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Set 30, 2019 798volte

Maratona di Ferrara: arriviamo tutti col fiato un po’ corto…

Ancora in gruppo sul Po Ancora in gruppo sul Po Pierluigi Benini

29 settembre – Secondo alcune numerazioni, più o meno ufficiali, questa sarebbe la 46^ edizione della maratona di Ferrara. Curiosamente, quando ci avevo partecipato per la settima e (allora) ultima volta, il 27 marzo del 2011, quell’edizione si presentava come “1^ Ferrara Marathon & Half Marathon”, sia pure raccogliendo l’eredità della maratona di Vigarano, esistente già da prima che il sottoscritto cominciasse a correre le 42 km (dunque molti, molti anni fa). Ricordo il compianto Corà padre, che batteva i nostri raduni di podisti offrendo i pettorali della rinascita a 10 euro, quel tracciato ricavato dalla mezza maratona di Ferrara, e che per la prima volta non faceva tappa a Vigarano, alla Diamantina, al petrolchimico con la fiamma accesa in alto sulla ciminiera…

Comunque sia, ben venga la numerazione complessiva, che ci riporta al tempo in cui il podismo si organizzava e si correva in dialetto… Altri tempi: oggi, il major sponsor (da ringraziare, ci mancherebbe altro!) si presenta come specialista di bakering, quello che una volta si chiamava, da queste parti, furnaar, quel c’al fava al ciòppi, ma adesso è più moderno definire “professionista della panificazione”; e le sue cioppe tenere e squisitissime, distribuite al ristoro finale, si chiamano ‘coppie’ (non oso chiedere il loro nome in inglese).

L’Italia ha il fiato corto, pende dalle labbra dei big brothers o di Pippi calzelunghe, e lo sport non fa eccezione: la maratona di Ferrara, che negli anni eroici sfiorava i mille partecipanti, l’anno scorso per… colpa della Juventus dovette spostare la data tradizionale da marzo (“Vigarano di marzo fiorisce tra Pieve e Mainarda”, cantava al Battisti ad nuàtar) a fine settembre, pagandola con la perdita di un quarto dei partecipanti (445 arrivati contro i 596 del 2017). Si è insistito sul settembre, e gli arrivati sono calati ancora, oggi a 411: certamente non ha influito la concomitanza con la ecomaratona bolognese di Monte Sole (desertificata da ben 31 finisher !), forse qualcosa hanno tolto le maratone di Berlino e di Budapest, molto apprezzate dai maraturisti. Il bilancio ferrarese diviene però più allegro se si sommano i 506 che hanno finito i 30 km (diciamo, 29), e i 788 al termine della mezza maratona.

Insomma, questa mattina di fine estate (sic) ha visto Ferrara riempirsi di gente allegra, ben sopportata (non supportata)  dai residenti, e ottimamente sostenuta dall’apparato comunale: in Italia, non ho mai visto tanti vigili presidiare le strade come oggi, e tante rotonde transennate precisamente, con vie di passaggio sempre chiarissime. Chissà che anche da questo non si veda il volto nuovo di un’amministrazione finalmente rinnovata dopo settant’anni alquanto, diciamo così, monocordi.

L’allegria è massima nella zona occupata dagli “Arrivo piano, ma arrivo” di Alessio Guidi (Un presidente, c’è solo un presidente!), che ha incluso questa maratona tra le sue Six Minors, ma non la può correre per le deplorevoli ragioni che sappiamo: intanto, celebra i cento nuovi tesserati al suo gruppo per quest’anno. Merita davvero la squalifica per eccesso di proselitismo.

Non male l’organizzazione: due parcheggi gratuiti a disposizione entro un km dal via, entrambi molto vicini alla doppia collocazione delle docce (peccato però che il pastaparty fosse a 150 metri da uno dei due parcheggi, ma a quasi 2 km dall’altro); consegna pettorali veloce e senza troppe formalità, servizi tutti collocati nei dintorni del castello (ma mi chiedo se la custodia borse non poteva essere più vicina, specie considerando la lunga camminata poi necessaria per raggiungere le docce); bel pacco gara, con maglietta, asciugamano, uno squisito succo di mela, e le solite bustine fitofarmaceutiche che ormai ti danno in tutte le corse, supponendo che i maratoneti abbiano bisogno di fare tanta plin-plin mentre semmai, data la loro età prevalente, avrebbero bisogno di farla meno spesso…

La novità del percorso era stata vantata, specie per i 14 km (forse 12-13, anche considerando il km a doppio senso all’altezza del giro di boa del 21) corsi sull’argine destro del Po, indubbiamente comodi per la mancanza di traffico (oggi vietato anche alle bici), affascinanti per taluni squarci (le isolette a pelo d’acqua popolate di gabbiani, le chiesette che emergono nell’aria brumosa), ma che dobbiamo abbandonare proprio quando il corso del fiume diventa più vario, piegando a nord verso Ro e Polesella (dove c’era l’ultimo ponte di barche, e dove Visconti ambientò il suo film tutto ferrarese, “Ossessione”, presto imitato dal ferrarese Antonioni con "Cronaca di un amore").

Rivedo nella mente i camion che, all’epoca, percorrevano la statale proprio sull’argine; o Guareschi che la fece in bicicletta cercando qualche traccia del “mondo piccolo” (e infatti la foto fatta dall’argine, di uno di quei paesini che vediamo anche noi oggi, divenne la copertina del primo Don Camillo); ogni tanto, un suono di campane nascoste viene dall’altra riva.

Il momento epico (per dirla con Carducci “Canta del Po l’ondisona riviera. - O terre intorno a gli alti argini sole - ove pianser l’Eliadi…") finisce con la discesa in pianura (località Ruina, nome-presagio); ora la strada in pratica costeggia l’argine da basso: vediamo gli ultimi podisti ancora sull’argine, prima del km 20, e ci chiediamo se staranno nel tmax delle 6 ore (con un po’ di tolleranza, sì). Non è che i paesaggi siano molto attrattivi: a Fossa d’Albero si intravede un “luogo di delizie” estensi, divenuto albergo; più avanti (Pescara?) c’è una chiesina che il cartello indica del Quattrocento, ma all’esterno sembra tutta moderna. Poi si comincia a vedere all’orizzonte il palazzone vicino alla stazione di Ferrara, e respiriamo odore di traguardo (ma mancano quasi 10 km, compreso il giro quasi per intero da fare sotto le mura).

I pacemaker con palloncino ci superano sempre prima di quanto speriamo; spesso sono soli, eppure fischiano come se dovessero avvertire il pubblico ai bordi (voglio esagerare dicendo che prima di tornare in città ho visto al massimo venti persone sulla strada, a parte gli addetti). Al km 26, puntuale come in ogni maratona, mi supera il compatriota Aligi Vandelli, SM 70, che resisterà ai crampi finendo appena sotto le 5 ore (e al traguardo mi dirà con giustificato orgoglio che suo figlio ha finito il Tor des Géants in 138 ore); l’altro paisà Lorenzo Borghi, che avevo passato alla mezza quando camminava insieme a Maurito, si riporta sotto e con la sua tattica di alternare tratti di corsa ad altri di passo raduna qualche suiveur e mi precederà, come fa Giorgio Salimbene, già ‘sfidato’ a Prato due settimane fa, dopo uno sprint al rallentatore che dura per tutto il monumentale km di corso Giovecca. Siamo tutti col fiato corto, e da quel bel po’.

Ristori sempre puntuali e ben forniti, con acqua fresca distribuita sia nei bicchieri sia in bottigliette: al 35 (eravamo già dopo l’una, e anche se non c’era l’afa di Doha, i 30 gradi li stavamo sfiorando) bevo quattro bicchieri, due di acqua e due di idrosalini (“al saal ad Fraara”, molto gradito), poi da un’auto di passaggio un atleta ritirato mi offre una bottiglia intatta, e finirò anche quella, versandola pure sulla spugna, dato che negli spugnaggi ci sono solo bacinelle di acqua stagnante, alimentate ogni tanto da tanichette, e con tanta gente che ci ha messo le mani…

Opportuna la collocazione dei quattro rilevamenti Tds (10, 21, 30 e partenza-arrivo, che ci dà anche il tempo netto), a scongiurare tagli: giusto tra il 10 e il 21 sto con Franco da Pont Saint Martin, tra gli organizzatori della maratona di Val d’Aosta, e il discorso scivola su quel rilevamento che non scattò là (e alcuni furono ‘graziati’, altri no, come il buon Bubu Furlan che ci sta dietro di poco con Paola Noris, in fotocopia rispetto a Prato).

Il castello ci appare all’ultimo istante (come il Duomo di Colonia all’arrivo di quella maratona); i nostri Gps hanno segnato il 42,2 già da quattro o cinque centinaia di metri, ma questo percorso è omologato Fidal,  come contestarlo? Utilissimo il ristoro finale, incluse al cioppi ed pan ad Frara (per il vino si può andare quasi di fronte, all’enoteca ariostesca-copernicana di Cucchiulino); un po’ meno belli i quasi 2 km da qui al recupero bagagli e poi alle docce (tiepide) presso la palestra del liceo Ariosto, e al pasta party che sta per chiudere, alle 15,30, quando arriva l’ingegner Liccardi con qualche altro finisher intorno alle 6 ore (e allora è giocoforza servire anche loro).

Ferrara è gloriosa parte nella storia della maratona italica; si vedrà l’anno prossimo se le novità del 2019, e la chiave consegnata come medaglia, terranno aperto il cuore al popolo delle lunghe.

Per il comunicato ufficiale:

http://podisti.net/index.php/in-evidenza/item/4935-ferrara-marathon-vincono-kibet-ken-mutai-e-federica-moroni.html

Informazioni aggiuntive

Fonte Classifica: TDS

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