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Ago 16, 2019 3211volte

Il compagno di Marisa Moretti dopo la tragedia racconta la sua versione

Marisa Moretti Marisa Moretti Foto Fabbiani

Pubblichiamo integralmente (eliminando solo i refusi) il contenuto della dichiarazione (con allegati) che Paolo Fabbiani, il compagno nella vita e nella tragica gara di Ligonchio della sfortunata Marisa Moretti, ha inviato al sito Redacon.it indi agli altri organi di stampa, in risposta a quanto dichiarato dal Sindaco e dall’Assessore del comune di Ventasso. Aldilà delle colpe e delle ragioni, delle affermazioni e delle smentite, delle inevitabili perizie e controperizie, il racconto dell'evento è drammatico, a tratti agghiacciante; e anche se questo non ridarà la vita a Marisa, resta la notizia finale della donazione degli organi: una vita si spegne, altre potranno salvarsi.

Volevo chiudermi nel mio dolore, non prendo giornali né frequento social, ma viste le dichiarazioni rese dal sindaco Manari a mezzo stampa, nelle quali sostiene che abbiamo abbandonato il percorso del trail, e dall’assessore Nuccini sui giornali di oggi, il quale dichiara che nel regolamento c’è indicato che l’organizzazione si riserva di modificare il percorso in qualsiasi momento, rispondo con solo due parole: “Sì, certamente lo potete fare, ma al briefing me lo dite e mi fate vedere una cartografia aggiornata”.
Se per voi la mappa è solo indicativa vuole dire che siete degli incompetenti: io 35 anni giro le montagne, sono socio Cai e la prima cosa che ti insegnano ai corsi è quella di avere sempre con sé la cartografia della zona in cui ci si trova e una bussola; oggi abbiamo anche i gps, bastava che fosse possibile scaricare la traccia gps da sito, e nessuno dei percorsi corto medio e lungo si sarebbe perso, come è successo negli altri percorsi.
Per tutto ciò ritengo doveroso esporre la realtà dei fatti pubblicamente. Le dichiarazioni rilasciate sono strumentali per scaricare le responsabilità dell'organizzazione e delle istituzioni, e questo si capisce anche dal fatto che nessuno degli organizzatori mi ha fatto una telefonata di conforto (neanche ai fratelli di Mari) per capire almeno cosa era accaduto; vi dico: continuate a non farlo e non presentatevi davanti a me, perché il vento del perdono per le vostre incompetenze non è in me, forse non mi conoscete: con quello che ho passato nella vita, i miei genitori mi hanno insegnato di non avere paura di niente e di nessuno se si è nel giusto.
Di seguito espongo quanto ciò è accaduto realmente.

Gli allegati di Fabbiani

Venerdì, insieme a Mari e agli amici Sonia, Evelyn e Jimmy, ci siamo iscritti al trail della Centrale di Ligonchio nel percorso breve non competitivo. Precedentemente a casa, dal sito Facebook dell'evento avevo scaricato la cartografia dei percorsi corto, medio e lungo (vedi la prima foto). 

Al briefing gli organizzatori hanno dichiarato che lungo tutto il percorso ogni 100 - 150 mt erano presenti nastri bianchi e rossi con i catarifrangenti e bandierine Hoka con scritta in blu, e se le perdevamo dovevamo tornare indietro.
Siamo partiti insieme agli altri partecipanti di corsa, ma poco dopo, visti i notevoli dislivelli, siamo andati di passo: eravamo gli ultimi, l'obbiettivo era andare a vedere il tramonto sui monti, cosa che io e Mari facevamo spesso sul Ventasso, intorno e sopra la Pietra di Bismantova. Poco dopo aver imboccato il sentiero CAI 641, quando attraversa la strada carrabile che va a Presa Alta, io Mari e Sonia eravamo avanti di qualche centinaio di metri rispetto ad Evelyn e Jimmy. Già all'inizio la segnaletica lasciava alquanto a desiderare, c’erano anche delle indicazioni in giallo con scritto CAMMINATA che indicavano di scendere anziché salire…
Io la zona la conosco molto bene perché tutti gli anni la percorro a cavallo o in bici per andare in Bargetana. La vallata di rio Re invece non la conosco bene perché non è meta dei nostri soliti itinerari.
Conoscendo bene il sentiero 641 abbiamo proseguito fino al rifugio il Piano dove abbiamo fatto le foto, e aspettato Evelyn e Jimmy che ci avevano chiamato perché, essendoci molti incroci e non molte bandierine (una ogni 500/600 mt), si trovavano in difficoltà. Gli ho dato le indicazioni di seguire il sentiero CAI sempre in salita, ci hanno raggiunti e siamo ripartiti di passo dal rifugio il Piano, sempre come prima: io Mari e Sonia davanti, e leggermente indietro Evelyn e Jimmy. Lungo il tragitto ci siamo fermati a mangiare mirtilli e lamponi e poi, al punto di ristoro arrivati alla deviazione dei percorsi corto medio lungo, era presente il personale del soccorso Alpino. 
Eravamo in cima e non eravamo stanchi e così abbiamo chiesto se potevamo proseguire per il percorso medio, ma ci hanno risposto che avrebbero dovuto chiedere l'autorizzazione all'organizzazione perché se succedeva qualcosa ci sarebbero venuti a cercare sul percorso corto, così abbiamo preso il sentiero CAI 641A come indicato sulla cartina del trail corto. 
Le bandierine bianche e rosse le avevamo viste solo all'inizio. Mentre stavamo scendendo verso rio Re all'incrocio con il sentiero 637 era presente solo una bandierina bianca e rossa: quando il 637 arriva sulla strada trattorabile, non era presente nessuna indicazione e dalla cartina l'indicazione era di scendere a valle. Siamo infatti scesi verso valle e poco dopo siamo arrivati al rifugio dove ci siamo ristorati e fatto delle chiacchiere con il gestore.
Abbiamo provato a chiamare Evelyn e Jimmy ma non c'era ricezione sui nostri telefoni, così siamo scesi a valle lungo la strada forestale su cui è anche presente il sentiero 637. A qualche km a valle del rifugio il sentiero 637 lascia la strada forestale e prosegue in un sentiero stretto a destra, a bordo strada era presente il segnale CAI con indicazione Ponte Rimale.
La cartina del trail indicava di seguire il sentiero 637 fino al ponte Rimale, non vi erano le bandierine, ma non c'erano neanche prima, ho controllato il tracciato del mio gps e mi indicava che avevamo percorso 11 km, infatti si vedevano le luci delle prime case di Ligonchio. Così mi sono detto: siamo arrivati! Mari ha ritelefonato ad Evelyn che ha risposto che erano sotto il rifugio Rio Re e così le ha dato le indicazioni che quando trovavano il segnale Cai dovevano abbandonare la strada forestale e prendere il sentiero 637 che andava a valle. Poco dopo aver preso il sentiero abbiamo visto un picchetto a terra bianco e rosso che ci conferma che eravamo sul sentiero 637. Il sentiero era stretto e in discesa ma a valle erano presenti degli alberi. Mentre scendo vedo che su un albero a bordo sentiero una persona aveva fatto la pipi; a Sonia e Mari dico: sono passati anche gli altri.

Ad un certo un certo punto siamo arrivati in un tratto dove a valle non era presente nessuna vegetazione fino in fondo al fiume. Io ero davanti, poi c'era Sonia, e Mari ultima. Stavamo andando piano. Ad un certo punto sento un rumore dietro, come sassi che rotolano, mi giro e vedo la mia compagna che rotola a valle ed in un attimo sparisce, e poco dopo il rumore del tonfo sul letto del fiume. Mi sono precipitato giù lungo la scarpata e a Sonia ho urlato di chiamare i soccorsi. Il terreno aveva una fortissima pendenza e per scendere mi sono aggrappato ai ciuffi d’erba. Sono arrivato su precipizio e ho visto Mari sul greto del fiume. Era notte, ma con la frontale ho cercato un passaggio per scendere anche se era esposto e pericoloso, ma non avevo la percezione del pericolo…
Aggrappandomi a tutto quello che c'era sono arrivato sul greto del fiume e ho raggiunto Mari che era priva di sensi e perdeva sangue dietro la testa. Il battito c’era, ma respirava male perché aveva la testa riversa a penzoloni tra due sassi. Così mi sono tolto lo zaino e con delicatezza gliel'ho messo sotto la testa, facendole da ponte e per evitare il soffocamento in caso di vomito.

Prendo il telefono, c'è segnale: chiamo il 118 alle 21.29, chiedo intervento urgente in codice rosso con elisoccorso per ragazza priva di conoscenza dentro un fosso in montano sotto Rio Re, fornisco le coordinate geografiche WGS 84 che ricavo dal mio GPS; non avevo più contatto con Sonia perché ero troppo in basso, chiamo il 118 varie volte ma mi dicono che non è così semplice trovare un elicottero abilitato per il volo notturno e il recupero in montagna.
Il primo soccorritore arriva dopo 1 h 45 e ci mettono 20 minuti per scendere in sicurezza con le corde,; non possono intervenire su Mari, preparano la lettiga per il trasbordo in elicottero, preparano l'area e tengono i contatti per l'elisoccorso. Da quando avevo raggiunto Mari riempivo la borraccia morbida nel fiume e gliela mettevo nella testa dove c'era l'ematoma e la chiamavo per vedere se reagiva, avevo perso la percezione del tempo, mi sembrava un'eternità; arriva un primo medico ma era troppo anziano anche solo per scendere dal sentiero, sentivo le radio dei soccorritori tutti impegnati per l'emergenza in atto. Arriva l'elicottero, ma si ferma al campo sportivo: non è abilitato a operazioni in quella zona, ne chiamano un'altro dell'Aeronautica Militare ma ci vorrà del tempo, nel frattempo con le corde fisse calano la dott.ssa Paola Magnani (una persona SPLENDIDA), arrivano anche le sue infermiere, e anche a loro devo un particolare ringraziamento, iniziano subito le operazioni per stabilizzarla; per quello che ho potuto ho dato una mano, poi iniziano delle manovre più invasive e incomincio a stare male.
Comincio a 'sfarfallare', la dottoressa lo capisce e mi fa allontanare con la scusa che di lì a poco sarebbe arrivato l'elisoccorso; chiedo di poter salire a bordo ma non è possibile e una persona del soccorso alpino mi accompagna al sentiero risalendo dalle corde fisse. Arrivati all'auto forestale ci sono i miei compagni che mi stavano aspettando, appena salito una persona del soccorso mi dice che avevo sbagliato strada; ed io gli ho risposto "sono proprio un imbecille". Non stavo bene, avevo bisogno di imminenti cure, sono diabetico ed ero in iperglicemia oltre i 500, il mio sensore non riusciva più a rilevare il valore del glucosio. Mi accompagnano alla macchina e mi inietto l’insulina: quando faccio sport non ho mai avuto bisogno dell’insulina, ma degli zuccheri, però in questa situazione tutto è cambiato, arrivano da Castelnovo i miei amici Stefano Galeazzi e Roberto Giovanelli, che unitamente a Sonia Evelyn e Gimmy non mi hanno mai lasciato solo, andiamo al campo sportivo dove è presente l'elicottero del 118. Chiedo dove l'avrebbero portata e, di nuovo, se potevo salire; mi rispondono che la decisione della destinazione era di competenza del medico e comunque io non potevo salire. 

Credo fossero le 2.30, ero distrutto al campo sportivo, era presente Rosanna Bacci che mi ha invitato ad andare a casa sua e di Paola a recuperare un po' le forze; i miei amici mi convincono e così andiamo, l'elicottero dell'Aeronautica non si vedeva arrivare. Decido di andare a Castelnovo e Roberto mi accompagna, gli altri amici rimangono al capo sportivo per tenermi aggiornato quando l'elicottero fosse partito e dove avrebbero portata Mari; intano gli amici Gianni Zannoni e Nicolo Provettini, che avevano corso il percorso medio dei 19 km (anche su questo percorso medio si sono persi, perché il percorso non era segnalato bene) si sono adoperati fino allo stremo delle loro forze per portare le bombole dell'ossigeno e mantenere in vita Mari.

Mentre scendevamo verso Castelnovo abbiamo incrociato l'elicottero militare, con mille difficoltà Mari è stata recuperata e trasportata al Maggiore di Parma: Io, arrivato a Castelnovo, sono andato a casa di Renzo dove era presente anche Giuseppe (i fratelli di Mari), gli ho riferito che avevo sbagliato il sentiero e raccontato la dinamica dell’incidente; sono stati di grande conforto perché mi hanno subito detto di non sentirmi in colpa, ma io me la sentivo tutta, io e i fratelli di Marisa, Renzo e Giuseppe, ci siamo diretti a Parma, arrivati in rianimazione ci hanno detto già da subito che il trauma che aveva non dava speranze di recupero: era solo una questione di tempo. Alla mattina rientriamo a Castelnovo, verso le 13 ci richiamano a Parma e ci dicono che Mari ha smesso di respirare autonomamente e l'elettroencefalogramma è piatto, per cui alle 13.23 è stata dichiarato il decesso. Ci chiedono se siamo disponibili a donare gli organi, accettiamo, almeno che per tutti noi che stiamo soffrendo e per tutti coloro che si sono adoperati per salvarla, rischiando anche a loro volta la vita, tutta questa tragedia abbia almeno un lato positivo che salverà altre persone.

Domenica mattina i miei amici mi dicono che il sindaco Manari emette già la sua condanna informando gli organi di stampa che era colpa nostra perché avevamo imboccato un sentiero sbagliato. Ristampo la cartografia ufficiale del trail, ricontrollo ma sono convinto di aver seguito il tracciato indicato in cartografia, alle 9.30 circa ricevo la telefonata del maresciallo dei Carabinieri di Ligonchio che insieme a Sonia ci convoca in caserma.
Nell'interrogatorio mi chiede perché abbiamo imboccato un sentiero chiuso non più utilizzato: gli rispondo che il sentiero è aperto e segnalato, e la cartografia del trail indicava di seguire il sentiero 637 fino al ponte Rio Rimale; il maresciallo mi dice che dovevamo continuare la strada forestale e prendere una variante, gli faccio notare che nella mappa non è presente tale indicazione e che all'incrocio non c’era nessuna indicazione di proseguire per la strada forestale, né c’era nessuna inibizione a prendere il sentiero 637. L’interrogatorio dura parecchie ore. 
Alla luce di tutto ciò, nel pomeriggio sono tornato del luogo dell’incidente e sono andato rilevare il tracciato che il maresciallo mi aveva indicato, l’ho rilevato con il gps, allego la cartografia, ma posso asserire con certezza che io ho seguito fedelmente il percorso indicato nella mappa del trail.
La Magistratura farà il suo corso e accerterà la verità.

Castelnovo ne’ Monti, 13/08/2019

Paolo Fabbiani

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