Direttore: Fabio Marri

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Fabio Marri

Fabio Marri

Probabilmente uno dei podisti più anziani d'Italia, avendo partecipato alle prime corse su strada nel 1972 (a ventun anni). Dal 1990 ha scoperto le maratone, ultimandone circa 280; dal 1999 le ultramaratone e i trail; dal 2006 gli Ultratrail. Pur col massimo rispetto per (quasi) tutte le maratone e ultra del Bel Paese, e pur tenendo conto dell'inclinazione italica per New York (dove è stato cinque volte), continua a pensare che il meglio delle maratone al mondo stia tra Svizzera (Davos e Interlaken; Biel/Bienne quanto alle 100 km) e Germania (Berlino, Amburgo). Nella vita pubblica insegna italiano all'università, nella vita privata ha moglie, due figli e tre nipoti (cifra che potrebbe ancora crescere). Ha scritto una decina di libri (generalmente noiosi) e qualche centinaio di saggi scientifici; tesserato per l'Ordine giornalisti dal 1980. Nel 1999 fondò Podisti.net con due amici podisti (presto divenuti tre); dopo un decennio da 'migrante' è tornato a vedere come i suoi tre amici, rimasti imperterriti sulla tolda, hanno saputo ingrandire una creatura che è più loro, quanto a meriti, che sua. 

SERVIZIO FOTOGRAFICO

23 maggio - Al termine della gara, mentre in attesa delle premiazioni allo stand del ristoro si stappava la terza bottiglia di lambrusco e, ridotta ormai alla crosta una fettona di parmigiano, si affettava un bel salame tenero, il “signor Maxent” sponsor della manifestazione mi chiedeva se avrei parlato bene di questo evento.

Ho collegato la richiesta al commento che pochi giorni prima mi ero sentito fare da un organizzatore del Fornacione Trail, a cui il mio relativo articolo del 2018 (intitolato “Segnali di stanchezza”, ovvero, la constatazione che le coppie arrivate erano passate in pochi anni da 145 a 101  - quest’anno 86, + 38 individuali sul percorso corto, ma con la scusante del maltempo - ) non andava a genio, e mi ha in sostanza invitato a stare a casa, se la corsa non mi piaceva (ho obbedito, sebbene la corsa mi piaccia; ma se il termometro dice che hai la febbre, non è accusando l’ingiustizia del termometro che la febbre cala e gli iscritti aumentano).

Bè, non credo che a quelli di Bianello dispiaccia la mia opinione, che ogni anno mi spinge ad affrontare quasi 60 + 60 km per andare da loro, perfino quando ero ingessato, e perfino quest’anno che acciacchi e ‘prevenzione’ dovrebbero indurmi piuttosto a frequentare fisioterapisti. Ma al di là della mia opinione, conta il termometro, secondo il quale, rispetto ai 100 arrivati del 2018, quando mi sono presentato stavolta, con Ideo Fantini, alle iscrizioni del Bianello un’ora prima della partenza, si era già a quota 115, e alla fine si è arrivati a 139 (sebbene poi una decina non abbia preso il via). E in pratica, se il primo nella piazzetta a scendere i gradoni (novità di questa edizione) lo ha fatto alle 19.00, per l’ultima erano scoccate le 20,10, con arrivi ben oltre le otto e mezzo (per fortuna, c’era ancor un bel sole che illuminava questo stupendo angolo di collina reggiana).

Dunque, i fedelissimi ritornano (si è rivisto anche Morselli, quale speaker in bilocazione, prima alla partenza, poi al traguardo ma senza saio matildico, poi di nuovo alla partenza per le premiazioni), e si aggiungono nuovi adepti. Nell’attesa che venisse il mio turno di scattare dai gradoni, ho fatto un po’ da nonno (o da prozio, decidete voi) alle due splendide bambine di Giulia Botti, poi seconda arrivata (dietro l’eterna Morlini in partenza per Lugano): Erika di 4 anni e Greta di uno, ancora sul passeggino ma (assicura Erika) “delle volte la facciamo camminare fino al suo letto”). Mamma Giulia l’anno scorso non era al Bianello, per ragioni immaginabili; quest’anno si è presentata al penultimo momento (con due bimbe piccole c’è sempre qualche imprevisto), ha preso il via col pettorale 139 e ha risalito tutte le posizioni tranne una.

Il primo assoluto, cioè Andrea Bergianti, era già arrivato in cima da un pezzo, riconfermando la vittoria del 2018 anzi migliorandone il tempo di 14” (oggi 16:48 contro 17:02); arriva a 45” Yuri Cornali (16 anni più di lui), che a sua volta rifila altri 40” al terzo, Alessio Basili (due che nel 2018 non c’erano). Da qui cominciano distacchi minimali per le posizioni successive (dal quinto al decimo intercorrono 9 secondi).
Alla partenza di Giulia Botti era già arrivata anche la prima donna , la solita “prof” Morlini , che esibisce uno strano tesseramento Avis Castelnuovo Magra (come farà adesso Alex, l’addetto stampa di Atletica Reggio, a propagandare questo risultato?): Isabella comunque si migliora di 26 secondi, 18:52 contro il  19:18 dell’anno scorso. Mamma Botti arriva in 19:33, precedendo a sua volta di 1’15” la terza, Elisa Fontana Carani (quarta nel 2018), scambiatasi di posto con Eleonora Turrini, terza l’anno scorso e ai piedi del podio (come dicono quelli che sanno scrivere, anche se il podio oggi non c’era proprio) questa volta.

Va ripetuto che la distanza effettiva non sono 4100 (come si ripete sempre il volantino) ma 3850 m, cioè 300 in più delle prime edizioni, quando si entrava direttamente nel castello senza  percorrerne il prato sotto le mura; il dislivello resta più o meno di 200 metri, inclusi i 70 che ci fanno scendere tra il km 1,3 e il 2,7 e poi risalire nell’ultimo km, quando finalmente raggiungiamo i 273 metri del castello dopo essere partiti a quota 152.

Alla prova era annessa anche una non competitiva, abbastanza snobbata quanto a partenza di gruppo, che sarebbe stata mezz’ora prima dei ‘cronometrati’: ma quelli col pettorale da 2 euro se ne sono andati su quando gli è parso, in genere con lo scopo di raggiungere la vetta prima che ci arrivasse il proprio partner agonista; uno però ha aspettato la Cecilia all’uscita dalla piazza ed è salito insieme a lei… Poi li ho trovati, loro già in discesa, mentre salivo l’ultimo km agli 8:18, a farmi coraggio dicendo che in quel tratto loro avevano camminato. La classifica ufficiale vede mamma Cecilia terzultima in 35:23, quattro minuti dietro la sorella Margherita; ma l’onore di famiglia è salvato dal figlio di Cecilia nonché di Italo, Gianluca Spina, 34° assoluto in 20:32.

Quanto alle guerre sportive tra quelli del nostro livello (non “tra poveri”, come direbbe ancora un cronista sapiente: perché noi ci sentiamo ricchi, non dei prosciuttini cui non aspiriamo, ma dei due secondi limati al tempo precedente o al vicino di casa), con sorpresa mia, e anche di Christian Mainini che l’aveva fatto partire 30” dietro me “così ti raggiunge”, Ideo Fantini è più prudente di me e perde altri 25 secondi; Gelo Giaroli (che non sapevo fosse della Pro Patria Milano) addirittura un minutino.

Poi c’è qualche piccolo mistero, ma non faremo reclamo per dirimerlo: ad esempio Lucio Casali, il pellegrino di Compostela, che è partito prima di me e io non ho mai sorpassato, come mai mi arriva dietro? Non sarà che si sia appartato nel bosco a …? Oltre a lui, vengono da Formigine (almeno come tesseramento) i due ultimi classificati maschi, il maestro cioccolataio Luigi Bandieri, classe 1937, e la mente della Lega atletica modenese, Maurizio Pivetti. Li ha superati l’altro veterano pluricitato su queste pagine, Giuseppe Cuoghi dalla Cavazzona, appena tornato dal giro a tappe dell’Elba. Posdomani poi, dice Ideo, impareremo chi ha giudiziosamente conservato le sue energie o chi le ha buttate per sfuggire la gogna del Bianello.

 

Pr confronto, il pezzo del 2018

Ormai il numero cento sembra essere una caratteristica del podismo reggiano serale di collina: eravamo cento coppie a Jano cinque giorni prima, e di nuovo cento singoli (non dirò gli stessi) a Quattro Castella, nome falso-antico al posto di denominazioni locali meno risonanti. Anche il castello di Bianello (l’unico oggi esistente dei quattro di cui si favoleggia) si chiamava “Bibbianello”, rendendo così più evidente la sua parentela con Bibbiano (come, qualche chilometro prima, si trovano Rubbianino e Ghiardello, tutti diminutivi degli agglomerato originari). Comunque, secondo gli storici, non fu a Canossa, ma proprio a Bibbianello che la duchessa Matilde radunò il papa e l’imperatore per la mitica riconciliazione; mentre secondo i folcloristi, nel castello si aggira ancora un fantasma.

Tradotto in termini podistici, il fantasma odierno di Bianello era Stefano Morselli, già tradizionale microfonista in costume al traguardo, e ora costretto nella Bassa da altri doveri meno piacevoli ma più necessari. Riguardando vecchie foto, rivedo Morselli in piena funzione nell’edizione del 2015, dove io venni con un braccio al collo (trasportato sull’auto degli immancabili Cuoghi e Giaroli, siccome non potevo guidare) e poi, tolta la valva gessata e indossato il tutore, mi buttai io pure su quelle rampe badando soprattutto a non rompermi anche l’altro braccio.

La gara da otto anni sostituisce (con altri organizzatori) la cronoscalata delle Tre Croci di Scandiano, su una lunghezza ufficialmente identica di 4100 metri, abbandonata da alcuni anni; a garantire la continuità e la “certezza della pena” è il solito staff dei giudici Uisp, da Mainini junior ai fratelli Iotti (mentre i cugini Giaroli corrono, almeno in parte); e ci aggiungo la signora Flora che provvede a gestire la palestra con docce e custodia borse. Rispetto a Scandiano, qui il percorso è più vario, per quasi due km su sentiero nel bosco, che ti riconcilia con la vita dopo un primo tratto di 650 metri nei quali l’asfalto ti aveva indotto a spingere per ritrovarti sfiatato e pieno di pensieri su “chi me l’ha fatto fare?” alla svolta boschiva a destra, dove forse la metà di noi (la seconda metà, ovviamente) è costretta a camminare sui primi tornanti sterrati. Poi il sentiero spiana e anzi discende leggermente, tra chiazze di fango: i circa 200 metri misurati di salita corrispondono ai circa 120 metri di dislivello tra il municipio di Quattro Castella e il Bianello, più la discesa intermedia di una settantina di metri, infine l’ultima erta micidiale, tra le foto di Nerino al rientro sulla stradina e quelle di Italo al sommo della scalinata, dopo che abbiamo superato un tratto di prato, in salita-discesa appena dentro le mura del castello, che non ricordavo, e infatti prolunga la lunghezza effettiva del tracciato dai 3,550 che il mio Gps misurò tre anni fa ai 3,850 di stavolta.

Qui noi partiti nelle retrovie profonde (e do atto all’organizzazione di aver accettato iscrizioni fino all’ultimo minuto, senza nemmeno l’odioso sovrapprezzo che a molti piace imporre per i ritardatari) incrociamo quelli già arrivati, che stanno discendendo a piedi verso la partenza, la consegna del premio di partecipazione (mezz’ora prima di noi c’era stata anche una non competitiva), il ristoro finale dove appaiono due varietà di ottimo lambrusco reggiano, le classifiche esposte con velocità prodigiosa e le premiazioni.

Noi peones guardiamo veramente dal basso in alto i primi tre che ci hanno messo meno di 18 minuti, incluso Gian Matteo Reverberi che vent’anni fa scalzò Morselli dal trono dei retrorunner; e la prof Morlini che, dovendo risparmiarsi per un chilometro verticale in Svizzera fra due giorni, impiega 19:18 arrivando comunque 14° assoluta.

Ci restano i confronti curiosi tra non-piazzati: mi accorgo di essere immediatamente dietro a una ragazza  Fabia da Rubiera (faremmo una squadra equilibrata per un eventuale trail a coppie…), e un minutino dietro pure al mio già-compagno di squadra alla Abbotts, Maurizio Pivetti. Gelo Giaroli invece deve arrendersi, peraltro evitando largamente la “gogna”, scherzosamente ma ingiustamente riservata all’ultimo. Cui invece io darei un premio uguale che per i primi, tanto più che oggi se lo aggiudicherebbe una mia antica e affettuosa scolara di quando l’università era una cosa seria e formava insegnanti di alto livello, che rispettavano e si facevano rispettare.

Abbiamo vissuto, abbiamo dato, ci siamo ancora e non abbiamo perso la fede nel podismo: chissà se il nostro sport vivrà ancora, e fra trent’anni la prof “Matilde” Morlini potrà incoronare al Bianello una propria allieva.

12 maggio - Quinta delle dieci prove del 7° campionato modenese di podismo, e seconda tra le cinque maratonine dello stesso Grand Prix, in una giornata piovosa che ha visto l’annullamento di due trail nel raggio di una quarantina di km, la Saxo Oleum Run ha portato al traguardo 213 agonisti (di cui 43 donne), più altri non competitivi che potevano scegliere anche i tracciati più corti di 4 e 11,5 km. È un buon risultato per il gruppo podistico della Guglia presieduto da Emilia Neviani (una reduce dalla 50 di Romagna), che lungo un tracciato tra i più belli della provincia, reso paludoso e pantanoso nei 4-5 km su sterrato, oltre che allagato nei primi e ultimi 2 km (vedere foto 234-235 di Domenico Petti), ha garantito le massime condizioni di sicurezza e – se si può dire così – di comfort per quanti si sono cimentati alla faccia del meteo.

Sui 21,1 km (sostanzialmente confermati dal Gps) ha vinto il quarantatreenne Marco Rocchi della MDS con 1.21:52, una quarantina di secondi davanti all’altro sassolese della Guglia, il quasi coetaneo Claudio Costi, il quale a sua volta ha preceduto di pochi metri il quarantottenne Massimo Sargenti del 3.30: tutti della categoria B, over-40, che ha radunato il maggior numero di partecipanti, 66. Quinto assoluto, e primo degli under-40, Fabio Vandelli della Formiginese; mentre il primo dei 58 over-50, e nono assoluto, è stato il “sindaco” di Spilamberto Luca Gozzoli (1.28:44), appena una trentina di secondi meglio dell’altro “gugliante” Rinaldo Venturelli. Un po’ più indietro si deve scendere per vedere il primo over-60, e non è sorprendente trovarci il 68enne Romano Pierli, 1.38:36, sette minuti davanti al suo più vicino rivale di categoria, oltretutto più ‘giovane’ di 7 anni.

Tra le donne, prima (e 21^ assoluta) la ‘montanara’ Manuela Marcolini, appena sopra l’1.32, tre abbondanti minuti meglio di Bethany Thompson, che ha regolato la terza, Elena Neri, di 2 minuti. La Neri ha prevalso tra le over-40 (la categoria femminile più numerosa, oltre la metà dell’intero lotto), mentre le over-50 sono state regolate da Roberta Mantovi, coetanea del “sindaco” sopra citato. La mancanza di maratone in questa giornata, e la soppressione dei trail, ha convogliato qui vari amici/rivali delle 42, da padre e figlio Malavasi alla Happy Family Bacchi/Mascia, fino a Cecilia Gandolfi che alla fine mi ha praticamente raggiunto, e ha consentito al marito Italo di spendere le ultime foto per noi alle soglie del tempo massimo, sotto la pioggia che aumentava e aveva già suggerito la partenza a Petti. Peccato non avergli chiesto di fotografare le mie scarpe Joma, sì e no 200 km all’attivo, mai una maratona, e che hanno letteralmente perso il rivestimento del tacco (Lupe Lupe, meas liras redde…, diceva Augusto imperatore che non era quello dei Nomadi).

Percorso davvero bello, e sorprendente per chi non fosse mai salito a monte di una città decisamente ‘sfortunata’ come Sassuolo (il nome dialettale “Sasòl”, che tuttavia rimane nell’intestazione della “Coursa”, è stato abolito dall’amministrazione comunale di oggi, che come suo primo atto dopo aver riconquistato il potere fece appunto togliere le targhe stradali bilingui). A un primo tratto di 7 km lungo la ciclopedonale destra del Secchia seguivano 6 km di salite verso la rupe del Pescale (e qui a quelli della mia caratura non era permesso altro che camminare ai 10 min/km, lungo una scalinata a fondo naturale); e poi, dopo il passaggio da una ceramica decorata da scritte sentenziose (tra cui quella celebre tra i podisti, che al mattino nel deserto, che tu sia leone o gazzella, devi comunque correre) un’altra salita verso il Monte Scisso e il piccolo abitato del km 13/14, prima di ridiscendere a San Michele dei Mucchietti e di nuovo alla ciclabile del Secchia per gli ultimi 4 km a ritroso verso il traguardo.

Grande spiegamento di forze organizzative (quando vedo uno come Aligi Vandelli ai lati con la bandierina, mi chiedo perché sono io a correre e lui no: ma non mancheranno occasioni per sorpassarmi, come sempre, al km 32); quattro ristori ben forniti, oltre a quello finale; moltissimi segnalatori e molti ‘consiglieri’ sulla via migliore da seguire per schivare i pericoli del tracciato; traffico ottimamente controllato negli attraversamenti delle strade; giro di pista finale e, per chi lo voleva, salutare tuffo nelle due docce disponibili, in due edifici poco distanti tra loro, con acqua letteralmente ustionante. Venga pur giù tutto il diluvio che vuole, ma la gente non pantofolaia non si lascia impressionare e si diverte ugualmente.

5 maggio - Alla fine, mentre quasi tutta Italia era sommersa dal maltempo, con l’eccidio o il suicidio di parecchie gare, nell’isola napoleonica l’unica acqua che si è vista, alla faccia delle previsioni meteo, è stata l’”Acqua dell’Elba”: la linea di profumi, creme e molto altro (tessuti e biciclette comprese) che ha sponsorizzato la manifestazione animandola colla presenza e il brio di Silvia, ferrarese/romagnola trasferitasi qui da un ventennio, laureata in Lettere che sa vendere case e – appunto – prodotti elbani.

Premio meritato, il bel tempo e l’egregia riuscita dell’insieme, per il gruppo raccoltosi intorno a Damiano Di Cicco, persona che (mi diceva un negoziante locale) fa moltissimo per la sua isola, e al quart’anno di allestimento della maratona ha radunato oltre 700 agonisti più un numero difficilmente precisabile di non competitivi (che alla fine hanno però tutti ricevuto la medaglia). Restando ai dati dei finisher delle tre gare (42, 21, 10 competitiva) siamo a quota 705 contro i 624 dell’anno passato; eppure sono convinto che le fosche profezie dei meteo-astrologi (che da almeno una settimana avevano indicato per l’Elba un fine settimana come non si era mai visto a maggio) abbiano tenuto lontani molti indecisi, spaventati anche dalla possibilità di un mare molto mosso che avrebbe potuto bloccare i traghetti.

Confesso come anch’io, che alle previsioni oltre le 48 ore non credo e dunque non le guardo, ma purtroppo sono costretto a sorbirmele nei tg (propinate prevalentemente da bamboline sexy o maschietti con mossette gaye), dopo essermi registrato e aver fatto tutte le prenotazioni, il venerdì abbia più volte controllato email e whatsapp nel timore di ricevere l’avviso di annullamento, come è capitato a tanti altri colleghi, anche a iscritti ad innocue corse su strada. Già mi era successo a Malta due mesi fa (e lì avevano tutte le ragioni), chissà se questo è un anno-no in cui dedicarsi alle palestre.

Invece, Damiano, Silvia e gli altri non hanno mai pensato ad arrendersi senza combattere; e il bel sole che ci ha accolto sabato al ritrovo in piazza del Comune, poi lo stellato della notte, sono stati la prima ricompensa per chi aveva offerto e per chi aveva nutrito fiducia. Anche il risveglio della domenica ci ha letteralmente rasserenato, e pure gli astrologi avevano fatto retromarcia (ovviamente senza dire “ci siamo sbagliati”), indicando maltempo solo nel pomeriggio. Faceva freschino, ma neanche tanto; la scelta del sottoscritto è stata per pantaloncini cortissimi, calze lunghe contentive (sebbene non raccomandate da Lorenzini, per accontentare il quale calzavo comunque le scarpe della sua fornitura speciale), maglietta leggera ma a maniche lunghe sotto, e canottierina traforata Podnet sopra. Per precauzione, marsupietto contenente impermeabile smanicato e berretto. Quest’ultimo mi sarà utile dopo il km 25, ma per difendermi dal sole che picchiava attraversando l’esile barriera dei capelli improvvidamente accorciati la vigilia.

Si parte all’ora prevista, sotto un vento leggero che soffierà contro nell’andata e a favore nel ritorno; il percorso deve essere collaudato perché sull’asfalto compaiono segnalazioni chilometriche sbiadite e sfalsate di poche decine di metri, evidentemente degli anni passati. Alla fine (udite udite) il mio Gps darà circa 500 metri in meno della distanza canonica (e 380 metri di saliscendi): attribuisco questo guadagno in gran parte alla possibilità di tagliare tutte le numerosissime curve, stante l’assenza di traffico assoluta almeno fino al km 28 (poi, forse, ho visto un’auto a km, notando peraltro un grosso blocco stradale messo su dagli organizzatori e dai vigili quando dalla litoranea siamo tornati nell’area urbana di Marina di Campo, verso il km 32).

Dire che il percorso sia bello, è pleonastico per chi conosce l’Elba; facendo paragoni con maratone, direi che somiglia (ma in meglio) alla 42 della Gran Canaria, anche per la compresenza di quelli della mezza maratona che fanno il giro di boa quando siamo verso il km 13, e si risparmiano le due grosse salite di Pomonte ai nostri km 17 e 25, dai 10 ai 90 metri slm in un paio di km circa ciascuna. Altra somiglianza ‘estetica’ si può trovare nella Nizza-Cannes, dove però l’organizzazione è più spocchiosa - in perfetto stile francese - e offre meno a chi corre, soprattutto all’arrivo. E va detto che gli elbani non si limitavano a offrire pettorale e pacco gara, ma avevano studiato pacchetti comprensivi di viaggio e/o alloggio, sconti sui traghetti e nei ristoranti, ecc.

Abbiamo corso quasi tutto il lato sud e una parte del lato ovest dell’isola, su coste dirupate che lasciavano spazio a spiaggette incantevoli come Cavoli o Fetovaia, e con la visione costante di Montecristo, Pianosa e della Corsica. Certo, chi non c’era mai stato ha un po’ sofferto nella salita di Pomonte (fatta per fortuna solo nell’andata), ma d’altra parte con un nome così non potevi aspettare altro: e l’occhio si ripagava con panorami tra i più belli del giro. Poi, noi scarsi cominciavamo a incrociare i primi, che tornavano indietro dopo il passaggio da Chiessi al km 22 (io ne conto 60 fino a che non ci deviano su a Pomonte; tornato sulla retta via, ne conterò una quindicina che arrancano, loro ancora nella prima metà).

Il primo, Carmine Buccilli già vincitore l’anno scorso, aveva un vantaggio che a occhio appare superiore a un paio di km già a due terzi di gara, e infatti vincerà con 24 minuti sul secondo, Antonio Bucci. Il tempo del vincitore, 2.22:49 (tempi Tds, solo lordi perché mancava il rilevamento alla partenza, o non è stato comunicato), migliora di quasi 5 minuti il crono ottenuto dallo stesso Buccilli nel 2018. Terzo si conferma Matteo Rigamonti, il quarto è Roberto Fani che fu quinto nel 2018.

Intorno alla ventesima posizione vedo passare un maratoneta scalzo, peccato non riconoscerlo ma provvederà Silvia a farne il nome: Francesco Arone, finisce 24° in 3.21. Penso a chi eccepisce sugli aiutini artificiali che riceverà Kipchoge, reclamando il ritorno alla natura, ma senza riflettere sull’aiutone che ci danno le scarpe ultrammortizzate da aria o gel o kevlar o molle o altre diavolerie (il famoso uomo preistorico born-to-run correva scalzo, come ancora Bikila nel 1990!).

Grosso modo trentesima assoluta, arriva anche la prima donna, accompagnata lungo la strada da un ciclista (vedi foto di copertina): è Lorena Piastra, che andrà a vincere in 3.25, due minuti più del suo successo 2018, ma con un margine ‘umano’ sulla seconda, Anna Vimercati compagna di squadra di Mandelli (a due minuti e mezzo; la terza chiuderà a cinque minuti).

Alla fine saranno 174 i classificati entro le 5h30 (ma nel mio ritorno vedo altri podisti dietro la vettura-scopa); non può mancare Mario Ferri, maratoneta pratese e giramondo, che ha smesso di dare i numeri quando ha raggiunto quota 500, ma che fa la spola tra Canarie, Tailandia ecc., con l’obiettivo di correre almeno una maratona in ogni stato del mondo. Fa il pacer delle 5 ore con altri due, decisamente sovradimensionati rispetto al fabbisogno, e che infatti, trovandosi senza nessuno al seguito (come accade anche ad altri colleghi con palloncino), decidono di accelerare finendo in 4.58, mentre Mario solo soletto fa 5.03.

Come minimo orgoglio personale, dirò che nella seconda metà sono tallonato da un Gianni, podista locale come intuisco dal tifo che gli spettatori fanno per lui dopo gli applausi di circostanza (e comunque immeritati) per me; e quando intorno al km 35 mi affianca e supera, nel rientro a Marina, me ne faccio una ragione (è di qua, conosce il percorso, è più giovane ecc.). Vado avanti ai 6:45 / 7 a km, mentre l’amico ogni tanto si mette a camminare. Al 38, nell’avant-indree finale col supplizio di Tantalo del traguardo a pochi metri in linea d’aria ma ancora distante, lo riprendo, e alla fine gli darò un minutino; lo scherzetto non mi riesce con la ragazza che mi precede, una Maria Cristina che ogni tanto passeggia pure lei, ma conserverà un 150 metri di margine.

Per dare un po' di soddisfazione agli astrologi, dirò che proprio durante queste scaramucce tra dilettanti, verso le 5 ore dal via, comincia a cadere qualche goccia di pioggia, ma è una sciocchezza che dopo neanche mezz’ora finisce (ben altra condizione troveremo in serata traversando l’Appennino): a rimetterci sarà il ‘nostro’ pasta-party, che sbaracca in fretta. Vabbè, avevamo usufruito di un happy hour il sabato pomeriggio, e durante la gara i ristori, grosso modo ogni 4 km, erano ben forniti... a  parte la mancanza di tè caldo.

Sempre verso la quinta ora salgono sul palco (non parlerò di gradini del podio perché non ci sono) i vincitori delle varie corse: i 10 km si sono risolti in uno sprint tra Juri Picchi e Daniele Conte (33:06, 33:08; gli altri a più di due minuti). Tra le donne, la 51enne Gloria Marconi, come Buccilli 'testimonial' dell'evento, si impone in 38:10, oltre un minuto sulla quarantenne dal volto di ragazzina Laura Ricci (scortata in partenza da papà Dino, che però non vedo in classifica: come dicevano un tempo i politici, mutuando dalla missilistica, una volta esaurita la sua spinta propulsiva si è lasciato andare); mentre la terza finirà a oltre 4 minuti. 104 gli arrivati, quasi ugualmente distribuiti tra uomini e donne, e 29 in più dell’anno scorso.

Nella 21 km, esultanza del nutrito gruppo reggiano, o per essere precisi scandianese, per la vittoria del giovane compatriota Salvatore Franzese, già vincitore ‘morale’ della recente maratonina di Reggio, che chiude in 1.09:38, 34 secondi meglio del marchigiano Antonello Landi; anche qui, staccatissimo il terzo, a oltre 7 minuti. Molto più tranquilla la gara femminile, regolata dalla ciociara D’Orsi in quasi 1.34, oltre due minuti su Laura Scappini. Gli arrivati sono 427, con 144 donne: giusto 60 in più del 2018.

Detto dei primi della 42, chiudo citando lo scandianese Salvatore Costantino, al suo esordio in maratona e capace di 4.40 (ammetto di averlo ‘frenato’ con le mie chiacchiere nei primi 15 km): proprio nei giorni in cui la sua società annuncia la soppressione della maratona a circuito, quella in cui Govi faceva sempre il suo record… (Almeno, resta il Furnasoun notturno).

Mario Ferri aveva tenuto una bottiglia di spumante nella sua reggia sopra Procchio: chi c’è ne approfitta, il resto va in beneficenza come nelle consuetudini del generoso Mitsubishi-man. Il “Corriere elbano” lamenta lo scippo dei “Giochi delle isole” (o meglio, “giochi delle sòle”), che vanno in Corsica, accusando gli amministratori di aver firmato un accordo senza conoscere  il francese: e ospita la lettera di un ex pilota di rally che lamenta il mancato sviluppo dell’aeroporto, ciò che costringe i turisti alla dipendenza dai traghetti… o a preferire Fuerteventura.
Appunto, il nostro traghetto prenotato non si presenta in porto: meno male che ci ‘riproteggono’ su un’altra nave, più piccola ma sufficiente. In Italia, dal meteo ai trasporti, è bene non fidarsi mai di nessuno.

1° maggio - I Runners Bergamo hanno ricordato uno dei propri Amici più illustri, l’ultramaratoneta Antonio Mazzeo scomparso il 22 luglio 2018, in un modo che certamente gli sarebbe piaciuto: una 6 ore in pista, che assegnava anche tempi e classifiche per la maratona e, a chi ne fosse capace, per i 50 km.

“Non mi fermo perché l’atletica è la mia vita” questo era il suo motto, anche quando una malattia terribile sembrava non lasciargli speranze, ed eccolo a  correre senza sosta proprio nella prima corsia del campo Coni nel Centro sportivo Vivere Insieme di Curno.

E il 1° maggio sono convenuti amici soprattutto da Bergamo, ma un po’ da tutta Italia: l’occasione era agonistica ma la ricerca del risultato è andata in secondo piano rispetto alla commozione, acuita dalla presenza a bordo pista dei familiari di Antonio.

La gara più lunga è stata vinta, su 55 concorrenti di cui 11 donne, da Paolo Panzeri, bergamasco, che in 6 ore ha coperto 171 giri per un totale di 68,481 km (media di 5:15/km); a 6 giri l’ha seguito l’ingegnere reggiano Antonio Tallarita (66,322 km); terzo a 8 giri l’altro Runner Bergamo Domenico Acerbis (65,589).

Da notare i 47 km di “don” Gregorio Zucchinali, maratoneta di lungo corso e longa manus dell’ultratrail italiano (lo vedete in completo relax nella foto).

Undicesima assoluta, e prima donna, Maria Ilaria Fossati (non nuova a successi in questo tipo di gare), con 148 giri pari a  59,287 km (6:04/km), 7 km più della seconda, Angela Spada (133 giri), che a sua volta ha battuto di soli 24 metri la terza, Gundi Steinhilber. E permettetemi di citare la settima, la neo-mamma Ilaria Pozzi,  47,5 km.

A Panzeri e Fossati  è riuscito il triplete, cioè la vittoria anche ‘di passaggio’ nelle altre due competizioni: nei 50 Panzeri ha segnato 4.13:24, 10 minuti meno di Acerbis che a sua volta ha preceduto di poco Federico Bruni (poi molto calato, tanto da giungere solo 26° al termine delle 6 ore). La Fossati ha completato i 50 km in 5.04, vantando già mezz’ora sulla Steinhilber, che a poco più di uN minuto era seguita dalla Spada che poi l’ha superata allo sprint.

Anche il passaggio dei 42,195 ha visto nell’ordine Panzeri (appena sotto le 3h30), Acerbis a 5 minuti e Bruni a 8. Tallarita sorvegliava dal suo quarto posto, Zucchinali era 35°, venti minuti dietro il supermaratoneta modenese di montagna Mauro Gambaiani, che però alla fine gli cederà ben 11 giri.

La Sdam non ha comunicato i risultati della maratona femminile, ma non è difficile immaginare chi abbia prevalso.

 

CLASSIFICHE

6 ore

 

1 PANZERI PAOLO- SM50 RUNNERS BERGAMO 171 68,481 06:00:00 11.41 05:15

2 TALLARITA ANTONIO- SM55 PODISTICA BIASOLA ASD 165 66,322 06:00:00 11.05 05:25

3 ACERBIS DOMENICO STEFANO- SM45 RUNNERS BERGAMO 163 65,589 06:00:00 10.93 05:29

 

1 FOSSATI MARIA ILARIA- SF45 RUNCARD 148 59,287 06:00:00 9.88 06:04

2 SPADA ANGELA- SF40 U.S. LA SPORTIVA 133 53,332 06:00:00 8.89 06:45

3 STEINHILBER GUNDI-SF55 RUNNERS BERGAMO 133 53,309 06:00:00 8.88 06:45

 

50 km

 

1  PANZERI PAOLO SM50 RUNNERS BERGAMO ITA 04:13:24 04:13:24 04:13:24 0.24

2  ACERBIS DOMENICO STEFANO SM45 RUNNERS BERGAMO 04:23:25 04:23:25 04:23:25 0.23

3 BRUNI FEDERICO SM40 TEAM OTC SSD ARL ITA 04:24:04 04:24:04 04:24:04 0.23

 

1  FOSSATI MARIA ILARIA SF45 RUNCARD ITA 05:04:46 05:04:46 05:04:46 0.20

2  STEINHILBER GUNDI SF55 RUNNERS BERGAMO 05:35:53 05:35:53 05:35:53 0.18

3  SPADA ANGELA SF40 U.S. LA SPORTIVA ITA 05:37:01 05:37:01 05:37:01 0.18

 

Maratona

 

1 PANZERI PAOLO SM50 RUNNERS BERGAMO ITA 03:29:32

2 ACERBIS DOMENICO STEFANO SM45 RUNNERS BERGAMO 03:35:38

3 BRUNI FEDERICO  TEAM OTC SSD ARL ITA 03:37:11

Lunedì, 29 Aprile 2019 12:03

San Damaso (MO), 23^ Strapanaro

28 aprile - L’inclusione, come quarta prova, nel Gran Prix di podismo modenese ha garantito una certa partecipazione, anche di reggiani e bolognesi, a questa gara, svoltasi in uno dei territori più frequentati dai podisti ma che, ad ogni cambio di stagione, sa offrire scorci panoramici nuovi. Certamente non nuovi sono i primi 3 e gli ultimi 5 km del tracciato, comuni a tutti i percorsi tranne quello mini; i 15 e i 21 km invece recuperano un lungo tratto sopra e sotto l’argine del Panaro, oltre la diga delle casse d’espansione, in comune di San Cesario, con discesa nell’abitato di S. Anna (esattamente dove, in ben altro clima politico, si svolgeva una camminata del Festival del Partitone), proseguimento fino a ridosso del casello di Modena sud dell’Autosole, risalita sull’argine destro (dopo un ricciolo supplementare, in zona campestre, imposto ai 21) e ritorno ancora alla diga con passaggio sull’argine sinistro -grosso modo dove in epoca romana e medievale la via Emilia giungeva al guado o traghetto sul fiume - per ripassare dalla chiesa di Collegara (nucleo antico dell’abitato di San Damaso, che invece è zona residenziale moderna) e giungere al traguardo dopo il consueto pratino conclusivo dove sono insediati Nerino e Tetyana a fotografare. Pittoresche le foto degli ombrelli adottati quando gli scrosci di pioggia erano un po' più intensi: vedi 122-125, 178-180, 216 e 429 per i diversi accorgimenti dei bimbi a seconda delle età; 182 e 194 per dei curiosi copricapi occasionali.

194 sono stati i competitivi classificati (di cui 33 donne): li ha regolati il 46enne mirandolese Roberto Bianchi, tra le eccellenze di questi tipi di gare, in 1.15:10, con un buon minuto e mezzo sul secondo, Roeland Slaegter, 33enne, e sul 29enne Fabio Vandelli. La vecchia guardia è stata rappresentata dall’ex sindaco di Spilamberto Luca Gozzoli, 53 anni che lo fanno capace ancora di 1.20:48. Tra le donne, in mancanza di qualche big-big, risultato abbastanza scontato e ancora un successo per la 35enne reggiana Linda Pojani (1.17:47), mezzo minuto su Elena Neri, e un minuto su una Cecilia Tirelli, modenese quasi alla soglia degli anta che cominciò a correre bambina, fine anni Ottanta, con papà Giuliano, mamma Mara, il sottoscritto e la sua famiglia, in una società estemporaneamente costituita senza carte da bollo o medici sociali (la “Mati”) i cui successi nel circuito delle Basse hanno riempito casa mia e dei Tirelli di tante coppe e targhe. Questo giorno, lo ricordiamo insieme, è l’anniversario del suo esordio in maratona, un 2.53 a Padova sotto la guida di Gianni Ferraguti.

A noi vecchi restano questi ricordi che però sono anche motivo di orgoglio per la consapevolezza di aver seminato bene (mentre Cecilia gareggia qui, il suo antico compagno di corse bambine, Giulio, corre la mezza di Nashville…).

Cullati dai ricordi, ci fanno meno male i tempi risibili e la fatica durata per concludere i 21 km, tre quarti d’ora abbondanti dopo Cecilia (e dieci minuti dopo Giulio…): ci accontentiamo di raggiungere e superare nel finale il coetaneo Enzo “Evergreen” Ori, una specie di Mastrolia delle Basse, che negli anni d’oro ci provava a far compagnia a tutte le podiste, e oggi viene invece abbandonato negli ultimi km da due ‘ragazze’ tra i 42 e i 53 anni, con cui era stato in gruppo per tutta la gara. “Le donne non ci aspettano più”, gli dico. “Mi aspetto da solo”, è la sua risposta.

Meglio lui dei tanti ex rivali di gare passate, anche di maratone estere corse fra le 3h30 e le 4, che abbiamo incrociato sotto una leggera pioggerella nell’avant-indree sull’argine, noi al km 4-5 o seguenti, loro invece già quasi all’arrivo, dopo essere partiti un’ora prima, e magari senza pettorale perché 2 euro sono troppi, anche a fronte di un vasetto di marmellata e qualche bustina di fitofarmaci del pacco gara.  Notate che il primo pettorale esibito appare alla foto n. 629.

A occhio, direi comunque numerosa la presenza dei non competitivi, rigorosamente distinti dai 194 alla partenza, e insolitamente disciplinati nell’aspettare il via dopo che il colpo di pistola  era echeggiato per i migliori. Per San Damaso, dove di solito all’orario giusto rimanevamo in poche decine, mi sembra una novità, che ha premiato il meritorio sforzo profuso da "Baffo" Abati e dalla sua famiglia allargata degli organizzatori.

Domenica, 28 Aprile 2019 23:51

Spezzano (MO) - 37° Strafiorano

27 aprile – Gara non competitiva, di 8,5 km dichiarati che in realtà non arrivano a 8, con circa 110 metri di  dislivello, che nei suoi quasi quattro decenni ha avuto varie date e dislocazioni: dal giorno della Befana, a una domenica di inizio estate, dal bocciodromo allo stadio lato pianura e infine, come ora, lato monte, nei pressi del cimitero dove è sepolto il martire risorgimentale Ciro Menotti. A volerla fu Edoardo Ronchi, uno dei pionieri del podismo modenese; ora, è il figlio Claudio che la tiene in vita.

Non competitiva ma alla fine c’è sempre modo (come si faceva nel podismo delle origini, quando non c'erano tutte le paturnie dei certificati medici e delle omologazioni ecc.) di premiare i primi tre uomini e tre donne: forse tra i pochi a prendere la corsa sul serio come si vede ad esempio dalla foto 210 di Teida Seghedoni, della vincitrice femminile che scende di gran carriera dribblando i podisti normali e i camminatori che stanno ancora salendo (ma qualcuno era già arrivato da mezz'ora, perdendosi la rituale inquadratura di Teida che dovrà poi rimediare cercandolo tra le tende, già rivestito); o dalla foto 89 coi primi due maschi che scendono per la strada mentre il percorso raccomandato era sul sentiero pedonale transennato alla loro sinistra.

Ma l’occasione è stata buona per una ossigenazione sulle prime collinette sassolesi (da non credere, che una città così disumana come Sassuolo abbia un hinterland così gradevole), nel territorio del parco delle Salse su cui spicca il vulcanetto dove da bambini andavamo ad accendere il gas con un fiammifero, ma adesso non si può più (foto 67-83). Bel verde, vegetazione in rigoglio, solicello che ha indotto alcune poche podiste a osare il duepezzi foto 118 e 192). Nel ristoro intermedio occhieggiavano tre bottiglie di vino bianco (foto 27-29) ma una delle tre ci risulta sia rimasta chiusa.

Non si può onestamente pretendere di più da una gara offerta ai soliti 2 euro (ma il pettorale indossato, come sempre, è un optional raro a vedersi), con un percorso ben sorvegliato anche dai vigili, e l’occasione per un ritrovo senza stress fra vecchi amici, incluso il decano della provincia Luigi Bandieri (nella foto 185 con la trailer di lungo corso Cecilia Gandolfi): a molti è servita per saggiare le proprie forze, o per la maratona di Padova, o per la 21 del campionato modenese dell’indomani.

Poco dopo la presentazione del 3° Trieste Running Festival, la manifestazione podistica che prevede tre gare dal 2 al 5 maggio, il cui clou sarà la mezza maratona internazionale affiliata Aims e naturalmente Fidal, è esplosa la polemica sfociata in accuse di “epurazioni”, di razzismo o peggio (specialmente ad opera di un partito che a tutto si appiglia pur di attenuare le presenti e future scoppole elettorali).

È successo che Fabio Carini, il presidente della Apd Miramar organizzatrice delle gare, ha dichiarato: "Quest'anno abbiamo deciso di prendere soltanto atleti europei per dare uno stop affinché vengano presi dei provvedimenti che regolamentino quello che è attualmente un mercimonio di atleti africani di altissimo valore, che vengono semplicemente sfruttati, e questa è una cosa che non possiamo più accettare. In Italia troppi organizzatori subiscono le pressioni di manager poco seri che sfruttano questi atleti e li propongono a costi bassissimi, e questo va a scapito della loro dignità, perché molto spesso non intascano niente e non vengono trattati con la giusta dignità di atleti e di esseri umani, ma anche a discapito di atleti italiani ed europei che chiaramente, rispetto al costo della vita, non possono essere ingaggiati perché hanno costi di mercato”.

Ai primi commenti negativi, Carini ha aggiunto: “Mi spiace se qualcuno se l'è presa, hanno preso una cantonata mostruosa. Ora è il momento che da questa Trieste, città multiculturale, si dica basta allo sport che non è etico. Il nostro obiettivo è che questo non rimanga un fatto isolato ma che si cambino le regole".

I commenti – come detto, pressoché unilaterali – sono arrivati ad affermare che “si impedisce a dei professionisti di prendere parte a una gara perché provenienti dall'Africa”, e sarebbe “una vergogna inflitta a una città come Trieste e a una regione come il Friuli Venezia Giulia, da sempre culle di civiltà".

“Impedire”? Se chi ha usato questo verbo avesse aperto il sito degli organizzatori e letto il regolamento, forse non sarebbe ricorso a questo tipo di disinformacjia. Le iscrizioni sono tuttora aperte, alla quota finale di 25 euro, e il regolamento recita:

 

2.REQUISITI DI PARTECIPAZIONE ATLETI NON TESSERATI IN ITALIA

Possono partecipare:

  1. a) atleti italiani/e e stranieri/e non tesserati/e in Italia, limitatamente alle persone da 18 anni in poi

(millesimo d’età) compiuti alla data della manifestazione, in possesso di uno dei seguenti requisiti:

  • Atleti/e con tessera di club affiliati a Federazioni Estere di Atletica Leggera riconosciute dalla

Iaaf. All’atto dell’iscrizione dovranno in alternativa presentare:

- l’autocertificazione di possesso della tessera riconosciuta dalla Iaaf. L’autocertificazione

andrà poi, comunque, firmata in originale al momento del ritiro del pettorale.

[…]

la presentazione di un certificato medico di idoneità agonistica specifica per l’atletica

leggera, in corso di validità, che dovrà essere esibito agli organizzatori in originale e

conservato, in copia, agli atti della Società organizzatrice di ciascuna manifestazione. Il

certificato medico per gli stranieri non residenti può essere emesso nel proprio paese, ma

devono essere stati effettuati gli stessi esami previsti dalla normativa italiana: a) visita medica;

  1. b) esame completo delle urine; c) elettrocardiogramma a riposo e dopo sforzo; d) spirografia.

[…]

Atleti tesserati con Federazioni Straniere di Atletica Leggera affiliate alla IAAF: autorizzazione della

propria Federazione o copia della tessera della società sportiva di appartenenza valida per il 2019

o autocertificazione tesseramento e, per gli atleti extracomunitari, copia del permesso di soggiorno

o del visto d’ingresso, da inviare via e-mail o da presentare al momento del ritiro del pettorale.

 

Dunque non c’è nessun divieto, e sfido gli organizzatori a dire di no a un atleta extracomunitario tesserato per una federazione riconosciuta, e che paghi la sua quota.

La realtà, ovvia (forse non per gli sdegnati), sta negli ingaggi, in quel “prendere soltanto atleti europei” secondo le parole di Carini. Chi paga, ingaggia chi gli pare. Dall’altra parte, chi vuole correre, paga l’iscrizione e se è bravo va a premio: questo accade nel mondo dei podisti normali, che costituiscono il 98% dei partecipanti a una gara competitiva. Adesso la Fidal dichiara di aprire un'inchiesta: probabilmente sarà una di quelle inchieste condotte o dichiarate per mostrarsi sulla cresta dell'onda; sarebbe curioso se alla fine riuscirà ad 'obbligare' un organizzatore a pagare degli ingaggi, o a scegliere lei Fidal chi ingaggiare, e a quali prezzi...

Sembra tuttavia un po’ capzioso, al limite contraddittorio, il ragionamento seguente di Carini, che citando i bassi “prezzi” degli africani, parla del “discapito di atleti italiani ed europei che chiaramente, rispetto al costo della vita, non possono essere ingaggiati perché hanno costi di mercato”. Insomma: gli europei costano di più, gli “extra” meno: che scoperta! È una realtà con cui ci confrontiamo tutti i giorni quando facciamo compere, il made in China costa la metà o un quarto del made in Europa (e anche all’interno dell’Europa, il made in Romania costa meno del made in France), e noi purtroppo compriamo le biciclette cinesi mandando in rovina i nostri imprenditori (facendo un paragone più osé, ma che ha a che fare col mercato di carne umana: le segnorine nigeriane rovinano la piazza a quelle ‘caucasiche’).
Trieste sembra dire: i bassi costi dell’offerta ‘umana’ dall’Africa rovinano la piazza agli europei che hanno un “costo” della vita superiore. È il mercato, bellezza: se l’organizzazione annuncia sul suo sito la presenza alla gara dello svedese Fredrik Uhrbom e dello sloveno Rok Puhar, evidentemente avrà scelto di pagarli, nella ‘filosofia’ che sia meglio impegnare il budget per un europeo che per cinque extra… chiamiamola pure scelta etica, come sarebbe di comprare il cioccolato Pernigotti invece delle schifezze orientali, anche se costa di più.
Ma se poi un africano (o un giapponese...) bravo decidesse di iscriversi e andasse a premio perché va più forte di svedesi e sloveni, chi potrebbe impedire a lui l’iscrizione e, alla fine, di ricevere gli euro previsti? Euro che peraltro restano un po’ misteriosi, dato che non li abbiamo trovati sul sito o sul regolamento… ma che sicuramente ci sono. E nella serata di sabato Carini dichiara che "inviteremo anche atleti africani": ovviamente non dice a che prezzo; ma forse il politically correct ha i suoi costi.

Ancor più misteriose le cifre degli ingaggi, cioè il ‘pacco gara’ anticipato che tu prendi solo per schierarti al via (e qui qualche voce maligna sussurra che negli anni passati Trieste non fosse stata né generosa né puntuale...). Quando, nella maratona di Utopia o dell'Isola-che-non c'è, fossero aboliti, sarebbe un grande progresso dello sport podistico. E della lotta al doping.
Ma fin che c'è, chi parla di razzismo potrebbe dimostrare che dice sul serio pagando a sue spese l’ingaggio di quanti “extra” vuole: abbiamo visto che costano poco, che difficoltà ci sarebbe a tirar fuori, dai famosi “rimborsi elettorali” o dalle “cene di finanziamento” o dalle tavolate ai festival, 300 o 500 euro? Anime generose, in un recente passato e certamente anche oggi, si sono impegnate per pagare le rette di asili e mense a bambini stranieri che non ce la facevano. Se pagare gli ingaggi è 'umanitario', avanti pure!

22 aprile - 36 volte “Pasquetta sportiva” a Gualtieri, terzo trofeo “Un Po… di Trail”, terza presenza del sottoscritto che ritrova i soliti amici appassionati, giunti fin qui nei territori di Peppone e don Camillo per condurre una tranquilla corsa senza altra velleità che ‘smaltire’ e respirare aria buona. Tutt’altro clima rispetto alle esagitate corse a circuito di dieci o trent’anni fa, privilegio di atleti gasatissimi e magari anche bombati.

Per la prima volta si parte all’ora giusta: nessuna fiera vicina o piena del Po impone il ritardo abituale negli anni passati; mentre per la terza volta il chilometraggio va in crescendo: nel 2017 erano 17,3 km, l’anno scorso 20,1, quest’anno abbiamo superato la distanza della maratonina (21,2 al mio Gps, 21,5 e più secondo altri; senza contare vari colleghi che hanno allungato il giro per errori di percorso). Tra le vittime, l’affezionato Giuseppe Cuoghi, che in realtà è stato indotto da uno sbandieratore a tagliare un paio di km (forse non lo riteneva in grado di fare tutti i km?) e alla fine ha correttamente dichiarato il suo ‘fallo’ non entrando nella classifica (foto 431-435 con pettorale onestamente tolto). Non si sa bene invece quanti km abbia fatto Giangi, partito col pettorale non competitivo ma alla fine possessore di vari buoni per il pranzo in piazza (quello, ottimo e abbondante, compreso nei 15€ di iscrizione). Forse più di lui ne ha fatti la Teida, la più camminatrice dei numerosi fotografi presenti, come da tradizione.

In ogni caso, l’organizzazione dichiara 1214 presenze in tutte le competizioni.

Direi che ci sia stato un incremento del tratto sterrato e, al suo interno, dei sentieri monotraccia (quelli, come diceva Cuoghi, dove l’ideale sarebbe stato avere una gamba più corta dell’altra) piuttosto che dei caradoni. Il giro comunque è piaciuto, a quei 113 che l’hanno portato a termine (ahimè, 105 in meno di quanti avevano osato nel 2018), sebbene al nostro livello di bassa classifica l’abbiamo un tantino sofferto nell’ultima parte, quando sentivamo la voce di Brighenti da Gualtieri e a tratti ne vedevamo la piazza e la cattedrale, ma i maligni triangoli rossi ci ributtavano ai bordi del grande fiume, per giunta col vento contrario.

Non sono mancati i soliti 4-500 metri sulla spiaggia, verso il km 12, quest’anno senza laghetti o pozzanghere ma con sabbia soffice quasi asciutta (sebbene poco prima della partenza fosse piovuto), al cui termine stavano le tradizionali corde con nodi per risalire (scelte come simbolo delle foto di Teida Seghedoni, ai cui numeri mi riferisco).

Due ristori, dopo 8,5 e 18,5 km (se non ne ho perso uno, mi sa che ce ne fosse uno in meno che l’anno scorso): acqua, tè di pesca e via andare. Amichevoli battaglie, nella zona nostra, con Gelo Giaroli e la coppia inseparabile Mascia-Bacchi, che arrivano decisamente avanti (vedeteli a metà gara nelle foto 289-293, mentre dalle 442-451 si vede che la happy family sta dando la polvere a Gelo, e si trascina in scia persino Marco Belli che non voleva saperne, e finirà appaiato a Giaroli), lasciando il sottoscritto più indietro in compagnia, come l’anno scorso, di Maurizia Gambarelli (foto 473-474 all’arrivo), e ancora di Roberto Manini che insiste a chiamarmi “professore”, e della new entry Barbara Spagni da Campegine (foto 457-462, nell’ultimo km di sofferenza).

Sul podio stanno premiando Lorenzo Gardini, vincitore con abbondanti 6 minuti e giusto vent’anni in meno del secondo, Massimo Sargenti (1.21:55 contro 1.28:13). Ottava assoluta, e prima donna, Bethany Jane Thompson, 4 minuti esatti (e sette anni in meno) da Simona Rossi (1.38:29, 1.42:29).

A chiudere il gruppo, un pelino sotto le 3 ore del tmax, scortati dal vecchio amico guastallese Bruno Benatti (uno che ha completato le sei Majors!), Cecilia Gandolfi, la ‘forza dell’ordine’ Nadia Rocchi e il maestro cioccolataio Luigi Bandieri. Almeno loro sono partiti in orario, non come quelli che si vedono nelle foto di Teida dalla 51 alla 144 (e mettetevi pure in posa che siete belli e state risparmiando 15 euro).

Al traguardo troviamo, nel solito ristoro nascosto sotto il portico, oltre lo stand di Boniburini, anche banane e arancine (dalla buccia sottile che non si stacca) e qualche biscotto da intingere nel tè alla pesca (in bottiglia).


Deposito borse custodito; docce al solito posto, a 150 metri, leggermente più freschine del solito (ma con un po’ di coraggio ci si può stare sotto e lavarsi perfino i capelli, preoccupazione che Gelo non ha); pacco gara con grissini e un plaid, forse evocatore di quando andavamo nelle golene dei fiumi con la nostra innamorata (salvo che il plaid attuale è a mezza piazza, come si fa?). Solo per i non comp c’è la rituale bottiglia di vino, che come ogni anno mi convince a comprare a prezzo onesto un cartone da sei di “Bucciamara”.

Si recupera l’auto nella zona delle cantine, e si saluta la stazione di Gualtieri, dove l’onorevole Peppone decise di non andare a Roma, scese dal treno a vapore e tornò a Brescello in bicicletta sulla strada dell’argine (che abbiamo appena percorso), ingaggiando una non competitiva con don Camillo.* Questi trail profumano anche di poesia.

 

PS *Stimolato da Gabriele Cavatorta, faccio volentieri una parziale emenda. In effetti la stazione di Gualtieri compare in almeno tre film del “Mondo piccolo”, ma non per l’episodio ricordato sopra, che si svolge tra la stazione di Boretto (paese di cui si vede sullo sfondo anche la cupola della chiesa) e la ex statale sull’argine del Po (la stessa che in piccola parte abbiamo percorso anche noi podisti del “Po di trail”, e dove si trova anche la cappellina con la Madonna che si vorrebbe abbattere e poi è risparmiata). È anche l’unica volta che Boretto è citata nel racconto di Guareschi, scritto appunto come sceneggiatura di quell’episodio.

In territorio di Boretto è stata girata anche la processione di don Camillo, solo con un cane, verso il Po, lungo uno di quei meravigliosi vialetti che portavano ai ponti di barche, del tutto identico al viale alberato, dentro la golena, del primo e dell’ultimo km del nostro trail.

Alla stazione di Gualtieri invece Don Camillo incontra i suoi parrocchiani, mentre sta partendo ‘in punizione’ per la montagna, nel finale sia del primo film del 1952 sia del tardo film del 1983 con Terence Hill (la differenza principale tra i due film è che il treno del 1952 ha la locomotiva, quello del 1983 una littorina diesel, come ci sono anche adesso).

https://www.youtube.com/watch?v=pOiMiZAhwA8

Nella finzione filmica, alla stazione successiva (dopo Gualtieri) del primo film, don Camillo è salutato dai comunisti con Peppone, ma il nome della stazione non si legge (probabilmente è la stessa Gualtieri, ma inquadrata in altro modo; si è pure detto che sia la stessa Brescello camuffata): nella realtà la stazione dopo Gualtieri è Guastalla, ma così non è nel film.

È stata anche rilevata la stranezza delle parole con cui Peppone saluta il parroco "prima che usciate dal territorio di nostra competenza": in realtà si era già fuori ‘territorio', perché Brescello e Gualtieri sono due comuni autonomi e neppure confinanti (in mezzo appunto c'è Boretto). C’è poi l’altra stranezza che Don Camillo sta andando verso la montagna, e dunque semmai dovrebbe andare in direzione opposta, cioè verso Reggio o Parma, non verso Suzzara/Mantova. Ad esempio dovrebbe passare per Boretto ma poi dirigersi verso Reggio lungo la ferrovia, oggi dismessa, Boretto-Reggio: una stazione su quella linea era Castelnovo di sotto, dove in effetti don Camillo accompagnerà Peppone nel finale di Don Camillo monsignore ma non troppo del 1961 (quando però la linea era già stata soppressa).

Per completare, alla stazione di Gualtieri è ambientato anche, ovviamente, l’inizio del film-tv su Ligabue; mentre alla stazione che allora si chiamava Brescello-Viadana è ambientata qualche scena del film “La strategia del ragno” di Bertolucci (col nome immaginario di Tara: suggestivo il finale con l’erba che cresce dove non passerà più nessun treno).

 

Va infine precisato che le storie scritte da Guareschi non si svolgevano a Brescello, Boretto e Gualtieri, ma in un “Borgo” in provincia di Parma (uno dei film fu girato a San Secondo), cioè nelle terre natali della famiglia Guareschi (Roccabianca, però scartata dal regista Duvivier perché poco adatta alle riprese cinematografiche). Gualtieri e Brescello non sono mai citate nei racconti; oltre a Boretto, della zona appare solo Guastalla, citata per inciso in due racconti degli ultimi anni, mai raccolti in volume dall’autore.

 

 

VIDEO

 

20 aprile - Due volte l’anno i podisti modenesi (e qualche circonvicino affamato di podismo) si ritrovano alla periferia nordorientale della città per la corsa che parte da una delle poche bocciofile superstiti, la Modena Est (dove però la pista da bocce è una specie di museo sottovetro, e per attirare pubblico si fanno piuttosto le commedie dialettali): una volta è sotto Natale, l’altra è sotto Pasqua. La principale differenza tra i due percorsi consiste nell’argine del Panaro, evitato a dicembre e invece percorso, per tre km abbondanti, ad aprile. Sotto l’aspetto organizzativo, si tratta di due gare tra le meno competitive che esistano: quella invernale ha addirittura l’iscrizione gratuita, questa invece costa 2 euro, col corrispettivo di un uovo di Pasqua come premio.

Le uova di Pasqua sono andate esaurite, e gli ultimi hanno dovuto accontentarsi di un bicchiere con gli ovetti da mezzo centimetro cubo: si sa che in questo genere di raduni, l’ideale è partire prima e fare il percorso corto, o addirittura non correre affatto e presentarsi al ritiro premio cinque minuti dopo la partenza ufficiale. Cito dal direttore di Modenacorre, partito insieme a me: “alla fine il solito assalto alla diligenza per impossessarsi dell'ambito uovo di cioccolata, con evitabilissime discussioni fra chi lo voleva fondente e chi ne va a prendere un cartone...”. Si vede che il pettorale l’avevano tenuto ben serrato sotto la tenda, siccome dalle foto di Teida il primo che porta spillato il tagliandino verde appare alla foto 158, e fino alla foto 210 ce ne sono 4 in tutto. Oppur avranno delegato tutto al caposquadra, presentatosi al ritiro con la sua brava mazzetta di cartoncini.

Nessuna meraviglia nemmeno per le partenze anticipate: la bicicletta apripista appare solo dalla foto 90, preceduta di poco dal primo duepezzi della stagione, una lungagnona della Fratellanza con cane al seguito. Il suo esempio sarà seguito da almeno due altre (foto 291 e 300), segno che la stagione si sta aprendo e come cantava Battisti, coi nuovi colori le giovani donne vivono nuovi amori, o si fanno avanti speranzose.

Tra i maschi, qualcuno osa di più: Bedeschi il reggiano (foto 225) è a torso nudo, e può ben ripetere, con Guccini, “tu giri adesso con le tette al vento – io lo facevo già vent’anni fa”.

Un abbaio perfettamente imitato dà brividi di spavento a qualche ragazza nell’atto del sorpasso: è Mastrolia, che le donne le conosce e saluta tutte anche se (segno dei tempi) nessuna lo segue e nessuna rallenta per correre in compagnia.

Saltiamo l’unico ristoro, dopo 4 km, affollatissimo e a quanto pare poco fornito, e montiamo sull’argine.

Lasciamo scorrere il gruppo e troviamo i soliti appassionati senza di cui il podismo si ridurrebbe al ritiro del premio: l’Assessore Verde Emilio Borghi (360), la Happy Family preceduta da Aurora in bici (367-8), Peppe Cuoghi dalla Cavazzona (370), Cecilia Gandolfi che al traguardo inalbererà il cartello dei suoi 60 anni, Massimo Bedini (380), Luigi il cioccolataio extralusso (383), e perfino Giangi (389), uno che non è mai partito prima in vita sua e infatti chiude il gruppo, non sappiamo con quante speranze di accaparrarsi l’uovo, il che gli fornirà altre occasioni di polemica.

E lasciatemi salutare, dopo Paolino e famiglia più cagnolino (foto 6), Ivano Serafini, un nonantolano che è riuscito a infondere nuovo entusiasmo alla Sassolese, rimesso a nuovo da un pit-stop ospedaliero e pronto a rimettersi per strada. Non è ancora nato quello che ci spianterà…

Insomma, se non ci fossero queste corse, dove andremmo mai il sabato di Pasqua? Per chi vorrà fare sul serio, l’appuntamento è lunedì al trail sul Po di Gualtieri. E anche per gli altri… bè, due euro varranno una bottiglia di lambrusco, e magari qualcuno ci aggiungerà anche il percorso lungo sebbene quello costi 15 euro. Vigilerà Morselli.

13 aprile – Alla terza edizione, la Via degli Dei cresce, malgrado sia incappata nella giornata peggiore della sua breve storia: pioggia violenta dalla partenza (da Bologna alle 23 di venerdì 12 sera) fino all’intermedio dei 70 km sotto il passo della Futa (Monte di Fò), più una nebbia notturna che (mi dicevano gli infangatissimi atleti coi quali ho convissuto l’esperienza degli ultimi 33 km, e più tardi doccia e cena) con tutte le lampade e torce impiegate, permetteva di vedere poco più in là dei propri piedi.

Col risultato di 70 ritirati o comunque DNF, nonostante i quali l’ordine d’arrivo ufficiale registra 174 arrivati fra le 14h 35 dei primi due Kienzl e Pellegrini (quasi un’ora in più dell’anno scorso, ma oltre al maltempo… c’è un’altra ottima ragione) e le 31.59:43 dell’ultimo classificato: il che fa 28 arrivati in più del 2018, quando i partenti erano stati 183.

In leggera crescita anche gli arrivati dei 55 km: 100 esatti, contro i  92 del 2018. Poi c’è la novità del Monte Senario Trail, cioè gli ultimi 32,7 km nominali, da S. Piero a Sieve: qui gli arrivati sono 67, anche grazie al saggio allungamento del tempo massimo, dalle 6 ore previste alle 7 effettive.

Saggio perché gli organizzatori ci hanno presentato quest’anno una novità, il rifacimento quasi totale dell’ultima parte, dalla Vetta Le Croci a Fiesole: tolto parecchio asfalto, abolito il passaggio dal bel borghetto delle Molina, ma dopo la ex-ultima vetta a 8 km dal traguardo (a 692 metri), la discesa che speravamo finale era invece interrotta, a 3 km da Fiesole, da una brusca deviazione a destra con salita fin quasi alla cima del monte Céceri (in antico toscano, ‘cigni’), salita di quasi 2 km fino ai 355 metri della piazzetta panoramica da dove Leonardo faceva buttare giù i suoi servotti col paracadute o l’ “aereo” ad ali. È stata la botta finale, paragonabile alla salita della Flegère/Tete au Vents introdotta nella UTMB dal 2008 per ‘esaltarci’ gli ultimi 10 km. Non credo che molti l’abbiano fatta di corsa, tranne i supermen delle prime posizioni. E alla fine i Gps hanno inesorabilmente segnato dagli 1 ai 3 km in più rispetto alle distante indicate: i 32 sono diventati 33,5/33,9; i 55 sono saliti a 57 e i 125 a 128. Ovviamente si tratta di misurazioni Gps, allo stesso modo di come – suppongo – sia stata la misurazione originaria. In compenso, il dislivello della gara più corta risulta di circa 1200 metri contro i 1500 indicati.

La mia esperienza personale, quest’anno, si limita al tratto da S. Piero a Sieve, col solito ristoro luculliano (per restare ai nomi romani), in teoria aperto solo a chi transitava dopo 95 o 23 km, ma che è stato concesso pure a noi in attesa di partire alle 13,30 di sabato; e anche i due bei cagnoni in partenza (finiranno sotto le 5 ore) avranno avuto la loro razione. Rigoroso pure quest’anno il controllo sullo zaino obbligatorio (sebbene, ci dicevamo, per una gara il cui tempo massimo stabilisce l’arrivo alle 19,30, che bisogno c’è di lampada e pile di scorta?).

Migliorata, direi, la segnaletica, con bolli gialli dipinti sui sassi o legni (ogni tanto apparivano i bollini rossastri dell’anno passato), bandelle biancazzurre quasi a vista una dell’altra, frecce, bandierine catarifrangenti. L’unica cosa che continua a mancare è la segnalazione dei km percorsi. Seri dubbi ci sono venuti, anche quest’anno come l’anno scorso (sia pure su un tracciato diverso), nel centro di Fiesole, da quando una maligna deviazione a destra in salita ci ha portato all’intorno di un borgo caratteristico ma dove i segnali mancavano del tutto, fino alla piazza: eravamo in 4 o 5 e ci interrogavamo su dove andare. L’anno scorso gli organizzatori ammisero che nel finale era venuta a meno la vernice; quest’anno è tornata di moda la solita giustificazione, che i segni erano stati portati via da qualche genietto dispettoso. Se usate il colore per terra non ve lo portano via!

Ristori come previsto: uno abbondante ai -18 km, due idrici (compresa birra) ai -25 e -12; forse un po’ meno ricco, e tutto ‘in piedi’, quello del traguardo (le patate lessate erano finite o non c’erano mai state?), mentre un vento abbastanza gelido ci soffiava addosso (i ricambi erano nel luogo delle docce).

Generale la riduzione dei tratti asfaltati: ad esempio il tratto tra la villa medicea di Trebbio, 4 km sopra San Piero a Sieve, e la spettrale badia di Bonsollazzo, si svolgeva quasi tutto su carraie o sentieri, non più sulla stradina asfaltata degli anni precedenti; e degli ultimi 12 km ho già detto.

Pacco gara consegnato al ritiro dei pettorali, comprendente (per noi ‘corti’) uno zaino, un impermeabile che quasi tutti abbiamo indossato subito, dei manicotti: chi sperava nel bis del salamino e della birra dell’anno scorso è stato deluso, ma mica si era venuti per questo.

Solita bella medaglia (differenziata a seconda delle distanze) con la scritta latina “Pervenit”; confermo il servizio di navette efficientissimo, che sopperiva alle scomodità dell’arrivo in centro ma con docce (caldissime) e pasta party ubicati a 3-4 km. Quella del dopo-doccia era, come l’anno scorso, una cena vera e propria, nel ristorante del circolo tennis che espone il manifesto di un tentativo di record del mondo dei 100 km su pattini a rotelle (roto-ultra-marathon?), organizzato dal gruppo sportivo Berta (l’eroe eponimo dell’attuale stadio Franchi) nel 1939, con riprese dell’istituto Luce.

Una gara dunque che cresce; e butto lì un’idea. Perché non consentire, agli iscritti della 125/128, la possibilità di fermarsi al traguardo intermedio dei 70, venendo classificati? O anche: perché non pensare a una gara a staffetta divisa in due frazioni? Entrambe le iniziative sono praticate un ultratrail similari, e potrebbero attirare anche atleti che adesso sono spaventati dall’enormità del percorso massimo.

Dal sito Sdam ricopio le prime posizioni delle tre gare. Si notano i distacchi abissali tra i primi e gli altri, tranne nel Monte Senario femminile dove c’è stato un arrivo quasi in volata.
E permettetemi di salutare il paisà Giulio Piana, che ha stravinto la 55 km.

Via degli Dei, con arrivo maschile a pari di due compagni di squadra:

 

1      2      KIENZL PETER ITA SM40              14:35:03

2      3      PELLEGRINI JIMMY ITA SM40       14:35:03

3      82     DEI CAS DANILO ITA SM40         15:50:47

 

Femminile:

 

1      F3     KAGERER CORINE SUI -SF45        16:15:32

2      F1     VINCO GIULIA ITA                      18:03:04

3      F6     BOGGIO CHIARA  SF35                19:13:02

 

Flaminia Militare

 

1      490   PIANA GIULIO ITA SM35      1      5:37:04

2      474   ROSSINI IVANO ITA SM40   2      6:19:02

3      425   CHIODI UMBERTO ITA SM    3      6:37:12

 

Femminile

 

1      F425 TODESCHINI CLAUDIA ITA   SF35   6:50:49

2      F410 ECKL ANGELIKA  ITA  SF45            6:50:53

3      F421 MIGLIORI MICHELA ITA SF45       6:58:01

 

Monte Senario Trail

 

1      647   ZORN GIOVANNI ITA  SM45         2:55:16

2      608   CALDERONI STEFANO ITA  SM      3:08:44

3      619   GAGGINI MARCO  ITA  SM35         3:26:22

 

Femminile

 

1      F606 CALDINI SILVIA ITA  SF40          4:16:40

2      F609 CICCARELLI ALICE ITA SF           4:19:00

3      F620 SMITS ANNEMARIE NED      SF45 4:20:55

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