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Fabio Marri

Fabio Marri

Probabilmente uno dei podisti più anziani d'Italia, avendo partecipato alle prime corse su strada nel 1972 (a ventun anni). Dal 1990 ha scoperto le maratone, ultimandone circa 280; dal 1999 le ultramaratone e i trail; dal 2006 gli Ultratrail. Pur col massimo rispetto per (quasi) tutte le maratone e ultra del Bel Paese, e pur tenendo conto dell'inclinazione italica per New York (dove è stato cinque volte), continua a pensare che il meglio delle maratone al mondo stia tra Svizzera (Davos e Interlaken; Biel/Bienne quanto alle 100 km) e Germania (Berlino, Amburgo). Nella vita pubblica insegna italiano all'università, nella vita privata ha moglie, due figli e tre nipoti (cifra che potrebbe ancora crescere). Ha scritto una decina di libri (generalmente noiosi) e qualche centinaio di saggi scientifici; tesserato per l'Ordine giornalisti dal 1980. Nel 1999 fondò Podisti.net con due amici podisti (presto divenuti tre); dopo un decennio da 'migrante' è tornato a vedere come i suoi tre amici, rimasti imperterriti sulla tolda, hanno saputo ingrandire una creatura che è più loro, quanto a meriti, che sua. 

Con data 21 ottobre è stato diffuso un comunicato del Comitato Podistico Bolognese a firma del presidente Gerardo Astorino, con titolo “Disposizioni per le Società iscritte al Comitato”. Eccolo, come si ricava non dal sito del Comitato (che sorprendentemente lo ignora, oppure l’ha nascosto così bene che non l’abbiamo trovato: http://www.comitatopodisticobolognese.it/comitato/regolamento.html), ma per esempio dal sito claudiobernagozzi.net:

I gruppi podistici iscritti al Comitato, possono partecipare alla domenica SOLO alle camminate organizzate da Società che hanno chiesto ed ottenuto inserimento nel Calendario UFFICIALE pubblicato sul sito. ESCLUSIONE: se un gruppo podistico iscritto al Comitato dovesse partecipare a camminate NON inserite nel calendario UFFICIALE in contemporanea con camminate omologate, il Comitato si vedrà costretto a prendere provvedimenti tipo: la NON omologazione di eventuali camminate proposte.

Come ci scrive “un podista” (che mantenendo l’anonimato ci induce a non pubblicare il suo testo integrale): “Questo significa che il Comitato Podistico Bolognese pretende la massima fedeltà da parte delle società affiliate e promette boicottaggi a chi desidera organizzare manifestazioni podistiche nella Provincia di Bologna che non siano state approvate dal Comitato Podistico. Così com’è scritto, sembrerebbe un atto intimidatorio, e se così fosse sarebbe alquanto grave in quanto viola le libertà del singolo e mette in seria difficoltà le società podistiche. Ritengo ci siano i presupposti per ipotizzare che non sia in linea con l’articolo 13 della Costituzione che dice: La libertà personale è inviolabile. Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge. Non è ammessa alcuna forma di restrizione della libertà personale. Il comunicato sottintende che un qualsiasi imprenditore o azienda di organizzazione eventi che volesse realizzare un evento podistico nel territorio Bolognese, troverebbe grosse difficoltà in quanto il comitato podistico glielo boicotterebbe. Inutile dire che a rimetterci sarebbero sempre e solo i runner. Facciamo un esempio: immaginiamo che Linus decida di organizzare la Deejay Ten a Bologna, una delle corse più belle e divertenti d’Italia: le podistiche iscritte al comitato sarebbero invitate (minacciate) a non andarci pena l’esclusione della loro camminata dal calendario podistico. Il mercato è libero, devono essere i runner a decidere a quale corsa domenicale andare e non il Comitato Podistico Bolognese. Inoltre mi chiedo cosa ne pensa il Comune di Bologna di questo comunicato. Non mi sembra che il Comitato abbia un diritto di esclusiva! Per concludere: è cresciuto un forte malumore da parte di tanti podisti che si chiedono cosa stia succedendo. Io da semplice podista dico che non mi piacciono le lettere che hanno il sapore di un diktat e non mi piace che mi venga impedita la libertà di decidere se andare o no alla camminata organizzata da un amico”.

Da parte nostra, aggiungiamo che già l’art. 4 del regolamento del Comitato dice le stesse cose: I Soci del Comitato devono attenersi alle direttive emanate dal Consiglio Direttivo e partecipare solo a quelle iniziative accettate dal Comitato stesso ed inserite nel calendario ufficiale.

Significativa la data di emanazione del 21 ottobre, domenica in cui oltre alle due gare ufficialmente accolte nel calendario del Comitato, in provincia di Bologna si svolgeva la “Tre Monti” di Imola, frequentata da molte società e podisti singoli bolognesi. Le società bolognesi presenti a Imola saranno sanzionate? O basterà che abbiano mandato una decina di affiliati alle gare ufficiali per passarla liscia? E se la scelta invece cadesse su una gara fuori provincia? Il regolamento e l’ultimo comunicato non contemplano il caso, sembrando riferirsi solo al calendario ufficiale, s’intende bolognese. Dunque chi il 21 ottobre andava a Imola sarebbe sanzionato, e chi andava a Modena o Ferrara sarebbe a posto?

Forse (lo diciamo all’anonimo lettore) non è il caso di scomodare la Costituzione o la legislazione italiana, se pensiamo che alle Federazioni sportive è consentito, più o meno tacitamente, di vivere al di fuori della giurisdizione comune, ad esempio mediante la cosiddetta “clausola compromissoria”, che vieta ai tesserati di adire la giustizia ordinaria . Questo sebbene tale clausola sia considerata “vessatoria se prevista nei contratti predisposti unilateralmente (ossia solo una delle due parti predispone il contratto e le sue clausole)”. Ma è un periodo in cui la Fidal perde i pezzi (cioè sempre più gare, anche maratonine e maratone, pure a Bologna, sono fatte omologare dagli organizzatori agli Enti di propaganda e non alla Federazione), e anche i comitati tradizionali perdono società e praticanti: quanto al feudo amministrato da Gerardo Astorino, dopo Imola (che da anni è uscita dal coordinamento bolognese) anche altre corse storiche si sono tirate fuori; mi viene in mente la classica Camminata Petroniana, che a quanto pare si è svolta lo scorso 7 ottobre con successo, oscurando le due gare programmate ufficialmente dal calendario.

Forse il podismo amatoriale come l’abbiamo conosciuto è al tramonto, e il suo calo è favorito anche da altre pratiche che, pur ufficialmente vietate dal regolamento, sono consentite e a volte incoraggiate: ad es. l’art. 22 del citato regolamento stabilisce “apertura ristoro e consegna premi di partecipazione singoli dopo la partenza ufficiale della camminata”, “obbligo di esposizione del pettorale per tutti i partecipanti”. Cose regolarmente disattese; e non parliamo delle partenze anticipate che a Bologna sono ormai la regola.

Vedremo se basteranno le gride manzoniane a sanare il declino e a tenere insieme gruppi che spesso appaiono separati in casa.

 

28 ottobre - Nella giornata delle cinque maratone italiane (se non ne sono sfuggite altre!) sono tornato a Venezia, dove ero stato per la prima volta ventisei anni fa, quando la gara si svolgeva ancora nella seconda domenica di ottobre (era l’11 ottobre, nel 1992): poi ci fu uno scambio amichevole con Carpi, che adesso di questa data non sa che farsi, mentre Venezia, inoltrandosi nella stagione autunnale, rischia parecchio col clima.

E se la pioggia non fa paura a noi maratoneti (anzi, non sudiamo e sentiamo meno la fatica), l’acqua alta possiamo trovarla solo qui: non mi era mai capitata, negli ultimi giorni era prevista, e quando la cosa è diventata una certezza, cioè verso il sabato, gli organizzatori hanno messo in atto (abbastanza segretamente: non ne ho sentito cenno nemmeno dagli speaker alla partenza, e non pareva che lo sapessero nemmeno i pace-maker) il percorso sostitutivo dell’attraversamento di piazza S. Marco (che credo sia il punto più basso della città); ma ci hanno lasciato i 14 ponti e, fra l’uno e l’altro, tre affascinanti chilometri coi piedi e le caviglie a mollo, addirittura spinti dalle onde, che alla nostra destra salivano dal canale della Giudecca, contro i muri delle Zattere sulla sinistra e poi, passato il Canalgrande sul celebre ponte di barche ‘dedicato’ della Salute, di nuovo all’ammollo fino a pochi metri dal traguardo. Piazza San Marco è tornata ad essere vista da noi solo di passaggio dal lato sud come era nei primi anni, mentre al suo interno i turisti si divertivano a sguazzarci a piedi nudi come i bambini quando fanno il bagno nell’Adriatico (i veneziani invece non sguazzavano, sapendo che l’acqua alta in tanti punti non gli viene dal mare ma dalle fogne…).

Be’, vi garantisco che questi tre chilometri mi hanno ripagato della fatica maledetta del muro di vento contrario su tutto il ponte della Libertà, dove i bicchieri e le bottigliette usate al ristoro del km 35 (cioè oltre la metà) ci rotolavano addosso a una velocità da biciclette (meno male che non volavano!).

Ovviamente, anche senza l’acqua alta, la maratona di Venezia è uno spettacolo unico al mondo, che nel corso degli anni riesce a ridurre le zone ‘brutte’ (ricordo Marghera dei primi tempi, tra stradacce, fabbriche fatiscenti e signorine abbronzate in cerca d’ingaggi): far diventare bella Mestre (la palla al piede di Venezia come diceva Montanelli) è impresa ardua, ma intanto abbiamo inaugurato in anteprima il nuovissimo M9, e per lunghi tratti ho approfittato volentieri delle corsie del tram pavimentate in modo che più liscio non si può, a evitare gli inciampi tipici del nostro passo rasoterra (da sabato ne sa qualcosa anche Linus); e il lungo sottopasso ci ha fornito tregua dalla pioggia che stava cominciando a cadere proprio in quei minuti nei paraggi del mezzogiorno.

Cominciando dall’inizio, devo ringraziare il marò veneziano Adriano Boldrin, che se non ha corso qui tutte le edizioni poco ci manca (e vorrebbe pure mandarmi a Tokyo per completare le Majors come ha già fatto lui): perché il venerdì si è incaricato di andare all’Expo a ritirare le sacche gara di parecchi amici bolognesi, evitandoci il pernottamento su cui contano gli albergatori locali. Appuntamento dunque la domenica dalle 7,30 davanti al municipio di Stra, parcheggino su misura trovatoci sempre dall’Adriano, e tutto l’agio di incamminarsi attraverso un percorso segnalatissimo sul retro della villa Pisani, per spogliarsi, stare al caldo sotto i tendoni, depositare i bagagli nei sei camion che ci aspettano di lato, prendere il tè caldo dagli alpini e fare riscaldamento nel meraviglioso parco della Villa, aperto credo per la prima volta, e sorvegliato da numerosi addetti perché… all’occorrenza ci servissimo delle toilettes e non dei cespugli.

Toilettes numerose e dislocate in varie posizioni, anche se sembrano non bastare mai; più ridotte lungo il percorso, e mi è capitato di vedere due colleghi in attesa davanti all’unico sgabuzzino, verso il km 15 (anzi, mi sono compiaciuto del civismo del secondo, che è rimasto ad aspettare pur avendo davanti a sé una donna che notoriamente impiega più tempo – e speriamo avesse solo esigenze idriche!).

Partenza anticipata di una ventina di minuti come era già noto da alcuni giorni (ma qualche podista non a suo agio con le newsletter sembrava ignorarlo: forse la pratica degli sms potrebbe essere incrementata); addirittura spunta il sole, sebbene durerà poco. I meteo-astrologi prevedono tratti di pioggia debole al mattino e acquazzoni violenti dopo le 13, dichiarando attendibilità al 75/80%; e non ci azzeccheranno proprio. Intanto, in laguna l’acqua alta raggiunge i 120 centimetri, che i veneziani sanno contare a seconda del numero di rintocchi delle sirene.

E via per la riviera del/della Brenta, quasi sempre di fianco al fiume navigabile: tranne in un punto di Mira, dove un cartello pubblicitario delle bellezze del luogo si specchia in un tratto morto, sbarrato da una diga e pieno di tutte le schifezze possibili mentre il corso vivo è deviato all’esterno.
Mi fa tristezza vedere, poche centinaia di metri più avanti, quello che resta dell’immenso stabilimento Mira Lanza, grigio e coi vetri rotti alle finestre: ripenso a Calimero e “Ava, come lava!”, all’olandesina, a Biol, all’orgoglio di essere stati un paese di eroi, di navigatori e di inventori…; e vedo come ci siamo ridotti con la cosiddetta finanziarizzazione dell’economia.

Ristori regolari, con sola acqua e idrosalini fino a metà, poi anche frutta e qualcosa altro di solido; tè caldo, non visto, ma la temperatura almeno in terraferma si aggira sui 15 gradi e oltre.

Precisa pure la collocazione degli spugnaggi, che costituiscono la ‘buona azione’ domenicale degli scout; avrei però preferito vaschette di acqua corrente, non oso provare queste dove la gente immerge le mani. Singolare che l’avvicinarsi dei ristori sia preannunciato da cartelli che indicano “meno 100 metri, 110 virgola qualcosa yards” (altrimenti ‘quelli’ non capirebbero?). L’unica cosa che non possiamo fare è di seguire il precetto di “non sporcare” (p. 31 del libretto di istruzioni), con minaccia di squalifica per chi getta a terra le “immondizie”: dove stanno gli appositi contenitori? Così, e come sempre e ovunque, le zone ristoro sono segnalate dalla quantità di bicchieri e bottiglie a terra: spero che nessuna cada nel Brenta o in laguna, che già ne hanno abbastanza.

Precisa anche la collocazione dei rilevamenti chip, tranne forse in un posto dove sta un centinaio di metri prima; addirittura maniacale la precisione del km 40, dove il filo è all’inizio di un ponte ma sott’acqua (se lo metteva un metro più avanti restava asciutto); tuttavia funziona benissimo anche così. Però mi scuserete se riattacco il solito disco incantato: in una maratona dai grandi numeri e autenticamente internazionale sarebbe sacrosanto usare il real time anche per le classifiche. Ma in Italia (Sudtirol escluso) da questo orecchio non ci sentono: forse la Fidal dei pistard non vuole (e per compenso, oltre  alle tasse fisse, si prende un euro per ogni maratoneta arrivato).

Molto frequente lo scaglionamento dei pacemaker, addirittura ogni 15-30 minuti: il tutto sta nel capire in quale corral sono partiti e dunque qual è il loro tempo attuale. Mi capiterà di correre una quindicina di km (perché piacevolmente immesso nello stesso recinto rosso dove parte lei) con l’amabile Sabrina Tricarico e i suoi colleghi, sempre prodighi di consigli sul passo da tenere nei singoli momenti (con qualche battuta, tipo al famoso sottopasso della tangenziale di Mestre: “non andate su, come hanno fatto i primi l’anno scorso!”). Alla mezza passiamo in 2h20, cioè già in vantaggio di due minuti e mezzo rispetto al tempo previsto di 4h45, ma in realtà a 2.17 di real time. Purtroppo li perdo nel parco di S. Giuliano, molto bello (sembra di rivivere le antiche Cascine della maratona fiorentina, salvo che qui non si può tagliare date le transenne e il controllo, e anzi qui ci toccano i 400 metri in più che ‘risparmieremo’ a San Marco), e dunque non possono farmi da scudo contro il ventaccio del ponte. Ma contro l’acqua non so quale tattica servisse: certo che li vedo arrivati in 4.48 lordi, ma 4.45:30 netti; molto meglio loro, in proporzione, dell’illustre pacer e giornalista e omni-provider targato 4.00, che ha però finito in 4.15 (real 4.13:46). Sarei per l’assoluzione di tutti; e chissà se prima di chiudere la carriera di maratoneta vedrò il real time fare testo nelle classifiche italiane.

Vedo che saggiamente gli organizzatori non sono dei crono-nazi, e dunque classificano gli arrivati fin quasi alle 7 ore (a dire il vero, il regolamento non emanava pene di morte nei confronti di chi superava la sacra soglia delle 6 ore, ma semplicemente non garantiva la chiusura al traffico di tutto il tracciato): ci sta bene dentro Boldrin, e come lui il glorioso Luciano Morandin, classe M 70 e tanto stoicismo comprese le maratone corse all’indietro; l’ingegner Liccardi addirittura rischia di raggiungermi... Ma oggi le classifiche e i tempi valgono meno che mai, rispetto al divertimento quasi infantile del simil-duatlon finale.

Trovo migliorata, più bella, anche la zona del porto dove scendiamo dal km 37; vedendo le monumentali navi attraccate mi chiedo se le comandano ancora gli Schettino e se gli “inchini”, nel caso che a pilotare sia una hostess moldava, non potrebbero mai finire addosso al campanile di San Marco o alla chiesa di San Giorgio. Mah: così va l’Italia, un tempo c’era Mira Lanza, adesso sono gli Schettino a fare tendenza.

Per fortuna la maratona di Venezia è in mano a gente che sa gestire le cose, previste e meno previste: dicono che a 150 km da qui una maratona è stata accorciata per uno straripamento non epocale, qui invece si tira dritto secondo i protocolli. Da manuale anche la gestione della zona arrivo (sebbene alcuni tendoni siano allagati): medaglia originale e fortemente simbolica, telo da avvolgersi attorno alle spalle, sacchetto alimentare, restituzione sacche, poi si esce dal recinto a cercare una panchina dove potersi infilare i pantaloni. Perfetta anche la gestione del ritorno a casa: battelli riservati e gratuiti per il Tronchetto (dove chi voleva poteva lasciare l’auto a tariffa scontata), da lì bus a getto continuo, anche alle 17, per Stra. L’unica cosa che non posso dire è come fosse la doccia, perché vado a farla a casa di mia sorella e della nipotina Sofia, veneziana, laurea a Bologna e master a Londra in scienze politiche, e che per mantenersi agli studi ha fatto anche la cameriera e la gelataia, alla faccia dei cosiddetti Neet che aspettano i 780 euro.

Verso l’uscita, a uno dell’organizzazione tutto imbacuccato (potrebbe anche essere Rosa Salva in camuffa) avevo detto: Mose o non Mose, fate in modo che l’acqua alta ci sia in tutte le prossime edizioni, e alla vostra maratona mi iscrivo a vita!

21 ottobre - Anche Monte Pastore, località di Monte S. Pietro a 600 metri d’altezza sul corso del torrente Lavino, raggiunge i 40 anni della sua camminata: da condividere, quanto al calendario, con altre due corse in provincia di Bologna, la 38° Fira di sdazz a Baricella e addirittura la cinquantesima Tre Monti di Imola, una delle gare più antiche d’Italia che però da anni si è resa indipendente dal coordinamento bolognese, guarda più verso la Romagna e riesce a radunare cinquemila partecipanti da tutta Italia (sebbene più che dimezzati rispetto agli anni d’oro).

Come si diceva dopo la gara con l’ex presidente del Comitato bolognese, Angelo Pareschi, oggi i podisti amministrati dalle Due Torri (in forte calo, anche come numero di società affiliate) si saranno divisi in tre parti all’incirca uguali, di 500 unità ciascuna; sta di fatto che a Monte Pastore, al via dato dallo stesso Pareschi alle 9 (previa punzonatura dei cartellini non competitivi, che non ho capito a cosa servisse) eravamo grosso modo in 25, che poi abbiamo raggiunto per strada qualche centinaio di camminatori, partiti mezz’ora o più prima, i quali hanno continuato ad arrivare almeno fin verso le 11, che era l’orario d’attesa garantito.

Direi che prevalessero le donne, ma di donne che corressero ne ho viste due in tutti i 9,6 km: una morettina che era l’unica del gentil sesso presente alla partenza ‘giusta’, e una bionda ben fatta con la coda di cavallo (forse partita un po’ in ritardo), che mi ha passato verso metà gara. Le altre, erano massaie generalmente sopra peso e ben oltre quella che Manzoni chiamava l’età sinodale (e non è che i maschietti fossero molto più giovani e, tranne i 25 di cui sopra, facessero qualcosa di diverso dal camminare).

Monte Pastore (BO), 40° Camminata della Caldarrosta

Rispettabili tutti, anche per la scelta di un percorso molto bello, quasi interamente campestre, con un dislivello complessivo di 200 metri ma tutto corribile (due cimette a 680 metri intervallate da una discesa fino a quota 560; pensate che il sottoscritto ha tenuto la media dei 7:30/km !), ben segnato e con l’erba ottimamente rasata, ai cui lati occhieggiavano  bianchi funghi prataioli,  e che offriva bei panorami incluso il ricordo di quando nei pressi ci passava la estinta Bologna-Zocca di Pareschi e Bernagozzi.

Così va oggi il podismo nato negli anni che la benzina spaventava col suo prezzo enorme di 400-500 lire al litro (oggi costa 6-7 volte tanto e ci abbiamo fatto l’abitudine): i giovani di allora o si sono ritirati o camminano per la salute, e meno male che in parte camminano ancora, e alcuni hanno trasmesso la passione a figli o nipotini (era disponibile anche un percorso di 4 km, affrontato pure da bimbetti di 3-4 anni).

L’occasione di Monte Pastore è venuta buona anche per la ricorrenza della sagra della castagna, largamente esibita, insieme ad altra frutta e generi alimentari locali e no (fin da Sicilia e Alto Adige), nell’attiguo mercato. Era possibile anche pranzare in loco, all’aperto, a prezzi decisamente abbordabili (ma senza sconti per i podisti). Ai due eurini dell’iscrizione è corrisposto non solo un servizio inappuntabile, a questi livelli (notata anche una ambulanza del comune di Zocca con la scritta “L’arma più potente contro la sfiga… è il sorriso”), ma anche un pacco gara a scelta tra piadina e biscotti integrali; nei pressi del ristoro è spuntata persino qualche caldarrosta a libera fruizione.

13 ottobre – Senza entrare in disquisizioni sui cambiamenti di nome (da Unimo a Unimore), su università parificate e statali, sull’abolizione delle facoltà, sulla “nefasta istituzione dei dipartimenti” (così scrisse una trentina d’anni fa un insigne docente veneziano) ecc.,  sulla Gelmini abilitata in Calabria e sulla ributtante colorazione della penultima ministra dell’Università…, Economia e Commercio di Modena compie mezzo secolo. Tra le iniziative per celebrare la ricorrenza, a parte la lezione magistrale dell’ex podista Prodi, si è pensato a una corsa: e non poteva essere diversamente, dal momento che la facoltà (pardon, Scuola) annovera tra i suoi membri Isabella Morlini, campionessa che non vince le gare riservate agli accademici perché sa a battere qualsiasi categoria di podiste, dalle bidelle alle maestre d’asilo, e qualche volta persino le carabiniere e finanziere e azzurrine in caccia di prosciutti.

Oggi Isabella non l’hanno fatta correre, ma l’hanno messa a co-gestire una corsa ideata in poche settimane: le puntuali foto di Teida Seghedoni

http://www.podisti.net/index.php/component/k2/item/2613-13-10-2018-modena-1-corrieconomia.html

la rappresentano prima al tavolo delle iscrizioni (foto 20), poi alle operazioni di fine gara (167-169). Hanno invece goduto della licenza di correre vari insigni professori di Economia (vedete  foto collettive ai nn. 366-368), tra i quali Teida ha dedicato particolare attenzione al prof. Andrea Landi (foto 2, 328, 370 e seguenti), fino a poco fa presidente della Fondazione Cassa di Risparmio e dunque finanziatore di tutte le iniziative culturali modenesi. Poco onore hanno fatto a Modena le altre università, ma dico almeno che l’Alma Mater Bologna ha mandato Maddalena Roversi Monaco (vedetela all’arrivo nella foto 282, oltre che nell’altra cartellina e qui in testa con la dea ex machina della gara), e questo nome dice tutto.

Non solo prof c’erano, ma anche scolari: dal laureando Chittolini (anche qui, il nome dice tutto), accompagnato dal papà organizzatore della Maratona verdiana, alla matricola fuoricorso Pierluigi Verzoni, primo studente della prima lezione della prima Facoltà (1968: per non perdere la lezione arrivò mezz’ora prima, quando l’aula ricavata nell’obitorio era vuota), Verzoni che sudava i 24 mentre altri “compagni” senza fare un kappero ottenevano il 18 politico. Lui invece, che votava DC, non passò l’esame di matematica, dovette andare soldato, e al ritorno una banca lo chiamò (avete presente la canzone di Venditti “Compagno di scuola”?). Addio laurea: beh, siccome a Guccini, che ha fatto una carriera accademica simile, la Unimore ha rifilato la laurea Honoris causa, si potrebbe fare lo stesso anche per Verzoni, podista di lungo corso ridotto a sfidare il sottoscritto e Gelo Giaroli nelle garette locali (oggi ha perso, vedi foto 320 -321, ma solo perché – dice – gli hanno fatto sbagliare strada!). La prof Morlini gli potrebbe proporre una tesi di statistica su quanti km ha corso in vita sua.

Visti anche universitari futuri, molto futuri (foto 135, 146, il simpatico 159 con quella maglietta che gli fa da sottana, e ancora da 258 a 279), e molte donne, una almeno delle quali deve aver imparato da una certa podista nostrana a scontorcersi e mostrare le sue indubbie doti quando intravede Teida (foto 108).

Percorso storico-nostalgico, tra le varie sedi universitarie, quantificato in 7,3 km dalla Fratellanza che lo organizza, ma che i Gps tradiscono in 6,8: qualche reminiscenza della Corrida (infatti Ferraguti è a vigilare nello stesso posto dove sta il 31 gennaio), decisamente brutto il tratto a sud lungo la Giardini e l’orrendo quartiere di San Faustino, dove evitiamo l’unico luogo decente, il parco ex Autodromo. Traversando via Guglielmo Zucconi, scambiamo col collega direttore Macchitelli (altro laureato di Economia) alcune impressioni su giornalisti modenesi padri e figli degeneri : siamo noi peones, i soliti che popolano le cronache locali dello scrivente (foto 86-90, ecc.), che procedendo a 5:35 possiamo dirci tutto quello che vogliamo.

Si arriva presto, mezzo giro dell’ippodromo (pardon: parco Novi Sad in memoria delle non sopite simpatie politiche degli amministratori) e poi tra le braccia (metaforiche) della Morlini, e a un buon ristoro finale, tutto gratis come l’iscrizione e la maglietta della gara. Che non passerà alla storia, ma resterà sicuramente irripetibile, come diceva il poeta, in questo tiepido sole ottobrino che splende sulle vigne saccheggiate.

Sabato, 13 Ottobre 2018 22:22

Bordin olimpionico nel 1987?

Appena sentito, o meglio visto (sabato 13 ore 20,30), in una didascalia della trasmissione “Le parole della settimana” di Massimo Gramellini, versione maschile della Littizzetto come spalla di Fabio Fatuo sulla rete 3, la sezione intellettuale e progressista della Rai.

https://www.raiplay.it/programmi/leparoledellasettimana/stagione2018-2019/puntate

 

Tra le parole d’ordine scelte per un commento, c’era “Maratona”, e via con le immagini di Dorando Pietri, Bikila, a seguire Bordin che taglia il traguardo di “Seul 1987”. Gramellini non ha avuto da eccepire (nemmeno l’anno dispari l’ha messo in guardia): a salvare la verità storica è intervenuto poco dopo Enrico Mentana, dicendo “1988” e confessando che ogni tanto si sogna maratoneta (non per niente il web lo acclama “direttore delle maratone televisive”); salvo poi ficcarsi, l’Enrico, in una scivolosa retorica politica avente come oggetto il Tria-tlon  e lo slalom (governativo). Cosa, lo slalom,  di cui si intende, essendo in carriera passato da Rai a Finivest a La7. Ma questo stavolta non importa: quando il saggio indica il cielo, lo sciocco guarda il dito. Il cielo era quello di Seul 1988, il dito era quello del bravo Mentana; tutto il resto è gramo gramo.

Giovedì, 11 Ottobre 2018 22:58

Chicago meriterebbe più italiani!

Dopo cinque partecipazioni a New York (e altre a Boston, Miami, Nashville) ripasso l’oceano per approdare finalmente a Chicago: senza l’intenzione di conquistare l’agognata stella delle sei majors concluse (non cinque come crede Nerino); perché in effetti ne ho finite cinque, ma per mandarmi alla sesta, Tokyo, dovrebbero pagarmi o imbarcarmi ammanettato su un aereo (poi, come dice il  presidente della regione Emilia-Romagna che ha annullato un suo editto antiinquinamento promulgato dieci giorni prima, solo i pagliacci non cambiano idea).

Chi era già stato a Chicago (anche senza correre) mi aveva segnalato che è una città bellissima, con un clima lacustre, dato che si adagia sull’enorme lago Michigan più grande dell’Adriatico (e in effetti la sorpresa, pascoliana direi, è il vedere i grattacieli sprofondare nelle nuvole, facendo onore al loro nome). Mentre chi aveva corso la maratona, giunta ormai alla 41° edizione dunque tra le più antiche al mondo (la prima si corse nel 1978 e fece ‘solo’ 4200 arrivati), giurava che non è da meno di New York.

Dopo aver sperimentato la  città (purtroppo, solo quattro giorni, inclusa la domenica della gara) e la maratona, mi dichiaro meravigliato che gli italiani qui siano all’incirca la decima parte di quelli che vanno a New York. L’anno scorso furono 273 su un totale di 44346 finisher (che portano Chicago a essere la seconda maratona degli USA, ovviamente dopo NYC); quest’anno non lo so perché il sito non consente al momento la ricerca per nazioni. Saranno un po’ cresciuti perché al solo imbarco di Bologna del giovedì con Ovunque viaggi eravamo in 32, e altri partivano con voli diretti da Roma o altre sedi (noi bolognesi abbiamo scelto lo scalo di Copenhagen, non una grande idea a dire il vero, a parte il wifi che si connette senza formalità e funziona da Dio, all’opposto di Bologna e Chicago). Però non c’erano i vip o vippetti nostrani, che d’altra parte al confronto coi top runners che hanno corso a Chicago potevano puntare al ventesimo posto o giù di lì, dunque per i prosciutti è meglio andare a Ferrara o Ravenna. Eravamo insomma podisti ‘medi’, moralmente capeggiati dai due reggiani Davide Scarabelli (2.40:12) e Lorenzo Villa (2.42:28), risultati migliori degli italiani, con piazzamenti tra il 230° e il 273° posto. Ma non c’erano nemmeno i podisti per caso, quelli che non hanno mai messo le scarpette ai piedi e vanno a NYC fidandosi del tmax di 10 ore o anche più: a Chicago il tmax è fissato più seriamente alle 6h30, sebbene ci sia una certa tolleranza che ha consentito quest’anno a circa 1600 podisti di essere classificati pur arrivando oltre il limite indicato.

Lolo Tiozzo, anima di Ovunque, a 73 anni chiude in un dignitoso 6.04; Alessio Guidi, inventore del “Passo Capponi”, o date le circostanze Al Capponi, qui guida la moglie al tempo perfetto di 4.13, sei minuti esatti al km; l' "ambasciatore di Asti" Chiaranda fa 4.50. In totale abbiamo finito in 44480, 140 più dell’anno scorso (ma sono numeri chiusi), quasi in ugual quantità tra uomini (23868) e donne (20612): e questo è un dato strabiliante, soprattutto in Italia dove solitamente c’è una donna maratoneta ogni 6-7 maschi.

Chicago 2018


L’impatto con la città è positivo fin dal principio: oltre tutto, Chicago è una delle città più italiane degli Usa, metà dei ristoranti hanno nomi italiani (mangerò al “Vapiano”), e una pagina intera del quotidiano locale è dedicata ad Autilia Di Nunzio, aquilana emigrata qui nel 1947 e morta novantenne pochi giorni fa dopo una onorata carriera come sarta e cuoca; e gli annunci funebri dicono pure di una Eleanor Ranieri nata Pelliccioni, morta a 91 anni e compianta da parenti come Celeste Di Giannantonio, e di un Michael Cantafio, e di Nick Jacobazzi ecc. È imminente il Columbus Day, e tra gli sponsor delle celebrazioni stanno le ditte Gullo e Perricone; e lasciatemi ricitare il più illustre italiano di Chicago, Al Capone, capace di dimostrare agli yankees e ai mafiosi irlandesi di cosa sono capaci i nostri paisà, quando ci si mettono. E per favore, smettete di paragonare gli emigrati come lui a quanti arrivano da noi oggi con le barchette ricevendo l’omaggio di Saviano e della Boldrini: Al Capone e i suoi, a parte che arrivarono col passaporto regolare e pagando il biglietto del viaggio in terza classe, si fecero la loro quarantena, negli Usa vennero ghettizzati e spesso fatti fuori, finché non impararono a sopravvivere sfruttando le opportunità. (Risulta che Al Capone fosse proprietario della principale fabbrica di birra a Chicago nel tempo del proibizionismo: e posso immaginare in quale modo persuadesse i baristi a servire la sua birra e non quella irlandese…: il genio italico, piaccia o non piaccia, è anche questo).

Torniamo alla Chicago di oggi: città bellissima, un monumento a cielo aperto costruito dai migliori architetti americani a partire dalla fine 800, grattacieli uno diverso dall’altro, e al centro svetta la Trump Tower (alla faccia della corrispondente Rai dagli Usa, che vede rosso, anzi, nèèèèro!, a sentirne parlare), torre che si erge su una meravigliosa passeggiata a piedi lungo il River, percorso a getto continuo dai battelli del tour guidato (il mio unico allenamento, venerdì sera, è stato lì e ho scoperto che il mio passo era identico a quello di un battello, per cui ascoltavo le spiegazioni dello speaker…).

Ma Chicago ha anche i musei più belli e ricchi degli States: il museo di Belle Arti (vicinissimo alla partenza della maratona, e all’inizio pure della mitica Route 66 che attraversa tutti gli Usa e serve da fondale per le grandi road-movies) è classificato da Trip Advisor come il migliore del mondo; il museo di Scienze naturali, vicinissimo all’Acquario e al Planetario, è più grande di quello di NYC… e il resto purtroppo non ho potuto vederlo per mancanza di tempo.

Sono però salito sulla cosiddetta Torre 360°, un grattacielo con terrazza panoramica, e vista che si può definire – finalmente  a buona ragione – mozzafiato, dato che c’è anche la possibilità di sdraiarsi su una finestra sporgente nel vuoto a oltre 300 metri di altezza. Non sono invece salito sulla Willys Tower, il grattacielo che già detenne il record del più alto del mondo coi suoi 526 metri, perché la fila per entrarci era più lunga dell’altezza della torre: ma insomma, bene NYC, ma Chicago ha tutto di più.

Chi vuole, può andare al servizio fotografico amorevolmente assemblato da Roberto Mandelli

http://www.podisti.net/index.php/component/k2/item/2603-07-10-2018-chicago-illinois-usa-41-bank-of-america-chicago-marathon.html

e che – guarda caso – ha in copertina la foto della Trump Tower che si erge sul River.

Parliamo allora della maratona, i cui dati e risultati sono già stati tempestivamente e ottimamente forniti da Roberto Annoscia

http://www.podisti.net/index.php/in-evidenza/item/2582-farah-vittoria-e-record-europeo-a-chicago.html

 

Expo collocata circa un miglio a sud della partenza arrivo, servita da bus gratuiti con partenza a getto continuo da quattro punti diversi della città. Controlli e cautele che sembrano eccessive solo a chi non ha vissuto sulla sua pelle gli orrori del terrorismo anche contro le maratone (Boston); ritiro pettorali velocissimo, grandi possibilità di foto in luoghi strategici, di massaggi e ginnastiche varie, molti assaggini e molti stand di maratone Usa ed estere (Italia: zero). Centro maratona, con alloggio dei corridori d’élite, collocato invece all’Hotel Hilton, dove persino gli ascensori sono rivestiti con immagini della maratona (mentre all’esterno gli stessi biglietti della metropolitana sono in tema, con figure di podisti sullo sfondo della skyline).

La vigilia della maratona si svolge una 5 km, che a quanto posso percepire osservandola dall’hotel è affollata da migliaia e migliaia di persone, dai bambinelli con mamma ai tipici obesi americani, dalle fighette cui importano i selfies agli ottantenni che camminano a fatica ma gioiosamente. Qualcuno la usa come ultimo allenamento prima del gran giorno.

La sera, alla messa prefestiva nella chiesa francescana di S. Pietro (qui le chiese cattoliche sono ottime e abbondanti), il celebrante vuole tutti i maratoneti sotto l’altare per impartire una benedizione speciale (“possiate finirla, magari anche vincerla, e non farvi male”): le sue braccia protese in alto formano un arco ideale che dall’altra parte finisce sulle braccia dei fedeli; noi (un centinaio abbondante) siamo in mezzo e ci sentiamo come sotto una cupola celestiale.

E il D-day arriva, con allerta gialla per possibili nubifragi (tutti i giorni leggiamo sul cellulare gli avvisi dell’organizzazione, comprensivi di raccomandazioni: vèstiti bene, bevi, non strafare, rivolgiti al medico se avverti problemi, ecc.). In effetti, piove tutta la notte tra sabato e domenica, ma verso le 6 smette il che ci induce a lasciare nello zaino gli impermeabili (imprudenti!). Temperatura tra i 10 e i 15 gradi ‘nostri’, molta umidità, insomma mi risolvo a uscire dall’albergo (500 metri dal gate prescritto dal mio pettorale) ben vestito, e spogliarmi il più tardi possibile lasciando poi il sacco alla custodia bagagli.

Enormi le aree per il pre-gara, nel Grant Park che affaccia sul lago (d’altronde siamo in 45mila!), perfette le segnalazioni rinforzate da una quantità incredibile di addetti: sono però pochi o nulli gli spazi al coperto e i posti a sedere per ingannare l’attesa. Per fortuna non piove; volendo si può attingere a bevande e snack di ogni qualità (calde, no).

Partenza in tre ondate, fra le 7,30 e le 8,30; in pratica, puoi partire quando vuoi (senza nemmeno i controlli polizieschi e ottusi di NYC), perché il tuo tempo è dato dal chip. Mi fanno ridere le vestali-Fidal che esigono il gun-time: certo, per le vostre corsette su tartan da 16 personcine andrà bene, ma vorrei vedere con 45mila (e già trovo penalizzante il gun-time in maratone italiche da 1000 podisti). Vabbè, siccome dell’America scimmiottiamo tutto (dalle sitcom ai reality, dal Partito Democratico alle primarie), prima o poi anche a Roma capiranno che in maratona l’unico tempo equo è il real-time. Aspetta e spera che già l’ora s’avvicina.

Dopo il rituale inno americano ascoltato in piedi e con la mano sul cuore, varco il tappetino dei chip alle 7,44, senza spingere nessuno e senza essere sgomitato da nessuno. Il tracciato è una specie di T ruotata verso destra (mi ricorda quello di Miami): circa 10 km verso nord, con parziale vista lago; poi si gira in senso antiorario, verso la pittoresca Old Town (irlandese, in origine); si torna in centro sotto la Trump Tower. E qui per noi peones si scatena una discreta bufera, quasi grandine, comunque goccioloni e vento contrario; bravi i primi che stanno già arrivando, noi ci ripariamo come possiamo, mentre chi è partito a torso nudo o con solo reggiseno esibisce orgogliosamente il suo bendidio. Cartelli spiritosi tengono alto l’umore: “Pensa a quanto mi sono allenata per reggere questo cartello!”, “Beyoncé è gelosa delle tue gambe”; “La sofferenza è per un giorno, Instagram è per sempre”; “Non mi frega niente della maratona: voglio un maratoneta!” (inalberato ovviamente da una girl).

Dal centro si volge a destra (ovest), verso l’interno; siamo alla mezza maratona, e da qui i ristori (finora solo liquidi) diventeranno anche solidi, ogni miglio: non gli insipidi e diarroici gel che NYC si spreca a darci due sole volte, ma barrette, banane, cioccolato, arance e di tutto un po’, oltre alla onnipresente Gatorade e all’acqua. Ristori sempre da ambo i lati della strada, e tutte le bevande ci sono regolarmente messe in mano da addetti in piedi davanti ai tavoli. Perfino le guardie aiutano a ristorarci, oltre a dare il cinque. Da notare pure come ad ogni miglio ci siano toilette mobili, ma non 3 o 4 come a NYC, bensì fino a  qualche decina, e tutte fornite di carta igienica in abbondanza (lo dico, ehm ehm, per esperienza personale).

Superfluo dire che non si vede un’auto nemmeno agli incroci, e persino i cameramen/fotografi qui non vanno su mezzi motorizzati (quelli che in Italia ci sgasano) ma su sulky a pedali.

Ma il meglio, il punto in cui davvero mi viene un groppo in gola, è verso il km 35 (qui i km sono segnati tutti, oltre alle miglia: non ogni 5 come nel solito termine di paragone):  una curva a destra ti immette in Chinatown, che poi confina ed è quasi tutt’uno con Little Italy (chiesa della Annunziata, sagra di S. Antonio ecc.). Una musica orientale ti immette in una strada fiancheggiata da casette multicolori, ai cui piedi stanno migliaia di abitanti festosi, tutti disciplinati al di là delle transenne, ma rumorosi e ospitali (e anche con ristori bootleg): pure le addette ai ristori sono cinesine, alcune bellissime. Insomma, uno spettacolo globale, completato da altri spettatori tipicamente born in the Usa; poco dopo, due gruppi di ragazzi suonano percussioni varie con ritmi che ti obbligano a non mollare.

Puntiamo decisamente a nord, in parallelo al lago; appaiono i profili dei grattacieli, ecco la zona Expo, ecco la grande Michigan Avenue da cui usciamo a 800 metri dal traguardo (le distanze a questo punto sono segnate solo in metri: 400, 300…): due curve a 90 gradi, infine il rettilineo in leggerissima discesa dove dare il poco che ci rimane.

Siamo circa 400 metri a sud dell’area da cui siamo partiti, e tutta l’area è giudiziosamente occupata: offerta di teli argentati (prima le donne, voi uomini andate più avanti!), ristoro solido (ci mettono in mano un sacchetto pieno di roba, e puoi aggiungerci quant’altro ti pare), zona-birre (prendine quante vuoi, ma è proibito portarle fuori dal parco: il vecchio proibizionismo esala gli ultimi aneliti, ma io ispirandomi ad Al Capone metto le birre nella sacca), medaglia molto originale (un profilo di downtown), poi di nuovo al ritiro bagagli, e per chi avesse bisogno alle centinaia di toilettes mobili e di cabine-spogliatoio; e infine il ricongiungimento coi familiari marcato dalle lettere d’alfabeto. A parte le docce (per quelle, rivolgersi in Germania), credo che non si possa pretendere niente di più.

 La prima volta che corsi la maratona di Berlino (venticinque anni fa), noi italiani eravamo poche centinaia: adesso l’hanno scoperta tutti. Vedremo se accadrà altrettanto con Chicago.

Domenica, 07 Ottobre 2018 21:14

Dramma a Ferrara per Emanuele Piacentini

Nel silenzio assoluto degli organizzatori (il sito web della maratona di Ferrara ha il post più recente datato 24 settembre, e non si premura nemmeno di linkare le classifiche, forse per nascondere il disastroso calo di partecipazione), come pure dell’informazione stampata e online, grazie ad alcuni amici siamo venuti a sapere che il forte atleta reggiano Emanuele Piacentini, giunto terzo in 2.40:42 sul traguardo della maratona (affrontata come test, senza impegno estremo), poco dopo l’arrivo si è sentito male.
Come riferisce il suo allenatore e concittadino Eugenio Ferrari, che è subito accorso all’ospedale di Ferrara, Piacentini sotto la doccia ha accusato un dolore al petto. Fattosi immediatamente visitare dai sanitari di servizio, è stato ricoverato con urgenza e sottoposto a intervento di  angioplastica.
Ora è fuori pericolo, e naturalmente il decorso post operatorio sarà lungo, ma i sanitari assicurano che potrà tornare a correre.
Piacentini, classe 1967, modenese di Frassinoro tesserato UISP per la "ASD Sportinsieme" Castellarano, e Fidal per il "3.30 Road&Trail Running Team" di Formigine, nel 2017 ha ottenuto il suo miglior tempo in maratona con 2.29:55 a Verona (dove si laureò campione italiano master M 50); un mese prima aveva vinto anche la maratona di Parma con 2.43:13, dopo aver chiuso in 2.31:52 a Milano.
In questo 2018 si era presentato con un 2.34:57 alla maratona di Milano, mentre nel 2016 aveva realizzato 2.31:23 a Reggio Emilia, vincendo anche la mezza maratona Maranello-Carpi in 1.13:01.
Piacentini ha iniziato a correre nel 2014 a 46 anni ottenendo rapidamente prestazioni di elevato livello anche in gare più brevi; ecco alcune delle sue migliori prestazioni:

2015: Vittoria nel "Dinamo Trail" (Abetone), vittoria nella Maratonina del Monte Cantiere (Piane di Mocogno).
2016: Campione Italiano di Maratona a Verona in 2h29'55", vittorie all'Alpicella Trail (Piandelagotti), nella Maranello-Modena Half Marathon e nel Forbici Trail (Civago), 4° nella Saxo Oleum Run (Sassuolo).
2017: Vittoria nel Forbici Trail (Civago), nella Maratona di Parma in 2h43'13, nel Mimosa Cross (Albinea), 3° all'Alpin Club Half Marathon di Milano in 1h11'52", 9° nella Cortina Dobbiaco in 1h48'55", 3° nella Maratonina Campovolo (Reggio Emilia) in 1h12'30", 3° nel Giro Podisticodell'Isola d'Elba.
2018: Vittoria nella Maratonina di Fabbrico e nella Saxo Oleum Run (Sassuolo), 5° nella "Valli e Pinete" (Ravenna), 3° nella "21 di Reggio Emilia" in 1h15'06", 2° nella XXXII^ Camminata Avis Half Marathon (Novellara) in 1h12'53", 2° nella Chocolat Run (Casalgrande), 2° ne "La Cotta" di Frassinoro, 3° nella Ferrara Marathon in 2h40'42", che è stato l'inizio dei suoi guai.

Seguiremo con trepidazione gli sviluppi della sua vicenda umana, sperando poi di narrare di nuovo le sue imprese agonistiche.

Emanuele Piacentini


30 settembre - Non era facile radunare molti partecipanti ad una gara sull’appennino modenese, quando in provincia si svolgevano due camminate ufficializzate dai Coordinamenti (a Finale Emilia, che dichiara 1500 partecipanti, e nella vicina Sassuolo, con 1100), e a Taneto nel reggiano un’altra classica (altri 1150 presenti, e la cifra decisamente alta di 326 nella competitiva); mentre gli appassionati di fuoristrada avevano a disposizione la ecomaratona bolognese di Monte Sole (146 arrivati nei tre percorsi).

Si aggiunga che Polinago, 810 metri d’altezza, ha una fama certamente inferiore alle principali località appenniniche, non è nemmeno citata nella Guida rapida d’Italia del TCI (che tributa i suoi onori invece a Zocca, Sestola, Pievepelago, Fiumalbo e Frassinoro): è insomma una località tranquilla, per intenditori amanti della quiete, abbastanza fuori dal traffico automobilistico.

Non bisogna dunque sorprendersi se la partecipazione a questa corsa, sebbene inserita nel campionato regionale Uisp, è stata più modesta rispetto ad altri trail modenesi: 80 competitivi classificati e quasi altrettanti non competitivi, questi ultimi che per soli 3 euro potevano cimentarsi su tre percorsi, incluso quello massimo dichiarato di circa 21 km con un dislivello di 900 m (il mio Gps dichiara 20 km e 800 D): un percorso solo, dunque, rispetto ai due di 26 km con 1050 m D e di 16 km con 620 m D esibiti due anni fa (quando assommarono, fra tutti e due, 133 classificati).

Ripensandoci, credo di essere stato a Polinago (cioè a un’ora d’auto da casa) in vita mia quattro sole volte: una antichissima per una partita di calcio del Torneo della Montagna (un’altra delle cose che non si fanno più), una medio-antica per una podistica mista strada-sterrato (pure abolita da anni annorum), e due volte per queste edizioni 2016 e 2018 del trail. E quest’anno devo essere grato al nuovo giro che ci ha portati sulle due ‘emergenze’ turistiche più interessanti della zona, il castello di Brandola (sfiorato dopo pochi km e attraversato verso il 14°) e il Ponte Ercole o “del Diavolo”, sotto il quale siamo passati intorno a metà gara.

La ProLoco e il comune di Polinago hanno insomma seminato bene per la promozione territoriale, e il gestore principe della manifestazione, Ercole Grandi, si è comportato in maniera impeccabile, trovando peraltro valido aiuto nei molti sbandieratori collocati con grande frequenza (c’era anche il vecchio presidente di CasaModena Atletica, Tiziano Franchini, a suo tempo ‘licenziato’ perché aveva troppo successo rispetto agli altri sport sponsorizzati dai salumieri); di lusso i tre ristori distribuiti a intervalli regolari, oltre che quello della partenza-arrivo, dove prima di partire non ho resistito ad una frittatina fredda distribuita dalla coetanea collega prof Andreina Mattioli, rivista forse dopo trent’anni ma sempre uguale.

Tutto il tracciato era ben percorribile, senza ostacoli o difficoltà particolari (due salite principali, a sfiorare quota 1000, e due discese verso i 550 metri) e segnalato in maniera inappuntabile (e quando i segnali sono così frequenti, hanno un bel da fare i rituali boicottatori o burloni che li tolgono: come l’Italia con la riduzione del deficit, non ce la faranno mai); e sono convinto che almeno una metà dei partecipanti sia riuscito a correre sempre, come dimostra il tempo del vincitore, il ventitrenne Roberto Gheduzzi (Mud & Snow), primo in 1.36:52, due minuti abbondanti prima del secondo, il reggiano Massimo Gazzotti (1.39:10). Decisamente più lontani gli altri, eppure in 12 sono stati sotto le due ore. Il che non è accaduto per le donne, 21 in totale, regolate dalla reggiana quarantenne di S. Polo d’Enza Rossella Munari in 2.06:51, mezzo minuto scarso davanti alla compagna di squadra  Monia Fontana.

Le ultime se la sono cavata appena sopra le 3 ore e mezzo (cioè con un’ora di anticipo sul generoso tmax), e si trattava di una coppia sassolese abbastanza fissa in questo tipo di gare, la minutissima Cecilia Gandolfi (moglie di Italo il fotografo) e la longilinea Ginetta Palandri, giunte in compagnia del formiginese Alberto Bonvicini (che forse da solo pesa come le due signore messe insieme). Poco prima era arrivata la leggendaria Ketty, al secolo Lucia Zanetti da Bologna, classe 1955, già autista di corriera e dotata di un lato B sogno di molti podisti; mentre in 2.56 aveva concluso, in pieno relax, la frignanese Ermanna Boilini, reduce da una novantina di km della UTMB e (l’anno scorso) dal massacrante Tor des Géants stoicamente concluso.

Tra gli uomini più affezionati, in pieno spirito dilettantistico nel senso migliore, non potevano mancare Massimo Muratori (2.38) e Ideo Fantini, reduce dall’infame esperienza (non per colpa sua) del pazzesco trail da 501 km sui crinali appenninici, qui il più anziano in gara, ma anche oggi capace di lasciarsi dietro una trentina di rivali (incluso, ovviamente, il sottoscritto).

Ci siamo ritrovati insieme, dopo una doccia calda anche per gli ultimi e un nuovo assaggio dei ristori della prof Andreina (questa volta ho puntato sulle torte), al pasta party, forse meglio definibile salsiccia party data l’abbondanza di questo elemento all’interno del piatto di maccheroni.

La bella giornata di sole, fresca e limpida, ultima del fine-estate, ci ha reso tutti più allegri.

29 settembre - “Felice Mucchietto”, si potrebbe tradurre (ora che anche nella Chiesa la lingua ufficiale non è più il latino ma sta diventando l’inglese) il nome di questa corsa organizzata per la sagra della frazione sassolese di S. Michele, che in effetti cadeva proprio sabato 29 (S. Michele, Gabriele e Raffaele): non era insomma una di quelle sagre inventate quasi sempre in settembre, quando la stagione sembra la più opportuna per radunare il popolo.

Gara messa su all’ultimo momento, in un giorno e ora nei quali il potente Coordinamento modenese aveva programmato la sua gara ufficiale a una ventina di km di distanza, e per giunta il giorno prima di quando le stesse strade (già servite a una corsa di poche settimane fa) sarebbero state sfruttate per una nuova corsa ufficiale. Dunque non c’era da aspettarsi una grande frequentazione, e in effetti gli sforzi della Guglia di Sassuolo, diretti in prima persona dalla presidente Emilia Neviani, sono riusciti ad attirare meno di un centinaio di persone, più qualche decina di camminatori e di partenti anticipati (dalle foto allegate sembra di capire che il primo partente regolare appaia dalla numero 54).

C’erano tuttavia, attratti dalla novità, i due principali fotografi modenesi, e dalle immagini che Teida Seghedoni ci ha regalato vediamo che il percorso era gradevole, specie nella seconda metà, con dolci saliscendi tra le prime colline sulla riva destra del Secchia, che noi corridori del percorso lungo di 10 km abbiamo superato su un ponte verso il 7° km (vedere le foto 204 e seguenti), dirigendoci poi a una chiesetta specializzata in matrimoni (ma al momento c’erano solo tre pinzochere che recitavano il rosario), chiesetta che è stato il nostro giro di boa prima del ritorno allo stesso ponte e il rientro a S. Michele per una piacevole pista lungo il fiume.

Percorso ottimamente provvisto di segnalatori umani, che facevano chiarezza sulle tante frecce relative alle tante corse sopra accennate: l’unico punto meno chiaro era il rientro verso la chiesa, tra i meandri di un paesino sorto senza troppi piani regolatori.

Prezzo di iscrizione ridotto a un solo euro, con l’aggiunta che il biglietto ricevuto valeva non per il solito pacchetto-premio ma per la lotteria parrocchiale conclusiva della sagra. Gara non competitiva, eppure Emilia e il reverendo parroco hanno trovato il modo di premiare simbolicamente i primi classificati, come appare verso la fine del servizio fotografico.

 

http://www.podisti.net/index.php/component/k2/item/2522-29-09-2018-san-michle-dei-mucchietti-sassuolo-mo-happy-heap.html

28 settembre - 37 arrivati competitivi per la 37° edizione del “Giro delle Tre Torri”, classica notturna reggiana in occasione della sagra parrocchiale di S. Nicolò. In realtà i partecipanti, a occhio, erano un paio di centinaia, ma la maggior parte ha preferito correre in maniera non competitiva, spesso scegliendo anche di non fare tutti i tre giri (di circa 2,700 km l’uno), ma limitarsi a uno o due. È un peccato visto l’ingente spiegamento di giudici d’arrivo e cronometristi Uisp, e l’abituale presenza dello speaker d’eccezione Roberto Brighenti: ma se tu organizzatore offri la scelta tra fare le stesse cose pagando un tot (e rischiando di vincere un materasso) oppure pagando due euro che comunque ti garantiscono un barattolo di marmellata e lo stesso divertimento, è abbastanza probabile che chi non ha chances di piazzamento scelga la seconda ipotesi, e i soldini risparmiati li impieghi a comprare l’appetitoso gnocco fritto sfornato in canonica.

In effetti, i primi posti erano abbastanza scontati: tra gli uomini ha vinto il solito Abderrahim Karim, over 40 tesserato Traversetolo, con mezzo minuto netto sul secondo, il reggiano Daniele Simoncelli, e quasi un minuto sulla coppia dei terzi arrivati (dove il ‘nostro’ Gianmatteo Reverberi ha perso la volata per il cosiddetto terzo gradino del podio, ma ha ugualmente regolato il quinto, Eros ultimo della dinastia dei Baldini).

Ancor meno in dubbio la vittoria tra le donne (9 in tutto): Isabella Morlini ha dato il suo solito minuto e fischia di distacco alla seconda, Ralitsa Mihailova della Corradini, poi è corsa a casa a mangiare la torta di compleanno: il 28 settembre non è infatti solo la ricorrenza convenzionale delle 4 giornate di Napoli (su cui qualche storico revisionista avanza dubbi), ma è anche il giorno in cui la docente dell’università di Modena e Reggio (come la chiama comunemente Nerino) ha raggiunto quell’età che lo stesso nostro fotografo le attribuisce dall’inizio dell’anno solare, età  che – per quanto atleticamente ragguardevole – non le impedisce di sbaragliare le trentenni che via via le si oppongono. L'unica cosa che non le è riuscita è stata di doppiare il sottoscritto, che è riuscito a finire il secondo giro prima che lei finisse il suo terzo e ultimo. Ma non mancheranno altre occasioni...

Fra gli altri, menzione d’onore al correggese Guido Menozzi, già sul podio in una maratona di Tromso (la gara acchiappaturisti per eccellenza) sebbene gli avessero fatto sbagliare strada, e stasera primo degli over 50.

Da elogiare l’allestimento di una gara per bambini, con 15 partecipanti, tre dei quali addirittura nati nel 2013.

 

Classifiche:

http://www.podisti.net/images/icagenda/files/20180928-cavriago-pdf-compr.pdf

 

Servizio fotografico di Nerino Carri:

https://foto.podisti.net/p740039941

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