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Edo Running Style, il segreto dei corrieri giapponesi che sfida la corsa moderna

9 GIUGNO 2026 | Di Pietro De Biasio
Foto generata con AI

Dai sentieri del Giappone feudale ai social network: la tecnica riscoperta da Katsunori Oba promette maggiore efficienza e minore stress articolare. Ma dietro il fenomeno virale c’è una storia affascinante che affonda le radici in oltre tre secoli di cultura del movimento.

9 giugno – Per chi corre, la domanda è sempre la stessa: come andare più lontano consumando meno energie? Oggi la risposta arriva da scarpe super tecnologiche, sensori, test biomeccanici e allenamenti scientifici. Eppure, a migliaia di chilometri dall’Europa, qualcuno sostiene che una possibile soluzione fosse già stata trovata oltre tre secoli fa. Si chiama Edo Running Style ed è il fenomeno del momento nel mondo del running. Una tecnica di corsa antica, riscoperta dal ricercatore giapponese Katsunori Oba, che in poche settimane è passata dagli archivi storici alle bacheche di milioni di utenti sui social.

Dietro quei movimenti insoliti, quei passi rapidi e corti e quella postura apparentemente innaturale, si nasconde infatti una lunga tradizione legata ai leggendari “hikyaku”, i corrieri del periodo Edo, l’epoca compresa tra il 1603 e il 1868 quando il Giappone era governato dallo shogunato Tokugawa. Secondo le cronache dell’epoca, questi uomini erano capaci di coprire il tragitto tra Edo, l’attuale Tokyo, e Kyoto in appena tre giorni, percorrendo circa 500 chilometri.

Oba, oggi sessantunenne, studia da oltre dieci anni antichi documenti, stampe ukiyo-e e manuali di movimento del Giappone feudale. La sua ricerca è partita da un’esigenza personale: dopo alcuni problemi alle ginocchia, ha cercato di capire come gli antichi viaggiatori nipponici riuscissero a sostenere sforzi enormi senza le moderne conoscenze della fisiologia e senza le scarpe ammortizzate di oggi.

Da qui è nata la ricostruzione dell’Edo Hashiri, letteralmente “corsa del periodo Edo”. Osservando i video di Oba si nota subito una differenza sostanziale rispetto alla corsa moderna. Il busto è leggermente inclinato in avanti, i passi sono molto brevi e frequenti, le braccia non oscillano vigorosamente ma restano raccolte vicino al corpo. Soprattutto, braccio e gamba dello stesso lato tendono a muoversi insieme, un principio noto come Namba Hashiri che rappresenta uno degli aspetti più caratteristici di questa tecnica. Secondo le ricostruzioni storiche, questo schema motorio consentiva di limitare le torsioni del tronco e di utilizzare meglio l’inerzia del corpo durante gli spostamenti di lunga durata. Non era una corsa pensata per la velocità, ma per la sopravvivenza e per la resistenza.

Ed è proprio questo aspetto che oggi incuriosisce molti ultramaratoneti e trail runner. In un’epoca in cui si parla continuamente di running economy, riduzione degli impatti e ottimizzazione del gesto atletico, alcuni principi dell’Edo Running Style sembrano anticipare concetti che la biomeccanica moderna sta ancora studiando. Non a caso Oba sostiene che questo metodo permetta di distribuire meglio il carico corporeo e di ridurre lo stress sulle ginocchia. Tuttavia gli esperti invitano alla prudenza: al momento non esistono studi scientifici sufficienti per dimostrare che questa tecnica sia realmente superiore alla corsa tradizionale.

E in un mondo che corre sempre più veloce, l’Edo Running Style invita paradossalmente a rallentare. A ricercare l’efficienza invece della forza, la fluidità invece della potenza, l’armonia invece dell’aggressività. Una lezione che arriva dal passato e che, forse, anche il runner del 2026 può ancora ascoltare.


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