La poesia di Miguel: i versi che continuano a correre tra i runner
“Per voi atleti, per voi che sapete di freddo, di calore, di trionfi e sconfitte, per voi che avete il corpo sano, l’anima ampia e il cuore grande”.
Ci sono parole che sembrano scritte ieri e invece arrivano da quasi mezzo secolo fa. Parole che hanno la leggerezza di una corsa e la profondità di una vita intera. Miguel Benancio Sanchez aveva raccontato così il mondo dei corridori: uomini e donne capaci di attraversare città e paesi, di unire persone e culture, di inseguire la pace invece delle divisioni. Nella sua poesia non ci sono cronometri, classifiche o podi. C’è piuttosto una visione più ampia della corsa, quella che ogni podista conosce bene: il sacrificio condiviso, la fatica, il rispetto e la strada percorsa insieme. Quelle parole assumono un significato ancora più forte quando si scopre la storia di chi le aveva scritte. Miguel Benancio Sanchez era nato nel 1952 nella provincia argentina di Tucuman. La vita gli aveva presentato presto il conto dei sacrifici: ancora ragazzo lasciò la scuola per aiutare la famiglia nei campi di canna da zucchero. A diciotto anni seguì i fratelli a Buenos Aires, inseguendo una possibilità diversa, una via d’uscita dalla povertà.
Lavorava come imbianchino, poi trovò impiego al Banco Nacional, ma nella sua vita entrò anche la corsa, che diventò qualcosa di più di una semplice passione. Le sue giornate sembravano interminabili: allenamenti all’alba prima del lavoro, treni da prendere, un’altra occupazione nel pomeriggio, ancora allenamenti e poi scuola serale per recuperare gli studi lasciati troppo presto. Una quotidianità fatta di sacrifici e disciplina, costruita senza cercare scorciatoie. Ma Miguel non era soltanto un atleta. Nel poco tempo libero che gli rimaneva si impegnava politicamente nella Gioventù Peronista. Erano gli anni più bui della dittatura argentina, gli anni dei desaparecidos. La notte tra l’8 e il 9 gennaio del 1978 venne portato via dalla sua abitazione. Si racconta che i suoi sequestratori, vedendo una bandiera argentina appesa nella sua stanza, gli chiesero perché la conservasse lì. La sua risposta fu semplice e diretta: “Perché sono un argentino.” Da quella notte Miguel sparì nel nulla.
Di lui però è rimasto molto più di un ricordo. È rimasta la sua testimonianza umana, è rimasta la sua poesia ed è rimasto il suo esempio. Per questo oggi Roma corre anche nel suo nome, attraverso una manifestazione che negli anni è diventata un appuntamento capace di unire sport e memoria. Ma prima della corsa, prima dei pettorali e delle strade attraversate da migliaia di runner, c’è la storia di un uomo che aveva capito il significato più profondo del correre: andare avanti senza dimenticare gli altri.
“Per voi che avete molti amici, molte aspirazioni, l’allegria matura e il sorriso dei bambini. Per voi che non sapete di gelo né di sole, di pioggia né rancore. Per voi, atleti che percorrete i villaggi e le città unendo Stati con il vostro camminare. Per voi, atleti che disprezzate la guerra e anelate la pace”.