Direttore: Fabio Marri

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I prodomi del conflitto c’erano tutti. A cominciare dal periodo. Finito l’inverno e le sue manifestazioni di cross, arriva il momento delle gare in pista. Così come i protagonisti, perché se le condizioni climatiche non impediscono che atleti elite ed amatori escano 365 giorni all’anno, di certo con il clima temperato anche i più pigri si riallacciano le scarpe. A questo aggiungiamo il fiorire di nuove iniziative di proselitismo nel running, a supporto di marchi commerciali o gare ed il gioco è fatto.

Gli anelli milanesi sono ormai all’ingorgo. Troppa gente su un numero limitato d’impianti cittadini. In provincia si ragiona ancora, ma certo per chi opera in città è impensabile dirottare il ritrovo presso impianti che non sono serviti adeguatamente dai mezzi pubblici. E così si finisce tutti insieme, poco appassionatamente, vicini ad una fermata della metropolitana: Arena Civica, Giuriati, Campo XXV Aprile tra i principali teatri dello scontro. Oltre all’affollamento c’è una questione di cultura sportiva e di conoscenza dei regolamenti degli impianti. Inesistente. Così la prima corsia viene invasa da chiunque. Gente che viaggia a 6 minuti al chilometro, magari anche contromano, rischiando non solo il tamponamento ma addirittura il frontale. Come ogni tanto capita quando l’ubriaco o il drogato di turno infila la tangenziale nel verso sbagliato. Oppure quando ci ritroviamo davanti a 70 all’ora il signore con cappello che viaggia tutto a sinistra sebbene l’autostrada disponga di 4 corsie. Alcuni runner sono gli stessi che alle gare su strada si piazzano davanti ed allo start procedono a braccetto con amici a velocità da lumache. Tutto questo malgrado buon senso ed addirittura dei cartelli, come quello in copertina.

Recentemente è “esploso” anche Giorgio Rondelli dalle colonne di un quotidiano sportivo per descrivere vizi e virtù di parvenù, amatori cosiddetti evoluti insieme ad atleti di prima fascia o in qualche caso presunta tale, aggiungiamo noi. Il miscuglio che ne deriva è esplosivo anche se fortunatamente per il momento il conflitto resta sul piano verbale. Da parte nostra, oltre a suggerire comprensione ai più veloci ed educazione ai più lenti, ricordiamo che i parchi sono pieni di circuiti dove sono riportate le indicazioni ogni 100 metri e che un “lavoro” si può fare anche con un GPS se non si punta alle olimpiadi, ma soltanto al campionato lombardo master. Poi si potrebbe chiedere all’amministrazione comunale di aprire nuovi impianti o chiederli come onere di urbanizzazione alle prossime gettate di cemento, ma siccome fino ad ora abbiamo cercato di essere costruttivi, non vogliamo buttarla in vacca proprio alla fine.

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Nel mese di ottobre, solitamente la prima domenica, l'Atletica Milano organizzava la Milano-Pavia, gara di 33 km con partenza dalla Darsena e arrivo nel centro storico di Pavia percorrendo l'alzaia del Naviglio Pavese.

Purtroppo questa gara particolare, che certamente aveva un fascino proprio a cominciare dalla distanza inusuale, e si corse nel 1983 la prima volta, come molte altre manifestazioni si è fermata nel 2010 con l'ultima edizione.

Gli alti costi organizzativi e la mancanza di sponsor, abbinati all'ammirevole filosofia degli organizzatori che non vollero far gravare sul costo del pettorale aumentando la quota d'iscrizione, ma soprattutto non vollero allestire una gara con scarsa qualità per gli atleti, ha fatto si che la Milano-Pavia non esista più nel calendario milanese.

Dalle ceneri di questa competizione, come l'Araba Fenice è nato un allenamento gratuito che l'organizzazione milanese Almostthere ha proposto sabato 17 marzo, per la seconda volta dopo il successo della prima edizione autunnale del 2017.

Il percorso originale, per ragioni logistiche, è stato capovolto; ed è stato scelto quale “lungo pre-maratona”, perché non dà tentazioni di rinuncia, si deve arrivare.

Tutti i 180 runner iscritti si sono dati appuntamento in stazione Centrale per il ritiro di una sacca con dei gadget e la spunta della preiscrizione, poi con il treno trasferimento a Pavia.

Il clima amichevole ha da subito amalgamato i partecipanti creando uno spirito di gruppo e condivisione della passione alla corsa.

Giunti a Pavia i partecipanti hanno partecipato a un briefing tecnico sul percorso; abbondanti i consigli dati dall'ex pro Danilo Goffi, che ha sottolineato l'importanza di preparare una maratona prima di affrontarla per la prima volta; ma vale anche per chi vorrebbe migliorare la prestazione senza incorrere in debacle.

Il tempo meteorologico non favorisce certamente, una pioggia battente ci accoglie fuori dalla stazione e dopo la consegna delle sacche che verranno portate a Milano si procede alla suddivisione dei gruppi tempo/passo (ogni 15 min per il tempo finale maratona) con la presentazione dei pacer che avviene molto velocemente; io faccio parte di chi deve portare un gruppo cercando di stimolarlo e far capire quanto è importante gestire il passo ma soprattutto la gara.

Avendo corso 3 volte la gara originale con tempi discreti (4:15 min/km) conosco bene il percorso, quindi imposto un passo regolare leggermente più lento sin da subito, per poi andare in progressione.

Subito si forma un gruppetto di una ventina di runner: alcune rappresentanti del gentil sesso stanno preparando la loro prima maratona, a dimostrazione del fenomeno crescente di donne che iniziano ad amare la corsa; e solitamente sono le più coriacee, non mollano mai e arrivano. Iindubbiamente hanno più testa. Noi uomini siamo molto più deboli, al primo sentore di dolore o demotivazione molliamo, loro no!

Il tracciato percorre la pista ciclabile a lato del Naviglio, quasi completamente chiuso al traffico, immerso nella piatta campagna lombarda fatto di campi coltivati e da risaie.

Dopo 8 km si passa a lato del tardogotico complesso monastico, dichiarato monumento nazionale, della Certosa di Pavia: dimostrazione dell'importanza che la via fluviale aveva quando era la principale via di comunicazione con Milano sin dal medioevo.

I chilometri in gruppo scivolano via e se ne accorgono subito tutti: l'organizzazione non ha tralasciato nulla allestendo ristori ogni 5 km, coadiuvati dai Marziani, i Podisti di Marte: ciò permette una vera simulazione di gara.

La pioggia non molla anzi si fa più insistente, ma nessuno si lamenta: sa che anche questa è una giornata di condivisione di una passione e di gioia, tutti cercano di paragonare la corsa di oggi ad una già effettuata in condizioni simili; anche questo serve a superare i momenti duri.

Ad un certo punto incrociamo i ciclisti professionisti della Milano Sanremo, anche loro sotto il diluvio, e li incoraggiamo, ma forse è un incoraggiamento che facciamo a noi stessi.

Giunti alle porte di Milano ci imbattiamo subito nella situazione tipica di chi corre; non rispettati dagli automobilisti (per fortuna non tutti). Costoro passano sulla ciclabile condivisa a velocità sostenuta, senza alcuna preoccupazione, anzi a volte accelerando e alzando spruzzi di acqua dalle pozzanghere, che ci lavano ancora di più quasi a sbeffeggiare la pioggia che ci cade addosso dal cielo. È una situazione di convivenza che non migliora: seppure tutti gli incroci siano presidiati da volontari in bicicletta, ci vogliono 4 occhi.

Rinnovo l’elogio all'organizzazione. perché non ha tralasciato nulla anche se si tratta di un allenamento.

Arriviamo nella “rinata” Darsena milanese fradici perchè l'insistenza delle precipitazione è aumentata: li ci attende un ristoro finale ed il ritiro sacche con gli indumenti asciutti, anche questo non è poco!

Per concludere una bella giornata di condivisione della passione grazie all'idea di un gruppo che ha riportato in vita un pezzo di storia delle corse milanesi.

 

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Eccoci ad intervistare Luigi Baglioni, anima del Corrigiuriati, che sta per ripartire per la 27^ volta. Gigi, prima di parlare di quest’anno, com’è andato il 2017?

Bene. L’edizione scorsa ha registrato il massimo storico di partecipanti (296 classificati) grazie anche alla riapertura della sessione serale.

 

Non tutti conoscono la formula del circuito, puoi spiegarcela?

Il Corrigiuriati è una iniziativa patrocinata dal Comitato Utenti Campo Giuriati. La partecipazione è libera e gratuita a tutti. I consueti ritrovi del giovedì rappresentano momenti di aggregazione per un vasto gruppo di persone che si identificano nel valore formativo della corsa e si avvantaggiano degli effetti psicofisici dell’attività motoria svolta all’aperto e in compagnia.

 

Iscrizioni?

Le iscrizioni si raccolgono in loco prima della partenza: ogni partecipante provvede personalmente a registrare sull’apposito modulo, disposto presso la postazione al traguardo, i propri dati personali e, a fine prova, il tempo conseguito. Non ci sono giudici. Con l’iscrizione i concorrenti si assumono ogni rischio derivante dalla partecipazione e sollevano gli organizzatori da ogni tipo di responsabilità derivante da eventuali infortuni e/o danni occorsi a se stessi o a terzi.

 

Viene redatta una classifica?

Si, due classifiche, per ogni prova e quella generale del circuito. Ad ogni iscritto è attribuito un punteggio a scalare in funzione della classifica di giornata.   Per le staffette e la gara ad eliminazione, il punteggio è uguale per tutti. La somma dei punti acquisiti nel corso della stagione determina una classifica generale comprendente tutti i partecipanti al Corrigiuriati. Ogni prova può comprendere più serie a seguire, secondo la durata e numero di partecipanti: è quindi possibile effettuare ripetute della stessa distanza in programma; ai fini della classifica vale il miglior tempo conseguito.

 

Su quali distanze si corre ed in che periodo?

Il calendario comprende ventiquattro prove a partire dal 15 febbraio, fino al 13 dicembre. Si corre in pista ma anche delle campestri, su un tracciato in sterrato sempre all’interno del Giuriati. Tante le distanze che verranno affrontate: 800, 1000, il miglio, poi 3000, 5000, 10000. Prove individuali ma anche staffette, a coppie o a terne. Immancabile la gara ad eliminazione, con ripetute ad oltranza sui 300 m.

 

Novità?

E’ stato reintrodotto il test di Cooper (N.d.R. non si corre su una distanza, ma a tempo, 12 minuti) e lo faremo ad inizio stagione, in modo da verificare il miglioramento delle prestazioni nel corso dell’annata. Poi ci sarà la Corsa al “buio”, il cui regolamento verrà definito in seguito. L’idea è di concludere la stagione con una prova divertente che consisterà nel correre 4 chilometri in pista senza cronometro alla mano, cercando di rispettare il tempo dichiarato prima della partenza.

 

Giornate, luoghi ed orari?

Come dice il nome del circuito, la sede unica è il campo Campo Giuriati, in via Pascal a Milano, zona Città Studi. Due sessioni, ma stesso programma ed unica classifica di giornata. I ritrovi sono alle ore 12.30  e  18.30 e le partenze mezz’ora dopo, rispettivamente alle 13 ed alle 19.

 

Chi vuole saperne di più?

Può scrivermi a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. oppure consultare il sito http://corrigiuriati.altervista.org/2018/02/corrigiuriati-sta-tornando/

 

 

 

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La genesi, i fasti, il crollo, la mancata ricostruzione e le prospettive future

Terza ed ultima puntata

Link Prima puntata -   Link Seconda puntata

Le vere cause del crollo

Oggi riprendiamo il racconto da dove avevamo iniziato la prima puntata. Ovvero le ore 1.35 antimeridiane del 17 gennaio 1985. Dopo quattro giorni e tre notti di nevicate che avevano depositato al suolo circa 90 centimetri di coltre bianca, il tetto del Palasport crolla, per fortuna senza provocare vittime. Gli ultimi sportivi ad utilizzarlo erano stati alcuni ciclisti dilettanti e poi la compagine dell’Inter che svolse una partitella di allenamento, in quanto i campi di Appiano Gentile erano impraticabili e sostanzialmente irraggiungibili. Le precipitazioni record fecero crollare molti altri tetti, fra cui quello del velodromo Vigorelli. Purtroppo le cause del cedimento non vanno ascritte soltanto alla neve ma anche alla mancanza di manutenzione ed all’assenza di comunicazione tra le parti interessate. Occorre ricordare che la copertura era costituita da una serie di funi metalliche che si incrociavano tra loro, che a sua volta sosteneva la struttura di tamponamento, ovvero il tetto. Le funi metalliche, quando sotto carico, hanno inizialmente un allungamento permanente, per cui è necessario controllarle periodicamente ed eventualmente riprendere la geometria della tensostruttura, in modo da rientrare nei valori previsti dal progetto. In seguito fu appurato che durante il decennio di attività, i cavi non erano mai stati controllati e si erano allungati eccessivamente. In conseguenza a ciò la copertura aveva assunto una conformazione anomala. In parole povere si era creata una grossa insaccatura, se così possiamo chiamarla, nella parte centrale del tetto.

Il 16 gennaio, il responsabile tecnico del Palazzone decise di cercare di sciogliere il manto nevoso che aveva assunto dimensioni preoccupanti, in quanto superiori a quelle massime previste in fase di progettazione. Per raggiungere tale obiettivo innalzò al massimo la temperatura interna e prolungò il riscaldamento anche nelle ore notturne. Poche ore dopo ci si accorse con sgomento che l’acqua di fusione formatasi sul tetto non usciva dalle condotte di scarico, in quanto le stesse erano ostruite da ghiaccio misto a sabbia. E ciò era conseguenza del fatto che a settembre, durante i lavori di riverniciatura, fossero stati impiegati dei getti di sabbia per rimuovere la vecchia vernice. Al termine dei lavori la sabbia, anziché essere rimossa, era penetrata nei condotti di scarico, ostruendoli. L’acqua di scolo che scendeva dal tetto aveva poi riempito i tubi, e dato che nei giorni precedenti vi era stato un periodo di freddo intensissimo, si era gelata. I tecnici attuarono allora due manovre disperate, dapprima cercando di rompere le tubazioni di scarico, sperando di trovare una zona non ghiacciata da dove fare fuoriuscire l’acqua di fusione accumulata sul tetto. Fallita questa strada cercarono di forare la volta della copertura, onde consentire all’acqua di cadere sul parquet. Le dotazioni interne si sarebbero danneggiate, ma questo escamotage avrebbe salvato il Palasport. Entrambe le soluzioni non ebbero successo. Nel frattempo il problema diventava sempre più critico perché aveva cessato di nevicare e pioveva diffusamente. Questa situazione non aumentava il peso complessivo che gravava sul tetto del palazzone, ma l’innalzamento della temperatura favoriva la formazione dell’acqua di fusione che date le pendenze andava a confluire nella sopracitata insaccatura. Ciò incrementava la criticità in quella zona. Infatti, aumentando il carico di quel punto, le funi si allungavano ulteriormente, l’insaccatura diventava ancora più profonda e l’acqua affluiva ancora di più. In un circolo vizioso senza fine. Si stima che al momento del disastro, nella zona centrale della copertura vi fosse un carico superiore a 500 kg/m2, mentre il progetto prevedeva un massimo di 140 kg/m2 tra neve e peso proprio delle struttura.

La mancata ricostruzione

Sono molte le ragioni che stanno alla base della mancata ricostruzione. Di sicuro la vicenda processuale che con i suoi tempi lunghi, congelò ogni azione immediata. Tanto è vero che nel 1992 si giunse ad un accordo extragiudiziario tra impresa costruttrice e CONI. Poi l’inserimento di Milano, da parte del ministero competente, in un area considerata ad elevata nevosità. Questo fatto faceva si che le nuove costruzioni dovessero rispondere ad un carico di neve di superiore a quello del progetto iniziale. Sebbene il palasport fosse una struttura già esistente, buon senso suggeriva di fare altrettanto per non correre ulteriori rischi. A ciò andava aggiunta la scomparsa di Rodoni, il Presidente della Federazione Ciclistica e come raccontato nella prima puntata, grande sponsor del Palasport. Inoltre Il CONI stesso che aveva ricevuto un rimborso esiguo dalle assicurazioni, non aveva più intenzione di promuovere e gestire una simile struttura. Bella, ma mangia soldi. Anche il Comune si svincolò e dopo la distruzione con esplosivi di tutta la struttura, le macerie furono evacuate per fare posto ai lavori di miglioria dello stadio e delle zone attigue, in vista dei mondiali di calcio di Italia 90. Macerie che peraltro ospitarono anche loro degli allenamenti sportivi di cui fui testimone. Alcuni pugili venivano portati in mezzo alle macerie dal loro preparatore atletico, l’italo americano Ruti Del Vecchio. Un vero sergente di ferro, in quanto ex-sergente dei marines, reduce dalla guerra in Corea. Una volta sul posto i pugili dovevano intervallare riprese di box figurata a picconate sulle macerie! Nel luglio del 1998 ci fu un ultimo tentativo di rinascita, in quanto la Giunta Comunale approvò una delibera per realizzare un nuovo palasport da 10.370 spettatori da realizzarsi nella stessa area del precedente. Nel 2000 seguì l’approvazione del Consiglio Comunale, ma l’iter burocratico si arenò nel 2003 e da allora non si parla più di ricostruzione.

Come si sono organizzati gli altri sport e gli eventi musicali?

Bene. Nel giro di un anno dal crollo, fu costruito il Palatrussardi, struttura da quasi 9000 spettatori e nel 1990 sorgeva il Forum di Assago che contiene oltre 12000 persone. Basket, volley, tennis, pugilato, concerti e quant’altro hanno trovato una nuova casa. Solo due attrezzature sportive non possono essere accolte in questi impianti, ovvero le piste di atletica e ciclismo. Per quest’ultimo ricordiamo che comunque Milano dispone del Vigorelli (pista rifatta di recente - 8000 posti al coperto) e sempre restando in Lombardia, da circa dieci anni a Montichiari c’è un moderno velodromo indoor che ha una capienza di circa 2000 spettatori.

E l’atletica?

E’ l’unica che non ha provveduto a trovare delle soluzioni. Dopo il crollo del palasport, la sua pista fu recuperata e cominciò a girare in cerca di un tetto. Nei primi anni novanta trovò alloggio a Lodi, in un linificio dismesso, ospitando allenamenti e campionati regionali. Nella seconda parte del decennio fu trasferita nel varesotto, a Castellanza, in un freddissimo capannone dove furono organizzati anche dei campionati nazionali junior e promesse. Da quel momento si sono perse le tracce. L’atletica è restata l’unico sport col cerino in mano. Acceso. Il panorama lombardo è sconfortante. Ci sono solo alcune piste/corridoio da sprint sui 60 metri a Saronno e Castenedolo (BS). In arrivo, dopo laboriosa gestazione anche quello sotto le tribune del campo XXV Aprile a Milano. Di anelli da 200 metri nemmeno a parlarne. Per trovarli bisogna spingersi fuori regione, fino ad Ancona o a Padova. E non è che nel resto della penisola ci sia molto altro. Sostanzialmente due impianti in tutta Italia. Con le aperture ad intermittenza e chiusure di anni a Genova e Torino. Infatti ora sono entrambe indisponibili. Oppure le piste più corte di Parma e Firenze. Prospettive non ce ne sono. Nemmeno oggi, nel pieno di una campagna elettorale forse povera di contenuti, ma certo non di promesse che vengono elargite a piene mani su qualsivoglia argomento. Molti schieramenti hanno promesso di tutto e di più, sia a livello nazionale che regionale. Ma di nuovi impianti indoor per il nostro amato sport nemmeno a parlarne.

Tristezza.

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Feel Free ha come protagonisti cinque barefoot runner, che hanno deciso di correre, a loro modo, per un obiettivo più grande. Parteciperanno infatti alla staffetta della Milano-Sanremo, che con i suoi 285 km è l’ultramaratona più lunga d’Italia e si correrà dal 28 al 30 aprile 2018.
Ercole La Manna, Paola Coccato, Folco Terzani, Sara Enge e Paola Corini saranno la prima squadra, composta esclusivamente da atleti che percorreranno le proprie frazioni completamente scalzi, ad affrontare una prova del genere; e sarà anche la “prima” di un team in cui quasi tutti sono vegani, che conta più donne che uomini, e ha deciso di far leva sull’esperienza scegliendo atleti over 40.
Ercole La Manna, vittoriese, 48 anni, impiegato in un’azienda metalmeccanica, tesserato per RAW Vegan Running Team, ha già corso 5 ultramaratone, ossia gare più lunghe di 42,195 km, tra cui la classicissima 100 km del Passatore 2016. Paola Coccato, 53enne padovana, ha corso in 10 anni ben 26 ultramaratone per 2˙615,556 km percorsi. Sulla 100 km Paola ha un record di 10h44’12” (Torino, 2013) e ha completato l’impegnativa Nove Colli Running 2013 di 202,4 km in 29h16’00” al 50° posto: a lei è stata assegnata la frazione più lunga (68 km). Folco Terzani, 48enne statunitense, ha già corso 3 ultramaratone. Sara Enge è nata a Lund (Svezia) e risiede a Genova, tesserata per Bio Correndo Avis, anche lei entusiasta di quest’iniziativa, che lega atleti che hanno fatto una scelta “etica” vegana, che non inficia la loro prestazione sportiva.
Paola Gabriella Corini, 43enne, ha un personale sulla maratona di 3h21’51” (Parma, 2017). Paola fa la cuoca in un ristorante di Chiavari ed è vegetariana. «Ma non c’è nessun legame tra quello che mangio e il tipo di corsa che ho scelto. Avevo cominciato a fare running dopo la nascita della mia terza figlia per smaltire i chili di troppo».
Quella della partecipazione alla Milano Sanremo podistica in staffetta di Ercole La Manna (53 km) Paola Coccato (68 km), Folco Terzani (44 km), Sara Enge (56 km) e Paola Corini (64 km) richiama l’attenzione di molti e dal fascino indubbio. Il loro impegno sportivo nella Milano Sanremo, 285 km da percorrere di corsa senza soluzione di continuità, avrà un fine benefico. Il contatto con la natura nel loro caso è tangibile e l’impegno è quello di raccogliere fondi per gli amici a quattro zampe. Essi hanno legato alla loro impresa un’opera di sensibilizzazione a favore dei rifugi per animali salvati da varie forme di sfruttamento e maltrattamento, come allevamenti intensivi, vivisezione, circo ecc., e una raccolta fondi a favori di due rifugi.

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Mattinata da ricordare, che entra nella piccola grande storia del podismo milanese e, perché no, italiano. Milano recupera una grande competizione agonistica autunnale e lo fa schierando, al via di una fredda e ventosa giornata di fine novembre, oltre 6.500 runner che hanno voluto condividere la gioia di essere presenti a questa “prima”. Partenza della gara, sold out da giorni, da Viale della Liberazione, con la nuova iconica skyline della città a far da sfondo. Gara e città, due entità che si fondono, condividendo uno spirito e una tensione verso la modernità. Da Viale della Liberazione i partecipanti sono via via sfilati su un percorso veloce, scorrevole, che fa (ri)scoprire la città. La mezza maratona è stata vinta da Daniele Meucci (CS Esercito) giunto al traguardo in 1:03:16. Secondo posto per Zohair Zahir (CUS Pro Patria Milano) con 1:09:18. Terzo classificato Emanuele Repetto (Delta Spedizioni) arrivato in 1:09:18. Tra le donne ha vinto Valeria Straneo (Laguna Running) che ha chiuso in 1:13:23 ed ha preceduto Fatna Maraoui (CS Esercito) e Federica Zenoni (Atl. Bergamo), arrivate, rispettivamente in 1:13:51 e 1:16:19. Meucci e Straneo, due firme prestigiosissime per l’albo d’oro della manifestazione. La prova sui 10 km maschile è stata vinta da Alessandro Zanga (At. Valle Brembana) in 31:57. Quella femminile da Sara Galimberti (Bracco Atletica) e Sara Dossena (Laguna Running) arrivate insieme al traguardo, con la vittoria assegnata alla prima. Le classifiche complete sono disponibili qui: http://bit.ly/2AcomOV

Queste le parole dei protagonisti all’arrivo. - Daniele Meucci: “Sono abbastanza soddisfatto, anche se il vento ha influito, soffiando su lunghi tratti in senso contrario, sulla performance e, quindi, sul risultato cronometrico finale. In definitiva un test positivo che rispecchia la mia condizione del momento. Nel complesso ho apprezzato il percorso e quindi spero di esserci anche l’anno prossimo”. - Valeria Straneo, autrice di un piccolo, inaspettato, capolavoro: “Sono contentissima perché oggi, prima della gara, non sapevo cosa aspettarmi. Era da più di un anno che non correvo la mezza e, da settembre, ero praticamente ferma, eppure oggi ho avuto ottime sensazioni fino al 15 km, poi un po’ di fatica, ma fa parte del gioco. Questo mi dà grande fiducia per il 2018. Il percorso mi è piaciuto molto, scorrevole, veloce e ben presidiato. Ci vediamo l’anno prossimo” Da un’atleta Laugna Running all’altra. - Sara Dossena “Beh, si è trattato del mio primo allenamento tosto dopo la splendida esperienza della maratona di New York. Ci tenevo ad esserci e fare parte di questa prima grande festa. Divertente correre e finire con Sara (Galimberti)” - Sara Galimberti “Io e Sara abbiamo corso insieme, questo è davvero bello perché lo sport è anche amicizia”. Laguna Running e MG Sport ringraziano il Comune di Milano e i suoi uffici, l’Assessorato al Turismo e lo Sport, la Città Metropolitana di Milano, la Regione Lombardia, la Questura di Milano, la Polizia Locale, i Carabinieri, la Guardia di Finanza, areu 118, la Croce Bianca Milano Centro, la Protezione Civile, Coima srl, Consorzio Porta Nuova Varesine. Un ringraziamento anche agli Sponsor che credono nel circuito FollowYourPassion e che hanno dato un importante contributo per la riuscita di questa prima Milano21 Half Marathon.

Milano Half Marathon 2017

Foto di Carlo Vincenzi

 


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