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Fabio Marri

Fabio Marri

Probabilmente uno dei podisti più anziani d'Italia, avendo partecipato alle prime corse su strada nel 1972 (a ventun anni). Dal 1990 ha scoperto le maratone, ultimandone circa 280; dal 1999 le ultramaratone e i trail; dal 2006 gli Ultratrail. Pur col massimo rispetto per (quasi) tutte le maratone e ultra del Bel Paese, e pur tenendo conto dell'inclinazione italica per New York (dove è stato cinque volte), continua a pensare che il meglio delle maratone al mondo stia tra Svizzera (Davos e Interlaken; Biel/Bienne quanto alle 100 km) e Germania (Berlino, Amburgo). Nella vita pubblica insegna italiano all'università, nella vita privata ha moglie, due figli e tre nipoti (cifra che potrebbe ancora crescere). Ha scritto una decina di libri (generalmente noiosi) e qualche centinaio di saggi scientifici; tesserato per l'Ordine giornalisti dal 1980. Nel 1999 fondò Podisti.net con due amici podisti (presto divenuti tre); dopo un decennio da 'migrante' è tornato a vedere come i suoi tre amici, rimasti imperterriti sulla tolda, hanno saputo ingrandire una creatura che è più loro, quanto a meriti, che sua. 

SERVIZIO FOTOGRAFICO - 13 giugno – Come si vede dalla nostra homepage, mai così ricca da un anno e mezzo, quest’ultimo fine settimana ha segnato una ripresa del podismo in tutta Italia, letteralmente dalle Alpi all’Etna. Anche l’Emilia, finora piuttosto pigra, e nemmeno troppo celere nel passare dal giallo al bianco (accade questo lunedì), ha ricominciato, e insomma ogni settimana risulta ormai ‘coperta’ da almeno un paio di eventi nel weekend e, più sparsamente, qualcos’altro nelle serate feriali.

La stagione del trail, più gestibile sanitariamente delle corse su strada, sta riprendendo, anche nel bolognese e nel reggiano seppure con gare brevilinee; per le distanze più lunghe la zona parmense è forse la più attiva, grazie soprattutto all’Uisp, dall’Abbots way (peraltro interregionale) a questo “Trail del Pan e Formai”, titolo quasi in rima, giunto all’11^ edizione dopo la forzata sospensione del 2020.

La risposta degli appassionati è stata superiore alle previsioni, dato che i programmati 100 pettorali per ognuna delle due distanze, di 10 km (+450 D) e di 21 km (+900), già esauriti una decina di giorni prima, sono stati accresciuti per la distanza maggiore, che alla fine ha contato 108 classificati (più 4 assenti, come puntigliosamente segnalano le graduatorie ufficiali), in maggioranza parmensi, ma con presenze di un certo numero anche dal reggiano e dal modenese: inclusa la fotografa-top Teida Seghedoni che per una domenica ha abbandonato i piacevoli ozi marini o lacustri per beccarsi i 30 gradi dei 400 metri di Pellegrino (località già nota come punto di passaggio e sosta per la 50 km di Salsomaggiore ideata da Giancarlo Chittolini, e che da qui affronta la salita più dura del tracciato). Vabbè che i 30 gradi della collina diventano 34 al livello padano: insomma, è cominciata l’estate, e oggi davvero non spirava nemmeno un refolo di vento.
Va comunque detto che i ristori, alle canoniche distanze di 5 km (si vede il primo alle foto 58/59) erano ben forniti di acqua fresca in bottigliette, e cibi solidi – assai meno gettonati -. Devo però dire che l’acqua più fresca, sia per lavarmi sommariamente, sia per bere, l’ho trovata al traguardo, nei rubinetti all’esterno degli spogliatoi (dove però non si poteva entrare, a parte le toilettes: vedremo se col “bianco” si oserà di più): sono i rubinetti per lavare le scarpe infangate, ma oggi di fango ce n’era una dose omeopatica e quindi i rubinetti ci sono serviti anche ad “uso interno”. D’altra parte, in queste parti (alta valle dello Stirone, il torrente al cui estremo opposto sono ambientate le storie di don Camilo), c’è la fonte Ramiola da cui sgorga l’acqua minerale Verdiana, si va sul sicuro.

Acqua fresca pure nel pacco gara consegnato alla fine, dove il formai è rappresentato da una gustosa fetta di parmigiano, e il pan da enormi grissini di produzione locale.

Il rispetto (che i comunicati ufficiali accompagnano obbligatoriamente con l’aggettivo “rigoroso”, perché, direbbe Nino Manfredi, se non è rigoroso, che rispetto è?) delle norme anticovid ha portato allo scaglionamento dei partenti in gruppetti da 20/25 atleti, chiamati e ‘spuntati’ nominalmente uno per uno, tenuti a distanza e con mascherina: per fortuna che le coeve cronache dalla riviera adriatica documentano “di mascherine, nemmeno l’ombra” e “movida incontrollata” (Tg3 Emilia-Romagna).
Fra le tante statistiche, utili, inutili o dannose che sono circolate in questi mesi e settimane (over 60? Under 18? 8, 12 o 16 settimane? “vaccinazione eterologa”, l’ultima invenzione di politici e giornalisti sprovveduti con la mente alle anziane signore che si fanno fecondare da non si sa chi??), mi piacerebbe che se ne facesse una sul “tasso di positività” dei podisti praticanti, e sono convinto che sarebbe nettamente inferiore a quello della popolazione in generale. Alla faccia dei droplet che ci saremmo sparati ansimando in corsa a due metri l’uno dall’altro, e che oggi si è ansiosi di farsi sparare nelle discoteche.
Comunque, in duecento siamo a Pellegrino Parmense, chi proveniente da Salsomaggiore, chi da Fornovo attraverso la Varano dei Melegari e dei Dallara (ma ci sono anche liguri e lombardi): misurazione della temperatura (il mio 36°1 diventa 36°9 dopo uno straccio di riscaldamento), autocertificazione, gel e, ripeto, appello nominale. Più di così!

I percorsi corto e lungo sono in comune per i primi 5 km, direi i più antipatici, perché dopo un primo km erboso e quasi in piano, cominciano salite dure e perlopiù su fondo sassoso (vedere foto 35, 61, 125 e seguenti, 172 ecc.): al km 4,500 siamo saliti di 300 metri verticali, cui i “lunghisti” ne aggiungeranno altri 100 nei 2 km successivi.

Tracciato abbondantemente segnalato, con frecce e bandelle (foto 30, 47, 336 ecc.), e perfino un paio di corde alpinistiche nei tratti più ripidi (foto 337). Rispetto all’edizione del 2016, cui avevo partecipato, i Gps mi danno un allungamento di quasi 2 km, ma un addolcimento delle salite che allora risultarono di 1100 metri contro i 1000 dichiarati: oggi siamo nettamente sotto, però la collocazione quasi esclusivamente nella prima metà fiacca i meno preparati, che dal punto più basso raggiunto al km 14 (350 m) devono salirne poco più di 100 in 4 km, trovandosi infine abbastanza spiazzati dalla salita finale, una cinquantina di metri verticali a 800 metri lineari dall’arrivo (vedi foto 337-339).

Parlo ovviamente per quelli del mio livello scarso: un collega, nel sorpassarmi su uno strappo, mi soffia “pensa che poteva andar peggio: poteva piovere!”; ma forse la pioggia ci avrebbe fatto sentire meno la fatica e la sete. Peccato, perché i sentieri/stradine dell’ultima parte sono deliziosi (come nelle foto 149, 184, 290 ecc.) e si potrebbero davvero correre tutti; ma (parlo per me) forse tirare un 5000 in pista giovedì sera e presentarsi a un trail lungo dopo 60 ore non è la preparazione ideale…

Salendo ai piani nobili della corsa, vediamo che la 10 km è vinta da Simone Pau (Italpose, società di Gossolengo, PC) in 48:10, con quasi due minuti su Enrico Fieni ed Elia Trauzzi; ma la prestazione più memorabile resta quella di Isabella Morlini, non nuova a successi in terra parmense, quarta assoluta in 51:14, con 9 minuti di vantaggio sulla seconda. La “prof”, partita un quarto d’ora dopo me, mi raggiunge appena prima del bivio tra i due percorsi, su un sentiero strettino proprio mentre io sto inciampando su una liana, diciamo un rametto orizzontale bloccato dalle due parti. Per fortuna non le frano addosso, e così sono salvi i buoni rapporti tra UniBo e UniMoRe: ma da come andava, credo che avrei potuto anche farla cadere, risollevare, fasciare e medicare, e vinceva lo stesso.

Senza storia anche la corsa dei 21, vinta in 1.45:07 dall’unico assoluto maschile (e uno dei pochissimi Runcard), Michele Tibaldi, con 7 minuti su Davide Pau (Synergy di Gropparello, PC; evidentemente consanguineo del vincitore dei 10), e un quarto d’ora su Mattia Frigeri terzo.

Più combattuta la competizione donne, affare interno fra tre ragazze parmensi, con prevalenza di Elisa Adorni (2.13:32), 47” davanti a Giulia Giordani e 4 minuti su Evgenya Kovaleva. Saggiamente, non era previsto un tempo massimo, e così le tre amiche/amici sassolesi ritratte da Teida nelle foto 22 e 23 arrivano insieme, passeggiando come avevano programmato, in 4h12. Ma il cronometraggio manuale c’è anche per loro, e risulta accurato nel conteggiare i diversi orari delle partenze.

Giusta la definizione di gara “per tutti” data dalla Uisp di Parma, che malgrado qualche annullamento calendarizza durante l’estate almeno altri quattro trail.

Un passo in avanti, e si potrà riaprire anche alle non competitive: i droplet di chi trotterella senza classifica non sono più contagiosi di chi corre col cronometro acceso e di chi, in questo momento, si sta facendo le coccole nelle zone più ‘protette’ dei parchi.

SERVIZIO FOTOGRAFICO - 10 giugno - Non è bastato un nubifragio, scatenatosi sull’Emilia centrale nel tardo pomeriggio: all’inizio delle gare, un arcobaleno a 180 gradi sulle colline fioranesi ha annunciato che si poteva procedere con la prima giornata del “Challenge Circuito di Fiorano”, organizzato da Modena Runners Club, società giovane ma che si sta distinguendo per l’intraprendenza oltre che per aver raccolto un gruppo interessante di atleti giovani e soprattutto meno giovani, sia pure senza le disponibilità finanziarie dei grandi gruppi della regione che monopolizzano le classifiche nazionali.

L’idea è maturata verso la fine dell’epoca più buia del confinamento e del proibizionismo, quando l’elezione del nuovo Presidente FIDAL Stefano Mei, e l’amichevole collaborazione col nuovo delegato provinciale di Modena Vincenzo Mandile, hanno indotto a riportare lo sport della corsa anche a Modena (provincia tra le più penalizzate, ma direi anche più amorfe, nell’epoca-Covid).

E se le corse su strada sono tuttora ostacolate da balzelli vecchi (la circolare Gabrielli, per esempio) e nuovi (come lo stupido divieto, degno di una grida spagnola, del pubblico lungo le strade; o l’inutile rilevamento della temperatura, come se tutti quelli con meno di 37°5 fossero automaticamente Covid-free), i Modena Runners hanno pensato, secondo un modello già attivo a Parma (ma che in epoche antiche avevo sperimentato nel reggiano, tra Scandiano e Castelnovo Monti) di portare i praticanti della corsa sulla pista di atletica, luogo al momento più ‘sicuro’ e dove già da varie settimane è ripresa l’attività, perlomeno a livello giovanile.


Come mia personale opinione (lo dice la parola: opinabile), non mi sembra che l’atletica italiana in pista goda di troppa salute: i medaglieri vuoti nelle massime competizioni mondiali, dove i pochi trofei vengono solo da italiani acquisiti o di seconda generazione (per fare un paragone calcistico, più dai Balotelli o Jorginho che da Rossi-Tardelli-Altobelli), mi inducono a pensare che l’italiano medio non apprezzi troppo il rinchiudersi in una pista a inanellare 12 o 25 o 105 giri (personalmente l’ho fatto, per una maratona a Ferrara, ma come esperienza da non ripetere), prediligendo invece gli spazi liberi che si aprono ai margini delle strade o dei sentieri in altitudine. Forse ha ragione lo storico dirigente Fidal Sebastiano Scuderi, che atletica e podismo sono due sport distinti che andrebbero gestiti da due federazioni diverse; ma i podisti, cioè la stragrandissima maggioranza dei tesserati Fidal, sono utili per fare cassa, e sarà difficile lasciarli svincolare.

Stante la situazione, la proposta del Challenge di Fiorano è stata di sposare la strada alla pista, prevedendo quattro meeting di mezzofondo tra giugno e luglio, su distanze dai 400 ai 5000 metri, a formare graduatoria unica con la già classica 10000 su strada “San Donnino Ten”, esistente da vari anni ma il cui tracciato sarà ufficialmente certificato e il 19 settembre concluderà la kermesse.

Interessante e da verificare anche l’idea di una classifica master, che superi le premiazioni di categoria (un po’ patetiche per le età più avanzate) tenendo conto delle due migliori prestazioni in pista più quella su strada, utilizzando i punteggi stabiliti dalla Federazione che rapportino i tempi ai percorsi e all’età. Qualcosa di più del tempo compensato, grazie alla quale non è mai troppo tardi per andare in pista, e non ti devi vergognare se il ventenne ti doppia quattro volte, perché ognuno fa gara a sé, e magari la tua sfida ideale va ad un coetaneo che corre i 1500 metri.


L’occasione è stata opportuna anche per ridare vita, grazie al patrocinio del Comune di Fiorano e all’appoggio della Società RCM, alla più bella pista di atletica della provincia: non quella nota a tutti i patiti dei motori col nome di “pista di Fiorano” (sacrario che i podisti non potevano profanare nemmeno quando partiva da lì la Maratona d’Italia), ma a quella nella frazione di Spezzano (Spsan) a ridosso della collina e della tomba del patriota risorgimentale Ciro Menotti, un carpigiano che ha trovato riposo solo qui: pista recentemente ripristinata, già punto di partenza e arrivo di una delle gare podistiche più apprezzate in provincia, il “Giro delle salse di Nirano”.

Eccoci dunque, all’imbrunire di giovedì 10 giugno, sotto il guanto di velluto di Alberto Cattini, Simona Bedeschi, Roberta Lodesani ed Enrico Zanella (più tanti altri sottotraccia), con la direzione tecnica di Christian Mainini e il sobrio commento di Claudio Bernagozzi, alla prima serata, che prevedeva gare sui 400, 1500 e 5000 metri e aveva raccolto 240 iscrizioni, inclusi nomi di prestigio dalla regione e fuori.

Lascio la parola al comunicato ufficiale Fidal di Giorgio Rizzoli per le distanze più brevi.

Il miglior risultato tecnico è stato ottenuto nei 1500 metri femminili vinti da Sofia Giobelli, venticinquenne della Atl. BS '50 Metallurg. San Marco, che ha vinto la gara in 4.26.86. Non è il primato personale di questa atleta, che l'anno scorso aveva corso questa distanza in 4.24.56. Al 2° posto si è piazzata la master sf40 Fiorenza Pierli (Corradini Rubiera) in 4.37.96, primato personale. Seguono la master sf35 Elena Borghesi (Atl. Santamonica Misano) in 4.45.31 e l'allieva Giulia Bertacchini (Fratellanza 1874 Modena) in 4.46.47 e oltre 3 secondi di progresso.
Nei 1500 metri maschili vittoria di Omar Stefani (Atl. Lecco Colombo Costruzioni) in 4.00.50, seguito da Giovanni Fontana Granotto (Expandia Atl. Insieme Verona) in 4.05.65 e a Gianmarco Accardo (Fratellanza 1874 Modena) in 4.05.85. Interessanti le prestazioni dei master sm60 Marco Moracas (Fratellanza 1874 Modena) con 4.41.22 e sm65 Luciano Magagnoli (Centro Atl. Copparo) con 5.18.72, prestazioni non lontane dai rispettivi primati regionali.


Nei 400 metri maschili i migliori tempi sono stati di 2 atleti della Fratellanza: Luca Calvano 49..28 e Lorenzo Lamazzi 49.34; al 3° posto Tommaso Rabbi (Cus Parma) con il primato personale di 50.30.
Nei 400 metri femminili 2 atlete sotto il minuto; 1° posto per Veronica Valcavi (Self Montanari Gruzza) in 58.53, davanti a Alessia Gaggini (Francesco Francia) in 59.45.

Nel giro di pista si sono classificati in totale 59 atleti (di cui 23 donne): i vincitori, sia uomo che donna, erano entrambi di ‘ben’ 25 anni (la ragazza era la più anziana del lotto, mentre tra i maschi le macchie di colore, fra tanti millennials, erano costituite da due classe 1969 e 1976 de “La Fratellanza”.

Età media appena più elevata tra i 54 uomini e le 29 donne dei 1500: due SM 65 e tre SM 60 (tra cui Medardo Corsinotti, vincitore di tante corse su strada negli anni Ottanta-Novanta), e molte stradiste, tra cui mi piace citare le compagne di tante competitive e non-comp sulle strade modenesi-reggiane, Eugenia Ricchetti, Carmen Pigoni, Annarosa Mongera più altre che quasi non riconosco perché mi davano sempre la polvere. A occhio, direi che in questa classifica femminile dei 1500 si veda più che altrove il successo di aver portato dalla strada alla pista tante ragazze e signore altrimenti, forzatamente, ‘sottooccupate’.

Per i 5000 ridò la parola al comunicato ufficiale.

Nei 5000 metri maschili doppietta dei fratelli Ercoli del Circolo Minerva. La classifica assegna il 1° posto a Fabio Ercoli in 15.13.43 e il 2° a Marco Ercoli in 15.13.50. Al 3° posto Marco Fiorini (Atl. Castenaso Celtic Druid) in 15.23.12, poi lo junior Marco Cornali (Atl Reggio) in 15.43.60.
Nei 5000 metri femminili 1° posto per Laura Ricci, sf40 della Corradini Rubiera, in 19.15.19, davanti a Francesca Selmi (Pistoiatletica 1983) in 19.41.48.


Questa gara (divisa in tre batterie maschili, per un totale di 41 arrivati, e una  a sé per le 7 donne che si sono cimentate nei 12 giri e mezzo) ha ovviamente attirato i più anziani, e – direi – una stragrande maggioranza di stradisti: la classifica generale vede ai primi posti quelli della prima batteria, la più veloce, dove hanno vinto appaiati i due gemelli Ercoli, trentunenni, davanti al 25enne Fiorini e al diciottenne Cornali, che ha preceduto di 6” il compagno di squadra Salvatore Franzese, più anziano di 12 anni e ben noto alle competizioni stradali. Dodicesimo assoluto, nella classifica cumulativa, risulta il primo della batteria sulla carta più debole (quella in cui avevano meritatamente schiaffato sia il sottoscritto sia Stefano Morselli, che per mezz’ora ha lasciato l’obiettivo fotografico al collega Jader Consolini ed è entrato in pista): Fabio Poggi, 44 anni, da Castelnuovo Rangone e tesserato Modena Atletica, ci ha doppiato grosso modo tre volte finendo in un 16:52 che sicuramente gli varrà una miglior batteria alla prossima edizione.

Gli ha tenuto testa, finendo a 8 secondi, solo il ventisettenne Saimir Xhemalai, un Modena Runner che per una volta è venuto in pista, dai terreni trail dove già eccelle con vari successi nazionali, e nella graduatoria finale si piazza 14° precedendo di un secondo e mezzo il vincitore della batteria ‘intermedia’, il correggese Gilioli, più giovane di lui di un anno. Date di nascita variabili tra il 2005 di Giuliano Manzi (21°) e il 1949 di Mauro Zoboli, a testimoniare il largo spettro di attrazione per questa gara. A fare giustizia provvedono i punteggi ‘compensati’ (vedi sotto), per lui o ad esempio per Fausto Barbieri, un classe 64 di queste parti (Maranello), la cui fluente barba bianca non gli ha impedito di segnare un 18:42.

Tra le donne, tutto o quasi come prima del lockdown: Laura Ricci, classe 1979, col suo passo rasoterra da stradista si impone di 26” sull’andatura più aerea, da pistard, di Francesca Selmi (classe 1998), doppiando tutte le altre, tra cui due signore classe ’69 e l’onnipresente Georgina Busuoli da Bondeno, del ’72. Insomma, anche nel mondo cosiddetto rosa chi fa la strada non ha età e preferisce le distanze lunghe.

11 giugno - Ed eccoci alle classifiche ‘compensate’ master, che in un solo elenco mettono insieme 45 partecipanti uomini e 24 donne senza distinzione di gare (però i 1500 sono i più generosi nel regalare piazzamenti): in testa per il momento è Marco Moracas, SM 60 de La Fratellanza, il cui 4:41 sui 1500 produce 1028 punti, mentre Manuel Dallabrida, SM 45, ne fa 1006 col suo 4:08. Un bel balzo in avanti compie il ferrarese Luciano Magagnoli, M 65, con 5:18 nei soliti 1500, che vale 797 punti, e lo mette davanti a un altro “Fratello”, Giancarlo Bonfiglioli, M 50 che col suo 4:44 era finito appena dietro a Moracas. Il tempo di Fausto Barbieri sui 5000 lo issa al 12° posto, mentre Corsinotti è 14° e Poggi 15°.

Nelle parti basse, il derby di Podisti.net Morselli-Marri, vinto sul campo dal primo, viene rovesciato (diciamo così) dal Var, che al sottoscritto assegna 303 punti, solo 188 al collega.

Tra le donne, è Fiorenza Pierli, che nei 1500 aveva ceduto soltanto a una venticinquenne, a capeggiare la graduatoria; i 5000 vittoriosi della Ricci la collocano invece appena al 9° posto. Poco dietro lei, Eugenia Ricchetti (unica F 60 della graduatoria), poi Carmen Pigoni F 55, entrambe sui 1500; mentre fra le donne intrepide che hanno sfidato i 5000, Barbara Debbi, Barbara Giovanelli e Annalisa Tironi sono separate dall’inezia di 15 punti.

Insomma, una gara nella gara, un modo nuovo di fare le classifiche, un motivo di interesse in più per la prossima puntata tra due settimane.

6 giugno - Organizzata dal Club Giardino, un grande circolo sportivo e ricreativo nella periferia nord di Carpi, questa quinta edizione ha avuto una risonanza molto maggiore delle precedenti per essere risultata forse la prima gara non competitiva della Bassa modenese, in una provincia che è fra le più tarde a ricominciare col nostro sport. L’Emilia-Romagna rimane, per ora, vestita di giallo e sarà tra le ultime regioni ad andare in bianco: come “in bianco” sono andati, finora, i podisti/camminatori non agonisti, che da un anno e mezzo aspettano occasioni di ritrovo non competitivo, per correre liberamente come una volta.

Carpi, nello stesso giorno in cui si celebravano l’anniversario del D-Day e il compleanno del beato Odoardo Focherini, Giusto tra le Nazioni, ma in cui anche il responsabile della Medicina sportiva ha esortato a riprendere con l’attività fisica, finalmente ha risposto anche al richiamo della corsa per tutti, da una sede a un tiro di schioppo da quella Cibeno dove era nata e morta l’unica maratona che toccasse il capoluogo della provincia di Modena (sebbene anche oggi mi sia capitato di incontrare un portatore di t-shirt esibente la scritta “Carpi provincia di Carpi”: piccole liti tra cugini poveri, con due squadre di calcio che vivacchiano in serie C mentre il detestato Sassuolo sfiora l’Europa e innerva la Nazionale).

Nella stessa mattinata, a Modena si è svolto il 5000 in pista da 800 metri, largamente documentato su queste colonne http://podisti.net/index.php/in-evidenza/item/7289-modena-5000-del-novisad.html#!BBR00218 :

ma si trattava di gara solo agonistica e con una tassa di iscrizione decisamente superiore alla media ‘calmierata’ cui si è abituati da queste parti.

Al Club Giardino invece la cifra da versare era di appena 2,50 euro, che davano diritto a una maglietta, al ristoro intermedio (molto ricco) e a quello finale, e per di più andavano alla Onlus Porta aperta per l’acquisto di un mezzo di trasporto: dunque, ne avremmo dati volentieri anche di più, sebbene da certe foto in circolazione abbia visto certi vecchi habitués dell’evasione fiscale circolare allegramente senza pettorale. La scusa dei tempi antichi suonava che il pettorale era troppo piccolo, si sarebbe perso, e l’avevano “lasciato in tenda” (o infine un minaccioso “csa t’in frega a tè?”); ma siccome stavolta non c’erano tende né spogliatoi (sì invece i servizi igienici e lavabi, oltre a tutti i dispositivi igienizzanti ecc.), e il pettorale misurava cm 20x20, e al ritiro c’erano migliaia di spille per attaccarselo, ho piuttosto paura che la pandemia non abbia fatto perdere certi vizietti.

Comunque, i pettorali “venduti” sono stati almeno 300: la gara era annunciata come non competitiva a partenza libera tra le 8 e le 10, ma in realtà per chi volesse erano disponibili degli orari fissi di partenza a ondate, con cronometraggio, tanto è vero che alla fine ci sono state le premiazioni dei primi 15 uomini e donne, oltre che dei bambini cimentatisi in percorsi minori perlopiù all’interno del Club.

Il percorso esterno, invece (dichiarato di 12 km ma in realtà di 13,3), era prevalentemente campestre, su bei sentieri e stradicciole in parte calpestati da altre competizioni locali (Cibeno, Fossoli, San Marino, Cortile), in parte nuovi, con giro di boa al Club 33, altro circolo ricreativo posto sul canale della Lama, storico confine tra Carpi e Rovereto, coll’attiguo santuario dei Pundzée a radunare pellegrini dall’una e dall’altra parte nel mese di maggio.

Tracciato segnatissimo e popolatissimo di addetti, quasi ad ogni svolta: un sorvegliante andava su e giù in bicicletta, fischiettando lo struggente “Concerto dedicato a te” di Bindi; un altro, verso le 11, brontolava al telefono contro quelli partiti “a dés meno un quèrt”, che l’avrebbero fatto aspettare chissà quanto. Si passava anche vicino al canile/gattile intercomunale, e uno sbandieratore mi ha avvertito di stare attento perché era l’ora della passeggiata dei cani. L’ora in cui, se ho capito bene, non solo i volontari ma anche i liberi cittadini possono presentarsi al canile e ‘adottare’ temporaneamente un animale per farlo sgambare tra prati e boschetti: anche questa è civiltà.

Il mio animo nostalgico, di famiglia contadina proprio di queste parti, mi ha portato a visitare un paio di vecchie case coloniche abbandonate: sopra l’ingresso di una c’è una inferriata a mezzaluna con le iniziali CMC, spero che vada a finire in un qualche museo. Altre soste, o brevi pause-chiacchiere per riannodare i fili spezzati da 15 mesi, le abbiamo fatte volentieri ogni volta che si ritrovavano amicizie antiche: il compaesano Ermanno Martinelli, già braccio destro e sinistro di Barbolini per le mitiche “Tre Sere di Carpi”, o Giorgio Diazzi le cui ultime parole famose erano state “la maratona tornerà e tu sarai il primo a saperlo”; Helga e Claudio, quanti ricordi della Ultra Trail Mont Blanc e della maratona a mezzanotte dell’anno nuovo attorno a Zurigo; l’enologo Werther Torricelli che corre sul serio e andrà a premio. Ma perfino i suzzaresi con Bottazzi e la Daniela da Reggiolo, i finalesi di Ottavio e Antonella…Più una serie di amici che mi saluta mentre io non sempre riesco a riconoscerli: fugit inreparabile tempus, ci sarà l’agio di recuperare tutti i nomi e gli affetti?

Intanto, quello che importava era dare a tutti l’occasione di ripartire: dicono che questo lunedì sera si riunisca per la prima volta il Coordinamento Podistico modenese, chissà che non ne venga fuori qualcosa per una estate bianca ma non in bianco.

Oropa, 5 giugno - Questa nuova dimostrazione del ruolo trainante di Biella nella ripresa del podismo nazionale, come già lo era stata storicamente nel "fare l'Italia", merita un commento in più rispetto al tempestivo comunicato ufficiale già su queste colonne

https://www.podisti.net/index.php/cronache/item/7296-graglia-oropa-bi-la-2-santuari-run-trail.html

Questo, piaccia o non piaccia a qualche italiano "non fatto", o malfatto, o malefaciente, che dal suo pulpitino di squalificato continua a schiumare rabbia impotente: altrocché (cfr. Gesualdo Bufalino, L'uomo invaso, 1986/1995, p. 35).

Dopo essere stato, poco più di due mesi fa, a un'altra corsa in salita (la Biella-Piedicavallo), dalle caratteristiche abbastanza simili per lunghezza e altimetria, era stato un commento inserito in questo magazine a mettermi sull'avviso, su una gara che discende essa pure dalle capacità organizzative di Claudio Piana (qui nella foto 11 del servizio messo insieme, come sempre, da Roberto Mandelli) e di tutto quel reticolo sportivo e sociale che lo affianca, con le autorità politiche e federali in primo piano, e appena dietro un insieme di collaboratori appassionati (foto 10-12, 18, 28) tra cui non sfigurano le belle presenze femminili.
Infatti, se la "Piedicavallo" è una gara magnifica, questa "Due Santuari", che gode di scorci panoramici addirittura superiori (come si intravede appena dalle foto 17 e 23, poco professionalmente scattate correndo a 6/km), aggiunge la mistica di due luoghi sacri, meta secolare di pellegrinaggi che oggi sono incoraggiati da una rete di sentieri e itinerari favolosi: Oropa, probabilmente il più grande santuario mariano d'Italia, annuncia addirittura il suo giubileo del mezzo millennio, programmato per il prossimo agosto.
Ma anche Graglia merita più che una visita: la solennità del suo complesso, che rinvia ai climi austeri di uno o due secoli fa (basti vedere la facciata del ristorante/refettorio annesso all'antico ospizio per i pellegrini, dove in tanti abbiamo consumato un economico pranzo pre-gara), si sposa all'acqua purissima che sgorga dalle sue sorgenti, classificata come la più leggera d'Italia, e liberamente disponibile dalle fontanelle, oltre tutto dotate (come anche a Oropa, foto 30) di mestolini dai quali attingere gioiosamente, almeno in era-pre Covid, un'acqua della salute.
L'acqua detta Lauretana (appunto per il gemellaggio coll'altro grande santuario di Loreto) era disponibile senza risparmio anche nei tre ristori del percorso di circa 19 km che da Graglia portava ad Oropa, lungo una stradina asfaltata ma totalmente interdetta al traffico durante le 3 ore del nostro passaggio. La pendenza era di un certo rilievo nei primi 2 km, che dagli 810 metri di Graglia facevano salire a quasi 950, con un picco di 90 metri da rimontare al km 2; poi si addolciva, con una discesina abbastanza marcata verso il km 7, per poi risalire al punto più alto del percorso, intorno ai 1200 metri tra il 15 e il 17, regalandoci infine una lieve discesa su Oropa, a lato di prati dove pascolavano pacifiche le vacche, e infine col fiancheggiare il cimitero tra i faggi, dove è sepolto Quintino Sella (un altro dei grandi biellesi che hanno fatto l'Italia… "e lascia dir gli stolti", per citare Dante), col nipote Vittorio Sella inimitabile fotografo delle grandi montagne.
Partenza, dalle 4 pomeridiane (quando a malapena si erano digeriti i tortelloni e il vitello brasato del refettorio di Graglia), in due scaglioni distanziati di 15 minuti per i 206 in scarpette alla fine classificati: prima le donne e gli over 55, poi i maschietti più giovani (i più veloci dei quali colmavano il gap dopo 4-5 km; a quel punto, erano ancora affiancati i primi tre poi arrivati a Oropa nello spazio di un minuto).  
Stante il traguardo in discesa (una quarantina di metri giù, nell'ultimo km, per un complesso di 500 metri D+ e 175 D-), tutti abbiamo avuto la soddisfazione di arrivare correndo, compreso l'87enne Gianni Ceccon nel giorno del suo compleanno. Parafrasando Andreotti, direi che la corsa fa male a chi non la pratica.
Premiazioni di categoria in modalità-self service; anche agli ultimi (arrivati più o meno contemporaneamente ai meno veloci dei 59 trailer) è rimasto il tempo di prendere una benedizione dalla Madonna Nera, davanti a cui si inchinò un altro grandissimo piemontese, il chimico Amedeo Avogadro le cui leggi funzionano perfettamente pure oggi; e poi, nel dolce tramonto, consumare un pasto sotto i portici della basilica, in uno dei tanti ristorantini a prezzo modico: qui, era d'obbligo la polenta concia, non senza una caraffina di rosso locale che ti va giù quasi come la Lauretana.

Si riparte un po' malvolentieri nell'aria che si annera, precipitandoci verso le luci di Biella che si accendono: appena consolati dal sapere che in queste parti, quasi con cadenza settimanale, sono programmate altre corse per ricreare fisico e spirito.

2 giugno - Dopo Ravenna, anche Ferrara ha messo in campo la sua gara, con un esordio che in certo senso riceve il testimone dalla non lontana classica “11 ponti” di Comacchio della famiglia Rossetti/Fogli, saltata negli ultimi due anni per i troppi adempimenti da rispettare (come mi diceva l’ex campione di maratona Giuseppe Rossetti, qui per assistere).
Si è trattato di una gara totalmente campestre, su sentieri e stradine erbose nelle immediate adiacenze del resort “Oasi bianca”, virtualmente all’ombra del gioiello di Pomposa, come mostrano le foto di Teida Seghedoni tornata tra noi (in particolare l’ultima ventina di immagini del servizio; mentre nelle prime vedete alcuni aspetti dell’Oasi, compreso il laghetto di ninfee e la piscina costantemente igienizzata da erogatori d’aria ‘trattata’).

Il tracciato, anche se non era ben specificato dalle info online, aveva tutte le caratteristiche di una corsa campestre: due giri di circa 3,850 km, con molte curve secche, alternanza di tratti erbosi e in terra battuta a fianco di campi dove il grano comincia a imbiondire, e perfino qualche decina di metri sul fondo sabbioso nel quale emergono le viti da cui poi si ricaverà il “vino della sabbia” (significative le foto 380 e 425 con tante altre, nelle quali i podisti sembrano mimetizzati tra le vigne, immersi nello spirto silvestre - avrebbe detto D’Annunzio).

Oltre 340 gli iscritti (gratificati, per 10 euro, di un pacco gara pesante soprattutto di specialità alimentari ferraresi); ovviamente il costo del servizio non va misurato con la roba che ti danno, ma piuttosto con l’allestimento della competitiva, chip, relativi rilevamenti ed elaborazione dati, giudici e tecnici.
In più, confesso che ho goduto di un servizio non dichiarato: nel parcheggio esterno più vicino all’Oasi stava un prefabbricato con servizi igienici, attrezzato anche con docce. Senza troppe speranze ho provato, dopo la gara, ad aprire un miscelatore, e ne è uscita un’acqua letteralmente ustionante! Non ditelo al fu-Arcuri delle primule e dei banchi con le rotelle, ma io la doccia l’ho fatta (preciso: ogni localino-doccia era individuale, e quando c’ero io nessun altro è entrato lì, appunto perché non era dichiarato).

316 i classificati, partiti in varie batterie distanziate un paio di minuti l’una dall’altra (niente gun-time, ovviamente, ma cronometraggio individuale per ciascuno; chissà perché il mio tempo è esattamente di un minuto più alto rispetto a quello indicato dal mio cronometro…): è ovvio che ci sono stati dei sorpassi, e ogni tanto dai due megafonisti giungeva l’invito a mantenere le distanze: ma come dice il mio compagno di squadra dottor Giacomo, ci vuole una bella mira a centrare coi propri droplet un altro corridore all’aria aperta. In ogni caso, vigeva il solito obbligo a tenere la mascherina per i primi 500 metri, e di rimetterla appena usciti dal terreno di gara. Distanziamento anche per le premiazioni, come documentano le nostre foto; al massimo qualche saluto col gomito, un altro dei lasciti più ridicoli dell’era pandemica, al cui inizio ci raccomandavano di starnutire proprio nel gomito.

Secondo le previsioni, ha vinto nettamente il ferrarese Rudy Magagnoli (Atl.Corriferrara, classe 1977) con 26’15”, che sarebbero 3:17/km se la distanza fosse giusta, precedendo di 24” Giovanni Luca Andreella (Running Club Comacchio) e di 50” Federico Valandro (Assindustria Padova), entrambi di 15 anni più giovani; 223 i maschi classificati.
Più combattuta la lotta tra le donne, 93 in tutto, dove le due reggiane Isabella Morlini (Atl.Reggio) e Rosa Alfieri (Circolo Minerva), che vedete insieme nella foto 24, hanno resistito solo in parte a Nadiya Chubak, l’ucraina divenuta cittadina italiana (Lughesina, classe 1976) che ha vinto in 30’33”, 14” davanti alla Alfieri (classe 1970); mentre la Morlini ha accusato un malanno dopo il primo giro per cui la terza piazza è andata, con distacco notevole, ad Anna Spagnoli (Gs Gabbi) a 1’42”.

Ricche le premiazioni anche per le categorie, sia pur ridotte di numero rispetto alle canoniche. Alcuni di noi hanno poi premiato il proprio spirito con una visita all’attigua Abbazia (un gioiello assoluto, tra i tanti che abbiamo in Italia, e oltre tutto meta dell’ultimo viaggio di Dante, che in questi luoghi contrasse la malaria fatale), e infine ristorato il fisico con un tuffo nell’Adriatico già caldissimo e con gli ombrelloni occupati attorno alla metà della capienza. Doveroso anche un saluto alla vicina Goro, nel ricordo della sua Pantera appena scomparsa, ed a Gorino, paesello al limite delle terre emerse, dove probabilmente le zanzare sono ritenute un deterrente al coronavirus perché quasi nessuno indossa la mascherina. Poi non venite a dire che gli untori sono i podisti.

2021-Abbazia di Pomposa - Codigoro (Fe)

 

28 maggio - Sono ufficiali i risultati delle elezioni europee per il rappresentante del Vecchio Continente in seno alla IAU, International Association of Ultrarunners, cui è affiliata anche la Fidal, e che sovraintende a tutte le competizioni di lunghezza superiore alla maratona (tipicamente, le 100 km, le 6/12/24 ore e oltre).
Nel secondo round elettorale, una sorta di ballottaggio tra i candidati che avevano superato la prima selezione, il nostro carissimo Gregorio Zucchinali ha ottenuto la maggioranza assoluta dei "grandi elettori", 9 voti sui 17 espressi in tutto dai singoli rappresentanti nazionali, prevalendo nettamente sui due inglesi rimasti in lizza, Walter Hill e Norman Wilson.

La composizione dell’Executive Council IAU risulta ora così fatta (trascriviamo dal sito https://iau-ultramarathon.org/election-results-of-the-iau):

President: Nadeem Khan (Canada)

Vice-president: Robert Boyce (Australia)

General Secretary: Hilary Walker (Great Britain)

 

Executive Council Member/Directors:

 

Diana Amza (Romania)

Jacek Bedkowski (Poland)

Francisco Sánchez (Spain)

Hilmy Aboud Said (Comoros)

 

Area Representatives:

America: Fabian Campanini (Argentina)

Africa: Solomon Ogba (Nigeria)

Asia: Adiga Nagraj (India)

Europe: Gregorio Zucchinali (Italy) 

 

“Don” Gregorio (come familiarmente lo chiamavano gli amici delle prime corse, da Ciserano a Roncola di Treviolo) ha prontamente riconosciuto i meriti di chi gli è stato a fianco:

Un grazie alla Federazione di Atletica Leggera che ha creduto in me e mi ha candidato standomi vicino in questo Congresso Elettivo IAU dove sono stato eletto in rappresentanza dell'Area Europea. Un grazie alla IUTA, una grande Associazione di volontari ed amici di cui sono Presidente, ed un particolare grazie al mio gruppo sportivo, Bergamo Stars Atletica, che mi fa sentire di appartenere ad una famiglia sportiva ed anche al mio attuale gruppo non competitivo GM AVIS Curnasco. Ma grazie anche ad amici che mi hanno sempre accettato per quello che sono, e ai miei compaesani di Ciserano, il paese dove sono nato e risiedo, che quando mi vedono correre hanno per me sempre un saluto. Soprattutto, per ultimo ma non ultimo, un grazie alla mia famiglia che mi è vicina e mi fa sentire di essere destinatario di un sentimento importante. Eccomi qui per i prossimi 4 anni”. 

Davvero, quel ragazzo ne ha fatta di strada, dai tempi che ci si incontrava alle antiche maratone di Vigarano o di Cesano Boscone o di Ivrea, poi alla prima maratona di Milano (quando percorremmo vari chilometri con lui e col sodale Dinardo, “il veterinario” - che non voleva essere chiamato così – ivi compresa l’illustrazione turistica di tutti i luoghi storici attraversati, Lazzaretto manzoniano compreso); o ci si rivedeva alla maratona di Monaco, quando Govi tentava vanamente di ottenere l’iscrizione gratis alla 42 sul Brembo di Roncola o alla 6/12/24 ore del Delfino a Ciserano; o più tardi, nelle Ultramaratone, che Zucchinali patrocinava o dirigeva, non disdegnando di parteciparvi in scarpette (come ha fatto alla 6 ore della Birra 2019 dell’amico Vedilei, e ultimamente, seppur non per tutta la durata, alla 6 ore del Parco Nord di Milano-Sesto).
La galleria di foto che Roberto Mandelli ha messo insieme in poche ore (piccolo campionario di centinaia di immagini)

Gregorio Zucchinali

mostra come alla IAU non siederà un burocrate in camicia e cravatta, ma un podista vero, che sgomitava fianco a fianco del compagno di squadra Marco Menegardi o del sindaco di Seregno Giacinto Mariani, per esempio; uno Zucchinali non a caso scelto e ri-scelto senza nessun dubbio dalla comunità degli ultramaratoneti italiani (altrocché elezioni con un solo candidato, che sarebbero nulle secondo i vaniloqui di un bloggaro maldicente quanto incompetente!), e avallato nella sua ufficialità dalla nuova Fidal.

È lecito attendersi molto da lui.

È stata una bella idea l’assegnazione dei campionati italiani master sui 10 km a Paratico, sulla sponda meridionale del lago d’Iseo: non solo per le doti della società organizzatrice, tra le più forti non solo della Lombardia, ma di tutta Italia, come mostrano i titoli nazionali documentati dalla lussuosa brochure di 72 pagine preparata per l’evento (cui si aggiunge l’ennesima vittoria individuale del dottor Menegardi nella vigilia a Imola), ma per la bellezza della zona, giustamente decantata nella presentazione dalle massime autorità federali (da Stefano Mei a Gianni Mauri) e civili.

Per un campionato nazionale, con partecipazione prevista a quattro cifre (come mi aveva anticipato qualche settimana fa Christian Mainini, responsabile Fidal dell’evento) sarebbe stato certamente più comodo quell’allestimento in vitro, e lasciatemi pur dire squallidino, che va di moda adesso, nelle piste degli aeroporti o degli autodromi o dei quartieri industriali delle città, deserti la domenica (così da ‘corrispondere’ alla più insulsa delle prescrizioni anti-Covid, il divieto di spettatori lungo le strade).

Invece Paratico (cittadina che guarda dall’alto quasi tutto il lago, teatro di una vecchia e affascinante maratona in cui casualmente scarpinai col gruppo dei parlamentari maratoneti) ha scelto, per questa edizione speciale del Grand Prix del Sebino, le sue stradine tortuose e in parte strettine del centro storico, con un dislivello complessivo attorno ai 30 metri per ognuno dei tre giri, esattissimamente misurati: opzione in cui si specchia il presidente Ezio Tengattini, atleta vero più volte ritratto in corsa da Roberto Mandelli per queste pagine.
Per ridurre l’assembramento, siamo stati divisi in quattro batterie di circa 400 partecipanti l’una, dalle 9 alle 12,30: e la categoria dei vecchiardi in cui mi trovo fatalmente intruppato ha scontato la levataccia (per l’anticipo della partenza dalle 10,15 alle 9.00, anzi 8,59) con la soddisfazione estetica di correre insieme alle donne e addirittura con l’azzurrabile olimpica Sara Dossena (che personalmente è riuscita a doppiarmi, completando il suo terzo giro proprio mentre stavo concludendo il secondo: ci sta, visto che ho quasi il doppio dei suoi anni…).  A differenza di tanti altri sport, il podismo ha di bello anche che tu puoi gareggiare gomito a gomito coi mostri sacri.

La partenza della gara Femminile e Over70 Maschile

In effetti venivamo da tutta Italia, sebbene ovviamente i residenti nel Centro-Sud (anche da Puglia, Calabria ecc.) fossero in numero minore rispetto ai settentrionali, peraltro da tutte le longitudini comprese quelle friulane: tra i lombardi, faccio la conoscenza (mediata da Mandelli, che con lui corse la London Marathon nel giorno in cui Juliano perpetrò il famoso fallo su Ronaldo...) con Edilio Minetti, presidente dell’Athletic Club Villasanta, che malgrado i suoi tre anni in più mi rifilerà (come previsto) quasi 5 minuti. Parecchi gli emiliani, con tutte le società più rappresentative a cominciare dai plurititolati del Casone Noceto, del Minerva, Gabbi, Castel San Pietro, della Corradini e così via: e ai bordi, c’è un triplete reggiano non male, col citato Mainini a sovrintendere, Roberto Brighenti a intrattenerci al microfono (la sua nuova metafora, prima del via, è “allacciatevi le cinture!”), Morselli a fotografare col suo cannone e prendere appunti per le cronache che usciranno quasi in tempo reale.

Già un’ora avanti il primo sparo, si fatica a parcheggiare l’auto a meno di 500 metri dal ritrovo (mi sarebbe parso utile segnalare la zona del vecchio campo sportivo sotto la chiesa, che invece sfruttiamo in pochissimi).

Ampio e confortevole il parco dove si svolgono le formalità di ritiro dei pettorali e gli altri riti usuali (salvo che manca un deposito borse), ben disciplinato l’accesso al box di partenza. Siccome comanda la Fidal, qui si va col gun time, sebbene, causa la larghezza stradale di 6/7 metri max, gli ultimi di ogni griglia impieghino una quindicina di secondi a passare sotto lo striscione. Dopo un breve lancio quasi in piano, comincia la prima salita verso la parrocchiale, punto più alto del tracciato a circa 220 metri (sui circa 207 della partenza), dopo di che si svolta a sinistra per una stradetta divisa in due dato che dopo 250 metri impone un giro di boa a 180 gradi. Da qui, breve salita e poi prevalenza di discesa, fin che (direbbe Dante, qui evocato in numerosi murales) “noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto”, perché raggiunto il punto più basso a circa 190 metri, dopo 2700 percorsi, abbiamo quello che Brighenti chiama “mangia e bevi”, ma noi che lo percorriamo tre volte definiremmo piuttosto “muretto”: in 300 metri lineari si sale grosso modo di 26 verticali, niente di drammatico sebbene qualche collega di ambo i sessi li faccia di passo.

Ma è il bello di questa gara, e lascia pure che il cardiof segni 178, tanto si deve morire tutti (e comunque non si muore per così poco). Due curve, ed ecco il tappetino che segna la fine di ogni giro, mentre Brighenti continua a snocciolare, senza bisogno di appunti, dati biografici per ciascuno di noi.

Molto bella e ricca la medaglia, consegnata all’arrivo con il sacchetto dei ristori più immediati; non vedo rubinetti o fontanelle, e siccome docce e spogliatoi erano programmaticamente esclusi, ognuno degli arrivati si arrangia come può, o all’aperto o sull’auto propria. Per fortuna, la temperatura è ideale, e anzi la brezza ci asciuga da sé il sudore.


Le classifiche, categoria per categoria, appaiono online poco dopo, presto accompagnate anche dai punteggi validi per la classifica di società (che però non vedo pubblicata sul sito Fidal: serve per le nostre rivalità stracittadine…). Come avete già visto, i risultati sono di eccellenza: lasciando stare la Dossena, al momento su un altro pianeta coi suoi 3:30/km

http://podisti.net/index.php/in-evidenza/item/7237-35-33-per-sara-dossena-a-paratico-bs.html

il livello complessivo è significativamente mostrato dal fatto che, correndo ai 4’/km, negli M 40 (dove il primo ha filato ai 3:06) non ci si piazza nei primi cento; e il vincitore M 70 ha corso sui 4:07”!

http://podisti.net/index.php/in-evidenza/item/7239-paratico-bs-campionati-italiani-master-uomini.html

In somma, una bella esperienza, un bel ritorno all’agonismo: ha scritto Mei che “le strade devono tornare ‘nostre’; di chi le ama; di chi nella fatica trova gioia e soddisfazione”. Per chiudere col Presidente: è stata “una giornata di festa e di rinascita”. Non fosse per la notizia luttuosa che ci raggiunge dal vicino Mottarone: ripenso a quando ci salivamo per la strada del lago d’Orta che in cima scollina appunto per Stresa, con un passaggio di noi maratoneti proprio nel parco d’arrivo della tragica funivia.

Ci si chiede perché cose del genere debbano succedere nel primo Paese turistico del mondo. Piangendo, rifugiamoci ancora in Dante, che angosciato chiede al sommo Giove se, in tanta indicibile disgrazia, dobbiamo aspettarci “alcun bene in tutto dell’accorger nostro scisso”.

15 maggio - Questo fine settimana sarà ricordato come il primo di una grande ripresa del nostro sport, che ci auguriamo possa godere di una “progressione esponenziale”: terminologia purtroppo sentita, fino a poco fa, solo per notizie luttuose, e invece questa sembra che sia la volta buona per far tacere i cornacchioni iettatori dello “state a casa” e permettere di ritrovarci gradualmente, con le precauzioni dettate dalla ragionevolezza e dalla scienza, non dal terrorismo antisportivo, invidioso e squalificato dei pantofolai divanisti.
Un sabato e domenica dove (a parte il successo mediatico e tecnico, un po’ in vitro anzi “in bolla”, della maratona di Milano) i trailer si sono sparsi per mezza Italia, in competizioni storiche o comunque affermate come quelle di Cantalupo, Arco, Tarsogno ecc., e in gran numero anche al meraviglioso e non proibitivo Chianti Ultra Trail, su una distanza massima di 73 km con 2700 metri di dislivello, e tre altre lunghezze di 42 (+1400), 20 (+800) e 15 (+570).
I classificati in questi quattro percorsi superano gli 800, cui va aggiunto un numero non definito di quanti, iscritti già dal 2020 alle gare non competitive, si sono trovati la loro corsa cancellata (dato che l’omologazione Uisp e Coni prevedeva solo gare agonistiche), ma non hanno saputo rinunciare alla gioia di mettersi ugualmente le scarpette calpestando le meravigliose strade bianche e gli stupendi sentieri tra vigneti, uliveti e filari di cipressi che caratterizzano questo angolo d’Italia tra i più amichevoli che ci siano: non a caso, scelto per altri percorsi in natura come l’Eroica di Gaiole e il trail di Castelnuovo della Berardenga (territori adiacenti al nostro e nei quali il giro di oggi ha sconfinato).

Dire che Radda (di cui fu podestà anche Francesco Ferrucci, l’eroe ricordato dall’inno di Mameli) sia un borgo tra i più belli d’Italia è vero in assoluto, ma fa torto ai tanti altri borghi del Chianti e della Toscana tutta, dove la dolcezza del paesaggio si sposa a un diffuso rispetto per l’ambiente, alla tutela dei valori agricoli e di quanto ne deriva, in un’armonia da perenne Rinascimento che ti soddisfa i cinque sensi. Chi volesse seguire le orme di Sting, di Mike Jagger, di Richard Gere, Harrison Ford, Madonna, George Clooney e altri che si sono fatti la casa da queste parti, sappia che nel centro di Radda, vicinissimo al palazzo “Flatiron”, è in vendita una torre antica con appartamento adiacente… ma pure altre abitazioni alla portata di podista.
Ma veniamo a noi. Riuscire a correre il CUT non è semplicissimo: l’annullamento dell’edizione 2020, una prima data posta al 20 marzo 2021 che si era dovuta pure cancellare, col rinvio alla data di riserva del 15 maggio di tutte le iscrizioni già perfezionate, aveva fatto apparire le scritte “Sold out” e “Waiting list” da parecchie settimane: per fortuna mi hanno ripescato un mese fa, e sono riuscito a tornare da queste parti, sicuro che qui non ci si sbaglia mai. Da un collega podista apprendo che gli avevano fissato la vaccinazione l’altro ieri, ma lui ha preferito rinviarla piuttosto che perdere quest’occasione! E come lui, tanti altri sono scesi qui, da Rimini, perfino da San Martino in Rio (conoscenti di Morselli!), da Trieste, da Concorezzo, anche solo per non rinunciare ai personali 15 o 20 km in natura.

Mancano ancora quei favolosi pasta-party per cui i toscani sono i primi al mondo: ma torneranno, e nel frattempo le nostre tagliatelle al cinghiale, il riso al Chianti, le grigliate miste ce le gustiamo a piccoli gruppi, magari sotto le volte dei camminamenti medievali, mettendoci qualcosa indosso perché a 500-600 metri l’arietta di primavera si fa sentire.

Il consueto rispetto delle norme sanitarie (che col podismo ha dato risultati eccellenti: non credo di essere semplicemente baciato dalla fortuna se da settembre a oggi ho corso, dal Piemonte al Friuli, dall’Abruzzo all’Umbria alla Toscana, quattro maratone, tre ultratrail, una ultramaratona, un giro a tappe, due maratonine e varie distanze minori, senza mai beccarmi un raffreddore) qui prescrive il ritiro dei pettorali ad orario prefissato (per fortuna, con tolleranze se non c’è affollamento: così la nostra amica Natalina, letteralmente fermata per strada dai tanti che la conoscono, riesce a ritagliarsi un orario tutto suo).
Poi ci sono le partenze scaglionate: dalle 6 in poi, un’ora per ogni tipo di gara, e al suo interno distanziamento di 5 minuti, e comunque partenze anche individuali, a cronometro, entro il proprio spazio, con mascherina nei primi 500 metri. Ancora una volta, San Chip, alla faccia del bacucco gun time, e di quei giudici-arbitri di cui, finita la nostra fatica, sperimenteremo a sera uno splendido esemplare vedendo in tv quel certo derby d’Italia... Nel podismo si sa che chi arriva davanti è più forte, almeno quel giorno, di chi gli arriva dietro, e nessuna diarchia di ducetti impuniti riuscirebbe a rovesciare i valori sanciti dal campo. La mia vecchiaia mi porta in mente quanto scrisse Gianni Brera di Keith Aston, arbitro inglese della mattanza di Cile-Italia 1962: il suo comportamento esclude che fosse venduto, perché gli arbitri venduti la fanno più da furbi.

Ma non intristiamoci: per chi punta a godersi la giornata (di splendido sole, ancora una volta alla faccia dei meteo-astrologi: ne profitto per indossare la maglietta bianca leggera ricevuta al Monte Maggiore Ultratrail, Toscana, 1.3.2020, prima domenica del disastro), i km scorrono più lieti se consumati in compagnia di amici di vecchia data o conosciuti in questa occasione: fino al primo ristoro nel centro di Vagliagli ci sveleremo tutte le reciproche conoscenze con una Michela valdostana (anzi, da Villair di Quart, vicino agli Ottoz e alla Bertone); poi sarà il turno di un trio che, quando lo raggiungo, sta commentando ammirato la stupenda foto di Roberto Mandelli che ritrae un Calcaterra ‘ecologista’ al Parco Nord di Milano. Uno dei tre è quell’Alessio già compagno di fanghi nella Ronda Ghibellina a gennaio, e mi trasmette i saluti per la Natalina che sta correndo intrepida i 73 km.

Dopo una ventina di km viene il secondo ristoro, preannunciato da bottiglie di Chianti (purtroppo chiuse) a Poggio San Polo, sul lembo di una meravigliosa vallata a vigneti: e qui c’è l’enfant du pays Morellino, la cui allegria e le simpatiche considerazioni anti-Suine non hanno freni e vengono trasmesse in diretta whatsapp a Mandelli.

Il disegno del percorso ricorda un lupo in piedi sulle zampe posteriori: fatto il periplo del corpo (Vagliagli era la zampa posteriore sinistra) giungiamo al collo del km 25, nei pressi di Radda e della mirabile chiesetta antica di San Giusto in Salcio. Da qui si affronta la testa del lupo partendo dal sottogola, con le ultime quattro salite in 17 km (contro le tre della prima parte, sempre su e giù fra i 300 e i 530 metri). Attraversamento dell’altro meraviglioso borgo di Vertine (zona-Eroica), prezioso punto-acqua (un rubinettino pubblico) col sole che per noi tardoni picchia in verticale, ora in compagnia di una quasi compaesana e forse mezza parente, Alessandra da Carpi che, olim iscritta ai 20 non competitivi, mentre il marito sta correndo i 73 non è rimasta in albergo e i 20 li fa comunque.
Insieme si arriva al temuto cancello della stupenda villa di Vistarenni al km 36,5; e sebbene un fotografo faccia lo spiritoso dicendoci che mancano 10 minuti al tempo massimo, il tappetino-chip sentenzia che abbiamo due ore e c’è tutto il tempo di sedersi nel parco a consumare in calma il ristoro (come negli altri, acqua gassata e cola in bottiglie sigillate, formaggio, frutta e cibarie in buste chiuse).
E via per l’ultima galoppata (vabbè, a passi tardi e lenti come Petrarca), separandoci dai 73 che invece vanno su per “il Muro”: a noi tocca una dolce discesina, poi le due salite rimanenti, di nuovo in compagnia con gli eroi del lunghissimo: l’ultima, traversando una stupenda tenuta vinicola e infine la casa del Chianti, in un affascinante ex convento sistemato dai vari Ricasoli e Ginori, è la più dura, 100 metri terrosi da rimontare in 2 km. Ma Radda è lì, la voce dello speaker Fabio Fiaschi, presidente toscano e artefice di tante belle gare, ci conforta ed esalta.
Originale e bella la medaglia, e ci possiamo permettere di addentare persino i panini al prosciutto del ristoro finale. È finita… purtroppo, per noi delle distanze minori: mentre quelli dei 73 arriveranno fino alle 20, col cielo che dolcemente si oscura in un sabato chiantigiano da favola.

I chip di Endu fanno rapidamente il loro dovere, e le classifiche sono immediate.
Per i due percorsi maggiori si veda il report istantaneo che Mandelli ha ottenuto dalle due ragazze sue conterranee. http://podisti.net/index.php/cronache/item/7216-una-bottiglia-di-chianti-per-rifarsi-delle-tante-salite.html#!09.05.2021_Radda_in_Chianti_Ultra_Trail_0001_

Sui 15 km +570 m (113 arrivati) vincono Luca Rosi in 1.06:40 e Martina Brustolon in 1.13:24; sui 20 km + 800 m (189 classificati) Michele Meridio in 1.24:12 e Giulia Zaltron 1.48:43.

Ma abbiamo vinto tutti, fino ad Angiolino Zanardi, veronese, che in 13h55 chiude la giornata.

Che molti di noi proseguono riservando l’indomani a escursioni turistiche: personalmente mi dedico a varie abbazie, da quella vicina di Coltibuono a quella, già oltre i limiti della provincia, di Vallombrosa, ricca di fascino e di cultura, nonché teatro di una storica corsa “del trenino”. In Toscana, c’è sempre qualcosa di bello da vedere, da fare, da correre.

9 maggio – Programmata per il 29 marzo 2020, e rinviata per le note ragioni, questa maratonina ha trovato la forza di ripartire dopo 400 giorni (come è stampato sulla maglietta e si desume anche dalla caratteristica medaglia in legno, nella foto 24 del servizio assemblato come sempre dal brianzolo Roberto Mandelli). Ed ha avuto un successo che per l’ennesima volta testimonia la voglia di sport che non ci ha mai abbandonato, e sarebbe pure un’ottima medicina per il nostro Paese malato (non solo di Covid).
Quasi 700 iscritti (quaranta in più dell’ultima edizione 2019), 619 arrivati per una gara competitiva nelle campagne attorno a un paese di nemmeno 12mila abitanti sono cifre stupefacenti: partecipanti non solo lombardi, ma veneti, trentini, emiliano-romagnoli (in partenza mi è capitato di conversare persino con un concorrente di origini argentine, ex lanciatore di peso, che ora produce vino sulle colline modenesi). 
Dalla Romagna vengono i primi due della classifica assoluta, entrambi freschi trentenni: Giacomo Pensalfini (Edera Forlì, la società del leggendario Sergio Tampieri fondatore del Club Supermarathon Italia), vincitore in 1h10:48, e Ismail El Haissoufi (Atl. Rimini nord - Santarcangelo), giunto a 47”, appena 2 secondi (che nel real time si riducono ad uno soltanto) davanti al trentottenne bresciano Fabio Gala. 
Tripletta in campo femminile, invece, per la vicina Atletica Paratico, che si appresta a ospitare il campionato italiano dei 10 km e qui ha riempito il podio con Eva Grisoni (1:23:07), Loretta Bettin (a un minuto) e Simona Angelini a tre minuti. Da Paratico viene anche l’ultimo maschio classificato, Gregorio Spanu, classe 1943, unico della categoria F 75, che ha concluso in 2:54, pressoché a spalla con le due ultime signore, entrambe del ’59 (nella foto 7 vedete l’ultimissima).
Va precisato che la classifica mette insieme, dopo il paziente assemblaggio dei cronometristi Fidal (che vedete in azione sul traguardo nella foto 9), gli esiti ‘sparpagliati’ delle tre distinte partenze nell’arco di 10 minuti, a gruppi di 250, con mantenimento delle distanze e mascherine per i primi 500 metri: giocoforza, a stabilire i tempi individuali ha provveduto il chip, ma la graduatoria ufficiale è data dal ‘gun time’ (beninteso, ognuno secondo l’ora dello sparo del suo gruppo), senza tener conto dei ritardi causati dal distanziamento; capita così di vedere delle inversioni tra classifica e tempo effettivo individuale: per esempio, l’11° ha impiegato meno tempo del 10°, il 15° meno del 14°, e così via. Il mio debole parere (per dirla con Renzo Tramaglino) sarebbe che, specialmente in tempi di corse quasi a cronometro come gli attuali, sarebbe opportuno basarsi solo sul real-time; ma è una discussione che va avanti da anni, e vede l’Italia come roccaforte del gun-time che quasi tutto il mondo ha abbandonato nelle corse di massa.
Torniamo dunque al fascino di questa maratonina (purtroppo, ma necessariamente, privata del contorno della tradizionale Family Run): di fronte a un costo primo di iscrizione di 18 euro (aggiungendo ovviamente la convalida degli iscritti 2020), portato a 25 nelle ultime settimane, si riceveva una maglietta e un doppio pacco gara di natura alimentare (foto 25), cui andava aggiunto il centinaio abbondante di premi, sia assoluti sia per le categorie Fidal (dai tre ai cinque premi per ciascuna).
Parcheggi gratuiti molto comodi, nei pressi dello slargo in cui era sistemato un buon numero di toilette mobili, permettevano di accedere alla bella piazza centrale, estremo avamposto del Leone di San Marco a fronteggiare, in età rinascimentale, i milanesi attestati appena di là dell’Oglio, a Soncino (non lontano da qui è Maclodio, teatro della sanguinosa battaglia fratricida immortalata dal “Conte di Carmagnola” manzoniano). 
Le norme vigenti impediscono spogliatoi e docce, ci si accontenta delle sedie nei tanti déhors della zona; c’è comunque un deposito borse custodito, proprio di fianco alla partenza-arrivo.Il giro è disegnato come le ali di una farfalla: primi 9 km in direzione sud-ovest, verso l’Oglio e i secolari ‘nemici’ viscontei, su stradicciole deserte e in parte dedicate al cicloturismo. Ogni tanto, dalla campagna gradevolmente assolata, emerge una cascina o un “fenile” dal nome curioso (Rubagotti, Morstabilini…), o un’antica abbazia medievale, addirittura un piccolo duomo con tanto di cupola.
Verso il decimo km, finita di disegnare la prima “ala”, si rientra a Orzinuovi, ripartendone questa volta in direzione est, per 3-4 km lungo uno stradone con qualche auto che cautelosamente ci sorpassa, poi di nuovo a sud, per una “via dell’Abbazia” che ci porta al km 15 di Coniolo. Da qui si affronta l’ultima diagonale, verso nord-ovest che di nuovo ci conduce nel capoluogo, tagliando il traguardo in senso opposto rispetto alla partenza. Ristori puntuali ogni 5 km (acqua fresca e soffici dolcetti sbrisoloni), incroci ottimamente sorvegliati lungo un percorso che a un emiliano come Angelo Giaroli (foto 17) ricorda le estinte maratonine reggiane attorno a Correggio o Novellara o Reggiolo. 
Sul tutto vigila in persona il neo sindaco del comune e neo-senatore Gian Pietro Maffoni, eletto nelle file del partito che orgogliosamente rivendica di sedere sui banchi del torto perché quelli della ragione sono troppo (e malamente) occupati; su altro fronte, è comunque erede di quella classe politica orceana che annovera persone venerate come Fermo “Mino” Martinazzoli, ministro della Giustizia e ultimo segretario di un glorioso partito ridotto a Titanic dagli iceberg di una certa magistratura politicamente corretta. 
Nostalgie e distinzioni a parte, il sindaco attuale onora le sue convinzioni politiche dando pieno avallo a una manifestazione che (oltre tutto) riempie gli spazi all’aperto dei bar e ristoranti della cittadina.
Dopo la premiazione, resa effervescente dagli speaker di Radio DJ (secondo i quali, Orzinuovi è il posto più citato ogni giorno dalla loro emittente), pranzo a pochi passi dalla piazza centrale, annaffiando gli squisiti piatti locali con una birra ai sei cereali di produzione indigena; e resta un po' di voglia per concludere la giornata visitando i dintorni, Villachiara, Borgo San Giacomo (ma era più bello l’antico nome di “Gabiano”), Quinzano. 
Senza la gara di Orzinuovi , non sarei mai venuto da queste  parti: come si voleva dimostrare, la “ripartenza” dell’Italia poggia anche sul nostro sport.

 

Servizio di Franco Bragagna su Rai Sport (dal sito dell'organizzazione)

https://www.facebook.com/BossoniHalfMarathon2018/videos/283226403498287/

 

Prignano (MO), 2-9 maggio – Questo non è il racconto di una corsa, ma semmai la segnalazione di un evento che rientra in quella serie di ‘compromessi’ obbligati, tra il podismo amatoriale anteriore al marzo 2020 e lo zero assoluto che la cosiddetta dittatura sanitaria ci ha imposto: con l’eccezione delle gare cosiddette ‘nazionali’, le uniche autorizzate a disputarsi, ma solo in forma competitiva.
E gli altri, le migliaia di podisti o semplici camminatori che fino a 15 mesi fa affollavano le strade e i sentieri, cosa possono fare?

Sul primo Appennino modenese a monte di Sassuolo, nella valle del Secchia (fiume che, nato maschio in territorio reggiano, quando entra nel modenese diventa femmina), almeno da maggio si è cercata qualche soluzione: prima con le camminate non competitive di Monchio, a partenze scaglionate in gruppi di una ventina di unità; poi, a Prignano e dintorni (il comune, classificato “sulla Secchia” sebbene a rigore il torrente che lo bagna si chiami Rossenna, non arriva a 4000 residenti, e il capoluogo sta a 550 metri di altezza, raggiungibile con una scomodissima stradetta da Sassuolo), per iniziativa della Proloco e, in prima persona, di Ercole Grandi (già organizzatore di gare anche competitive nei dintorni), si è istituito un “anello di Prignano” il cui vertice alto sta nella “Big Bench”, una monumentale panchina su un cocuzzolo che domina la zona, dalla fumosa pianura ceramica alle nevi del Cusna e del Cimone.
Nella sua versione più corta, adatta anche ai bambini e ai biker, l’anello misura circa 5 km; ma, dopo varie “prove”, nella settimana dal 2 al 9 maggio è stato sistemato e ‘fettucciato’ un percorso di 9 km (al netto di eventuali errori di percorso o involontarie scorciatoie) con un dislivello che il mio Gps dichiara di 300 metri. E attraverso i canali social sono partiti gli inviti a presentarsi liberamente, dalle 8 in poi (domenica prossima, fino alle 17 con orario continuato), e dietro offerta libera prendere il via, individualmente o in compagnia non troppo numerosa, ricevendo alla fine un ristoro (pizzette, succhi di frutta, acqua).

E ci siamo così presentati, alla spicciolata, ritrovando amiche e amici che non vedevamo da mesi o anche da un anno abbondante: a me è capitato per caso Italo con la sua famiglia allargata (nella foto 15 con l’organizzatore Grandi, e parzialmente issata sulla panca nella 35), e da lui ho avuto una buona metà delle foto che qui alleghiamo, dopo la risistemazione fatta dal collega (di Italo) Roberto Mandelli che si è sbizzarrito anche nel ricavare la foto-copertina.
Il giro si svolge in senso antiorario, con una prima piacevole discesa fino a 395 metri, dopo circa 2,5 km, per cominciare lì il tratto meno piacevole, tutto al sole e su screpolate tracce argillose, fino a raggiungere i 600 mt della strada provinciale, attraversata la quale comincia la dolce e piacevole salita ai 706 mt del monte Pedrazzo (foto 23-25) dove è sistemata la monumentale panca (restaurata da poco - come si vede nelle foto dalla 4 alla 12 ricavate da un video della Proloco - dopo atti di vandalismo che ovviamente resteranno impuniti e a spese del contribuente).
Luogo molto panoramico e frequentato, con possibilità anche di scrivere le proprie impressioni sul libro di vetta. Da lì, sono poco più di 2 km per tornare al punto di partenza (foto 32, con passaggio per strade che ricordano illustri modenesi come nella 21).
In attesa che riprendano le corse non competitive di una volta (se mai riprenderanno), è un’iniziativa da elogiare e un’occasione da sfruttare, fino a domenica prossima o – a Dio piacendo – in permanenza.

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