Direttore: Fabio Marri

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Fabio Marri

Fabio Marri

Probabilmente uno dei podisti più anziani d'Italia, avendo partecipato alle prime corse su strada nel 1972 (a ventun anni). Dal 1990 ha scoperto le maratone, ultimandone circa 280; dal 1999 le ultramaratone e i trail; dal 2006 gli Ultratrail. Pur col massimo rispetto per (quasi) tutte le maratone e ultra del Bel Paese, e pur tenendo conto dell'inclinazione italica per New York (dove è stato cinque volte), continua a pensare che il meglio delle maratone al mondo stia tra Svizzera (Davos e Interlaken; Biel/Bienne quanto alle 100 km) e Germania (Berlino, Amburgo). Nella vita pubblica insegna italiano all'università, nella vita privata ha moglie, due figli e tre nipoti (cifra che potrebbe ancora crescere). Ha scritto una decina di libri (generalmente noiosi) e qualche centinaio di saggi scientifici; tesserato per l'Ordine giornalisti dal 1980. Nel 1999 fondò Podisti.net con due amici podisti (presto divenuti tre); dopo un decennio da 'migrante' è tornato a vedere come i suoi tre amici, rimasti imperterriti sulla tolda, hanno saputo ingrandire una creatura che è più loro, quanto a meriti, che sua. 

È stata una bella idea l’assegnazione dei campionati italiani master sui 10 km a Paratico, sulla sponda meridionale del lago d’Iseo: non solo per le doti della società organizzatrice, tra le più forti non solo della Lombardia, ma di tutta Italia, come mostrano i titoli nazionali documentati dalla lussuosa brochure di 72 pagine preparata per l’evento (cui si aggiunge l’ennesima vittoria individuale del dottor Menegardi nella vigilia a Imola), ma per la bellezza della zona, giustamente decantata nella presentazione dalle massime autorità federali (da Stefano Mei a Gianni Mauri) e civili.

Per un campionato nazionale, con partecipazione prevista a quattro cifre (come mi aveva anticipato qualche settimana fa Christian Mainini, responsabile Fidal dell’evento) sarebbe stato certamente più comodo quell’allestimento in vitro, e lasciatemi pur dire squallidino, che va di moda adesso, nelle piste degli aeroporti o degli autodromi o dei quartieri industriali delle città, deserti la domenica (così da ‘corrispondere’ alla più insulsa delle prescrizioni anti-Covid, il divieto di spettatori lungo le strade).

Invece Paratico (cittadina che guarda dall’alto quasi tutto il lago, teatro di una vecchia e affascinante maratona in cui casualmente scarpinai col gruppo dei parlamentari maratoneti) ha scelto, per questa edizione speciale del Grand Prix del Sebino, le sue stradine tortuose e in parte strettine del centro storico, con un dislivello complessivo attorno ai 30 metri per ognuno dei tre giri, esattissimamente misurati: opzione in cui si specchia il presidente Ezio Tengattini, atleta vero più volte ritratto in corsa da Roberto Mandelli per queste pagine.
Per ridurre l’assembramento, siamo stati divisi in quattro batterie di circa 400 partecipanti l’una, dalle 9 alle 12,30: e la categoria dei vecchiardi in cui mi trovo fatalmente intruppato ha scontato la levataccia (per l’anticipo della partenza dalle 10,15 alle 9.00, anzi 8,59) con la soddisfazione estetica di correre insieme alle donne e addirittura con l’azzurrabile olimpica Sara Dossena (che personalmente è riuscita a doppiarmi, completando il suo terzo giro proprio mentre stavo concludendo il secondo: ci sta, visto che ho quasi il doppio dei suoi anni…).  A differenza di tanti altri sport, il podismo ha di bello anche che tu puoi gareggiare gomito a gomito coi mostri sacri.

La partenza della gara Femminile e Over70 Maschile

In effetti venivamo da tutta Italia, sebbene ovviamente i residenti nel Centro-Sud (anche da Puglia, Calabria ecc.) fossero in numero minore rispetto ai settentrionali, peraltro da tutte le longitudini comprese quelle friulane: tra i lombardi, faccio la conoscenza (mediata da Mandelli, che con lui corse la London Marathon nel giorno in cui Juliano perpetrò il famoso fallo su Ronaldo...) con Edilio Minetti, presidente dell’Athletic Club Villasanta, che malgrado i suoi tre anni in più mi rifilerà (come previsto) quasi 5 minuti. Parecchi gli emiliani, con tutte le società più rappresentative a cominciare dai plurititolati del Casone Noceto, del Minerva, Gabbi, Castel San Pietro, della Corradini e così via: e ai bordi, c’è un triplete reggiano non male, col citato Mainini a sovrintendere, Roberto Brighenti a intrattenerci al microfono (la sua nuova metafora, prima del via, è “allacciatevi le cinture!”), Morselli a fotografare col suo cannone e prendere appunti per le cronache che usciranno quasi in tempo reale.

Già un’ora avanti il primo sparo, si fatica a parcheggiare l’auto a meno di 500 metri dal ritrovo (mi sarebbe parso utile segnalare la zona del vecchio campo sportivo sotto la chiesa, che invece sfruttiamo in pochissimi).

Ampio e confortevole il parco dove si svolgono le formalità di ritiro dei pettorali e gli altri riti usuali (salvo che manca un deposito borse), ben disciplinato l’accesso al box di partenza. Siccome comanda la Fidal, qui si va col gun time, sebbene, causa la larghezza stradale di 6/7 metri max, gli ultimi di ogni griglia impieghino una quindicina di secondi a passare sotto lo striscione. Dopo un breve lancio quasi in piano, comincia la prima salita verso la parrocchiale, punto più alto del tracciato a circa 220 metri (sui circa 207 della partenza), dopo di che si svolta a sinistra per una stradetta divisa in due dato che dopo 250 metri impone un giro di boa a 180 gradi. Da qui, breve salita e poi prevalenza di discesa, fin che (direbbe Dante, qui evocato in numerosi murales) “noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto”, perché raggiunto il punto più basso a circa 190 metri, dopo 2700 percorsi, abbiamo quello che Brighenti chiama “mangia e bevi”, ma noi che lo percorriamo tre volte definiremmo piuttosto “muretto”: in 300 metri lineari si sale grosso modo di 26 verticali, niente di drammatico sebbene qualche collega di ambo i sessi li faccia di passo.

Ma è il bello di questa gara, e lascia pure che il cardiof segni 178, tanto si deve morire tutti (e comunque non si muore per così poco). Due curve, ed ecco il tappetino che segna la fine di ogni giro, mentre Brighenti continua a snocciolare, senza bisogno di appunti, dati biografici per ciascuno di noi.

Molto bella e ricca la medaglia, consegnata all’arrivo con il sacchetto dei ristori più immediati; non vedo rubinetti o fontanelle, e siccome docce e spogliatoi erano programmaticamente esclusi, ognuno degli arrivati si arrangia come può, o all’aperto o sull’auto propria. Per fortuna, la temperatura è ideale, e anzi la brezza ci asciuga da sé il sudore.


Le classifiche, categoria per categoria, appaiono online poco dopo, presto accompagnate anche dai punteggi validi per la classifica di società (che però non vedo pubblicata sul sito Fidal: serve per le nostre rivalità stracittadine…). Come avete già visto, i risultati sono di eccellenza: lasciando stare la Dossena, al momento su un altro pianeta coi suoi 3:30/km

http://podisti.net/index.php/in-evidenza/item/7237-35-33-per-sara-dossena-a-paratico-bs.html

il livello complessivo è significativamente mostrato dal fatto che, correndo ai 4’/km, negli M 40 (dove il primo ha filato ai 3:06) non ci si piazza nei primi cento; e il vincitore M 70 ha corso sui 4:07”!

http://podisti.net/index.php/in-evidenza/item/7239-paratico-bs-campionati-italiani-master-uomini.html

In somma, una bella esperienza, un bel ritorno all’agonismo: ha scritto Mei che “le strade devono tornare ‘nostre’; di chi le ama; di chi nella fatica trova gioia e soddisfazione”. Per chiudere col Presidente: è stata “una giornata di festa e di rinascita”. Non fosse per la notizia luttuosa che ci raggiunge dal vicino Mottarone: ripenso a quando ci salivamo per la strada del lago d’Orta che in cima scollina appunto per Stresa, con un passaggio di noi maratoneti proprio nel parco d’arrivo della tragica funivia.

Ci si chiede perché cose del genere debbano succedere nel primo Paese turistico del mondo. Piangendo, rifugiamoci ancora in Dante, che angosciato chiede al sommo Giove se, in tanta indicibile disgrazia, dobbiamo aspettarci “alcun bene in tutto dell’accorger nostro scisso”.

15 maggio - Questo fine settimana sarà ricordato come il primo di una grande ripresa del nostro sport, che ci auguriamo possa godere di una “progressione esponenziale”: terminologia purtroppo sentita, fino a poco fa, solo per notizie luttuose, e invece questa sembra che sia la volta buona per far tacere i cornacchioni iettatori dello “state a casa” e permettere di ritrovarci gradualmente, con le precauzioni dettate dalla ragionevolezza e dalla scienza, non dal terrorismo antisportivo, invidioso e squalificato dei pantofolai divanisti.
Un sabato e domenica dove (a parte il successo mediatico e tecnico, un po’ in vitro anzi “in bolla”, della maratona di Milano) i trailer si sono sparsi per mezza Italia, in competizioni storiche o comunque affermate come quelle di Cantalupo, Arco, Tarsogno ecc., e in gran numero anche al meraviglioso e non proibitivo Chianti Ultra Trail, su una distanza massima di 73 km con 2700 metri di dislivello, e tre altre lunghezze di 42 (+1400), 20 (+800) e 15 (+570).
I classificati in questi quattro percorsi superano gli 800, cui va aggiunto un numero non definito di quanti, iscritti già dal 2020 alle gare non competitive, si sono trovati la loro corsa cancellata (dato che l’omologazione Uisp e Coni prevedeva solo gare agonistiche), ma non hanno saputo rinunciare alla gioia di mettersi ugualmente le scarpette calpestando le meravigliose strade bianche e gli stupendi sentieri tra vigneti, uliveti e filari di cipressi che caratterizzano questo angolo d’Italia tra i più amichevoli che ci siano: non a caso, scelto per altri percorsi in natura come l’Eroica di Gaiole e il trail di Castelnuovo della Berardenga (territori adiacenti al nostro e nei quali il giro di oggi ha sconfinato).

Dire che Radda (di cui fu podestà anche Francesco Ferrucci, l’eroe ricordato dall’inno di Mameli) sia un borgo tra i più belli d’Italia è vero in assoluto, ma fa torto ai tanti altri borghi del Chianti e della Toscana tutta, dove la dolcezza del paesaggio si sposa a un diffuso rispetto per l’ambiente, alla tutela dei valori agricoli e di quanto ne deriva, in un’armonia da perenne Rinascimento che ti soddisfa i cinque sensi. Chi volesse seguire le orme di Sting, di Mike Jagger, di Richard Gere, Harrison Ford, Madonna, George Clooney e altri che si sono fatti la casa da queste parti, sappia che nel centro di Radda, vicinissimo al palazzo “Flatiron”, è in vendita una torre antica con appartamento adiacente… ma pure altre abitazioni alla portata di podista.
Ma veniamo a noi. Riuscire a correre il CUT non è semplicissimo: l’annullamento dell’edizione 2020, una prima data posta al 20 marzo 2021 che si era dovuta pure cancellare, col rinvio alla data di riserva del 15 maggio di tutte le iscrizioni già perfezionate, aveva fatto apparire le scritte “Sold out” e “Waiting list” da parecchie settimane: per fortuna mi hanno ripescato un mese fa, e sono riuscito a tornare da queste parti, sicuro che qui non ci si sbaglia mai. Da un collega podista apprendo che gli avevano fissato la vaccinazione l’altro ieri, ma lui ha preferito rinviarla piuttosto che perdere quest’occasione! E come lui, tanti altri sono scesi qui, da Rimini, perfino da San Martino in Rio (conoscenti di Morselli!), da Trieste, da Concorezzo, anche solo per non rinunciare ai personali 15 o 20 km in natura.

Mancano ancora quei favolosi pasta-party per cui i toscani sono i primi al mondo: ma torneranno, e nel frattempo le nostre tagliatelle al cinghiale, il riso al Chianti, le grigliate miste ce le gustiamo a piccoli gruppi, magari sotto le volte dei camminamenti medievali, mettendoci qualcosa indosso perché a 500-600 metri l’arietta di primavera si fa sentire.

Il consueto rispetto delle norme sanitarie (che col podismo ha dato risultati eccellenti: non credo di essere semplicemente baciato dalla fortuna se da settembre a oggi ho corso, dal Piemonte al Friuli, dall’Abruzzo all’Umbria alla Toscana, quattro maratone, tre ultratrail, una ultramaratona, un giro a tappe, due maratonine e varie distanze minori, senza mai beccarmi un raffreddore) qui prescrive il ritiro dei pettorali ad orario prefissato (per fortuna, con tolleranze se non c’è affollamento: così la nostra amica Natalina, letteralmente fermata per strada dai tanti che la conoscono, riesce a ritagliarsi un orario tutto suo).
Poi ci sono le partenze scaglionate: dalle 6 in poi, un’ora per ogni tipo di gara, e al suo interno distanziamento di 5 minuti, e comunque partenze anche individuali, a cronometro, entro il proprio spazio, con mascherina nei primi 500 metri. Ancora una volta, San Chip, alla faccia del bacucco gun time, e di quei giudici-arbitri di cui, finita la nostra fatica, sperimenteremo a sera uno splendido esemplare vedendo in tv quel certo derby d’Italia... Nel podismo si sa che chi arriva davanti è più forte, almeno quel giorno, di chi gli arriva dietro, e nessuna diarchia di ducetti impuniti riuscirebbe a rovesciare i valori sanciti dal campo. La mia vecchiaia mi porta in mente quanto scrisse Gianni Brera di Keith Aston, arbitro inglese della mattanza di Cile-Italia 1962: il suo comportamento esclude che fosse venduto, perché gli arbitri venduti la fanno più da furbi.

Ma non intristiamoci: per chi punta a godersi la giornata (di splendido sole, ancora una volta alla faccia dei meteo-astrologi: ne profitto per indossare la maglietta bianca leggera ricevuta al Monte Maggiore Ultratrail, Toscana, 1.3.2020, prima domenica del disastro), i km scorrono più lieti se consumati in compagnia di amici di vecchia data o conosciuti in questa occasione: fino al primo ristoro nel centro di Vagliagli ci sveleremo tutte le reciproche conoscenze con una Michela valdostana (anzi, da Villair di Quart, vicino agli Ottoz e alla Bertone); poi sarà il turno di un trio che, quando lo raggiungo, sta commentando ammirato la stupenda foto di Roberto Mandelli che ritrae un Calcaterra ‘ecologista’ al Parco Nord di Milano. Uno dei tre è quell’Alessio già compagno di fanghi nella Ronda Ghibellina a gennaio, e mi trasmette i saluti per la Natalina che sta correndo intrepida i 73 km.

Dopo una ventina di km viene il secondo ristoro, preannunciato da bottiglie di Chianti (purtroppo chiuse) a Poggio San Polo, sul lembo di una meravigliosa vallata a vigneti: e qui c’è l’enfant du pays Morellino, la cui allegria e le simpatiche considerazioni anti-Suine non hanno freni e vengono trasmesse in diretta whatsapp a Mandelli.

Il disegno del percorso ricorda un lupo in piedi sulle zampe posteriori: fatto il periplo del corpo (Vagliagli era la zampa posteriore sinistra) giungiamo al collo del km 25, nei pressi di Radda e della mirabile chiesetta antica di San Giusto in Salcio. Da qui si affronta la testa del lupo partendo dal sottogola, con le ultime quattro salite in 17 km (contro le tre della prima parte, sempre su e giù fra i 300 e i 530 metri). Attraversamento dell’altro meraviglioso borgo di Vertine (zona-Eroica), prezioso punto-acqua (un rubinettino pubblico) col sole che per noi tardoni picchia in verticale, ora in compagnia di una quasi compaesana e forse mezza parente, Alessandra da Carpi che, olim iscritta ai 20 non competitivi, mentre il marito sta correndo i 73 non è rimasta in albergo e i 20 li fa comunque.
Insieme si arriva al temuto cancello della stupenda villa di Vistarenni al km 36,5; e sebbene un fotografo faccia lo spiritoso dicendoci che mancano 10 minuti al tempo massimo, il tappetino-chip sentenzia che abbiamo due ore e c’è tutto il tempo di sedersi nel parco a consumare in calma il ristoro (come negli altri, acqua gassata e cola in bottiglie sigillate, formaggio, frutta e cibarie in buste chiuse).
E via per l’ultima galoppata (vabbè, a passi tardi e lenti come Petrarca), separandoci dai 73 che invece vanno su per “il Muro”: a noi tocca una dolce discesina, poi le due salite rimanenti, di nuovo in compagnia con gli eroi del lunghissimo: l’ultima, traversando una stupenda tenuta vinicola e infine la casa del Chianti, in un affascinante ex convento sistemato dai vari Ricasoli e Ginori, è la più dura, 100 metri terrosi da rimontare in 2 km. Ma Radda è lì, la voce dello speaker Fabio Fiaschi, presidente toscano e artefice di tante belle gare, ci conforta ed esalta.
Originale e bella la medaglia, e ci possiamo permettere di addentare persino i panini al prosciutto del ristoro finale. È finita… purtroppo, per noi delle distanze minori: mentre quelli dei 73 arriveranno fino alle 20, col cielo che dolcemente si oscura in un sabato chiantigiano da favola.

I chip di Endu fanno rapidamente il loro dovere, e le classifiche sono immediate.
Per i due percorsi maggiori si veda il report istantaneo che Mandelli ha ottenuto dalle due ragazze sue conterranee. http://podisti.net/index.php/cronache/item/7216-una-bottiglia-di-chianti-per-rifarsi-delle-tante-salite.html#!09.05.2021_Radda_in_Chianti_Ultra_Trail_0001_

Sui 15 km +570 m (113 arrivati) vincono Luca Rosi in 1.06:40 e Martina Brustolon in 1.13:24; sui 20 km + 800 m (189 classificati) Michele Meridio in 1.24:12 e Giulia Zaltron 1.48:43.

Ma abbiamo vinto tutti, fino ad Angiolino Zanardi, veronese, che in 13h55 chiude la giornata.

Che molti di noi proseguono riservando l’indomani a escursioni turistiche: personalmente mi dedico a varie abbazie, da quella vicina di Coltibuono a quella, già oltre i limiti della provincia, di Vallombrosa, ricca di fascino e di cultura, nonché teatro di una storica corsa “del trenino”. In Toscana, c’è sempre qualcosa di bello da vedere, da fare, da correre.

9 maggio – Programmata per il 29 marzo 2020, e rinviata per le note ragioni, questa maratonina ha trovato la forza di ripartire dopo 400 giorni (come è stampato sulla maglietta e si desume anche dalla caratteristica medaglia in legno, nella foto 24 del servizio assemblato come sempre dal brianzolo Roberto Mandelli). Ed ha avuto un successo che per l’ennesima volta testimonia la voglia di sport che non ci ha mai abbandonato, e sarebbe pure un’ottima medicina per il nostro Paese malato (non solo di Covid).
Quasi 700 iscritti (quaranta in più dell’ultima edizione 2019), 619 arrivati per una gara competitiva nelle campagne attorno a un paese di nemmeno 12mila abitanti sono cifre stupefacenti: partecipanti non solo lombardi, ma veneti, trentini, emiliano-romagnoli (in partenza mi è capitato di conversare persino con un concorrente di origini argentine, ex lanciatore di peso, che ora produce vino sulle colline modenesi). 
Dalla Romagna vengono i primi due della classifica assoluta, entrambi freschi trentenni: Giacomo Pensalfini (Edera Forlì, la società del leggendario Sergio Tampieri fondatore del Club Supermarathon Italia), vincitore in 1h10:48, e Ismail El Haissoufi (Atl. Rimini nord - Santarcangelo), giunto a 47”, appena 2 secondi (che nel real time si riducono ad uno soltanto) davanti al trentottenne bresciano Fabio Gala. 
Tripletta in campo femminile, invece, per la vicina Atletica Paratico, che si appresta a ospitare il campionato italiano dei 10 km e qui ha riempito il podio con Eva Grisoni (1:23:07), Loretta Bettin (a un minuto) e Simona Angelini a tre minuti. Da Paratico viene anche l’ultimo maschio classificato, Gregorio Spanu, classe 1943, unico della categoria F 75, che ha concluso in 2:54, pressoché a spalla con le due ultime signore, entrambe del ’59 (nella foto 7 vedete l’ultimissima).
Va precisato che la classifica mette insieme, dopo il paziente assemblaggio dei cronometristi Fidal (che vedete in azione sul traguardo nella foto 9), gli esiti ‘sparpagliati’ delle tre distinte partenze nell’arco di 10 minuti, a gruppi di 250, con mantenimento delle distanze e mascherine per i primi 500 metri: giocoforza, a stabilire i tempi individuali ha provveduto il chip, ma la graduatoria ufficiale è data dal ‘gun time’ (beninteso, ognuno secondo l’ora dello sparo del suo gruppo), senza tener conto dei ritardi causati dal distanziamento; capita così di vedere delle inversioni tra classifica e tempo effettivo individuale: per esempio, l’11° ha impiegato meno tempo del 10°, il 15° meno del 14°, e così via. Il mio debole parere (per dirla con Renzo Tramaglino) sarebbe che, specialmente in tempi di corse quasi a cronometro come gli attuali, sarebbe opportuno basarsi solo sul real-time; ma è una discussione che va avanti da anni, e vede l’Italia come roccaforte del gun-time che quasi tutto il mondo ha abbandonato nelle corse di massa.
Torniamo dunque al fascino di questa maratonina (purtroppo, ma necessariamente, privata del contorno della tradizionale Family Run): di fronte a un costo primo di iscrizione di 18 euro (aggiungendo ovviamente la convalida degli iscritti 2020), portato a 25 nelle ultime settimane, si riceveva una maglietta e un doppio pacco gara di natura alimentare (foto 25), cui andava aggiunto il centinaio abbondante di premi, sia assoluti sia per le categorie Fidal (dai tre ai cinque premi per ciascuna).
Parcheggi gratuiti molto comodi, nei pressi dello slargo in cui era sistemato un buon numero di toilette mobili, permettevano di accedere alla bella piazza centrale, estremo avamposto del Leone di San Marco a fronteggiare, in età rinascimentale, i milanesi attestati appena di là dell’Oglio, a Soncino (non lontano da qui è Maclodio, teatro della sanguinosa battaglia fratricida immortalata dal “Conte di Carmagnola” manzoniano). 
Le norme vigenti impediscono spogliatoi e docce, ci si accontenta delle sedie nei tanti déhors della zona; c’è comunque un deposito borse custodito, proprio di fianco alla partenza-arrivo.Il giro è disegnato come le ali di una farfalla: primi 9 km in direzione sud-ovest, verso l’Oglio e i secolari ‘nemici’ viscontei, su stradicciole deserte e in parte dedicate al cicloturismo. Ogni tanto, dalla campagna gradevolmente assolata, emerge una cascina o un “fenile” dal nome curioso (Rubagotti, Morstabilini…), o un’antica abbazia medievale, addirittura un piccolo duomo con tanto di cupola.
Verso il decimo km, finita di disegnare la prima “ala”, si rientra a Orzinuovi, ripartendone questa volta in direzione est, per 3-4 km lungo uno stradone con qualche auto che cautelosamente ci sorpassa, poi di nuovo a sud, per una “via dell’Abbazia” che ci porta al km 15 di Coniolo. Da qui si affronta l’ultima diagonale, verso nord-ovest che di nuovo ci conduce nel capoluogo, tagliando il traguardo in senso opposto rispetto alla partenza. Ristori puntuali ogni 5 km (acqua fresca e soffici dolcetti sbrisoloni), incroci ottimamente sorvegliati lungo un percorso che a un emiliano come Angelo Giaroli (foto 17) ricorda le estinte maratonine reggiane attorno a Correggio o Novellara o Reggiolo. 
Sul tutto vigila in persona il neo sindaco del comune e neo-senatore Gian Pietro Maffoni, eletto nelle file del partito che orgogliosamente rivendica di sedere sui banchi del torto perché quelli della ragione sono troppo (e malamente) occupati; su altro fronte, è comunque erede di quella classe politica orceana che annovera persone venerate come Fermo “Mino” Martinazzoli, ministro della Giustizia e ultimo segretario di un glorioso partito ridotto a Titanic dagli iceberg di una certa magistratura politicamente corretta. 
Nostalgie e distinzioni a parte, il sindaco attuale onora le sue convinzioni politiche dando pieno avallo a una manifestazione che (oltre tutto) riempie gli spazi all’aperto dei bar e ristoranti della cittadina.
Dopo la premiazione, resa effervescente dagli speaker di Radio DJ (secondo i quali, Orzinuovi è il posto più citato ogni giorno dalla loro emittente), pranzo a pochi passi dalla piazza centrale, annaffiando gli squisiti piatti locali con una birra ai sei cereali di produzione indigena; e resta un po' di voglia per concludere la giornata visitando i dintorni, Villachiara, Borgo San Giacomo (ma era più bello l’antico nome di “Gabiano”), Quinzano. 
Senza la gara di Orzinuovi , non sarei mai venuto da queste  parti: come si voleva dimostrare, la “ripartenza” dell’Italia poggia anche sul nostro sport.

 

Servizio di Franco Bragagna su Rai Sport (dal sito dell'organizzazione)

https://www.facebook.com/BossoniHalfMarathon2018/videos/283226403498287/

 

Prignano (MO), 2-9 maggio – Questo non è il racconto di una corsa, ma semmai la segnalazione di un evento che rientra in quella serie di ‘compromessi’ obbligati, tra il podismo amatoriale anteriore al marzo 2020 e lo zero assoluto che la cosiddetta dittatura sanitaria ci ha imposto: con l’eccezione delle gare cosiddette ‘nazionali’, le uniche autorizzate a disputarsi, ma solo in forma competitiva.
E gli altri, le migliaia di podisti o semplici camminatori che fino a 15 mesi fa affollavano le strade e i sentieri, cosa possono fare?

Sul primo Appennino modenese a monte di Sassuolo, nella valle del Secchia (fiume che, nato maschio in territorio reggiano, quando entra nel modenese diventa femmina), almeno da maggio si è cercata qualche soluzione: prima con le camminate non competitive di Monchio, a partenze scaglionate in gruppi di una ventina di unità; poi, a Prignano e dintorni (il comune, classificato “sulla Secchia” sebbene a rigore il torrente che lo bagna si chiami Rossenna, non arriva a 4000 residenti, e il capoluogo sta a 550 metri di altezza, raggiungibile con una scomodissima stradetta da Sassuolo), per iniziativa della Proloco e, in prima persona, di Ercole Grandi (già organizzatore di gare anche competitive nei dintorni), si è istituito un “anello di Prignano” il cui vertice alto sta nella “Big Bench”, una monumentale panchina su un cocuzzolo che domina la zona, dalla fumosa pianura ceramica alle nevi del Cusna e del Cimone.
Nella sua versione più corta, adatta anche ai bambini e ai biker, l’anello misura circa 5 km; ma, dopo varie “prove”, nella settimana dal 2 al 9 maggio è stato sistemato e ‘fettucciato’ un percorso di 9 km (al netto di eventuali errori di percorso o involontarie scorciatoie) con un dislivello che il mio Gps dichiara di 300 metri. E attraverso i canali social sono partiti gli inviti a presentarsi liberamente, dalle 8 in poi (domenica prossima, fino alle 17 con orario continuato), e dietro offerta libera prendere il via, individualmente o in compagnia non troppo numerosa, ricevendo alla fine un ristoro (pizzette, succhi di frutta, acqua).

E ci siamo così presentati, alla spicciolata, ritrovando amiche e amici che non vedevamo da mesi o anche da un anno abbondante: a me è capitato per caso Italo con la sua famiglia allargata (nella foto 15 con l’organizzatore Grandi, e parzialmente issata sulla panca nella 35), e da lui ho avuto una buona metà delle foto che qui alleghiamo, dopo la risistemazione fatta dal collega (di Italo) Roberto Mandelli che si è sbizzarrito anche nel ricavare la foto-copertina.
Il giro si svolge in senso antiorario, con una prima piacevole discesa fino a 395 metri, dopo circa 2,5 km, per cominciare lì il tratto meno piacevole, tutto al sole e su screpolate tracce argillose, fino a raggiungere i 600 mt della strada provinciale, attraversata la quale comincia la dolce e piacevole salita ai 706 mt del monte Pedrazzo (foto 23-25) dove è sistemata la monumentale panca (restaurata da poco - come si vede nelle foto dalla 4 alla 12 ricavate da un video della Proloco - dopo atti di vandalismo che ovviamente resteranno impuniti e a spese del contribuente).
Luogo molto panoramico e frequentato, con possibilità anche di scrivere le proprie impressioni sul libro di vetta. Da lì, sono poco più di 2 km per tornare al punto di partenza (foto 32, con passaggio per strade che ricordano illustri modenesi come nella 21).
In attesa che riprendano le corse non competitive di una volta (se mai riprenderanno), è un’iniziativa da elogiare e un’occasione da sfruttare, fino a domenica prossima o – a Dio piacendo – in permanenza.

Il 12 settembre scorso, quando nella stessa località si svolse la prima gara competitiva di tutta la regione dopo sei mesi e mezzo di buio, mi auguravo che “il coraggio di ripartire” mostrato da questo comune giovane e a misura di gioventù, ma anche accogliente per noi vecchi podisti, fosse seguito da altri in regione.
Così non è stato, quantomeno in provincia di Bologna: e allora è toccato di nuovo a Zola, al suo associazionismo sportivo, al sindaco Davide Dall’Omo, quarantacinquenne con un grande passato nella pratica e nella gestione dello sport (e che a Natale ha passato il Covid senza farsene fiaccare), e alla famiglia Montecalvo al completo (Nicola è nella foto 432), di riprendere in mano le sane abitudini di un trail apprezzato fin dal 2013, e rilanciarlo in una data come questo sabato 1° maggio.
A settembre, vista la lunga disabitudine all’agonismo, si era offerto un trail “light”, ridotto, rispetto al glorioso passato, a 7 km con 200 metri di dislivello, e salutato da un successo impensabile con 150 partecipanti (sui 120 inizialmente fissati), e iscrizioni chiuse molto in anticipo.
Stavolta si replica, su una lunghezza raddoppiata e irrobustita nel dislivello, che toccava i 550 metri, con un paio di salite brevi ma tostissime tra i km 8 e 11,2, dove addirittura gli organizzatori avevano sistemato corde alpinistiche per trascinarci su.
Previsti 250 iscritti, ammessi alla fine (per bontà loro e l’intelligente comprensione della Fidal regionale, qui rappresentata da Christian Mainini) in 350, e se avessero lasciato aperti i cancelli ne sarebbero venuti almeno 500: C’È FAME DI CORSA, DI ARIA APERTA, DI RITROVO TRA AMICI, DI ALLEGRIA, DI SALUTE, e solo una comunità di ragazzi in gamba come quelli di Zola sembra per ora capirlo dalle parti di Bologna (quanti erano venuti con le loro biciclette lungo il percorso a segnalarci la direzione, spesso aiutati da vigilesse pure loro giovani e carine!).
Un numero così alto ha reso impossibile la partenza individuale a cronometro, 20” l’uno dall’altro, usata la volta scorsa, e si è optato per partenze ogni 5 minuti, scaglionate per gruppetti di 50, tutti a debita distanza e con mascherine per i primi 500 metri. Tariffa di iscrizione davvero economica, a 10 euro, comprensiva di pacco-gara, della mascherina nuova data al traguardo, e di un ristoro intermedio che non era di sola acqua (come annunciato), ma di tè, bevande idrosaline e altro.
Perfetta come sempre l’organizzazione: parcheggio più che sufficiente a fianco del ritrovo; campo sportivo recintato dove si accedeva solo dopo verifica della febbre (al mio 35.4 mi sono chiesto come facevo a stare in piedi). E, come già si sapeva, un bellissimo percorso, i cui panorami sono ben visibili dalle foto di Teida Seghedoni (ecco un altro piacevole ritorno, assieme a quello di Jader che qui è di casa): vedere nel suo servizio le foto 13-22, e poi 66 e seguenti, 284, 375, 414 e tanto altro.
Ottime le segnalazioni con frecce, ma nella maggior parte del percorso bastava seguire l’accurata rasatura dei prati che ci ‘scavava’ il tracciato nel rigoglio vegetale di questa stagione meravigliosa (a proposito: i meteo- astrologi avevano previsto pioggia al 90%, infatti c’era il sole).

Doveroso dire dei vincitori, rinviando alla graduatoria integrale per la lista di tutti i 329 classificati, equamente divisi fra Bologna, Modena, Reggio, Ferrara, Ravenna e oltre (e va detto che pur non essendoci chip, la divulgazione delle classifiche è stata di una celerità incredibile): ha dominato Jacopo Mantovani tra gli uomini, con tre minuti di vantaggio sul secondo; il terzo, Favaron junior, era stato secondo nel 2020. Il quarto, il modenese Xhemalaj, coi suoi 27 anni è tra i giovanissimi del lotto. Settimo assoluto il 50enne Massimo Sargenti, primo appunto della categoria over 50.

1 01.01.57 Mantovani, Jacopo. 1980 1 M Under M50 CSI Sasso Marconi

2 01.04.52 Bianchi, Filippo. 1986 5 M Under M50 Pro Sport

3 01.04.59 Favaron, Fulvio. 1992 8 M Under M50 Unione Sportiva Zola Predosa

4 01.05.19 Xhemalaj, Saimir. 1994 29 M Under M50 Modena Runners Club ASD

5 01.06.11 Gervasi, Fabio. 1988 12 M Under M50 Atletica Castelnovo Monti.

Tra le donne, vittoria assoluta di Mélina Clerc Grosjean, trentatreenne, che ha preceduto di due minuti l’intramontabile Isabella Morlini, vincitrice del 2020 e che oggi si accontenta del successo tra le over 50 (in realtà non li ha ancora compiuti, ma fa testo il millesimo)

Under F50 1 01.11.14 Clerc - Grosjean, Mèlina. 1988 3 Tornado Team

F Under F50 2 01.17.48 Mezzadri, Elisa. 2000 87 ASD Francesco Francia

F Under F50 3 01.22.55 Tognini, Sara. 1981 109 ASD La Galla Pontedera Atletica

Over F 50 1 01.13.08 Morlini, Isabella. 1971 2 Atletica Reggio ASD

F Over F 50 2 01.33.49 Sitta, Emanuela. 1969 239 GP I Cagnon

F Over F 50 3 01.33.50 Casadio, Monica. 1959 258 GPA Lughesina

 

 Ma lasciatemi dire che il bello di questa corsa sta nei podisti normali o sub-normali (categoria nella quale mi ci ficco volentieri, incurante del disprezzo di quel tal pamphlettista bolognese – oggi ovviamente assente - che negli squalificati webinar cui partecipa esecra il fatto che noi, gente da 4 ore abbondanti in maratona, o l’allegrone delle foto 242-245, ci permettiamo di profanare con le nostre pelate o pancette o le andature rasoterra il sacro recinto dell’atletica sublime).
Viva dunque Paolino Malavasi (foto 489-90) che incrociato in un avant-indré verso il km 8 mi ha mormorato “Divoc-can, s’lè dura!” (dove Divoc non è una bestemmia ma solo Covid letto al contrario, perché noi podisti siamo contro il Covid ben più che i fanatici del “tutti a casa”). E viva il Giuseppe Cuoghi della Cavazzona, classe 1947 (foto 221-5, 672-8), che ha vittoriosamente conteso il penultimo posto all'amico Lele Vassalli da Ferrara, classe 1971 (quello delle foto 242-5); mentre i cugini Giaroli si impegnavano in una lotta cuginicida vinta da Angelo (foto 321, 617) con 4 secondi su Paolo; e vivano gli sposi Claudio e Simona da Modena, che procedendo come sempre in coppia (foto 187-8) sono stati sotto il rispettabile traguardo delle 2 ore.
Viva tutti questi, e naturalmente viva anche la prof Isabella o l’operaio Saimir, che nei giorni festivi non vanno agli happy-hour o alle dirette Facebook, ma spendono le proprie fatiche dovunque un organizzatore coraggioso e responsabile gliene offra l’occasione.

Con due comunicati del 15 e 22 aprile l’Asd “100 km del Passatore”, dopo l’omologazione data dalla Fidal il 13 aprile, ha precisato tutte le modalità di svolgimento della special edition del campionato italiano 100 km su strada, che si disputerà sabato 22 maggio 2021 all’autodromo di Imola con partenza alle 10.
La prova, organizzata dall’associazione faentina, assegnerà i titoli assoluto e master, originariamente assegnati alla tradizionale Firenze-Faenza. È inserita nel calendario nazionale FIDAL e nel 19° Grand Prix IUTA 2021 di Ultramaratona.
Sul sito ufficiale della 100 km del Passatore (www.100kmdelpassatore.it) è ottimamente fruibile una sezione apposita Campionato Italiano 100km su strada - 100 KM del Passatore | Firenze - Faenza

Da qui si possono consultare il regolamento, la planimetria del tracciato e le modalità d'iscrizione.  Gli organizzatori precisano che questa “non è una versione alternativa della Cento e che il vincitore, pertanto, non rientrerà nell’albo d’oro della storica ultramaratona”.

Saranno naturalmente in vigore le solite misure anti-Covid: mascherina all’ingresso e nei primi 500 metri di gara, misurazione della temperatura, autocertificazione, divieto di ingresso agli spettatori (ma ogni atleta potrà avere due accompagnatori), ristori  di sola acqua (ma ogni partecipante potrà lasciare il proprio ristoro personale in un punto prestabilito), niente deposito custodito delle borse [questo però col Covid non c’entra niente, tant’è vero che in altri allestimenti le borse sono custodite], niente docce e spogliatoi al chiuso [sì, però a Trino e alla Ronda Ghibellina c’erano…].

Più iugulatorie (per dirla in avvocatese) le condizioni imposte dalla Fidal per potersi iscrivere: avere almeno uno di questi minimi di partecipazione (non è precisato entro quale periodo):
per gli Uomini Maratona: 2h55’; 50km: 3h40’; 100km: 12h30’;
per le donne  Maratona: 3h20’; 50km: 4h25’; 100km: 13h00’.
Da notare che questi tempi sono identici sia per gli assoluti sia per i master (e immagino una certa sofferenza per la IUTA, i cui iscritti sono in quasi totalità Master, nell’avallare queste forche caudine): l’intenzione non dichiarata è quella di tenere lontani i più affezionati frequentatori della gara tradizionale.
Saranno ammessi non più di 500 uomini e 200 donne, che dovranno pagare 25 euro entro il 1°maggio, e ritirare il pettorale con chip monouso entro le 8,30 [immaginiamo che sia un orario elastico, altrimenti ci chiederemmo cosa faranno gli atleti nell’ora e mezzo prima della partenza? Distanziamento?].
Tempo massimo 13 ore, entro le quali andranno compiuti i 21 giri del circuito.
Tra i divieti, i più curiosi sono di correre al di fuori dell’asfalto, pena squalifica [bè, a Hamilton qualche escursione sul prato gliel’hanno lasciata fare domenica scorsa…] e di sputare; si raccomanda di osservare 5 metri di distanza in scia, e un metro lateralmente, sia pur precisando che questa è “una indicazione di buon comportamento e cautela sanitaria e non costituisce ragione di sanzione o squalifica”.
Misurazione dei tempi ed elaborazione delle classifiche a cura di SDAM, con la “convalida” da parte del Delegato Tecnico o del Giudice d’Appello FIDAL, ormai divenuto come il prete del matrimonio in chiesa, ridotto a mettere una firma sotto una cosa fatta da altri (“fanno i loro pasticci tra loro, e poi, e poi vengono da noi… e noi siamo i servitori”, sintetizzava don Abbondio).

A rigore, non ci sono limiti di età (che invece la Fidal ha stabilito per il campionato italiano della 24 ore, interdetto agli over 64), ma è abbastanza intuitivo che il tradizionale popolo che affolla la Faentina nell’ultimo weekend di maggio non ci sarà. Se guardiamo la classifica dell’ultimo Passatore disputato (2019), troviamo che solo 852 sui 2668 arrivati sarebbero “degni” di partecipare oggi.
Troveremmo solo 4 W 55, 2 W 60, nessuna delle due categorie superiori: come la nostra affezionata Natalina Masiero, sempre presente in tutte le edizioni, che nel 2019 arrivò seconda di categoria e oggi, richiesta di un parere, ci autorizza solo a scrivere che queste regole “fanno ribrezzo! È l'unica definizione per questa vergognosa pagliacciata”. 
Tra gli uomini, degli M 65 arriverebbero in 6, degli M 70 in due, nessuno delle categorie più anziane, incluso il glorioso Antonino Caponetto, classe 1931, stessa società di Dorando Pietri, pluricampione mondiale, e che nel 2019 finì in 15h27.

Ma è probabile che questi amici, e tanti altri, mal si adatterebbero a correre in un circuito (seppure prestigioso, spesso frequentato dai podisti, e con qualche salitina che si sarebbe potuta anche incrementare usufruendo del contiguo tracciato dei Tre Monti), e si chiederebbero come mai, nella sportivissima e ben governata Romagna – che oltretutto sta per festeggiare  la promozione a ‘regione gialla’ – non si abbia la determinazione di riproporre quel leggendario valico appenninico che, nella sua versione emiliana, non ha fatto paura una settimana fa a quelli dell’Abbotts way.
Vogliamo scommettere che qualcuno dei fedelissimi si troverà a fine maggio, come già nel 2020, sulle rampe della Colla e nell’ultima micidiale rampetta di Brisighella, a testimoniare che il Passatore è soltanto “quello”, e “diffidate delle imitazioni?”.

Classe 1976, tesserato RRC Milano, una serie di prestazioni più che discrete dai 10mila (35:58) alla mezza maratona (un paio di 1.20) alla distanza regina, dove in almeno tre occasioni (Carpi, Firenze, Roma) è sceso sotto le tre ore, Marco Frattini sarebbe professionalmente un dentista, ma non ce l’ha fatta a spendere la sua vita in camice bianco: la sua passione è la musica, scrive canzoni insomma, e le esegue pure con la sua band brianzola dei Garden Groove (composta anche dal polistrumentista Andrea Baroldi, dal bassista Andrea Bergomi, dal batterista Samuele Giussani e dal vocalist Alessio Barbieri).
Torna oggi in primo piano con la canzone “Corro come il vento”, che sarà presentata il 24 aprile all'Arena di Milano, in occasione dell' “X Walk & Middle Distance Night - Meeting Nazionale della Marcia e del Mezzofondo”, organizzato da Top Training Asd e Giorgio Rondelli.
“Lento / veloce / corro come il vento … / oggi non mi prendi più” suona l’orecchiabile ritornello, che vuol essere sia un segnale di appartenenza alla comunità dei runners, sia una garbata satira di quei podisti che si prendono troppo sul serio: nulla a che vedere con la khomeinista caccia al corridore che non si vergogna di dirsi felice per un 3.20 in maratona, e viene perciò ripudiato dalla mini-setta dei blogger con seri problemi nei riguardi della lingua italiana (soccia, ma ti faccio un’anedottica che alle bbelle guaglione gliela rompavamo con la misogenia!), nonché della comprensione umana e della tolleranza per il diverso.
Frattini - non si vergogna di farlo sapere - è un diverso, o diversamente abile come dicono alcuni: per chiarire, da quindici anni soffre di ipoacusia bilaterale profonda (è praticamente sordo da entrambe le orecchie), ed ha raccontato la sua esperienza nel libro Vedere di corsa e sentirci ancora meno, storia di un ragazzo che voleva scrivere un libro sulla corsa ma ci riesce solo quando si scopre sordo, rendendosi conto che la sua nuova condizione gli ‘regala’ addirittura  troppe cose da raccontare. Un dramma che possiamo immaginare ancora più accentuato in chi della musica aveva fatto più di un hobby, e che i cinefili possono vedere in questi stessi giorni nel film (candidato all’Oscar) Sound of Metal, storia di un musicista (interpretato da Riz Ahmed) che diventa sordo.
Tornando al Frattini sportivo (anche istruttore FIDAL), si è laureato tre volte campione italiano di maratona e di cross, tra il 2009 e il 2011, per la «FSSI» («Federazione Sport Sordi Italia»), e ha conseguito quattro titoli mondiali di categoria per medici e odontoiatri. Ha creato il sito www.iovedodicorsa.com, da dove la canzone si può scaricare o gratuitamente (come pure qui: Corro come il vento CS - YouTube),  oppure al costo di 16€ che dà diritto alla bandana “Laguna Veneta”. Questo brano uscirà poi in album con altre cinque canzoni inedite.

Già che ci siamo, diamo le ultime pillole sul meeting milanese di sabato, cominciando dai 5000 donne dove la campionessa italiana Nadia Battocletti andrà in caccia del minimo olimpico (15:10.00), pilotata da mezzofondiste di caratura internazionale quali le burundiane Cavaline Nahimana (16:04.47 sui 5000), Francine Niyomukunzi (1:13 sulla mezza maratona) e la ruandese Adeline Musabyeyezu (33:20 sui 10km). Presenti anche la tricolore di maratona Giovanna Epis, la campionessa italiana di cross corto Nicole Reina e la tricolore di corsa in montagna Gaia Colli.
E chiudendo coi  5000 mt uomini, dove il campione italiano delle siepi Ahmed Abdelwahed, René Cuneaz e Andrea Soffientini  proveranno a seguire il ritmo dei pacer, il burundiano Jean Marie Niyomukiza e il ruandese Siragi Rubayita.

17 aprile - Con la teleconferenza del presidente Draghi di ieri, abbiamo finalmente sentito un annuncio fondato sui fatti e non su quelle melliflue retoriche avvocatesche in cui la parola “chiuso” era sostituita da “protetto”. Si è parlato di “risposta al disagio di categorie e giovani”, di “basi per la ripartenza”, e, nei fatti, di ritorno alla “zona gialla”, di possibilità di spostarsi tra regioni (la famosa “trasferta” di Morselli da Reggiolo a Gonzaga, oggi ancora vietata, e dei maratoneti del Garda da Limone a Malcesine), della ripresa generalizzata delle attività all'aperto.
Qui, a bizantinizzare la comunicazione, ci si è messo il pallido ministro-in-bilico Speranza, dichiarando a denti stretti che “nei luoghi all'aperto si riscontra una difficoltà significativa nella diffusione del contagio”. Se parlasse come la gente normale e non come gli ammaestrati alle affumicate scuole di partito, direbbe papale papale, come ha scritto qui il nostro Primario, e come la prof. Antonella Viola ha ribadito (Corriere della sera, 11 aprile): “Il contagio all’aperto è un evento molto raro. Diversi studi hanno permesso di dimostrare quanto molti di noi sostenevano da tempo, e cioè che la possibilità di contrarre l’infezione da SARS-Cov-2 all’aperto è bassissima. Questo è un dato di fatto che ci dovrebbe permettere di programmare al più presto la riapertura dei bar e ristoranti all’aperto… organizzare corsi e attività ne parchi, intervento quanto mai urgente … per l’importanza dell’attività fisica per la salute di adulti e ragazzi”.

Pragmatico come nella sua natura, capace di soppesare dei calcoli costi/benefici che non sono quelli buffoneschi evocati troppe volte nei due precedenti governi, improntato al “rischio ragionato” (d’altronde, che il “rischio zero” non esista è stato ribadito anche nelle ultime settimane con gli esiti avversi di talune vaccinazioni, tuttavia in percentuale infinitesimale rispetto ai benefìci), Draghi si basa essenzialmente sul fatto che adesso in Italia ci stiamo vaccinando (meno, molto meno di Inghilterra e Germania, ma insomma trecentomila o passa ogni giorno): è il vaccino l’unica arma di attacco che ci farà vincere la guerra (le altre sono solo armi difensive, come la corazza che Clint Eastwood si prepara per il finale del “Pugno di dollari”; ma a decidere il duello sarà la pistola, non la corazza).

Dunque, riaprono ristoranti e luoghi di spettacolo all’aperto, ovviamente con limiti di capienza, e si parla più decisamente del “pass”, passaporto non solo vaccinale, ma anche per chi ha già avuto la malattia, o anche per chi esibisce un tampone negativo (come si è fatto nella Abbotts Way di questi giorni, oltre che nei viaggi in treni e aerei covid-free), per accedere a eventi culturali e sportivi.
Apripista in questo campo è stata la neo sottosegretaria allo sport Valentina Vezzali, con la dichiarata apertura, seppur parzialissima, dello stadio Olimpico per il calcio: geloso, un altro ministro pallido e antisportivo, quello della Cultura (uno che mi sorprenderei molto se lo vedessi fare jogging sulle Mura di Ferrara), ha subito reclamato “o tutti o niente”; tipica manifestazione di invidia italica sotto le mentite spoglie della parità dei diritti, per cui se sei biondo tu lo devo essere anch’io, e se sono malato io, tu non hai diritto di divertirti. E così ha ottenuto che si riaprano anche i musei, il che male non fa, se si rispettano le distanze e se i finestroni sono aperti.

Ineliminabile, e anzi più rigorosa che mai, deve essere la “premessa” enunciata chiaramente da Draghi: “i comportamenti siano osservati scrupolosamente, come mascherine e distanziamenti… in questo modo il rischio si trasforma in opportunità".

Veniamo allora al nostro orticello (che poi non è nemmeno tanto piccolo): se tanto ci dà tanto, se a breve riaprono le palestre, e se delle piscine si è addirittura scoperto l’apporto attivo alla sconfitta del coronavirus (d’altronde, non ci fanno lavare le mani con amuchina o sostanze simili a base di ipoclorito di sodio, insomma lo stesso cloro con cui si sanifica l’acqua delle piscine, oltre all’acqua che beviamo?), cosa impedisce una riapertura sistematica del podismo? Quanto al rispetto delle regole, le gare svoltesi da settembre a oggi hanno mostrato non solo gli scrupoli degli organizzatori, ma anche, nei fatti, l’assenza di ogni contagio in conseguenza delle gare.
L’indisciplina è ben altrove, e andrebbe perseguita questa, altrocché inseguire coi droni il podista o ciclista sugli argini dei fiumi: nel percorso che mi sono personalmente ricavato per i miei allenamenti,  rigorosamente in solitudine, passo vicino a una palestra ‘regolare’ di una società sportiva, però chiusa, e cento metri dopo, a  un gazebo dove stazionano regolarmente dai quattro ai dieci personaggi che cazzeggiano o si bevono la birra o addirittura  fanno la grigliata; e adesso hanno perfino costruito sull’erba un campo di pallavolo, dove dagli 8 ai 10 ragazzotti giocano regolarmente e in allegria (e Dio li benedica, aggiungo).

Avanti pure, dunque, sotto la nostra trinità, o se volete i nostri angeli custodi: Dio benedica Valentina Vezzali e, nel nostro specifico, anche il neo-presidente Fidal, Stefano Mei, che (ad onta delle scriteriate e prevenute richieste di dimissioni da parte di chi, nell’anno e passa precedente, aveva semplicemente cancellato lo sport podistico, azzerando sia i bilanci delle società sia quel poco di salute che ci eravamo conquistati noi praticanti) è andato a dare il via al Giro dell’Umbria (quando mai si era visto un presidente Fidal a una gara che non fosse una competizione internazionale infarcita di campioni e di sponsor?). E Dio benedica anche quei “comunisti” (lo dico col massimo affetto, come don Camillo verso Peppone) dell’Uisp, che hanno saputo farsi, pure loro, un bel calendario di gare omologate dal Coni come nazionali, ponendosi quale utile complemento – non contrapposizione – della Fidal, allargando le possibilità di sport per noi finora reclusi e abbandonati.

Adelante con juicio, insomma, ma adelante.

11 aprile - Friuli: terra piccola, tormentata, poco conosciuta dal grande turismo (se si escludono le spiagge) eppure bellissima. Ancor più isolata la Carnia, da Tolmezzo al confine con l’Austria: una serie di valli dolci, un’infinita successione di colline e cocuzzoli, ognuno col suo borgo, o almeno una pieve con campane che suonano più forte che tutte le altre d’Italia. Se sei sotto un campanile friulano (e qui le campane suonano anche alle 6 di mattina) è inutile parlare, perché non ti sente nessuno.
Sarà anche per questo che i friulani parlano poco, ma di che qualità siano l’hanno dimostrato, al resto del mondo, dopo l’Orcolàt, il doppio terremoto del maggio e settembre 1976: mille morti, 18mila case distrutte, cittadine come Gemona e Venzone quasi rase al suolo. Ma come scrisse Gianni Rodari l’8 maggio «Non si vede più nessuno piangere il secondo giorno dopo il terremoto»; qui la gente si chiama Zoff, Burgnich, Ortis, Di Centa (ci siamo capiti), e li abbiamo visti tutti raccogliere i sassi, uscendo dai tendoni sotto quella pioggia che non finiva di cadere, e impastare la malta, e tirare su i muri. Già dal 1983 il presidente Pertini e papa Wojtyla erano da queste parti a salutare case, edifici pubblici, chiese ricostruite. Il duomo di Gemona è tornato ad essere la cattedrale meravigliosa di sempre; Venzone dentro la sua cerchia murata merita la qualifica di borgo più bello d’Italia (restano le rovine della chiesa di San Giovanni Battista, volutamente lasciate così perché nessuno dimentichi).
Nelle foto amorevolmente selezionate da Roberto Mandelli, la 1, la 8, la 27-30 testimoniano questa storia; mentre la 31 ci riporta tanto più indietro, all’insediamento romano di Forum Iulium, il più settentrionale d’Italia, che se fosse scavato tutto rivelerebbe una nuova Pompei (una signora mi diceva che sua mamma vangando la terra tirava su le monete romane e i frammenti di ceramiche), e intanto ha lasciato all’oggi i suoi nomi (Zuglio per il paese, Friùli per la regione). Mentre le foto da 44 a 49 testimoniano la vita medievale dei luoghi, attorno alla pieve di San Pietro che esisteva già al tempo di Carlo Magno e il cui cimitero è, si può dire, il sacrario delle famiglie locali a cominciare dagli Agostinis, nome evidentemente romano e augusteo. Numerosi gli itinerari (foto 11), fino a un giro complessivo delle 11 pievi carniche in 20 tappe.

Irrobustiti da queste visioni, e dalle poesie di Carducci che qui soggiornò estasiato “de la But che irrompe e scroscia… al fragor”, “tra il profumo degli abeti – ed il balsamo dei fior”, mi sono lasciato convincere dall’offerta intrepida della prima invernale di un trail che solitamente si svolge a principio d’estate (è infatti programmato per il 20 giugno prossimo), ma presenta questo antipasto anche a compensare la gara rinviata nel 2020.
Le previsioni del tempo erano pessime fin dall’inizio della settimana, e ancora il sabato garantivano pioggia copiosa e persistente per tutta la domenica: questo spiega forse che dei 227 iscritti solo in 137 ci siamo presentati alla doppia partenza (prima le donne, e 3 minuti dopo gli uomini) nella piazza del Municipio, dopo aver espletato senza problemi tutte le pratiche ormai usuali (temperatura - nel mio caso al solito 36,1; mascherine, distanziamento), con l’aggiunta di impermeabili, guanti, bandane per i più timorosi. Tutto sotto lo sguardo premuroso del sindaco, dell’intero corpo dei vigili, e in più di carabinieri, guardia di finanza, alpini come al solito a sorvegliare bivii e incroci: le foto 11 e 14 documentano l’impegno e  l’entusiasmo di una comunità intera, nel quadro di un pieno rispetto della legge contro cui nulla hanno potuto le forsennate campagne di chi (dal suo squalificato pulpito) in un delirio di impotenza chiede dimissioni, minaccia commissariamenti, e magari correggerebbe il bollettino della vittoria del suo antenato maresciallo Diaz per escludere Paluzza dalla redenzione (“magara andaressimo con l’Austria!”, ci ha confidato don Pericle Peruzzi, cappellano militare e assistente spirituale nell’episcopato di Carnia).
E l’associazione sportiva Aldo Moro programma un calendario pieno, che vuole ricalcare le manifestazioni del 2019 come si vede dal cartello della foto 51. “Questo, al nome di Cristo e di Maria – ordino e voglio che nel popol sia. – A man levata il popol dicea Sì” al proclama del console del comune rustico, tra i noci della Carnia.

Nella notte di sabato è piovuto (“freddo e nitido è il lavacro – ed il sole anche non par”, sempre secondo il Vate), ma alle 9,30 scende solo qualche gocciolina nebulizzata, che poi smetterà del tutto salvo qualche istante, circa un’ora dopo. Credo di essere quello che arriva da più lontano, ci riconosciamo tra quanti eravamo alla Bora in gennaio, fioccano gli inviti (Mujalonga, Bavisela…?); uno degli organizzatori, Maieron, mi ricorda di aver giocato nella primavera del Modena nel 68, sotto il grande allenatore Laszlo Szekely e il tecnico delle giovanili Montanari. Come è grande, bello e insieme piccolo il nostro italico mondo. C’è perfino la Rai, qualcuno crede di vedere la mitica Botteri oggi libera dalle incessanti partecipazioni ai talk-show…
Si parte in regola e in allegria, mascherine per i primi 500 metri. “Un fremito d’orgoglio empieva i petti – ergea le bionde teste”, i primi 5 km sono in leggera discesa (meno 100 metri D) e puntano sui bellissimi abitati di Cercivento (Cürçuvint), Noiaris (i boschi di noci, le Nogare in veneto), Sutrio famosa per essere la base della mitica salita dello Zoncolan. Guardo il cronometro e resto stupefatto dei km fatti in 5:01, quando va male 5:14; da qui cominciano le salitine verso le chiese bianche che punteggiano il panorama, dal 5 al 7 saliamo di 75 metri, e allora si fanno anche dei km a 6:19 e 7:14, col cuore che pompa a 160. Ma siccome il cancello del km 10 è superato con ampio margine, indulgo a fotografare i paesaggi e a scroccare uno scatto dagli infiniti addetti (mi pare che su 21 km ci siano 6 posti di ristoro! Poi il Gps ti castiga con la sentenza dei km in 8’ e passa, ma ti consoli coi tranquillizzanti 150 del cardio). Il percorso si fa campestre, boschereccio, da gustare passo passo, sempre corribile: “e le rosse giovenche di sul prato – vedean passare il piccolo senato” di noi 137. Le galline beccano tra l’erba umida, un tacchino inalbera la sua pomposa ruota, più su ci sono le pecore, “la mugghiante greggia e la belante”.

Le prime posizioni, e gli eurini offerti in premio, saranno appannaggio degli atleti africani (ovviamente tesserati in Italia): tra gli uomini, l’etiope Kuashu Taye Damte vince in 1.11:34, a una media dei 3:23 incredibile, se consideriamo che c’era un dislivello di 480 metri e 6 km di sterrati e sentieri; a quasi due minuti e mezzo arriva il keniano Sammy Kipngetich, appena davanti a Tiziano Moia di Gemona.

Sesta assoluta, e prima donna, l’etiope Engidu Ayele Meseret in 1.23:05 (media 3:56), dodici minuti davanti alla seconda, Caterina Stenta da Trieste. Il gioco del real-time mi fa arrivare quasi a braccetto col pettorale n. 1 di Sara Annichini, classe 93 cioè molto più giovane dei miei figli. Le salite più dure stanno tra il km 15 della Torre Moscarda (dove un alpino sbandieratore mi invita a passare per il prato: “Ma è un taglio!”, obietto; “eh, ma chì  jà tajà tuti!”; sarà per questo che al mio Gps mancherà un centinaio di metri…), poi Treppo Carnico e il 19,5 di Englaro: il punto più alto sono i 680 metri del km 17,7, da lì si aprono belle prospettive sulla valle di Paluzza (sono le foto 40-42), dove le nubi stanno cedendo a qualche timido raggio di sole.

Il tempo massimo è generoso, e anche gli ultimi ci rientrano agevolmente (quando suona il campanone di mezzogiorno, e la gente esce da messa, è tutto finito). Le convenzioni con gli alberghi locali (popolati, vista l’epoca rossa con prospettiva arancione, di soli podisti e familiari) ci consentono il late check, la doccia in camera, e un pranzo di delizie friulane annaffiate da Tokay e Merlot, a un prezzo che si spende di più stando a casa.
Torno che (alla faccia delle 2255 calorie bruciate secondo il Gps) peso due chili più di quando ero partito.

Sembrava tutto a posto, e invece il diavolo ci ha infilzato in extremis il suo forcone. Non si tratta, questa volta, di organizzatori pavidi o di pubblici amministratori allarmati per quieto vivere. Dal giorno di Pasqua in poi, nel quadro di un peggioramento complessivo della situazione epidemica in provincia di Latina (circa 200 nuovi casi di positività al giorno, 36 ricoveri in ospedale a Pasqua, 10 il lunedì), il virus ha picchiato più forte a Sabaudia, con un focolaio che ha prodotto 27 positivi tra i braccianti (di nazionalità indiana) che operano nella zona.

Questo il comunicato emesso giovedì sera dagli organizzatori della Maratona Maga Circe (che sarebbe partita da San Felice Circeo alle 8,45 di domenica):

Con estremo dispiacere e amarezza comunichiamo di avere ricevuto via Pec in data odierna alle ore 17:17 la comunicazione che la Prefettura di Latina ha deciso di annullare a 72 ore dal via, la Maratona Maga Circe, evento di Interesse Nazionale regolarmente inserito nel programma federale di atletica leggera.

L’asd “In Corsa Libera” fa presente che l’annullamento a così poche ore dalla svolgimento non è dipeso dalla nostra volontà. Non abbiamo ricevuto prima d’ora alcuna comunicazione circa situazioni di criticità legate al Covid che rendessero impraticabile l’evento, ma solo ieri telefonate informali da parte dei rappresentanti dei Comuni. La nostra società non è infatti mai stata invitata a prendere parte ad alcun tavolo di confronto.

Avendo pertanto un sentore negativo, ci siamo resi disponibili mediante una Pec inviata a tutti gli organi competenti datata 7 aprile ore 21.17 ad annullare la Fast Run 10 km per poter almeno tutelare gli iscritti alla 42,195km, ma nulla è servito.

Nonostante poi, avessimo solo riscontri telefonici e mai ufficiali, ci siamo comunque messi in moto ed abbiamo ottenuto la promessa di garantire, seppur a termine scaduto, la cancellazione gratuita per coloro che hanno prenotato gli Hotel in convenzione con la Maratona Maga Circe.

Oggi, 8 aprile, dopo lunghe ore di attesa e a seguito di solleciti, abbiamo ricevuto la comunicazione dell’annullamento dell’evento. Annullamento motivato dal rilevamento dell’Asl di Latina di un indice di contagio pari a 2,6 ed una presenza di “variante inglese” ad alta trasmissibilità sul Comune di Sabaudia.

Vista dunque la criticità sottolineata, nell’interesse delle comunità locali e dei partecipanti, con senso di responsabilità, ci troviamo costretti a rimandare l’appuntamento con la Maratona Maga Circe al prossimo 6 febbraio 2022.

 L’Asd In Corsa Libera rimborserà tutte le quote di partecipazione a tutti coloro che ne faranno richiesta, inviando una mail a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. con la copia del bonifico e specificando L’IBAN sul quale emettere il rimborso. Per chi vorrà invece, potrà ottenere il congelamento per il prossimo anno.

 Un danno non solo economico, ma morale, seppur motivato, che investe l’Italia intera, che frena la ripartenza, che ci demoralizza, perché eravamo pronti a dimostrare che lo sport è un veicolo di buone azioni, di controllo, di rispetto delle regole. Quelle regole che minuziosamente siamo stati chiamati a rispettare in ogni cavillo, dalla misurazione della temperatura, al distanziamento, alla partenza a blocchi, all’obbligo di mascherina, alle autocertificazioni, alle navette riempite al 50% della capienza, alla sanificazione.

 Ringraziamo comunque le Amministrazioni Comunali di Sabaudia e di San Felice Circeo che ci sono state vicine in queste ore per noi così difficili.

Ed un grazie va a tutti gli iscritti che avevano creduto in noi e che ora si sentono giustamente delusi perché privati per l’ennesima volta del sacrosanto diritto di poter correre, non solo per sport, ma per passione.

Grazie comunque, a chi come noi continua a crederci.

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