”.
Come è andata quest’anno? “Un’altra collocazione di data e una attenta e quasi maniacale cura dei particolari ha permesso di superare a pieni voti la gestione dell’evento. O meglio, abbiamo corso sub judice, nel senso che ci è stata attribuita una “star provisional” in attesa della conclusione dell’istruttoria di superamento esame finale prevista per metà giugno. Non tutti i tour operator hanno voluto rischiare a programmare la trasferta e così ci siamo ritrovati allo start in pochi italiani quasi tutti proiettati alla conquista della 9 stella finale il prossimo anno a Shanghai. Un concerto allo stadio con canti e balli africani impreziositi da una versione originale soul di “all’alba vincerò” con tanto di discorso beneaugurante e di sostegno da parte di Eliud Kipchoge sono stati da introduzione a giornate intense e frenetiche”.
Il meteo è stato clemente? “In South Africa (con stesso fuso orario italiano) siamo ad inizio autunno ma giornate stranamente calde e molto umide un po’ ci preoccupavano. Il giorno della gara erano però presenti ristori idrici di acqua, cola e sali ogni 3km! Il timore era piuttosto che si sollevasse un po’ di vento sul percorso, soprattutto nei km finali lungo i boulevard prospicienti il mare”.
Raccontaci il tuo film della gara: “Partenza alle 8 del mattino con due vawe (una vicino alla spiaggia e l’altra in prossimità dello stadio) con mini sezioni che han garantito un flusso non stop continuo ed ordinato. Non eravamo in molti (circa 18000) forse anche per poter gestire al meglio le rituali operazioni come consegna borse, coda ai servizi igienici e raggruppamento nella varie griglie dal colore diverso. Il percorso non è molto scorrevole, muscolare a causa dei continui “mangia e bevi” che ti costringono a continui rilanci e con la presenza di due lievi ma lunghe salite. Quello che ti colpisce è l’accoglienza, l’incitamento, l’affetto di chi ti segue dal bordo strada. All’inizio quando attraversi le aree popolari abitate dai coloured, tra ondate di profumi di cannabis e odori di spiedini alla brace, ascolti il suono di tamburi rimbombanti e le grida di ragazzini e homeless un po’ spiazzati dal continuo nostro passare un po’ ti commuovono. Ti corrono a fianco e ti urlano cantando loro litanie. Dopo il 21 km, quando finalmente riusciamo a vedere sullo sfondo le iconiche Table Mountain, dopo giorni di nuvole e foschia, saliamo nella zona residenziale: ville hollywodiane con prati e giardini curati fanno da contrasto a quanto visto prima. Ora gli incitamenti provengono da ragazzini bianchi vestiti in maniera elegante con le loro mamma a fianco curate nell’aspetto e magre rispetto alle coloured dai fianchi abbondanti. Let’s go! In stile americano, coi famosi cartelli da toccare per avere forza e five da dare ai bimbi che, comunque, a loro modo fan baccano. Una ultima salita bella tosta in un lungo viale alberato che avevamo visitato il giorno prima, tra scoiattoli, pappagalli e papere ci accoglie un po’ all’improvviso, prima di condurci agli ultimi km in centro e ai sette km finali lungo la spiaggia. È il momento psicologicamente più devastante, quando alle soglie del muro vedi dalla altra parte della strada chi sta compiendo gli ultimi km e tu non riesci a capire dove sarà il giro di boa!”. Ma tu sei un runner navigato! “Musica a palla, “blocchetti di ghiaccio” offerti in quantità, bicchieri di coca e vari fotografi pronti ad immortalarti in parte ti aiutano anche se l’arrivo è posto dopo i lunghi boulevard ed è collocato in una curva non visibile da lontano”.
Descrivici il post gara. “Dopo l’arrivo una bella medaglia ti viene donata da una sorridente ragazza e, subito a seguire, gelato, coca, barrette. Peccato non averli consegnati in una sacca per gustarselo poi con calma. Ecco le sacche, forse l’unico punto dolente. Mi son attardato per crampi e per riprender fiato e così quando mi son avvicinato ai camion per ritirare la mia borsa con vecchia maglietta per cambio mi son trovato in una bolgia disordinata (di italica memoria) con podisti che mostravano il pettorale a volontari che non riuscivano più a star dietro alle richieste. Avendo l’hotel ad un paio di km e, essendo la giornata calda, ho rinunciato al ritiro e, come tanti, son ritornato a piedi, evitando di salire sullo shuttle gratuito. Poche ore dopo avremmo ricevuto tutti una mail personalizzata di scuse degli organizzatori desolati e mortificati per l’accaduto. Alla fine come ci si può lamentare, di fronte a tanta accoglienza, partecipazione e gentilezza ricevuta in questi giorni. Amici si erano persi ad incroci e poliziotti li avevano fatti salire su loro auto riportandoli all’hotel, signore al ritorno vedendoti con la medaglia ti battevano le mani e persino clochard senza denti…ti sorridevano divertiti a vederci caracollare quasi come loro!”
Ti lascio ad una conclusione “filosofica” sulla tua esperienza a Cape Town ed il significato d’inseguire la “collezione” di tutte le Maratone Major: “Il livello economico di chi partecipa a questo circuito è medio alto. Brands e tour operator impongono spesso cifre assurde e quasi insostenibili non sempre giustificate per i servizi offerti. Mi vien da sorridere pensando a quando, dopo anni di maratone in Italia mi ero avvicinato a questo movimento emergente. Allora il livello medio agonistico era assai elevato e pochi anni erano concessi per chiudere lo slam. Ora non c’è più una data finale e il tempo massimo a gara è di 6h.30/7.00 per sciure anglosassoni che spesso calzano costose scarpe con piastra per correre, pardon, camminare a 6 al km quando va bene! Con altri amici ci siamo posti l’obiettivo di terminare le 9 star come primi italiani sperando che resti fisso ancora per qualche anno, anche perché (causa sosta COVID) si son create lunghe liste di attesa per le 42 più iconiche per raggiungere il traguardo iniziale delle 6 majors. Quello che però penso resterà vivo nella memoria di tutti coloro che han corso a Cape Town sarà quella multietnia di personaggi vivi, sorridenti (nonostante tutto) tra “fumo” e musica sempre presenti, che ti aiutano, ti incitano e comprendono la tua fatica, la tua passione. Per questo e anche molto altro per me Cape Town può diventare la Maratona del continente africano”.