Direttore: Fabio Marri

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Il prossimo 5 settembre si disputerà in quel di Orte, ridente cittadina laziale, la XXI° edizione  del “Trofeo delle 7 Contrade”. Leggendo il regolamento, che per ciò che concerne le misure anti-Covid continua a prevedere l’obbligo abbastanza insensato di correre i primi 500 metri di gara (in cui vi è senz’altro una richiesta maggiore di ossigeno) con la mascherina, in grande evidenza si trova la seguente prescrizione: “Al ritiro del pettorale è richiesto esibire green pass o tampone con validità in corso.”  Ora, soprattutto per quel gran numero (almeno spero), di appassionati che non corrono solo con i piedi, una simile richiesta imperativa deve sembrare ancora più insensata rispetto a quella che impone di correre con una pezzuola che copre bocca e naso.  E in verità lo è, se consideriamo che al momento la normativa vigente non prevede il citato passaporto sanitario per partecipare ad eventi sportivi all’aperto. 
Ma tant’è, evidentemente anche nel nostro piccolo mondo antico amatoriale c’è qualcuno che ama essere più realista del re, come si suol dire, escogitando una sorta di segregazione sanitaria tra i praticanti della nostra nobile disciplina. 
D’altro canto, per comprendere l’assurdità della cosa, basti pensare che il 5 settembre sarà possibile mangiare nei ristoranti all’aperto di Orte, magari stazionando per qualche ora a pochi metri da altri clienti seduti ai tavoli, ma non partecipare ad una corsa locale che prevede sporadici contatti tra gli atleti, rigorosamente gestiti con tanto di distanziamento e mascherine, se non si esibisce il greenpass o in subordine un tampone in corso di validità.

Che dire allora: dal momento che all’inferno si finisce a piccoli passi, malgrado abbiamo i vaccini per una malattia che comunque oramai sappiamo ben fronteggiare pure sul fronte ospedaliero, c’è il rischio che per continuare la nostra passione sportiva ci venga imposto da qualche solerte organizzatore di correre con una sorta di scafandro.  Al peggio sembra non esserci mai fine.

NdD. Attualmente gli organizzatori oscillano al riguardo: per esempio è stato specificato che alla Marcialonga di Moena del 5 settembre non sarà necessario il cosiddetto greenpass; che diverrà invece obbligatorio alla maratona Alzheimer in provincia di Forlì-Cesena la domenica successiva. Mentre la più parte degli organizzatori, pur non richiedendo il certificato, impone l’autocertificazione scritta, talvolta (ma raramente) accompagnata dalla misurazione della temperatura.

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Lunedì, 03 Maggio 2021 23:52

Milano: maratona no, ma tutto questo... si?

Era tutto facilmente prevedibile, dopo gli assembramenti di migliaia di "tifosi" fuori dallo stadio Meazza in occasione di alcune partite di cartello, senza che fossero presi provvedimenti o elevate sanzioni. Sancita nei fatti questa totale immunità del "tifoso", ieri in Piazza Duomo e un po' in tutto il centro città, si sono accalcate decine di migliaia di persone, la maggioranza senza mascherina, a cantare a squarciagola, uno ammassato all'altro. Non sapremmo valutare con precisione in quante fossero, ma probabilmente molto di più dei partenti della maratona di Milano ma anche di quella di New York.

In sostanza a Milano non si possono fare gare podistiche di massa e chi corre deve seguire tutti i protocolli possibili ed immaginabili.

Poi si vedono queste cose.

Rodolfo Lollini - Redazione Podisti.net

 

 

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Venerdì, 23 Aprile 2021 11:29

Imola 22 maggio: non è un Passatore per vecchi

Con due comunicati del 15 e 22 aprile l’Asd “100 km del Passatore”, dopo l’omologazione data dalla Fidal il 13 aprile, ha precisato tutte le modalità di svolgimento della special edition del campionato italiano 100 km su strada, che si disputerà sabato 22 maggio 2021 all’autodromo di Imola con partenza alle 10.
La prova, organizzata dall’associazione faentina, assegnerà i titoli assoluto e master, originariamente assegnati alla tradizionale Firenze-Faenza. È inserita nel calendario nazionale FIDAL e nel 19° Grand Prix IUTA 2021 di Ultramaratona.
Sul sito ufficiale della 100 km del Passatore (www.100kmdelpassatore.it) è ottimamente fruibile una sezione apposita Campionato Italiano 100km su strada - 100 KM del Passatore | Firenze - Faenza

Da qui si possono consultare il regolamento, la planimetria del tracciato e le modalità d'iscrizione.  Gli organizzatori precisano che questa “non è una versione alternativa della Cento e che il vincitore, pertanto, non rientrerà nell’albo d’oro della storica ultramaratona”.

Saranno naturalmente in vigore le solite misure anti-Covid: mascherina all’ingresso e nei primi 500 metri di gara, misurazione della temperatura, autocertificazione, divieto di ingresso agli spettatori (ma ogni atleta potrà avere due accompagnatori), ristori  di sola acqua (ma ogni partecipante potrà lasciare il proprio ristoro personale in un punto prestabilito), niente deposito custodito delle borse [questo però col Covid non c’entra niente, tant’è vero che in altri allestimenti le borse sono custodite], niente docce e spogliatoi al chiuso [sì, però a Trino e alla Ronda Ghibellina c’erano…].

Più iugulatorie (per dirla in avvocatese) le condizioni imposte dalla Fidal per potersi iscrivere: avere almeno uno di questi minimi di partecipazione (non è precisato entro quale periodo):
per gli Uomini Maratona: 2h55’; 50km: 3h40’; 100km: 12h30’;
per le donne  Maratona: 3h20’; 50km: 4h25’; 100km: 13h00’.
Da notare che questi tempi sono identici sia per gli assoluti sia per i master (e immagino una certa sofferenza per la IUTA, i cui iscritti sono in quasi totalità Master, nell’avallare queste forche caudine): l’intenzione non dichiarata è quella di tenere lontani i più affezionati frequentatori della gara tradizionale.
Saranno ammessi non più di 500 uomini e 200 donne, che dovranno pagare 25 euro entro il 1°maggio, e ritirare il pettorale con chip monouso entro le 8,30 [immaginiamo che sia un orario elastico, altrimenti ci chiederemmo cosa faranno gli atleti nell’ora e mezzo prima della partenza? Distanziamento?].
Tempo massimo 13 ore, entro le quali andranno compiuti i 21 giri del circuito.
Tra i divieti, i più curiosi sono di correre al di fuori dell’asfalto, pena squalifica [bè, a Hamilton qualche escursione sul prato gliel’hanno lasciata fare domenica scorsa…] e di sputare; si raccomanda di osservare 5 metri di distanza in scia, e un metro lateralmente, sia pur precisando che questa è “una indicazione di buon comportamento e cautela sanitaria e non costituisce ragione di sanzione o squalifica”.
Misurazione dei tempi ed elaborazione delle classifiche a cura di SDAM, con la “convalida” da parte del Delegato Tecnico o del Giudice d’Appello FIDAL, ormai divenuto come il prete del matrimonio in chiesa, ridotto a mettere una firma sotto una cosa fatta da altri (“fanno i loro pasticci tra loro, e poi, e poi vengono da noi… e noi siamo i servitori”, sintetizzava don Abbondio).

A rigore, non ci sono limiti di età (che invece la Fidal ha stabilito per il campionato italiano della 24 ore, interdetto agli over 64), ma è abbastanza intuitivo che il tradizionale popolo che affolla la Faentina nell’ultimo weekend di maggio non ci sarà. Se guardiamo la classifica dell’ultimo Passatore disputato (2019), troviamo che solo 852 sui 2668 arrivati sarebbero “degni” di partecipare oggi.
Troveremmo solo 4 W 55, 2 W 60, nessuna delle due categorie superiori: come la nostra affezionata Natalina Masiero, sempre presente in tutte le edizioni, che nel 2019 arrivò seconda di categoria e oggi, richiesta di un parere, ci autorizza solo a scrivere che queste regole “fanno ribrezzo! È l'unica definizione per questa vergognosa pagliacciata”. 
Tra gli uomini, degli M 65 arriverebbero in 6, degli M 70 in due, nessuno delle categorie più anziane, incluso il glorioso Antonino Caponetto, classe 1931, stessa società di Dorando Pietri, pluricampione mondiale, e che nel 2019 finì in 15h27.

Ma è probabile che questi amici, e tanti altri, mal si adatterebbero a correre in un circuito (seppure prestigioso, spesso frequentato dai podisti, e con qualche salitina che si sarebbe potuta anche incrementare usufruendo del contiguo tracciato dei Tre Monti), e si chiederebbero come mai, nella sportivissima e ben governata Romagna – che oltretutto sta per festeggiare  la promozione a ‘regione gialla’ – non si abbia la determinazione di riproporre quel leggendario valico appenninico che, nella sua versione emiliana, non ha fatto paura una settimana fa a quelli dell’Abbotts way.
Vogliamo scommettere che qualcuno dei fedelissimi si troverà a fine maggio, come già nel 2020, sulle rampe della Colla e nell’ultima micidiale rampetta di Brisighella, a testimoniare che il Passatore è soltanto “quello”, e “diffidate delle imitazioni?”.

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Mercoledì, 31 Marzo 2021 11:26

Correre è lecito: facciamo il punto

Sul sito del CONI sono apparsi i calendari delle manifestazioni “di interesse nazionale” fino a giugno:

http://podisti.net/index.php/in-evidenza/item/7044-il-coni-ha-aggiornato-l-elenco-degli-eventi-fidal-approvati-al-26-marzo-2021.html

è una buona notizia, gli organizzatori hanno a disposizione almeno due mesi per decidere se impegnarsi o meno. A parte i problemi locali, dei quali occorre sempre tenere conto, come dimostra questa comunicazione tipica di un ente comunale e riguardante una manifestazione inserita nel calendario.

A seguito della sua proposta di dare avvio all'organizzazione della…, gli organi tecnici e politici del Comune di... interessati all'organizzazione, hanno svolto una prima valutazione congiunta. Purtroppo, stante l'attuale situazione pandemica (peraltro in via di peggioramento), non siamo attualmente nella condizione di impegnarci e di conseguenza, vincolare voi e la Federazione all'effettuazione della gara in data ….   Le responsabilità in termini di sicurezza, ci suggeriscono, di valutare con estrema cautela l'evolversi della situazione emergenziale. Ciò premesso, rimane ferma la nostra disponibilità, qualora il contesto lo consentisse, di avviare se possibile, anche nelle ultime settimane la manifestazione; è chiaro che come già detto non possiamo vincolare né voi, né tantomeno la Federazione ad una decisione in tal senso.

Resta tuttavia da considerare quanto recita il comunicato del CONI.

Ai sensi del DPCM vigente e delle Deliberazioni CONI, gli eventi e le competizioni riconosciuti di interesse nazionale sono tutti gli eventi e le competizioni ricompresi nell’arco temporale dello stato di emergenza prorogato sino al 15 aprile 2021 - programmati e fissati con sufficiente anticipo nei calendari agonistici [1], con date e luoghi certi, dalle Federazioni Sportive Nazionale, dalle Discipline Sportive Associate, dagli Enti di Promozione Sportiva ovvero dagli Organismi Sportivi Internazionali.

[1] Lo sport agonistico comprende quelle attività continuative che prevedono la partecipazione regolare a gare o incontri: viene praticato con allenamenti costanti da atleti tesserati ad una Federazione o ad un Ente riconosciuti dal CONI e richiede un elevato impegno psicofisico (cfr. DM del 18.02.1982).

 

Dunque, in base a un decreto in vigore da quasi 40 anni, tutta l’attività che noi svolgiamo nella stagione agonistica è da considerare compresa, non solo quella inserita nel calendario nazionale: convinzione che ha spinto molti organizzatori a chiedere l’inserimento della loro manifestazione per la prima volta in quel calendario. Lo stesso vale per le gare regionali e provinciali, e comunque qualsiasi attività continuativa, anche ad esempio il Campionato Canavesano che la UISP organizza da almeno dieci anni e che comprende una quarantina di eventi.

Con buona pace dei sedentari, che particolarmente nel Biellese si dimostrano solleciti nel criticare le manifestazioni agonistiche, anche il recente BiUltra, Campionato Italiano di 24 ore su strada, e tutto quanto rientra nella corsa su strada, in montagna, campestre e simili è lecito e salutare, naturalmente con la cura e la responsabilità che caratterizzano i nostri organizzatori e atleti.

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(segue da http://podisti.net/index.php/in-evidenza/item/7022-covid-e-gestione-dello-sport-la-parola-al-primario-podista-i.html )

1. Vorrei ora fare un breve riassunto di quanto accaduto negli ultimi 18 mesi nel mondo, accompagnato da considerazioni personali elaborate attraverso letture, interviste ed esperienze personali.
Il salto di specie del coronavirus (spillover) risale probabilmente alla fine dell'estate 2019 nella regione del Guangdong cinese, dove ci sono migliaia di caverne abitate da milioni di pipistrelli, gli animali che più di tutti ospitano questi microrganismi con RNA, senza avere il più delle volte malattie note.
Consiglio davvero la lettura del libro Spillover di David Quammen, istruttiva e anche appassionante sulle principali pandemie degli ultimi cento anni.
L'uomo ospita tre coronavirus del raffreddore da centinaia di anni, e questa potrebbe essere una ragione per la quale ci sono persone che hanno una sorta di immunità naturale all'attuale malattia .
Nel 2003 nella stessa regione cinese c'era stato un salto di specie da parte di un coronavirus: migliaia di casi di SARS 1 2003, Severe Acute Respiratory Disease, una polmonite interstiziale grave con contagiosità e letalità elevate, ma senza portatori sani; ci furono molti decessi in Oriente, ma i gruppi malati furono riconosciuti e isolati sia in Cina che nei paesi vicini, e nel 2004 il problema fu risolto. Tanto è vero che le multinazionali che stavano preparando il vaccino fermarono purtroppo le ricerche. Ma gli studi già fatti allora sono serviti per produrli più rapidamente ora.
Nel 2014 ci fu un secondo tentativo di salto nell'uomo da parte di un coronavirus: la MERS, Middle East Respiratory Syndrome; un coronavirus saltò dal pipistrello ai cammelli e da questi all'uomo nella penisola Arabica, in Siria, Iraq e Iran e provocò molti decessi, sempre con una grave polmonite interstiziale ancora più letale della precedente; ma anche questo virus non dava portatori sani, e dunque isolando i pazienti fu debellato. La troppa letalità e la scarsa diffusione hanno impedito a questi due virus di diffondersi nel mondo.
Ma gli esperti si aspettavano altri tentativi di salto di specie ed erano in guardia. Purtroppo però i cinocapitalcomunisti e l'OMS hanno dormito o hanno voluto dormire. Già nell' ottobre 2019 avevano visto le prime polmoniti a Whuan, che è a nord della provincia del Guangdong, simili a quelle del 2003, ma non hanno dato l'allarme fino alla fine dell'anno; forse pensavano che tutto sarebbe finito come nel 2003 e nel 2014. Non è andata così.
Questo coronavirus dava  portatori sani e in più malattie lievi di tipo influenzale, ed era, anche nel suo ceppo orientale originario, molto contagioso: naturalmente provocava  anche la SARS2, cioè la  grave polmonite interstiziale accompagnata da situazioni di trombofilia , di infiammazione generale e di autoaggressione  delle cellule immunocompetenti .
Un capolavoro fatto dalla natura o dall'uomo? Forse lo sapremo tra molti anni.
Viaggiando in business class, il virus a fine settembre è atterrato nei principali aeroporti del mondo e subito si è diffuso nella popolazione di tutti i continenti, mutandosi nel ceppo euroamericano, più contagioso di quello orientale. E a Wuhan, la città focolaio mondiale, si sono tenuti a fine ottobre i Campionati Mondiali multidisciplinari militari, con circa 120 nazionali presenti in sede per 15 giorni.
Traduco: noi abbiamo convissuto col virus da ottobre 2019 a febbraio 2020, facendo una vita del tutto normale, e tanti hanno avuto in quel periodo una bella influenza chiedendosi come mai non sentivano odori e sapori; abbiamo corso, sciato, riempito teatri palestre ristoranti stadi senza problemi; ma le prime polmoniti insolite erano già negli ospedali della Padania da fine ottobre, e nessuno dei medici che le hanno viste e curate ha avuto particolari sospetti, perché le polmoniti virali ci sono sempre state e si assomigliano abbastanza tra di loro; inoltre nessun allarme particolare era stato lanciato fino alla fine di dicembre.
Perché la pianura padana e le valli laterali? Basta guardare quanti aeroporti ci sono da Torino a Venezia e Trieste e quanto è pessima l'aria in questa regione, e la risposta è già pronta. Per non parlare della densità di popolazione, del numero di ultraottantenni e degli scambi e spostamenti tra città molto attive.
Non essendo noi stati avvertiti dal regime cinese se non a fine dicembre, e non avendo preparato nulla in due mesi, a fine febbraio 2020 la carica virale molto forte che si era creata in 5 mesi è esplosa in Italia e in  più parti del mondo a pochi giorni di distanza: l'Europa , l'Asia e le Americhe  si sono trovate nell'incubo che stiamo ancora vivendo e che ha stressato al massimo popoli, sistemi politici, governi, sistemi sanitari.

2. La malattia è particolare; ci sono molti portatori sani (adesso li chiamano asintomatici), tantissimi, e la maggior parte non sono stati mai scoperti; in Italia le cifre ufficiali dicono circa 1 milione e 300mila riconosciuti con tampone, ma certamente almeno 7 milioni di Italiani se lo sono portati in giro senza saperlo.  Poi c'e la malattia lieve e moderata, una brutta influenza da curare bene e subito a casa, evitando il protocollo ufficiale del Ministero che è sbagliato: paracetamolo e attesa non vanno bene. Proprio in questi giorni dopo 12 mesi verrà cambiato il protocollo, ma c'è voluta una battaglia dei medici di base e del farmacologo Remuzzi del Mario Negri per arrivarci. Questo è stato un altro errore gravissimo dei miei colleghi delle istituzioni e del ministro Roberto Speranza; molti pazienti con Tachipirina ed attesa sono finiti in ospedale e poi ci hanno lasciati.
Sono circa un milione gli italiani che hanno passato così il loro attacco da coronavirus, forse molti di più; infatti ho conosciuto tante persone che tra marzo e giugno 2020 hanno avuto i sintomi influenzali  ma stanno ancora aspettando il primo tampone; diciamo che l'hanno messa bene. Va curata subito, e a casa, per evitare che diventi grave o gravissima, cioè una polmonite o SARS2: è  una forte infiammazione dei polmoni che si può accompagnare a complicanze autoimmuni e tromboemboliche davvero terribili e mortali. La letalità della  SARS2 è elevata, sicuramente oltre il 10%; se invece consideriamo tutti i contagiati, anche quelli ignoti, dovrebbe essere tra lo 0.5% e l’1%. In terapia intensiva la mortalità è tra il 30% ed il 50%.
Il problema epidemiologico della COVID 19 è che quanto più aumentano gli asintomatici, tanto più aumentano le influenze, tanto più le polmoniti gravi e tanto più i ricoveri; è come una piramide con la cima tronca, tanto più è larga la base, tanto più è larga la balconata in cima che rappresenta la fetta dei pazienti che va in terapia intensiva. È evidente che affrontare un fenomeno siffatto con 7000 letti di terapia intensiva per 60 milioni di persone è un conto (italiano); affrontarlo con 25000 letti per 85 milioni è un altro (tedesco). Chiudi meno, per tempi più brevi, a zone più limitate, e mandi 3500 euro subito in media a ciascun cittadino, invece che 1900 a testa dopo sei mesi, forse, come in Italia.
Ho divagato sull'aspetto degli indennizzi economici, che purtroppo nel Belpaese sono stati insufficienti ed hanno aggravato la situazione di sofferenza di larghe parti della popolazione.
Le sofferenze dei malati sono state e sono terribili, aggravate dal fatto che si trovano isolati, soli, impauriti; per i familiari la lontananza del proprio ammalato è straziante; morire in solitudine deve essere orribile; Medici, infermieri, familiari e soprattutto loro, le vittime, tutti hanno vissuto esperienze disumane  che lasceranno un segno indelebile nelle società.

3. Dunque nel marzo 2020 in breve ci siamo trovati con l'Occidente chiuso: alcuni paesi in parte ed altri del tutto. Sulle serrate, chiamate lockdown (preferisco ancora la lingua italiana, anche se l'inglese è la mia seconda lingua) vorrei dire quello che penso.
Ce ne sono di due tipi. Quella applicata in Oriente prevede chiusure durissime e lunghissime, ma attive; cioè le autorità sanitarie, mentre la gente è chiusa, rintracciano tutti i contagiati, anche asintomatici, li isolano, potenziano le strutture sanitarie, i trasporti, chiudono le frontiere per 6/12 mesi in entrata ed in uscita a tutti, e quando riaprono, ad ospedali e vuoti e tutti guariti, se ci sono casi isolati chiudono solo una città o una provincia; le frontiere restano chiuse; appena è possibile fanno vaccini a tutti alla velocità della luce. Queste chiusure attive sono state applicate con successo in Cina, Giappone, Vietnam, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda;  in verità per ora sono un po’ lenti nelle vaccinazioni, ma  finché non avranno vaccinato tutti non riapriranno le frontiere, perché sanno che facendolo sarebbero subito invasi da varianti più contagiose e si ritroverebbero da capo; la vita in questi paesi isolati dal mondo scorre ora normale, anche se al chiuso è ancora consigliata la mascherina.
Quella applicata in Occidente è una chiusura passiva: in sostanza viene fatta solo e unicamente per evitare il crollo del sistema sanitario, ma fino alla fine del 2020 non è stata accompagnata in nessun Paese da azioni importanti atte ad evitare un altro disastro alla ondata successiva. Questo è stato il "modello" applicato alla perfezione dal pessimo governo italiano precedente e purtroppo imitato anche dal nuovo. Con l'aggiunta che anche i mesi da giugno a settembre 2020 sono stati buttati via: nessun potenziamento del SSN, frontiere aperte, non potenziamento dei trasporti pubblici, non raddoppio delle aule  e dei turni di lezione scolastica, non acquisto di apparecchi per filtrare e ricambiare l'aria nelle aule,  non protocolli terapeutici sia domiciliari che ospedalieri  contro la Covid 19, nulla di nulla: ed eccoci ancora qui, esattamente come un anno fa, e chiusi almeno fino al 5 maggio: sulla data state sereni e trovatevi dei passatempi interessanti (mentre è del 24 marzo l’annuncio che la Germania fa marcia indietro sulla serrata pasquale, perché “i costi superano i benefìci”, e “la pandemia si combatte con soluzioni digitali creative e non con il blocco di tutte le attività”, così la Suddeutsche Zeitung).
Tralascio i disastri economici del governo più scadente della storia d'Italia e dei suoi consulenti, i cosiddetti scienziati del Comitato Tecnico Scientifico, 25 personaggi in cerca d'autore che devono ancora trovare il bandolo della matassa dopo 14 mesi (a parte che alcuni di loro non hanno mai partecipato alle riunioni ed altri non hanno, per fortuna, mai aperto bocca perché troppo ignoranti in materia). Non parliamo del dottor Arcuri, non ne ha fatta una giusta. Non parliamo del ministro della salute, nessuna Speranza. A metà ottobre 2020 stava per uscire il suo libro Perché guariremo, ritirato dalle librerie perché in quei giorni il virus aveva ripreso a colpire. Ho avuto modo di leggerne alcuni passaggi che avrei trovato comici se non ci fossero di mezzo tanti morti. Ma l'onorevole è ancora lì a fare danni.
L'Italia ha alcuni record che nessuno ci invidia: la più alta incidenza percentuale di decessi  di operatori sanitari, quasi 500, di cui 350 medici; il più alto numero di giorni con la scuola chiusa; con 1720 siamo al settimo  posto al mondo per mortalità per milione di abitanti dietro a Repubblica Ceka, Belgio, Slovenia, Gran Bretagna (che però adesso ha quasi azzerato i morti: solo 17 il 23 marzo), Ungheria e Bosnia; siamo nei primi dieci al mondo per letalità del virus (deceduti sul numero dei tamponati positivi);aumento dei  decessi per tumori e malattie cardiovascolari non curate. Aumento dei suicidi. Aumento del 180% dell'uso di alcolici in un anno e verosimilmente anche degli stupefacenti (ma i distributori non hanno fornito dati ufficiali); aumento da 6 a 10 milioni degli psicopatici, ed esplosione dell'uso di psicofarmaci. Cliniche e ambulatori psichiatrici affollatissimi da maggio 2020

4. Il nuovo governo, detto “dei migliori” per sottolineare la differenza con quello dei peggiori, in realtà a mio parere è solo “dei mediocri”, la media tra alcuni peggiori e alcuni migliori; è partito subito male, non riaprendo le piste da sci e non cambiando Senzasperanza con Sileri, il vice, chirurgo di buon livello e medico di buon senso. Ha rimosso per fortuna Arcuri e ha dimezzato il Comitato scientifico; il suo capo, dottor Miozzo (ginecologo, che c'entrava col virus?) ha detto il giorno della rimozione che secondo lui il Comitato non ha più senso. Non male come saluto: ma cosa ha fatto per 12 mesi?
Poi il governo ha richiuso tutto tranne la Sardegna, invece di isolare le zone più colpite e lasciare qualche regione più libera; ed è anche questo un lockdown passivo, cioè utile solo a non far collassare i grandissimi medici ed infermieri che da 13 mesi cercano disperatamente di salvare le nostre vite; è uno scopo nobile, un dovere, ma che non darà nessun risultato futuro.
In realtà questa ennesima chiusura avrebbe avuto anche un senso, perché un'azione attiva la si poteva fare: tenere chiusi tutti per due mesi ancora e vaccinare 1 milione di persone al giorno, esattamente come stanno facendo Israele, USA, Emirati Arabi, Gran Bretagna, Isole greche, Cipro, Bahrein,  Isole Caraibiche, Maldive, Seychelles. A fine giugno questi paesi saranno liberi dai casi gravi, il virus sarà diventato endemico e provocherà solo delle influenze, magari fastidiose ma non mortali.
In altre parole  in questi Paesi  stanno  ripartendo tutte le attività; addirittura il Premier inglese Johnson, disastroso nella gestione della  pandemia, ha preparato un calendario preciso con le  riaperture, date e orari, di ogni attività (e i risultati si stanno già vedendo). Il sovranista Biden ha ribadito il motto di tutti gli americani (li conosco bene, ho vissuto  4 mesi negli USA): American First; e ha detto che grazie al fatto che nemmeno una fiala uscirà dagli USA finché tutti non saranno vaccinati ha promesso per il 4 luglio la festa del Covid Indipendence Day;  scusate, Biden è un “democratico globalista”, mi confondevo con Trump, però le loro idee  non sembrano tanto diverse.
A  proposito delle mascherine,  il 20 gennaio nel discorso di insediamento alla Casa Bianca Biden ha raccomandato agli americani di usare la mascherina negli uffici pubblici e nelle camere del Senato e dei Deputati, naturalmente senza obbligo negli spazi aperti; negli USA i decessi sono appena più bassi che in Italia, adesso sappiamo perché, ma loro le mascherine le hanno usate molto  meno di noi anche al chiuso.
L'uso della mascherina è stato molto ‘liberale’ in molti paesi occidentali; i negazionisti ed i no-vax infatti sono molto numerosi (fino al 50% della popolazione) nei paesi di lingua tedesca, nei paesi slavi ed anche nei paesi scandinavi. Nei Paesi latini sono una assoluta minoranza, noi siamo stati molto più attenti  al virus di tanti altri popoli, ma per le carenze della sanità (non degli operatori sanitari) abbiamo risultati disastrosi.
5.
Concludo dicendo che l'Italia purtroppo è rimasta intrappolata nei pasticci clamorosi della UE sull'approvvigionamento dei vaccini, e il governo fa fatica a riparare ad errori che risalgono all'estate scorsa. Come si fa a pensare di comprare a prezzo fisso e basso un prodotto che sarà insufficiente almeno fino a giugno? I Paesi che sono più avanti di noi nelle vaccinazioni hanno comprato i vaccini a prezzi anche doppi, perché hanno capito che sarebbe stato un investimento sul futuro con un ritorno grandioso.

Ora abbiamo una sola possibilità di ripartire definitivamente in maggio e non dover assistere umiliati e impotenti allo scambio di turisti e commerci tra i paesi già vaccinati: entro Pasqua  partire con mezzo milione di dosi di vaccino al giorno; se si va oltre i primi di aprile resteremo  bloccati per mesi con più di mezzo mondo che ci scapperà via ma quel che è peggio con decine di migliaia di morti in più. Il disastro incredibile di Ursula Van der Leyen, commissaria della UE, rischia di mandare a monte tutto il piano vaccinale. Mi auguro che presto si dimetta e che l'Italia , dopo aver sbagliato quasi  tutto sino ad ora, si metta sul giusto binario.
Intanto, proteggiamo noi  con tanti integratori vitaminici, echinacea e zinco, attività motoria e dieta completa; vacciniamoci appena possibile. Proteggiamo gli altri. E all'aperto indossiamo la mascherina come da legge ma ogni tanto pensiamo: questo non serve a nulla.

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L'epidemia della malattia da coronavirus ha costretto molti Stati a ridurre la vita sociale ed economica, e tante persone a modificare le proprie abitudini; io ho ripreso a studiare materie mediche che la mia quarantennale carriera ospedaliera di chirurgo generale e vascolare (per 17 anni Primario di Chirurgia Vascolare all’ospedale di Mantova, fra l’altro) mi aveva costretto a trascurare; in realtà, ero rimasto aggiornato sulle malattie infettive e le infezioni ospedaliere, molto meno sulla virologia e l'epidemiologia, materie che ora ho ripreso a leggere.
Podista lo sono dal 1986, quando per festeggiare la nascita del secondo figlio decisi di riprendere a fare sport seriamente, buttando quelle poche - ma sempre troppe - sigarette che fumavo. Qualità poca, però l'allenatore era più che  discreto, lo zio materno Luciano Gigliotti; risultati di medio livello, 2h57' in maratona, 1h22' in mezza, 37' sui 10 K in strada, 18' sui 5 K, all’interno di una buona società, la mitica Tobacco Museum modenese del compianto amico Claudio Rebecchi, con cui ho vinto tre scudetti a squadre FIDAL amatori sui 10K, due nei 21K, due in maratona, e altri due secondi posti a squadre 21 e 42K. Non mi lamento.
Delle grandi sei maratone mi mancano Chicago e Tokyo, mai dire mai… Ne ho finite 14 su 15, per ora ho chiuso nel 2007 a New York, 20 anni dopo la prima nella stessa sede, con due risultati molto diversi. E ho corso centinaia di gare sui 30, 21, 15, 10 km.
Mi sono divertito tantissimo, sono stato bene e ora corricchio da vero tapascione; ogni tanto partecipo ad una  gara con Modena Runners Club, un altro buon gruppo di amici modenesi, che spero possa ripetere i risultati Fidal amatori su strada della Tobacco, almeno sui 10 e 21 Km.
Qui ho conosciuto Fabio Marri, che frequentava il Liceo Classico Muratori un anno avanti a me ma non mi aveva incrociato. Poi lui ha studiato Lettere e percorso una magnifica carriera universitaria, oltre a dilettarsi di giornalismo: gli era capitato di intervistare lo zio tecnico di atletica e anche sua sorella, ovvero (per completare la carta d’identità), la mia mamma che a 96 anni mi è stata rubata dal maledetto virus poche settimane fa.
Ho svolto anche una intensa attività sindacale medica, come presidente per la sezione mantovana dell'associazione nazionale dei Primari per cui sono stato  consigliere nazionale; in questa veste ho assistito impotente alla demolizione del Servizio Sanitario Nazionale che si è verificata tra il 2009 ed il 2017 da parte della nostra classe politica.  Sono stati tagliati in tutto 35 miliardi di finanziamenti in 9 anni, con una media di 4 miliardi all'anno: ho visto il  blocco delle assunzioni di medici ed infermieri (50.000 in meno), il blocco dei contratti di lavoro (dai 10000 ai 35000 euro lordi persi in 9 anni dagli operatori sanitari), il taglio di letti (a decine di migliaia, dato non facile da verificare con esattezza) fino a portare il rapporto a 3,2  letti per 1000 abitanti a fronte della Germania con 8 per mille; e ovviamente la chiusura di centinaia di reparti ospedalieri e decine di ospedali.
Aggiungo la follia del numero troppo chiuso per le facoltà di medicina,  pur sapendo i politici che tra il 2020 ed il 2030 sarebbero andati in pensione decine di migliaia di medici; e ancor peggio è stato il numero molto più chiuso per le specialità mediche, che ha portato ad una carenza  pesantissima di specialisti  e indotto  migliaia di  medici neolaureati ad emigrare per specializzarsi; molti di questi  poi non sono  tornati, perché pagati molto meglio in altre nazioni. Tanti infermieri hanno fatto lo stesso percorso, tanti per modo di dire perché vige  il numero chiuso anche per le scienze infermieristiche .
Mi pare  corretto menzionare gli artefici di questi capolavori: Silvio Berlusconi, Mario Monti, Enrico Letta (neo segretario del PD, che come capo del governo detiene il record, con un personal best di  11 miliardi tolti in 10 mesi), Matteo Renzi, Paolo Gentiloni. Il mandante? L'Unione Europea con lo strumento del Patto di Stabilità.  “Ce lo chiede l'Europa”…, come adesso ci chiede di morire senza vaccini… ma andiamo per ordine.
Ammetto che i due governi di Giuseppe Conte hanno finalmente invertito questa tendenza; hanno firmato ed applicato il nuovo contratto di lavoro, aumentato i posti in medicina e scienze infermieristiche, aumentato i posti di specializzazione, rifinanziato la Sanità, il tutto anche prima  dell'emergenza COVID 19, con risultati che si vedranno tra 5 -6 anni. Purtroppo  il danno enorme alla sanità era fatto, e di fronte a tutto questo scempio e alla incredibile mediocrità della classe dirigente delle Aziende Sanitarie, all'inizio del 2017 ho deciso di ritirarmi dal pubblico servizio con tre anni di anticipo e di godermi la vita senza subire e soffrire  la riduzione  del SSN, in cui avevo creduto per tutto il mio percorso  professionale.
Mai però avrei immaginato di dover assistere alle ovvie conseguenze disastrose di quella pessima politica sanitaria: la pandemia virale che fa collassare in 15 giorni, tra il 20 febbraio ed il 5 marzo del 2020, il nostro  SSN, assolutamente inadeguato a fronteggiare l'assalto del coronavirus; da quel collasso di un anno fa la nostra sanità non si è mai più ripresa, e tuttora soffre e soffrirà malgrado l'ennesima serrata di due mesi;  chiudendo nuovamente tutto fino ai primi di  maggio (se va bene…) stiamo evitandogli il crollo definitivo ed irreversibile.  Ma di questo aspetto parlerò in seguito.

2. Veniamo a noi: Fabio mi ha stimolato ad approfondire il rapporto tra sport all'aperto ed epidemia da coronavirus, impressionato da un mio messaggio su Whatsapp in cui sostenevo che all'aperto, anche senza mascherine e solo col distanziamento, per contagiarsi occorre impegnarsi a fondo; in altre parole è necessario portare la mascherina per rispetto delle regole, ma restando ben convinti che si sta facendo un atto inutile.
È evidente che col virus che circola non possiamo organizzare Vasco Rossi a Modena Park, e nemmeno riempire il Braglia di Modena (21mila posti) o pensare di ammucchiare 5000 persone alla partenza della Corrida di San Geminiano; la partita Atalanta-Valencia del febbraio 2020 con 50.000 spettatori stipati nei due anelli inferiori di San Siro passerà alla storia per essere stata la bomba atomica che pochi giorni dopo ha messo in ginocchio Bergamo e Valencia; ed è ovvio, 50.000 persone con molti diffusori di virus in mezzo  che ballano cantano urlano sputano tossiscono e starnutiscono per 4 ore non possono che innestare una deflagrazione incontenibile.
Ma tutto il resto all'aperto si può fare: mantenendo la distanza, evitando di gettare gocce naso-buccali in faccia ad un altro, di toccarsi le mani nude e poi gli occhi; occorre  rispettarsi l'un l'altro anche senza mascherine (che al massimo ci proteggono… dall'inquinamento atmosferico).
Attività motorie all'aperto: tutte, con qualche precauzione. È corretto fare gare di corsa con percorsi certificati FIDAL o EPS, tenendo le distanze in partenza, la mascherina per 500-1000 metri, senza ritrovi in tenda né rifornimenti di massa a fine gara, premiazioni con distanza. L'amico Marri e altri del mio gruppo hanno corso ovunque la scorsa estate, e nulla è accaduto. Questo vale anche per il ciclismo; su 60 tappe di Giro, Tour e Vuelta nessuno dei 200 corridori in gruppo, quantunque ben vicini per migliaia di chilometri in gruppo, si è infettato. Solo la Mitchelson di Yates ha dovuto abbandonare il Giro perché in Sicilia un  albergatore aveva ospitato insieme alla squadra inglese  anche alcuni turisti (risultati poi infetti) senza creare la “bolla” richiesta dall'UCI; Michael Matthews se ne è andato a casa per un tampone falso positivo, cui sono seguiti tre tamponi fatti in 6 giorni, tutti negativi. Ridicolo, ed è accaduto proprio in Italia. Poi in Francia e Spagna non c'è stato alcun contagio di ciclisti.
Molti atleti noti si sono contagiati in tutti gli sport a cominciare dalla nostra nazionale militare a Wuhan a fine ottobre 2019; alcuni di loro avevano iniziato a rilasciare interviste nel marzo 2020, ma poi, guarda caso, sono stati messi a tacere da qualche superiore. Questo episodio mi ha colpito, e mi ha fatto capire che la comunicazione del dramma pandemico sarebbe stata guidata dall'alto e manipolata, come poi è stato.

Alcuni atleti in tutti gli sport hanno avuto la malattia in forma moderata restando positivi per molte settimane, ma non mi risultano ricoverati e nemmeno deceduti, a conferma che la malattia è grave, ma con un buon sistema immunitario si guarisce.
Io avrei lasciato il 10% degli spettatori negli stadi, naturalmente controllando i flussi in entrata ed in uscita e pretendendo l'uso di mezzi propri con acquisto dei biglietti in rete. In Ucraina hanno lasciato il 50% degli spettatori e hanno meno della metà dei nostri decessi per milione di abitanti: 770.
I giocatori di calcio si infettano in famiglia o con le amiche e gli amici,  e alcuni contatti  da spogliatoio possono far deflagrare un contagio, come pure le  ammucchiate in campo dopo la realizzazione di una rete, ma di certo negli allenamenti e nelle partite  all'aperto si sono contagiati in pochissimi. 
E cosi è anche nelle vie dello shopping, nei centri storici durante i week end, in spiagge affollate: ovviamente rispettando il distanziamento fisico; ma per questi comportamenti  lo Stato, appoggiato da alcuni miei colleghi deliranti e prezzolati  in TV e sui media ci ha rimproverato e incolpato del contagio; l'hanno fatto per coprire le loro manchevolezze, e  se pensiamo che qualcuno si sia infettato all'aperto  facciamo parte di quei 10 milioni di italiani (che erano 6 un anno fa) che hanno bisogno di psicofarmaci e aiutini psichiatrici.. Ho raccolto decine di testimonianze tra coloro che hanno avuto la malattia, e  nessuno mi ha confessato il sospetto di essersi infettato in ambiente libero: tutti avevano sospetti su eventi al chiuso.
Alcuni studiosi dell'Università di Berlino hanno pubblicato in questi giorni i risultati di un lungo ed accurato studio sulla propagazione del virus nei vari ambienti; quando si sono trovati ad esaminare i molti dati raccolti all'aperto, hanno deciso di non pubblicarli nemmeno, perché erano inconsistenti: cioè senza mascherine all'aperto non succede nulla, zero assoluto.
Io la porto sempre, solo FFP2 (non  prendo nemmeno in considerazione tutte le altre soluzioni); lo faccio per rispetto delle regole e del prossimo,  per non sentirmi urlare dietro da qualche imbecille e  per non doverla mettere e togliere quando entro ed esco da un locale chiuso.  Ma non ci credo e non ci crederò mai.

3. Chiudere le attività sciistiche, i circoli sportivi per le attività motorie all'aperto, sospendere le gare di cross regionali e tutti gli sport all'aperto  e anche le palestre sono state decisioni sbagliatissime e che semmai hanno favorito il contagio: molti sono rimasti chiusi in casa a bere, mangiare e drogarsi di pillole o altro, passandosi il virus coi conviventi, le amiche e gli amici, e abbassando le proprie difese immunitarie, favorendo insomma le forme gravi e gravissime della malattia per poi trasmetterla a genitori e nonni.
È quello che succede da tre mesi e che succederà nei prossimi due: come si fa a pensare che una persona ‘latina’ tra i 15 e i 50 anni possa vivere dalla fine di ottobre senza luoghi di svago e di ritrovo? Qualcuno pensa che tutti i giorni non ci siano in Italia feste private in case, in alberghi, in locali chiusi davanti ed aperti dietro? Se qualcuno lo pensa deve riflettere sul fatto che da due mesi l'età media degli accessi ai Pronto Soccorso è scesa a 40 anni. Peraltro su Science, Nature e Lancet, importantissime riviste scientifiche che selezionano le pubblicazioni rigorosamente, da tre mesi compaiono articoli in cui veri scienziati stanno attaccando le serrate totali perché inutili e anzi dannose.

La Svizzera ha tenuto aperti gli impianti con riempimento al 50%, ma chiusi bar, baite e ristoranti in quota, cabine delle teleferiche con finestrini aperti e doppie mascherine, biglietteria in rete, hotel al 50%: risultato, 1170 decessi per milione di abitanti, noi siamo a 1710. L'Austria ha tenuto aperto le piste e gli impianti di risalita solo per i residenti nelle varie province, senza turisti stranieri: 995 decessi per milione.
In medicina contano i risultati che sono dati da numeri e percentuali, il resto  non conta, e questi sono i risultati deprimenti dello Stato Italiano sotto l'aspetto delle tecniche di protezione dal virus; gli altri risultati sono peggiori; un economista del PD come Luca Ricolfi ha pubblicato un libro che riassume tutto questo: La notte delle ninfee, come si malgoverna una pandemia.
Negli ambienti chiusi possiamo parlare davvero della Corona Virus Disease o della “malattia da COVID 19” (che è femminile, ma tutti dicono il COVID); gli studi di Berlino tengono conto del tempo di permanenza (dato fondamentale) in ambiente chiuso, dei metri cubi di aria a disposizione per ciascuna persona e dell'aerosol che ciascuno emette, che ovviamente aumenta sotto sforzo, in presenza di un solo diffusore del virus; gli esperimenti (simulazioni) sono stati fatti con e senza mascherina.
Risultati:

Con mascherina: Il rischio (R0) 1 (il diffusore contagia 1 persona) è al supermercato; in una classe scolastica  delle medie superiori col  50% di presenze, rischio 3; assai meno nelle scuole dei bambini; in un ufficio al 50% rischio 4; teatri cinema grandi al 30% di riempimento rischio 0,5 (ma perché sono chiusi da un anno?).

Senza mascherina: va raddoppiato il rischio riferito sopra per ogni attività; nelle  piscine coperte e nei ristoranti al 50%  rischio 2,5. Palestre rischio  3,5. Non è stato studiato il fenomeno nelle famiglie, negli ospedali e nelle residenze per anziani, ma qui ci aiuta la cronaca senza necessità di studiosi, basta la parola: un disastro. (continua)

 
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Domenica, 14 Febbraio 2021 21:47

Niente gare? Puoi correre nel circuito ATM!

Vi annullano la corsa podistica a cui Vi siete iscritti? Niente paura, potete partecipare al circuito ATM, acronimo che non significa Atleti Trail e Mezzofondisti, bensì Azienda Trasporti Milanese. Nella foto potete vedere la situazione sul tram numero 24, martedì scorso alle ore 18. Probabilmente hanno un protocollo più permissivo di quello FIDAL o forse l'amministrazione pubblica di riferimento è più preoccupata per chi corre all'aperto che di coloro che si trovano ammassati al chiuso in queste condizioni.

Rodolfo Lollini - Redazione Podisti.net

 

 

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Il nuovo D.P.C.M. uscito il 14 Gennaio 2021 riporta delle significative novità relativamente all'attività sportiva: la novità più significativa è il blocco di tutte le manifestazioni organizzate dagli enti di promozione sportiva (E.P.S.), comprese quelle riconosciute come di valenza nazionale, nelle zone rosse.
(dopo la segnalazione di un lettore, abbiamo verificato che tale divieto, fosse già presente sul DPCM del 3 Dicembre ma intuiamo, si sia reso necessario rimarcarlo in quanto su tale D.P.C.M. il Comma 4 lettera d dell'art. 3, contrastava con il comma 9, lettera e) dell'Art. 1, in sintesi, all'Art. 1 dove si comprendevano le gare EPS tra quelle autorizzabili dal CONI).  
Rimane consentita la partecipazione di tutti gli atleti tesserati per la federazione di riferimento, ad eventi, ovunque si svolgano sul territorio nazionale, purché si tratti di eventi di riconosciuta valenza nazionale dal CONI.
Le prossime gare competitive in calendario Fidal Nazionale, quindi autorizzate, sono la Stramagenta del 7 Febbraio e la Mezza di Trecate del 21 Febbraio.
E' di queste ore l'annullamento della Verdi Marathon ed il rinvio a data da destinarsi della Maratona di San Valentino; coraggioso al limite del temerario, il tentativo toscano di una ludico motoria il 31 Gennaio a Campi Bisenzio con la 40^ edizione della San Martinese.
Va infine ricordato alla Fidal che sul sito del CONI sono pubblicati SOLO gli eventi sino al 31 Gennaio 2021, questo può causare problemi agli organizzatori delle manifestazioni di Febbraio e Marzo: sarà il caso di inviare rapidamente al CONI il nuovo elenco.

Andiamo a vedere nel dettaglio i contenuti de D.P.C.M. riportando quanto rilanciato dal "Dipartimento per lo Sport" del Consiglio dei Ministri. In blu abbiamo evidenziato i passaggi più interessanti per noi sportivi.


Con il Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 14 gennaio 2021 sono state individuate le nuove misure per fronteggiare l'emergenza epidemiologica da COVID-19 che entrano in vigore dal 16 gennaio e lo restano fino al 5 marzo 2021; si applicano alle Regioni a statuto speciale e alle Province autonome di Trento e di Bolzano compatibilmente con i rispettivi statuti e le relative norme di attuazione. Riportiamo qui di seguito quanto è previsto per il mondo dello sport: 

DISPOSITIVI DI PROTEZIONE INDIVIDUALE: continua l’obbligo di indossare i dispositivi di protezione individuale nei luoghi all'aperto a eccezione dei casi in cui è garantita (in modo continuativo) la condizione di isolamento rispetto a persone non conviventi; sono esclusi dai predetti obblighi i soggetti che stanno svolgendo attività sportiva;

ATTIVITÀ ALL’APERTO: permane la possibilità di svolgere attività sportiva o attività motoria all'aperto, anche presso aree attrezzate e parchi pubblici, ove accessibili, purché comunque nel rispetto della distanza di sicurezza interpersonale di almeno due metri per l'attività sportiva e di almeno un metro per ogni altra attività salvo che non sia necessaria la presenza di un accompagnatore per le persone minorenni o non completamente autosufficienti; nelle Regioni cd. rosse, resta consentito lo svolgimento di attività motoria in prossimità della propria abitazione purché nel rispetto della distanza di un metro da ogni altra persona e con obbligo di utilizzo dei dispositivi di protezione delle vie respiratorie, nonché attività sportive esclusivamente all'aperto e in forma individuale;

SPORT AGONISTICO: sono consentiti soltanto gli eventi e le competizioni ‒ di livello agonistico e riconosciuti di preminente interesse nazionale con provvedimento del Comitato olimpico nazionale italiano (CONI) e del Comitato italiano paralimpico (CIP) ‒ riguardanti gli sport individuali e di squadra organizzati dalle rispettive federazioni sportive nazionali, discipline sportive associate, enti di promozione sportiva ovvero da organismi sportivi internazionali, all’interno di impianti sportivi utilizzati a porte chiuse ovvero all’aperto senza la presenza di pubblico.

Le sessioni di allenamento degli atleti, professionisti e non professionisti, degli sport individuali e di squadra, partecipanti alle competizioni consentite dal decreto e muniti di tessera agonistica, sono consentite a porte chiuse, nel rispetto dei protocolli emanati dalle rispettive Federazioni sportive nazionali, discipline sportive associate e Enti di promozione sportiva. Il Comitato olimpico nazionale italiano (CONI) e il Comitato italiano paralimpico (CIP) vigilano sul rispetto delle disposizioni di cui alla presente lettera.
Nelle cd zone rosse sono sospese le competizioni e gli eventi organizzati dagli Enti di Promozione Sportiva;

PALESTRE, PISCINE, CENTRI TERMALI: prosegue la sospensione delle attività di palestre, piscine, centri natatori, centri benessere, centri termali, fatta eccezione per l’erogazione delle prestazioni rientranti nei livelli essenziali di assistenza e per le attività riabilitative o terapeutiche, nonché centri culturali, centri sociali e centri ricreativi.

Esclusivamente nelle Regioni cd. gialle, ferma restando la sospensione delle attività di piscine e palestre, l'attività sportiva di base e l'attività motoria in genere svolte all’aperto presso centri e circoli sportivi, pubblici e privati, sono consentite nel rispetto delle norme di distanziamento sociale e senza alcun assembramento, in conformità con le linee guida emanate dal Dipartimento per lo sport, sentita la Federazione medico sportiva italiana (FMSI), con la prescrizione che è interdetto l’uso di spogliatoi interni a detti circoli; sono consentite le attività dei centri di riabilitazione che si svolgono nel rispetto dei protocolli e delle linee guida vigenti;

SPORT DI CONTATTO E ATTIVITÀ DI BASE: fatto salvo quanto previsto per gli eventi e alle competizioni sportive di interesse nazionale, lo svolgimento degli sport di contatto, come individuati con provvedimento del Ministro per le politiche giovanili e lo sport, è sospeso; sono altresì sospese l’attività sportiva dilettantistica di base, le scuole e l’attività formativa di avviamento relative agli sport di contatto nonché tutte le gare, le competizioni e le attività connesse agli sport di contatto, anche se aventi carattere ludico-amatoriale;

INGRESSO NEL TERRITORIO NAZIONALE: l’ingresso nel territorio nazionale di atleti, tecnici, giudici, commissari di gara e accompagnatori, rappresentanti della stampa estera, è consentito previa sottoposizione, nelle 48 ore antecedenti all'ingresso nel territorio nazionale, ad un test molecolare o antigenico, effettuato per mezzo di tampone e risultato negativo; al fine di consentire il regolare svolgimento delle competizioni sportive che prevedono la partecipazione di atleti, tecnici, giudici e commissari di gara, rappresentanti della stampa estera e accompagnatori provenienti da Paesi per i quali l'ingresso in Italia è vietato o per i quali è prevista la quarantena, questi ultimi, prima dell'ingresso in Italia, devono avere effettuato un test molecolare o antigenico per verificare lo stato di salute, il cui esito deve essere indicato nella dichiarazione di cui all'articolo 7, comma 1, e verificato dal vettore ai sensi dell'articolo 9.

Tale test non deve essere antecedente a 48 ore dall'arrivo in Italia e i soggetti interessati, per essere autorizzati all'ingresso in Italia, devono essere in possesso dell'esito che ne certifichi la negatività e riporti i dati anagrafici della persona sottoposta al test per gli eventuali controlli. In caso di esito negativo del tampone i soggetti interessati sono autorizzati a prendere parte alla competizione sportiva internazionale sul territorio italiano, in conformità con lo specifico protocollo adottato dall'ente sportivo organizzatore dell'evento;

BALLO: restano comunque sospese le attività che abbiano luogo in sale da ballo e discoteche e locali assimilati, all'aperto o al chiuso;

IMPIANTI SCIISTICI: restano chiusi gli impianti nei comprensori sciistici; gli stessi possono essere utilizzati solo da parte di atleti professionisti e non professionisti, riconosciuti di interesse nazionale dal Comitato olimpico nazionale italiano (CONI), dal Comitato Italiano Paralimpico (CIP) e/o dalle rispettive federazioni per permettere la preparazione finalizzata allo svolgimento di competizioni sportive nazionali e internazionali o lo svolgimento di tali competizioni, nonché per lo svolgimento delle prove di abilitazione all’esercizio della professione di maestro di sci.

Dal 15 febbraio 2021, gli impianti sono aperti agli sciatori amatoriali solo subordinatamente all'adozione di apposite linee guida da parte della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome e validate dal Comitato tecnico-scientifico, rivolte a evitare aggregazioni di persone e, in genere, assembramenti;

ATTIVITÀ IN ALBERGHI ED ALTRE STRUTTURE RICETTIVE: le attività delle strutture ricettive, compresa l'eventuale attività sportiva, sono esercitate a condizione che sia assicurato il mantenimento del distanziamento, garantendo comunque la distanza interpersonale di sicurezza di un metro negli spazi comuni, nel rispetto dei protocolli e delle linee guida adottati dalle Regioni o dalla Conferenza delle regioni e delle province autonome, idonei a prevenire o ridurre il rischio di contagio e comunque in coerenza con i criteri di cui all'allegato 10, tenuto conto delle diverse tipologie di strutture ricettive. I protocolli o linee guida delle Regioni riguardano in ogni caso anche le modalità di svolgimento delle attività ludiche e sportive;

PERSONE CON DISABILITÀ: le persone con disabilità motorie o con disturbi dello spettro autistico, disabilità intellettiva o sensoriale o problematiche psichiatriche e comportamentali o non autosufficienti con necessità di supporto, possono ridurre il distanziamento sociale con i propri accompagnatori o operatori di assistenza, operanti a qualsiasi titolo, al di sotto della distanza prevista, e, in ogni caso, alle medesime persone è sempre consentito, con le suddette modalità, lo svolgimento di attività motoria anche all’aperto.


Le attività che possono essere svolte nelle diverse zone di rischio possono essere così sintetizzate:

Per quanto riguarda le Regioni a rischio medio (zona gialla): è consentito svolgere l'attività sportiva e motoria all'aperto e nei centri sportivi all'aperto. Restano sospese le attività di palestre e piscine. Non sono consentiti gli sport di contatto salvo che in forma individuale e all’aperto. Restano consentiti gli eventi e le competizioni, riconosciuti di interesse nazionale dal Coni e dal Cip, riguardanti gli sport individuali e di squadra organizzati dalle rispettive federazioni sportive nazionali, discipline sportive associate, enti di promozione sportiva.

  • Non è consentito l’utilizzo degli spogliatoi interni ai centri sportivi.
  • Le sessioni di allenamento degli atleti, professionisti e non professionisti, degli sport individuali e di squadra, partecipanti alle competizioni sopra citate sono consentite a porte chiuse, nel rispetto dei protocolli. A tutti è consentito uscire dal comune di residenza senza particolari permessi e necessità, ma con il divieto di entrare in zone a rischio alto (arancione o rossa).

Per quanto riguarda le Regioni a elevata gravità (zona arancione) sono valide le disposizioni di cui sopra ad accezione del fatto che l’attività sportiva non si potrà svolgere al di fuori del proprio Comune di residenza, salvo quanto specificato all’art. 2, comma 4, lettera b) del DPCM del 14 gennaio 2021. Le disposizioni sono valide dalle 5 alle 22 e per svolgere attività di pratica sportiva all’aperto, in forma individuale, nel rispetto del distanziamento e del divieto di assembramento.

Per quanto riguarda le Regioni caratterizzate da massima gravità (zona rossa) è previsto il divieto di ogni spostamento in entrata e in uscita dai territori, nonché all'interno dei medesimi territori, salvo che per gli spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessità o per motivi di salute.

  • L’attività motoria è consentita solo in prossimità della propria abitazione, nel rispetto della distanza di almeno un metro da altre persone e con obbligo di utilizzo dei dispositivi di protezioni individuali.
  • L’attività sportiva è possibile solo all’aperto e in forma individuale e può essere svolta, con l’osservanza del distanziamento interpersonale di almeno due metri e del divieto di assembramento, anche presso aree attrezzate e parchi pubblici, ove accessibili, ubicati quanto più possibile nei pressi della propria abitazione.
  • Viene sospesa l’attività anche nei centri e circoli sportivi all’aperto.
  • Sono sospesi tutti gli eventi e le competizioni organizzate dagli Enti di promozione sportiva, mentre sono consentiti gli eventi e le competizioni sportive riconosciute di preminente rilevanza nazionale dal CONI e dal CIP, che si tengano all’aperto o al chiuso, senza pubblico.
 
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Arriva un piccolo regalo natalizio dalla lettura del sito http://www.governo.it/it/faq-natale#zone alla pagina relativa alle FAQ, acronimo inglese che significa risposta alle domande più frequenti, dove leggiamo quanto segue:

È possibile recarsi in un altro Comune al solo scopo di fare lì attività sportiva? In alternativa, è possibile varcare i confini comunali mentre si pratica l’attività sportiva (per esempio correndo o valicando un monte), per concluderla comunque all’interno del proprio Comune? Nella “zona rossa" è consentito svolgere l'attività sportiva esclusivamente nell'ambito del territorio del proprio Comune, in forma individuale e all'aperto, mantenendo la distanza interpersonale di due metri. È tuttavia possibile, nello svolgimento di un’attività sportiva che comporti uno spostamento (per esempio la corsa o la bicicletta), entrare in un altro Comune, purché tale spostamento resti funzionale unicamente all’attività sportiva stessa e la destinazione finale coincida con il Comune di partenza.

Quindi anche nei giorni in rosso sul calendario speciale Covid19, ci sarà consentito quantomeno entrare nel territorio del comune confinante senza rischiare sanzioni. Il tutto a patto di ritornare a “casa” al termine della seduta, mantenere la distanza di sicurezza di due metri che peraltro a nostro avviso sono insufficienti. Correte da soli o state molto più lontani. Sempre. Anche al termine della corsa perché il virus non fa sconti nemmeno al momento dei saluti o delle foto ricordo. Resta inteso che è sempre necessario avere in tasca la mascherina ed attenersi ad eventuali ulteriori disposizioni locali che possono essere solo più restrittive di quelle del governo centrale. 

Rodolfo Lollini – Redazione Podisti.net

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Acque agitate per l’assessore al Welfare della Regione Lombardia Giulio Gallera e non parliamo della sua attività istituzionale, bensì della sua passione per la corsa, peraltro ben nota ai runner lombardi.

Il tutto nasce da un post odierno su un social network, nel quale esterna la sua soddisfazione così: ”Oggi 20 km lungo il naviglio Martesana - la maratona è maestra di vita - stringere i denti e non mollare mai". Il tutto ovviamente condito dalle classiche immagini di rito che lo ritraggono da solo e con i compagni di allenamento. Non ci è dato di sapere se lui e gli altri siano conviventi o abbiano corso con la mascherina e rispettando le distanze minime di sicurezza. Anche se forse sarebbe meglio correre da soli. Ma non è questo il punto, in quanto subito dopo sono piovuti commenti molto salaci da parte di altri utenti che stigmatizzavano il fatto che nel coprire tale distanza, il politico avesse sconfinato da Milano, comune di residenza. Comportamento che non è permesso nemmeno dopo il passaggio della regione da zona “rossa” ad “arancione”. Comportamento proibito ed ancora più censurabile se effettuato da un politico. Se poi la persona in questione è appunto il responsabile della sanità della regione più toccata da questa pandemia, lasciamo ai lettori ogni ulteriore commento…

Su questa vicenda www.milanotoday.it ha fatto una ricostruzione molto dettagliata, mostrando come alcune foto postate dall’assessore sembrerebbero scattate nel comune di Cernusco sul Naviglio (MI). La palla ora passa all’interessato. Noi, come la summenzionata testata preferiamo usare il condizionale anche se abbiamo pochi dubbi. Vedremo se nei prossimi giorni Gallera vorrà pubblicare la traccia del percorso. Nello screenshot mostrato oggi, la foto del GPS indicava tutti i dati relativi alla distanza percorsa, velocità media, dislivello, ma sfortunatamente era stata tagliata prima della cartina che mostra il percorso.

Aggiornamento del 7/12/2020 ore 18.30: mentre sul profilo facebook di Giulio Gallera non era presente questa indicazione, nelle fotografie postate su Instagram dall'esponente politico, appare la cartina con il tracciato della corsa che da Milano ha poi attraversato i comuni di Vimodrone e Cernusco sul Naviglio. Versione poi ammessa anche dall'assessore che si è giustificato dichiarando a www.corriere.it :"Ero sovrappensiero".

Rodolfo Lollini – Redazione Podisti.net

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30 Ottobre - La Fidal, Federazione Italiana di Atletica Leggera, ha pubblicato sul proprio sito il “Protocollo organizzativo temporaneo - non stadia”, in base alle alla pubblicazione del Dpcm sulla Gazzetta Ufficiale del 25 ottobre 2020, relativo alle competizioni su strada (corsa, marcia e nordic walking) e off-road (corsa in montagna, trail running e corsa campestre).

La Federazione specifica che il nuovo protocollo “si intende temporaneo e passibile in ogni momento di aggiornamento sulla base dell’evoluzione della normativa generale”.

Ecco di seguito le modiche apportate rispetto al precedente:

  • Ripristinata la necessità da parte degli organizzatori di inserire le gare solo in calendario nazionale;
  • Ripristinato quanto finora riferito solo allo sport a porte chiuse: il nuovo Dpcm non permette più la presenza di pubblico in occasione delle competizioni all’aperto;
  • Tolta la possibilità di effettuare partenze con blocchi da 50 atleti in griglia senza mascherina. Rimane in vigore la possibilità di svolgere manifestazioni a cronometro con partenza di un atleta alla volta o in griglie di massimo 500 atleti distanziati almeno 1 metro tra di loro e con obbligo di indossare la mascherina prima dell’ingresso in griglia, durante la permanenza in griglia e fino ad almeno 500 metri dopo la partenza.

Al seguente link, l’intero testo: 

DOWNLOAD (pdf) – PROTOCOLLO ORGANIZZATIVO TEMPORANEO NON STADIA (agg. 30 ottobre)

 
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Nella serata del 18 ottobre il Primo Ministro Giuseppe Conte ha esposto le nuove disposizioni per combattere il Coronavirus, contenute nel DPCM (un tipo di decreto che non richiede nessuna approvazione del Parlamento e dovrebbe essere usato solo in via straordinaria per casi di emergenza) datato lo stesso 18 (ma in realtà diffuso, in una versione un po' corretta e contestata dai sindaci, la mattina del 19). Il DPCM corregge il precedente DPCM datato 13 ottobre, dunque accantonato dopo soli 5 giorni di vita. Non essendoci il tempo di riscriverlo tutto, il nuovo DPCM consiste per gran parte nella correzione di parole o mezze frasi del precedente, costringendo dunque il lettore (e l'interprete, e il presidente di società, ecc.) a un faticoso lavoro di forbici e colla.
Tre le la tante azioni messe in campo per frenare la crescita del contagio, vi è quella che più interessa noi podisti e tutti gli sportivi in genere, cioè si è deciso il blocco dell'attività agonistica dilettantistica non professionistica per tutti gli sport di contatto. Ecco il testo preciso:

  • la lettera g) è sostituita dalla seguente "g) lo svolgimento degli sport di contatto, come individuati con provvedimento del Ministro dello Sport, è consentito nei limiti di cui alla precedente lettera e). L'attività sportiva dilettantistica di base, le scuole e l'attività formativa di avviamento relative agli sport di contatto sono consentite solo in forma individuale e non sono consentite gare e competizioni. Sono altresì sospese tutte le gare, le competizioni e le attività connesse agli sport di contatto aventi carattere ludico-amatoriale;

Resta da vedere come si possa esercitare uno sport di contatto "in forma individuale": vogliamo dire che la boxe si può fare solo contro uno specchio, o una mischia del rugby solo con dei pelouche?

Potrebbe riguardare noi un altro comma:

la lettera e) è sostituita dalla seguente: "e) sono consentiti soltanto gli eventi e le competizioni riguardanti gli sport individuali e di squadra riconosciuti di interesse nazionale o regionale dal Comitato olimpico nazionale italiano (CONI), dal Comitato italiano paralimpico (CIP) e dalle rispettive federazioni sportive nazionali, discipline sportive associate, enti di promozione sportiva, ovvero organizzati da organismi sportivi internazionali.


Qui sembra parlare di tutti gli sport, dunque anche la corsa, e ammetterli solo se "di interesse nazionale o regionale" (dunque sì a una gara nazionale Fidal, no alla corsa locale?). Ma l'impressione è che sotto queste parolone si nasconda solo la distinzione tra sport professionistici (tipicamente, calcio e pallacanestro), che si possono fare ai massimo livelli e invece sono bloccati a livello semipro o dilettantistico (dunque no al calcio di livello provinciale o regionale). Tant'è vero che lo stesso articolo poi disciplina la presenza del pubblico a questi eventi:

non oltre il numero massimo di 1000 spettatori per manifestazioni sportive all'aperto e di 200 spettatori per manifestazioni sportive in luoghi chiusi, esclusivamente negli impianti sportivi nei quali sia possibile assicurare la prenotazione e assegnazione preventiva del posto a sedere, con adeguati volumi e ricambi d'aria, ecc.

Dunque, osserverebbe uno di noi, se 1000 persone possono andare allo stadio (e a una fiera, ma stranamente non a un convegno), perché non possono andare a una corsa? I dubbi però restano, perché qua e là nel decreto sono disseminate delle mine vaganti. Ad esempio questa:

Delle strade o piazze nei centri urbani, dove si possono creare situazioni di assembramento, può essere disposta la chiusura al pubblico...

E' vero che la chiusura, per ora, è disposta dopo le ore 21, e lo scopo è quello di arginare la cosiddetta movida, ma siccome alle autorità locali (dalle regioni ai prefetti ai sindaci) è concesso di restringere ulteriormente le maglie, tant'è vero che alcune piazze sono già state transennate e praticamente chiuse al pubblico anche di giorno (ci riferiamo all'Emilia-Romagna, dove la situazione epidemica è largamente sotto controllo, senza dire delle ben più drastiche misure di altre regioni, come detto in altra parte di questo magazine), non vorremmo che a qualche autorità a corto di inventiva saltasse in testa di chiudere le strade interessate a una corsa, o estendere al podismo le misure inizialmente pensate per altri scopi, secondo un'escalation che abbiamo sperimentato ad esempio con la circolare Gabrielli, nata per contrastare il terrorismo o i danni da resse incontrollate, ed estesa a limitare e talora a impedire le nostre pacifiche gare patronali.

Staremo a vedere come si comporteranno le autorità nelle prossime settimane di fronte alle richieste degli organizzatori (o meglio, di quei pochi organizzatori capaci di fare resistenza).

 
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Con il ritorno della diffusione del contagio per la pandemia - covid 19, ritornano anche le misure di restrizione per i runner.

La prima regione ad inserire limiti per chi corre è la Campania: nell’ordinanza n. 78 del 14 ottobre 2020, a firma del governatore Vincenzo De Luca, al punto 1.4 si afferma che: “l’attività di jogging, ove svolta sui lungomari, nei parchi pubblici, nei centri storici, e comunque in luoghi non isolati, è soggetta alla limitazione oraria: ore 06,00- 8,30; negli altri casi [si suppone dunque negli altri luoghi meno frequentati: ma si prospettano lunghe discussioni sulla quantità di 'isolamento' necessaria] è consentita senza limiti d’orario, fermi in ogni caso gli obblighi di distanziamento DPCM 13 ottobre 2020”.

Speriamo che la situazione non peggiori…

 
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Nel continuo sovrapporsi di nuove disposizioni relative al Covid19, ultimamente si era creato un dubbio circa l’obbligatorietà dell’uso della mascherina anche per chi corre all’aperto al di fuori di manifestazioni sportive che hanno i loro protocolli nazionali che almeno per l’atletica non hanno visto "l'interferenza" da parte di altri enti locali come è stato il caso per una recente partita del campionato di calcio di serie A.

A chiarire ogni dubbio una circolare interpretativa da parte del Ministero dell’Interno. Fogli molto preziosi che aiutano a capire quello che il legislatore non ha spiegato o quantomeno dettagliato a dovere. Nel documento emesso sabato 10 ottobre in serata, è stato ribadito che chi fa “attività motoria” all’aperto dovrà indossare obbligatoriamente la mascherina, ma chi pratichi "attività sportiva" ne è esonerato.

A questo punto i nei lettori sorgerà spontaneo il quesito: qual è la differenza tra "motoria" e "sportiva"? Il Viminale chiarisce che la passeggiata è un’attività motoria, mentre la corsa, chiamatela running, jogging, footing o come preferite, ne è esentata. Come pure per il ciclismo e la marcia, ovviamente intesa come attività sportiva e non come sinonimo di quattro passi all’aperto.

Rodolfo Lollini - Redazione Podisti.net

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Lunedì, 28 Settembre 2020 15:12

Tutti in piazza… ma non per correre

Recentemente ho passato una decina di giorni in Lombardia,  la terra italiana  più duramente colpita dal Sars-Cov-2.  Visitando in lungo e in largo la Lomellina,  regione storica confinante con il Piemonte,  mi sono reso conto che la popolazione,  senz’altro tra le più provate del Paese sul piano sanitario,  sembrava decisamente più ‘rilassata’ di quella che vive nella mia Umbria, in cui il coronavirus non si è quasi avvertito, così come dimostrano in modo inconfutabile i numeri.

Soprattutto all’interno di bar e ristoranti e durante le ore della cosiddetta movida, quasi nessuno indossava la mascherina e i tanto detestati assembramenti sembravano la regola.  E mentre mi trovavo seduto in uno dei molti locali all’aperto della magnifica e affollatissima Piazza Ducale di Vigevano,  da cittadino e da podista incallito non ho potuto fare a meno di cogliere la stridente contraddizione che altri amici su queste pagine hanno già da tempo rilevato.  In breve, mi è parsa abbastanza surreale l’attuale impossibilità,  che non riguarda solo l’Italia,  di tornare alle nostre tradizionali gare di massa, quando in moltissimi ambiti pubblici e privati della società le persone si ritrovano stretto contatto in gran numero e per un tempo assai prolungato.

Nel dettaglio, in quella stessa serata ho stimato che solo sotto i gazebo del bar in cui mi trovavo c’erano almeno 200 persone. Ma dato che i locali occupavano praticamente lo spazio circostante senza soluzione di continuità, possiamo dire che nel complesso ben più di mille persone stazionavano in modo molto ravvicinato e senza mascherina su una superficie paragonabile a quella utilizzata per la partenza di una nostra importante gara regionale.

 Ora, saltando ogni inutile preambolo, il quale potrebbe benissimo comprendere tanti altri significativi esempi, sempre da  cittadino e da podista incallito  mi pongo, e pongo al paziente lettore, la seguente domanda:  perché viene consentito, a mio avviso più che correttamente - visto il crollo del nostro Prodotto interno lordo -,  l’assembramento ai fini economici, mentre quello sportivo è rigorosamente vietato?

  E ancora: come è possibile ipotizzare che assembrarsi una volta alla settimana per pochi minuti in partenza,  e per un po’ più di tempo alla fine di una competizione,  sia incommensurabilmente più pericoloso rispetto ad una analoga consuetudine, spesso ben più prolungata, che attualmente coinvolge milioni di persone in tutte le zone d’Italia e a tutte le ore del giorno e della notte?

  Dato che in molti speriamo di riprendere a gareggiare senza gli attuali, rigidi protocolli, non vorremmo proprio che a dover pronunciare l’ardua sentenza siano i posteri.

 

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3 Settembre - Pubblicate sul sito della FIDAL, Federazione Italiana di Atletica Leggera, le novità dei "protocolli"  per la ripresa delle attività.

In particolare in pista, le gare dagli 800 ai 5000 esclusi vedranno 12 partecipanti per serie; dai 5000 inclusi ai 10000, marcia compresa, 16 partecipanti per serie, magari suddivisi in due differenti linee di partenza.

Per quanto riguarda la strada, le partenze, con partecipanti che indossano la mascherina per i primi 500 metri, potranno permettere scaglioni fino a 500 atleti; la partenza del successivo scaglione potrà avvenire solo al termine della procedura di partenza del precedente; il distanziamento tra atleti è  portato ad almeno un metro. 

Ecco, più dettagliatamente, quanto scritto sul sito Fidal:  

IN PISTA

Alla luce dell’apertura degli sport di contatto e delle esperienze nel frattempo maturate con le competizioni di mezzofondo in varie modalità organizzate sul territorio nazionale, la FIDAL, relativamente al numero dei partecipanti, ha maturato la decisione di aggiornare le modalità di svolgimento delle gare in pista dagli 800 metri a crescere:

  • Dagli 800 metri e fino ai 5000 esclusi, n. 12 partecipanti per serie.
  • Dai 5000 inclusi ai 10.000, marcia compresa, n. 16 atleti per serie; ove possibile gli atleti dovranno partire suddivisi in due differenti linee di partenza come da Regola Tecnica 17.5.2 (ex Regola 163).


NON STADIA

Le modifiche apportate sono poche ma rilevanti, soprattutto perché richieste dai principali organizzatori di maratone italiane, e discusse con loro:

  • partenze con mascherina fino a 500 atleti per scaglione (erano 200);
  • partenze separate da adeguato intervallo temporale, al fine di mantenere le distanze tra gli atleti: uno scaglione non può partire prima che la procedura di partenza del precedente scaglione non sia ultimata (l’intervallo era genericamente di 5 minuti, non necessariamente adeguato a contesti spaziali differenti);
  • distanziamento tra atleti portato a 1 metro (come da normativa; era 1,5 metri prudenziale).

Tra le buone pratiche (non rientra tra gli obblighi): “Come ulteriore dispositivo di protezione dal contatto e in particolare in occasione di competizioni in cui sono prevedibili stagione fredda o meteo avverso, si può ipotizzare di fornire ai partecipanti mantellina impermeabile con cappuccio da indossare prima della partenza”.

Questo il link al documento intero del protocollo organizzativo "temporaneo" non stadia: 

http://www.fidal.it/upload/files/2020/L%27Italia%20torna%20a%20correre%20-%20disciplinare%203%20settembre.pdf

 

[F. M.] Non vorrei farmi prendere dall'entusiasmo, ma questo protocollo o linea guida o raccomandazione generale (o comunque lo si voglia chiamare) mi sembra il miglior documento fidaliano da marzo ad oggi. Avendo scorso tutto il testo, a parte le ovvie precauzioni di dire che eventuali disposizioni limitative delle autorità politiche-amministrative (cioè di un qualsiasi ras locale che non vuole grane) prevarranno su tutto, mi pare che siamo davanti a un notevole miglioramento rispetto alle prescrizioni vigenti, probabilmente suggerito dagli organizzatori di maratone o eventi di massa, eventi che così potrebbero aprirsi a un numero di partecipanti elevato (curiosa però la raccomandazione delle mantelline con cappuccio se fa brutto tempo! è un'idea di qualche virologo dell'ultima moda?).
Non lasciamoci cullare da eccessivo ottimismo, ma questo potrebbe sembrare anche un via libera a corse davvero di 'quantità': non vedo traccia di un numero massimo di partecipanti. Basta che gli scaglioni non superino i 500, e che uno scaglione parta dopo che il precedente è già andato via (ma non dice a che distanza di tempo: un minuto? tre? fossero anche cinque!), e la cosa si può fare. Ci sono evidenti compromessi con la realtà, come quando si raccomanda di mantenere in corsa una distanza di 5 metri in lunghezza (fronte-retro, per intenderci) tra gli atleti (già, perchè negli sport di contatto la mantieni?!): cosa impossibile, ma peraltro indicata solo a livello di raccomandazione, senza sanzioni per l'inadempienza. Direi che siamo un po' al livello della pantomima sul riempimento degli autobus scolastici: i medici vorrebbero il 50%, ma gli amministratori che non hanno i bus o gli autisti hanno insistito per arrivare all'80%: cosa che ovviamente metterà tutti a contatto con tutti, ma che si fa finta di ignorare, o nella speranza dello stellone italico, o in nome del bene superiore dell'aprire le scuole.
Dunque, se in un autobus omologato per 50 posti ce ne staranno 40, allo stesso modo, e anzi con migliori garanzie per la salute, in un rettilineo di partenza lungo mille metri e largo venti potranno ben stare cinquemila persone... Ma andiamo piano con l'ottimismo: è sempre in agguato qualche ordinanza contingibile ed urgente che smorzi gli entusiasmi. Salvo che, anche in questo caso, il ras locale non consideri che è meglio avere i ristoranti pieni che le strade vuote di podisti...

 

 
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In questa lunghissima fase di semi-paralisi delle attività sportive di massa, non è possibile prescindere dall’affrontare il nodo dell’epidemia di coronavirus. Una epidemia che da mesi sembra fortemente attenuata, con una mortalità media giornaliera decisamente inferiore a quella dei suicidi (in Italia si tolgono la vita in media 11 persone al giorno).  In tal senso prosegue il braccio di ferro tra chi, come alcuni autorevoli clinici, sostiene che il virus si sia nettamente indebolito, dal momento che la stragrande maggioranza dei soggetti contagiati sono asintomatici, e chi sostiene a spada tratta il principio di precauzione, immaginando di ritrovarci, qualora si adottasse una piena normalizzazione delle attività umane, nelle drammatiche condizioni di marzo, in cui si è rischiato il collasso di buona parte del sistema sanitario.

   Ora, premetto che non è mia intenzione imbarcarmi in una riflessione sulla differenza sostanziale che sussiste tra il concetto di verità, che appartiene fondamentalmente ad una sfera religiosa, e quello più laico di evidenza. Tuttavia,  su quest’ultimo piano mi sono parse particolarmente esemplificative le parole del professor Matteo Bassetti, direttore della   Clinica Malattie Infettive dell'Ospedale San Martino di Genova che, insieme ad Alberto Zangrillo, è tra i pochi esperti del mondo scientifico ad avere il coraggio di mostrarsi "non allarmista":  "A marzo emergeva la puntina dell'iceberg, oggi intercettiamo molto precocemente ed oggi stiamo tirando fuori il tanto che ieri era sommerso - ha spiegato Bassetti nel corso di Quarta Repubblica , in onda su Rete4-. Abbiamo delle mutazioni benigne nel virus, chi lo nega al letto dei malati non c'è andato".

  Ebbene, dato che tutto può accadere sotto il cielo, è  possibile che l’attuale andamento dell’epidemia, la quale da mesi sembra dare ragione a quegli studiosi che teorizzavano un graduale ma decisivo ammorbidimento del Sars-Cov-2,  prenda improvvisamente una piega drammatica, riportando il Paese in una condizione di grave emergenza sanitaria. Ma se è per questo, anche l’arrivo di un altro simile agente patogeno, altrettanto inaspettato e magari ancor più virulento, potrebbe stravolgere ancor più profondamente la nostra vita. 

   In questo senso, se usciamo dal binario di una esistenza in cui esiste un ragionevole rischio calcolato, entrando in una utopistica dimensione nel quale il medesimo rischio deve essere completamente azzerato,  noi podisti amatoriali le amate garette di una volta ce le possiamo proprio dimenticare. 

  Se, infatti, accettiamo come dogma assoluto che il Covid-19 sia una malattia che colpisce a casaccio, portando in sala di rianimazione chiunque a prescindere dall’età e dalla condizione fisica,  allora risulta cosa buona e giusta continuare a gestire le residuali corse podistiche con tutta una serie di misure di protezione che risulterebbero efficaci anche nei confronti della peste bubbonica. 

  Ma se, al contrario, partissimo dal presupposto, sostenuto da Bassetti, Zangrillo e tanti altri medici di prima linea, secondo cui ci troviamo di fronte ad un virus opportunista molto attenuato, il quale in pratica infetta in modo grave i fragili e gli immunodepressi, e che oggi sappiamo ben fronteggiare sul piano della terapia, allora forse potremmo aprire un dibattito su un possibile ritorno ad una normalità agonistica che in questo momento appare perduta per sempre.

  Anche perché, come è stato ricordato su queste pagine anche da altri amici podisti, le rigide precauzioni che hanno reso sportivamente e socialmente asettiche le nostre competizioni, trasformandole in anonime corse a cronometro, non trovano alcun riscontro nella nostra quotidianità, laddove l’atteggiamento spontaneo della maggior parte delle persone, podisti o meno, è lontano mille miglia dagli attuali protocolli che ingessano gli sport amatoriali di massa.

 Protocolli che dovrebbero quanto meno essere ridiscussi proprio in relazione all’andamento clinico dell’epidemia in corso, anziché imporli ad oltranza fino alla scomparsa definitiva di quest’ultimo coronavirus. Scomparsa che peraltro sarà quasi impossibile da ottenere, dato che il Sars-Cov-2 sembra che sia diventato endemico, installandosi a tempo indeterminato nella società umana così come accade da sempre per tanti altri virus.

 
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Ho una domanda che non saprei a chi rivolgere: chi scrive i protocolli?

Ho letto i protocolli di alcune federazioni, oltre a quello della Fidal, e mi sembra che i signori (che sparano regole impossibili da attuare seriamente), non abbiano MAI praticato quegli sport. In pratica mettono in ginocchio tutte, ma proprio tutte le piccole società. Il mio modesto parere è che si sia fatto un passo per dare il colpo di grazia a molti sport, ma soprattutto a molti amatori (di qualunque disciplina). Attualmente c'è in voga un gran "fai da te", non c'è più bisogno di far parte di una società, di un gruppo e tantomeno tesserarsi, a che serve? Insomma, mi piacerebbe sapere chi sono quei signori che scrivono regole senza conoscere lo sport che devono trattare.

Il nostro amico Gabriele Ferrari ci pone in modo intelligente la domanda delle 100 pistole: chi scrive i protocolli della Fidal e di altre federazioni sportive al tempo del coronavirus? 
In particolare, ritiene che coloro i quali hanno elaborato “regole impossibili da attuare seriamente” non abbiamo mai praticato i relativi sport.
Sta di fatto che in questo modo si è inferto un colpo quasi mortale al mondo sportivo amatoriale,  disincentivandone seriamente la pratica.
Pratica, mi permetto di aggiungere, che rappresenta un presidio di salute, soprattutto in un paese, l’Italia,  in cui ogni anno muoiono circa 240.000 persone per le malattie del cuore (ictus e infarto). Un numero che probabilmente  tenderà drammaticamente a crescere, dal momento che in questi mesi di emergenza sanitaria la Società italiana di cardiologia segnala un aumento nell’ordine del 30% di persone decedute per tali cause.

Ovviamente, chi scrive i succitati protocolli, a prescindere dal grado di preparazione e competenza specifica,  sembra farlo attraverso una visione estremamente ristretta nonché prudenziale. Per lui, come per buona parte dell’establishment di questo paese, pare esistere un solo serio rischio di malattia e di morte: il Covid-19. Tutto deve essere fatto per bloccarne la diffusione, anche se i medici più autorevoli che operano in prima linea ci dicono da molti mesi che il virus è clinicamente quasi estinto, nel senso che la stragrande maggioranza dei nuovi “casi”, così come l’informazione più drammatizzante definisce i contagi, non manifestano alcuna sintomatologia.  In tal senso sembra confermata la tesi, basata su una accurata ricerca di laboratorio del professor Clementi - illustre virologo del San Raffaele di Milano -  secondo la quale l’ultimo dei coronavirus conosciuti avrebbe imboccato la stessa strada di altri suoi predecessori, adattandosi all’ospite attraverso il fenomeno dell’omoplasia.  In pratica, così come dimostrano  in maniera  evidente i numeri da tempo,  Sars-Covid-2 sarebbe già ‘sceso a patti’ con l’uomo.

Ma tutto questo non ha affatto scalfito la tendenza ad adottare il presupposto che sta a monte della cosiddetta “nuova normalità”, con cui giustappunto si continua a paragonare tale virus al bacillo della peste bubbonica.  E dunque, al netto di tutta una serie di considerazioni di natura antropologica, impossibili da approfondire nel breve spazio di un articolo,  viene da sé che i vari comitati di espertoni tendano a realizzare protocolli attraverso i quali raggiungere l’utopia degli zero-contagi.  D’altro canto, se lo stesso contagio equivale alla malattia, che oramai in buona parte dell’immaginario collettivo richiama lo spettro delle sale di rianimazione,  l’idea di far praticare lo sport in una sorta di aureo isolamento individuale (per così dire),  costituisce la bussola per qualunque cervellone chiamato ad elaborare le nuove regole.
Regole che, vorrei ricordare, non discendono da alcun provvedimento che abbia forza di legge, bensì da tutta una serie di Decreti del Presidente del Consiglio dei ministri, i quali sono semplici atti amministrativi (non sanciti cioè dalla approvazione delle Camere come imporrebbe la Costituzione).

Quindi, in barba alla Costituzione più bella del mondo (almeno così dicono),  la Fidal e le altre federazioni,  Enti di promozione sportiva inclusi,  hanno creato un sistema di regole e di procedure onde impedire al “mostro” invisibile di diffondere tra gli atleti una malattia clinicamente languente.  Poi beninteso, come evidenziato più volte dal professor Gattinoni - altro illustre medico che opera in Germania -  la composizione pletorica di detti comitati, nei quali ogni membro cerca di inserire una sua proposta,  determina protocolli estremamente complessi e con parecchi elementi contraddittori,  difficilmente applicabili nella loro interezza. 

Il risultato finale di questi guazzabugli,  che per noi podisti hanno raggiunto l’apoteosi con la demenziale misura, recentemente reiterata dalla Fidal,  di farci correre almeno per i primi 500 metri di gara (se si è in più di 50) con la mascherina,  è una sostanziale paralisi  a tempo indeterminato delle competizioni sportive di massa.  Poiché, come suggerisce Fabio Marri, tutti cercano di pararsi il didietro dalle eventuali conseguenze di un semplice contagio; e nessuno si assume la responsabilità di adottare una sorta di disobbedienza civile, almeno per ciò che concerne le misure più demenziali concepite per la “nuova” normalità sportiva.  In questo senso anche nello sport il terrore di essere tacciati di fiancheggiare il virus risulta da tempo assai superiore di quello di prendersi il contagio medesimo.

 
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Venerdì, 14 Agosto 2020 17:46

Pubblicato il nuovo protocollo Fidal "non stadia"

E’ stato pubblicato sul sito della FIDAL, Federazione Italiana di Atletica Leggera, il nuovo protocollo relativo alle gare su strada (corsa, marcia e nordic walking) e off-road (corsa in montagna, trail running e corsa campestre).

Si confermano le tre modalità di partenza già riportate sul precedente documento del 30 luglio, vale a dire crono individuale, crono per scaglioni di massimo 50 atleti distanziati tra loro e senza mascherina al via, e crono per scaglioni di massimo 200 atleti distanziati sino al via e con la mascherina per la parte iniziale di gara (la modalità a cronometro individuale è consentita in tutta Italia, le modalità di partenza per scaglioni sono consentite nelle regioni che abbiano aperto agli sport di contatto)..

La novità è che sono considerate manifestazioni di interesse nazionale e regionale FIDAL tutte le manifestazioni inserite in calendario nazionale e nei calendari regionali dei rispettivi Comitati Regionali, senza il “vincolo” dell’interesse nazionale.

Il nuovo protocollo è riportato al link:

http://www.fidal.it/upload/files/2020/L%27Italia%20torna%20a%20correre%20-%20disciplinare%20aggiornato%2013%20agosto.pdf

 

 
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Nel leggere con un certo sconcerto il recente protocollo della Fidal per le corse su strada,  possiamo dire che l’appello del direttore di Podisti.net,  reduce da una prestigiosa competizione svizzera, non sia stato affatto raccolto dallo stesso ente pubblico. Malgrado l’esortazione rivolta al mondo dello sport di svegliarsi,  prendendo ad esempio ciò che sta accadendo nella civilissima confederazione elvetica,  dobbiamo prendere atto che certamente nel podismo l’Italia non è affatto desta.

Basta proprio analizzare alcune misure contenute nel citato protocollo per averne piena contezza.

http://podisti.net/index.php/in-evidenza/item/6355-fidal-nuovo-protocollo-gare-anche-su-strada-un-passetto-avanti-forse.html

Misure assolutamente demenziali che, così come sta avvenendo in tanti altri settori della vita economica e sociale del Paese, sembrano scaturire da una visione catastrofica del Sars-Cov2, una sorta di virus infernale in grado di condurre chiunque in sala di rianimazione e che pare trasmettersi da un soggetto all’altro con le modalità di una radiazione nucleare.  In realtà, così come sostengono da tempo moltissimi autorevoli studiosi della materia,  l’infezione alias Covid-19 sarebbe di natura ‘opportunista’, non primaria quindi. Ciò significa che essa tenderebbe a colpire con una certa gravità quasi esclusivamente i soggetti fragili, comportando rischi relativamente bassi per il resto della popolazione. 
Tutto ciò, unito alla conclamata impossibilità di trasmettere il contagio all’aperto attraverso contatti fugaci,  dovrebbe determinare l’adozione di misure precauzionali ragionevoli, sul modello di quelle svizzere.

 In tal senso, anche se personalmente penso che se ne potrebbe benissimo fare a meno, l’utilizzo della mascherina a ridosso dalla partenza di una gara appare un obbligo accettabile e agonisticamente tollerabile. 

Mentre invece l’uso della medesima mascherina che impone la Fidal non solo sembra enormemente sproporzionato alla bisogna,  ossia quello di minimizzare un rischio che è praticamente inesistente allo stato attuale,  ma che, nel caso delle partenze con scaglioni superiori ai 50 concorrenti, con un tetto di 200,  mette seriamente a repentaglio la salute degli atleti.

 Ma procediamo con ordine.  Per le gare a cronometro fino a 50 podisti per scaglione vigono grosso modo le modalità adottate in Svizzera,  indossando la mascherina poco prima del via e gettandola in appositi contenitori immediatamente dopo.

Tuttavia è nelle corse con scaglioni più numerosi che casca letteralmente l’asino. Si legge infatti nel protocollo che “gli atleti resteranno distanziati fino alla partenza e dovranno obbligatoriamente indossare la mascherina almeno per i primi 500 metri di corsa (500m è indicazione minima rispetto al momento in cui gli atleti potranno togliere la mascherina e gettarla in appositi contenitori)“.

   Ora, io quando ho letto questa sesquipedale boutade, perché di questo stiamo parlando, credevo si trattasse di uno scherzo di cattivo gusto.  Mi sembrava e mi sembra tutt’ora incredibile che gli arcicompetenti tecnici della Fidal abbiamo potuto elaborare a tavolino una misura con cui mandare letteralmente in alcalosi respiratoria un buon numero di podisti.  Perché dovrebbe essere evidente anche ai meno esperti di noi che correre per almeno 2/3 minuti con la bocca e il naso coperti, soprattutto in una fase nella quale si tende ad un tipo di sforzo sub-massimale,  appare un atto assolutamente sconsiderato.  Bisogna poi considerare che tutto questo avviene nel periodo, che mediamente dura intorno ai 4 minuti, in cui l’organismo sta progressivamente mandando a regime i meccanismi dello scambio energetico. Dunque un momento piuttosto delicato nel quale ogni podista regola secondo la propria sensibilità il proprio sforzo di lunga durata. Ma farlo con la mascherina, particolarmente d’estate, costituirebbe una inaccettabile, inutile e nociva zavorra di cui proprio non si comprende la ratio.  Così come non si comprende la ragione, ribadita nello stesso documento, di ostinarsi ad esortare gli atleti, tanto in gara che in allenamento, ad indossare sempre e comunque la mascherina prima e dopo ogni sforzo, a prescindere se ci si trovi o meno all’aperto.

Da questo punto di vista possiamo pure comprendere che il ruolo istituzionale della Fidal possa spingerla a volte ad un eccesso di zelo, ma osservando ciò che sta accadendo da mesi nella società italiana, in cui il tabù degli assembramenti all’aperto risulta oramai un lontano ricordo per gran parte della cittadinanza,  ci aspetteremmo ben altre indicazioni da chi rappresenta gli interessi di un popolo, i podisti, che secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità costituisce da sempre un presidio di salute.  La prudenza, come si suol dire, non è mai troppa, tuttavia se essa arriva a farci mancare addirittura l’aria che respiriamo si trasforma in qualcosa di molto diverso.

                                         

 
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Martedì, 21 Luglio 2020 00:05

La farsa dell’eccesso di precauzioni

Da molto tempo mi sono convinto, il linea con il pensiero del grande filosofo Jose Ortega y Gasset, che il mondo stia attraversando un lungo periodo di crisi storica. Tuttavia, così come dimostrato dal modo con cui l’Italia sta affrontando i problemi derivanti dal Covid-19, ritengo che noi rappresentiamo una sorta di avanguardia del peggio il quale, come si sa, non è mai morto. In tal senso lo sport in generale e l’atletica leggera in particolare costituiscono un fulgido esempio, per così dire, del mio assunto.  E’ bastato seguire la diretta dell’VIII Meeting “Città di Savona”, in onda su Raisport nel pomeriggio di giovedì 16 luglio, per farsene una idea piuttosto pregnante.  In estrema sintesi, abbiamo assistito al solito, desolante spettacolo di italica ipocrisia in cui, come sempre accade in molti ambiti oggetto di pubblica regolamentazione, prevale la forma vuota di qualche inutile adempimento, a tutto discapito di una sostanza che, particolarmente per noi “tapascioni”, non significa altro che blocco a tempo indeterminato delle nostre amate garette podistiche.

Per farla molto breve,  la summenzionata competizione in pista ha mostrato al grande pubblico televisivo tutte le contraddizioni di una situazione che anche su queste pagine sono state evidenziate con dovizia di particolari:  atleti, ovviamente, senza mascherine che prima e dopo la loro prova si sono toccati, abbracciati e assembrati, insieme al numeroso staff tecnico presente all’interno dello stadio. Stadio ovviamente chiuso al pubblico, sebbene ciò non abbia impedito ad una numerosa platea di spettatori di assembrarsi, anch’essi rigorosamente privi della  mascherina, su una collinetta a ridosso dell’impianto sportivo.

Tuttavia, proprio per mantenere la forma dei demenziali protocolli Fidal, con i quali allo stato attuale risulta materialmente impossibile organizzare competizioni non stadia degne di questo nome, tutti i giudici di gara e i vari addetti alle pedane hanno indossato rigorosamente le sempre più ridicole e malsane mascherine per tutto il tempo, pur tenendosi piuttosto distanziati gli uni con gli altri. 

A tale proposito, a parte i numerosi studi prodotti in questi ultimi tempi, nei quali si dimostra la sostanziale inefficacia dell’uso massivo delle medesime mascherine nel contenere il coronavirus, segnatamente all’aperto, proprio in questi giorni un consorzio di importanti enti italiani di ricerca avrebbe dimostrato in laboratorio che i raggi solari sono in grado di inattivare in pochi secondi il 99,9% di una dose elevatissima di Covid-19.

 Ma oramai, dato che pure nella cosiddetta regina dello sport si è installato un principio di precauzione che sembra attenere più al feticismo religioso che non ad un approccio scientifico e razionale, sembra che ci dovremmo rassegnare ad una “nuova normalità” basata su procedure assurde e controproducenti il cui unico effetto sarà quello di eradicare completamente il podismo agonistico amatoriale dallo sport italiano.  Spero vivamente di essere smentito dai fatti.

 
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Venerdì, 10 Luglio 2020 21:42

Fidal: apertura per le corse in montagna e trail

Pubblicati sul sito della FIDAL gli aggiornamenti relativi al protocollo per le gare di montagna e trail.  

In analogia con quanto fatto per le competizioni su pista, anche per questo settore sono considerate manifestazioni di interesse nazionale FIDAL tutte le manifestazioni inserite in calendario nazionale, e le manifestazioni di livello territoriale purché prevedano la partecipazione di almeno un atleta di interesse nazionale.

Grazie ad alcune aperture regionali a sport di contatto e in analogia con quanto fatto per le competizioni su pista, la FIDAL, per le sole Regioni che hanno adottato ordinanze relative all’autorizzazione alla pratica degli sport di contatto, autorizza lo svolgimento di manifestazioni di corsa in montagna e trail di interesse nazionale con partenze che prevedano al massimo 50 atleti per ciascuno scaglione (non sono previsti limiti al numero complessivo di partecipanti).

In particolare le partenze a cronometro per scaglioni si caratterizzano per:

- Atleti in fila e in griglia a 1,5 metri minimo l’uno dall’altro (postazioni distanziate segnalate a terra con numeri o punti), per un massimo di 50 atleti per scaglione (i presenti in griglia devono essere identificati con certezza ed indossare la mascherina fino allo start. La mascherina potrà essere gettata in appositi contenitori in griglia o posizionati oltre il via);

- Partenze separate da almeno 3 (tre) minuti a seconda della distanza di gara complessiva; rilevazione cronometrica sulla linea di partenza con chip/transponder.

DOWNLOAD (pdf) - IL PROTOCOLLO ORGANIZZATIVO TEMPORANEO MONTAGNA E TRAIL (agg. 8 luglio 2020)
Il protocollo offre linee guida per corsa in montagna e trail di interesse nazionale FIDAL. Come indicato nel protocollo stesso, le indicazioni possono servire in via sperimentale per altre competizioni non stadia anche su strada con partenza a cronometro.

IN PISTA - Con l’occasione, a integrazione di quanto comunicato la scorsa settimana, si comunica che è autorizzato lo svolgimento in modalità tradizionale delle staffette 4x400 e di tutte le specialità di mezzofondo, fondo e marcia in pista, con limitazione al numero di partecipanti per serie (800 n° 6/8 atleti, 1500 n° 6/8 atleti, 2000, 3000 (anche con siepi), 5000 n° 8 atleti, 10000 n° 8 atleti, marcia n° 8 atleti) anche nella provincia autonoma di Trento, in Sardegna, in Calabria, in Umbria e in Molise, in forza delle ordinanze regionali che dispongono la riapertura agli sport di contatto.

 

 
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Venerdì, 10 Luglio 2020 12:22

Davide Cassani: lo sport "fa male"?!

Ritengo Davide Cassani uno degli atleti più intelligenti che abbia mai conosciuto. Quando ancora non esistevano le radioline che collegavano in diretta tutti i ciclisti, era la vera longa manus del direttore sportivo o del commissario tecnico in nazionale. Carica che attualmente detiene. Con merito. Cassani è anche un ottimo runner. Finita l’attività agonistica in bicicletta, si è dilettato con la corsa, scendendo abbondantemente sotto le 3 ore in maratona e le 10 nella Cento chilometri del Passatore. Nello sfogo del 3 luglio scorso sul suo profilo facebook parla di ciclismo, ma il discorso è totalmente valido anche per la corsa. Ecco quanto ha scritto:

“Questo covid-19 mi ha fatto capire una cosa: lo sport fa male!

E pensare che, da sempre, sono stato convinto che lo sport fosse uno strumento essenziale per rendere migliori le nostre vite, un modo per crescere più sani ma soprattutto regalare a centinaia di migliaia di giovani, tanti bei sogni. Evidentemente mi sbagliavo perché ho capito fin dall’inizio di questa pandemia, che lo sport fa male e per questo va fermato.

Come si propaga il contagio? Con l’assembramento, la vicinanza tra le persone. Qual è stato uno dei primi provvedimenti? Bloccare lo sport, anche quello individuale. Puoi andare a fare una corsetta da solo? NO. Puoi andare a pedalare sulle tue colline in assoluta solitudine? NO.

Subito, a marzo, mi sono detto: è giusto, metti che mi capiti qualcosa, che ne so, una caduta, meglio stare in casa perché in caso di incidente non è proprio il caso di aumentare il lavoro ad un pronto soccorso già in evidente difficoltà. Bisogna sempre pensare al bene comune, al minore dei mali. Siamo in stato di emergenza? Allora si sta in casa e si contribuisce al bene del prossimo facendo meno danno possibile. Giustissimo rinchiudersi tra le mura di casa e consigliare a tutti di fare la stessa cosa.

Ma ora mi chiedo: perché dobbiamo stare ancora fermi con le attività agonistiche? Perché i nostri giovani non possono gareggiare? Perché lo sport è considerato così pericoloso? Sia ben chiaro, parlo di sport organizzato.

Quanto mi piacerebbe fare quattro chiacchiere con il CTS (comitato tecnico scientifico) e capire il morivo di questi continui NO alla riapertura dell’attività agonistica nello sport.

Ma vi rendete conto del danno che stiamo arrecando ai nostri giovani? Non li facciamo gareggiare, ma li lasciamo liberi di andare tranquillamente in spiaggia, di uscire liberamente tutta la notte, movida compresa, di festeggiare nelle piazze per qualsiasi motivo (anche la Coppa Italia di calcio), di riunirsi per bere mangiare e tutto il resto. Ma gareggiare no.

Stiamo gettando via una generazione di giovani sportivi, disperdendo il grande lavoro fatto in tutti questi anni con enormi sacrifici, per che cosa? Sapete come funziona lo sport in Italia? Conosco molto bene il ciclismo perché ci sono dentro da più di 40 anni. Gli sport organizzati non sono un pericolo o comunque sono facilmente controllabili. Un esempio banale: se ho un semplice raffreddore, non vado neanche a correre e se per caso mi vengono due linee di febbre faccio come mi diceva il mio direttore sportivo, sto in casa ed esco ad allenarmi solo quando mi sento meglio. Per dire che il controllo c’è già dalla base. Da quel che leggo e per i divieti che ci vengono imposti, sembra che lo sport sia tra gli ambienti più pericolosi quando invece, proprio per le regole che impone, è una delle attività meno rischiose e più gestibili.

Così siamo qua ad assistere ad un disastro annunciato perché di disastro, se non ripartiamo, stiamo parlando. Questa mattina ho letto sulla Gazzetta un dato preoccupante: ‘L’85 per cento dell’attività sportiva dilettantistica sarebbe a rischio se non riaprissero le palestre delle scuole al pomeriggio’.

Consideriamo anche un’altra questione: le nostre ragazze ed i nostri ragazzi non possono gareggiare, ma il sabato e tutte le altre sere possono tranquillamente uscire a fare bisboccia. Ma io dico, è normale tutto questo? Continuando con questi divieti, almeno nel ciclismo, si potrebbero perdere dal 30 al 40 per cento dei nostri giovani. Non perderemmo solo futuri possibili campioni (sarebbe il danno meno grave), ma la salute di molti altri ragazzi (questa sì che sarebbe una catastrofe).

Sento parecchie persone che si lamentano della Federciclismo perché non sta facendo nulla per il proprio movimento. Posso dirvi che si sbagliano di grosso. Stiamo lavorando dalla mattina alla sera, ma certe decisioni non possiamo deliberarle noi. Abbiamo bisogno di decreti che ci diano la possibilità di poter correre rispettando tutte le norme del caso.

Ho cominciato con tono ironico, spero che fosse evidente. Ho finito in tono quasi drammatico perché sono convinto che lo sport potrebbe aiutarci ad allentare il morbo e non a favorirlo. E non servono troppi dati per dimostrarlo.”

Sottoscrivo parola per parola

Rodolfo Lollini – Redazione Podisti.net

 
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La ASD Podistica Volumnia di Perugia, con la piena adesione della ASD Podistica Carsulae di Terni, ha inviato una lettera al presidente della Regione Umbra e al relativo assessore allo Sport in cui si chiede di autorizzare “la ripresa degli sport di contatto e, per estensione,  quella delle competizioni podistiche secondo l’art. 1, comma 1, lettera g) del DPCM 11/06/20”.

Nella missiva,  che si può leggere insieme ad altre considerazioni sul sito della Podistica Volumnia
http://www.podisticavolumnia.it/archives/6068

viene chiaramente stigmatizzata la passività tanto degli Enti di promozione sportiva, quanto quella del Coni e della Fidal,  organismi che, secondo gli scriventi, “non sembrano interessati a difendere lo sport amatoriale e dilettantistico in questa delicata fase storica,non solo perché non si fanno carico delle urgenti istanze di ripresa delle attività degli sportivi, ma perché –nell’eventualità di un ritorno alle competizioni-  sono essi stessi a proporre modalità operative farraginose e inapplicabili nella maggioranza delle nostre piccole realtà locali.” 
Inoltre queste due combattive società sportive, le quali da tempo si battono in favore di una maggiore libertà nel mondo podistico amatoriale, messa a dura prova da una certa invadenza dell’Ente pubblico di riferimento, ossia la Fidal,  sottolineano che proprio l’Umbria, una delle poche regioni che non ha ancora previsto un ripresa degli sport di contatto, è stata appena sfiorata dall’emergenza sanitaria causata dal Covid-19; tant’è che attualmente l’indice di contagio risulta il più basso d’Italia.

Esprimendo una corretta, a mio avviso, preoccupazione per quella che in molti definiscono con una certa leggerezza “nuova normalità”,  la Podistica Volumnia e la Podistica Carsulae citano come riferimento organizzativo transitorio il protocollo attualmente adottato in Svizzera.  Un protocollo con poche e molto semplici regole, il quale occupa lo spazio di una paginetta, e che risulta ben più ragionevole rispetto a quelli ‘lunari’ che la stessa Fidal e alcuni Eps hanno elaborato.

Onore al merito di queste due coraggiose società dilettantistiche, dunque, le quali si sono fatte carico di interpretare un diffuso e crescente malcontento che serpeggia nel nostro ambiente. Soprattutto dopo che l’annuncio della morte clinica del virus, data già dalla fine di maggio da alcuni autorevoli medici che operano in prima linea,  si sta rivelando tale man mano che passano i giorni. 

In questo senso, tra pochissime settimane arriveremo al paradosso che non ci sarà più un solo paziente ricoverato in ospedale a causa del Covid-19,  le persone avranno praticamente ripreso ad assembrarsi come prima (cosa che di fatto già avviene sotto i nostri occhi),  ma noi podisti continueremo a sfogliare la classica margherita nella speranza di riprendere a gareggiare.

 
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2 Luglio -Sono state pubblicate sul sito delle Fidal le novità dei protocolli per la ripresa delle attività, peraltro in continuo aggiornamento.

Diverse Regioni con relative ordinanze hanno aperto o stanno per riaprire agli sport di contatto, seppur con il  parere contrario del Comitato tecnico scientifico (mentre c'è l'assenso del ministro dello sport Spadafora, e si attende quello del ministro della salute). Eccone l'elenco: Sicilia 20 giugno; Liguria 25 giugno; Puglia 25 giugno; Veneto 27 giugno; Marche 27 giugno; Friuli-Venezia Giulia 1° luglio; Lazio 2 luglio; Toscana 3 luglio; Campania 6 luglio; Lombardia - 10 luglio. Qui l'apertura dovrebbe avvenire "previo verificarsi delle condizioni previste dall’Art. 1, comma 1 lettera g del DPCM dell’11 giugno 2020", ovvero che Regioni e Province autonome, d’intesa con il Ministero della Salute e dell’Autorità di Governo delegata in materia di sport, abbiano preventivamente accertato la compatibilità delle suddette attività con l’andamento della situazione epidemiologica nei rispettivi territori".
Le suddette ordinanze rimandano ai Protocolli per allenamento e competizioni adottati dalle singole Federazioni; al momento, fino a martedì 14 luglio, viene confermato l’obbligo di indossare mascherine o qualsiasi altro indumento a protezione di bocca e naso anche all’aperto, tranne nel caso di intense attività motorie o sportive.

Ebbene la FIDAL, la Federazione Italiana di Atletica Leggera “per le sole Regioni indicate, che hanno adottato ordinanze relative all’autorizzazione alla pratica degli sport di contatto, autorizza lo svolgimento in modalità tradizionale delle seguenti specialità:

Staffetta 4x400
Tutte le specialità di mezzofondo, fondo e marcia in pista, con la seguente limitazione al numero di partecipanti per serie:
800 n° 6/8 atleti
1500 n° 6/8 atleti
2000, 3000 (anche con siepi), 5000 n° 8 atleti
10000 n° 8 atleti
Marcia n° 8 atleti

Si raccomanda che gli atleti alla partenza siano disposti lungo tutta la larghezza dell’anello. 
"I singoli Comitati Regionali dovranno stabilire se le competizioni potranno intendersi “Open” o meno.
Laddove altre Regioni dovessero adottare provvedimenti simili (cioè l’apertura agli sport di contatto), questi si intenderanno applicabili e attuabili nel rispetto di quanto previsto dalle singole ordinanze.
Si rammenta infine come sia responsabilità dei singoli organizzatori, siano essi società affiliate FIDAL o organi territoriali della stessa FIDAL, verificare periodicamente l’andamento epidemiologico del Covid-19 e, sulla base delle ordinanze di volta in volta al riguardo adottate dalle Regioni, attuare le dovute misure di tutela di atleti, tecnici, giudici, dirigenti e operatori media, ovvero, ove necessario, interrompere lo svolgimento delle competizioni nelle suddette modalità”.

 

 
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Lunedì, 29 Giugno 2020 17:45

Per un ragionevole ritorno alle corse

Dopo aver letto la replica di Rodolfo Lollini, soprattutto ai fini della completezza del dibattito, credo sia doveroso contro-argomentare. 
In primis, dato che a me proprio non piace giocare con le parole e i sottintesi, mi stupisce moltissimo l’inaspettata caduta dal pero del nostro, dal momento che sostiene di non avermi mai voluto chiamare in causa.  In realtà il seguente passaggio di un suo recente articolo sembrerebbe esprimere il contrario: "Prima di venire al punto su come ricominciare, ci terrei molto ad esternare il mio fastidio nei confronti di chi sta banalizzando quanto è successo. Leggo articoli dove c’è chi rivendica (il merito?) di aver considerato fin dall’inizio la pandemia meno grave di quanto fosse presentata dai media. Eh si, in fondo ad oggi 20/6/2020, sono morte “solo” 34610 persone in Italia. Cosa volete che sia? Si vede che non erano parenti o amici di questi “minus habens”."  Ora, sebbene lei sostenga di non aver mai avuto l'intenzione di rivolgersi al sottoscritto, resta il fatto che casualmente in un precedente articolo, sul quale lei ha inviato un commento di aperta disapprovazione, scrivevo esattamente ciò che lei attribuisce a questi presunti "minus habens" [rectius: habentes].  Comunque stiano le cose, il problema che io, con tutto il rispetto, rilevo è sempre lo stesso: purtroppo lei, come tanti altri milioni di nostri concittadini, sembra che sia rimasto inchiodato ad una narrazione di sterminio del tutto destituita di fondamento.  Soprattutto considerando che ci sono malattie, come la tubercolosi e un paio di polmoniti virali, che ogni hanno causano direttamente la morte complessiva di circa 7 milioni di persone. Mentre, e questo non è un dettaglio, la maggior parte dei poverini che sono deceduti con il Covid-19, e non – attenzione - per il Covid-19, avevano una aspettativa di vita anche di poche settimane. 
Ribadisco quello che scrissi tempo addietro: ogni anno in Italia muoiono 700mila persone, di cui ben 50.000 per infezioni contratte negli ospedali, ma io mai mi sognerei di farmi scudo di queste tragedie per far prevalere il mio pensiero.  Caro signor Lollini, definire "minus habens" chi ritiene che questa sia una infezione non di sterminio, bensì tale da colpire essenzialmente una fascia molto ristretta della popolazione (che va comunque protetta con ogni mezzo ragionevole), non è accettabile nell'ambito di un dibattito civile. 
Quindi ribadisco il concetto che lei proprio non sembra tollerare: a mio avviso il Covid-19 era un problema molto serio ma non così grave come molti, in gran parte interessati a mantenere alto un certo clima di terrore, continuano a riproporre.  Senza considerare che alla fine, concentrando tutta l'attenzione del Paese su un virus che si sta rapidamente depotenziando, molte persone affette da gravi patologie moriranno per essere state completamente trascurate.  Purtroppo in Italia e nel mondo non si muore solo col coronavirus.

Venendo poi al tema per noi centrale di una ripresa delle corse podistiche, non possiamo pensare di tornare ad una relativa normalità se avvaloriamo, anche in maniera inconsapevole,  la tesi di un virus di sterminio che colpisce a casaccio, anziché  quella  di una infezione oramai sotto controllo che i medici più autorevoli che operano in prima linea considerano clinicamente estinta.  Domenica scorsa, ospite su Rai3 di Lucia Annunziata, il professor Alberto Zangrillo ha ribadito che “Il virus non è mutato ma ha perso carica e potrebbe presto esaurire il suo ciclo produttivo".  In tal senso il pro rettore del San Raffaele di Milano ha chiaramente parlato di omoplasia in atto, ossia del meccanismo di adattamento all’uomo  che starebbe da tempo interessando il Coronavirus,  così come è sempre avvenuto per gli altri suoi cugini che provocano il banale raffreddore. 

Ecco, io credo che questo tipo di osservazioni di una realtà in rapido divenire, che da tempo procede rapida verso una definizione benigna del problema, serva più di qualunque altra cosa a sostenere la causa di un ragionevole ritorno alle nostre amate gare podistiche di massa.

[NdD] A tavola di don Rodrigo, l’avvocato Azzeccagarbugli, richiesto di intervenire in un complicato dibattito giuridico, se la cavò con: “io godo di questa dotta disputa; e ringrazio il bell’accidente che ha dato occasione a una guerra d’ingegni così graziosa. E poi, a me non compete di dar sentenza”. Il più modesto direttore di questo foglio, che non frequenta altra tavola se non la propria, ha smesso di godere della disputa, ritiene che i lettori si siano già fatti un’idea e che i due contendenti debbano eventualmente lasciare spazio ad essi, evitando per il futuro di tornare sull’argomento, tanto più se si trascende nell’attacco personale e nella denigrazione di chicchessia non la pensi come noi. A noi e a tutti i praticanti dello sport interessa poter riprendere le corse, non i dibattiti sull’uovo o la gallina, o se la tal virologa diceva che era un’influenza poi si è ricreduta, o se il tal premier puntava all’immunità di gregge, e tutte le altre cosette che ci siamo sorbiti da febbraio a oggi (digitate su Google “minutaggi dei virologi in tv” e otterrete 243mila risposte, comprese fondate ipotesi sui compensi). Dunque, per scendere a citazioni più leggere, “Big Ben ha detto stop… cercate un altro argomento di conversazione”.  [Fabio Marri]

 

 
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Sabato, 27 Giugno 2020 20:20

Resilienti, ma non presi in giro

Leggo l’interessante articolo di Gerardo Settanni che ricorda come il virus sia ancora in agguato e potrebbe portare a “noi sportivi, sacrifici perché dovremmo ancora accettare limitazioni e rinunce. Questa epidemia sta mettendo a dura prova la nostra resilienza, ovvero la capacità di adattarci alle situazioni avverse, e noi sportivi dovremmo essere più preparati degli altri ad adattarci. Ma spesso purtroppo l’incapacità di accettare e trasformare le rinunce e le emozioni spiacevoli porta a negare o a deviare il problema”.

Io non sono uno psicologo e nemmeno un virologo, però capisco il problema, rispetto le regole anche se non mi piacciono. Però se voglio, ho tutto il diritto di contestarle. Le regole sono l’insieme di quanto viene stabilito dagli organi competenti, ma anche dalla loro applicazione e dal sanzionamento di chi non le rispetta.

Quindi se mi si dice che è proibito organizzare una corsa podistica di 10k da 300 persone che magari posso fare partire in gruppi ridotti e poi vedo continuamente:

1) politici amanti dei selfie guancia a guancia con sconosciuti

2) tifosi calciofili che si accalcano per una vittoria

3) spiagge piene

4) la movida in tutte le città

5) discoteche con gente che balla a mezzo metro

6) interviste televisive infarcite di luoghi comuni, peccato che le mascherine latitino

7) luoghi di lavoro non proprio in linea con le disposizioni sanitarie 

8) ragazzi che nei parchi giocano pomeriggi interi a calcio / basket

Senza che sostanzialmente nessuno intervenga, mai. Allora diventa difficile capire, non perdere la pazienza, essere resilienti. Io mi sento solo preso in giro. Molto.

 

Rodolfo Lollini – Redazione Podisti.net

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Al fine di alimentare il dibattito civile e sportivo per un rapido ritorno alla normalità, alcuni interventi relativi al mio precedente articolo su queste pagine http://podisti.net/index.php/in-evidenza/item/6186-provocazione-se-riprendessimo-le-corse-entro-giugno.html mi sono sembrati piuttosto interessanti. In particolare in merito alla questione, da sempre molto critica in Italia, legata all’assunzione di responsabilità.  Come correttamente hanno fatto notare alcuni organizzatori di corse podistiche, l’idea di poter incappare in una sanzione penale attinente alla complessa vicenda del Covid-19 costituisce una remora di non poco conto per questi soggetti, ammesso e non concesso che, come auspico da tempo, venga decretato lo sblocco generale delle attività sportive in cui risulta inevitabile il cosiddetto assembramento. 
Sebbene tutto porti a ritenere che il temibile virus si sia fortemente depotenziato, così come sostengono da tempo i clinici di tutta Italia, l’idea che qualcuno possa risultare positivo dopo aver partecipato ad una garetta provinciale, nel Paese dei protocolli e dell’eterna quanto vana rincorsa del rischio zero, sembra letteralmente terrorizzare i medesimi organizzatori.  Proprio in merito all’andamento di una emergenza che non pare più tale da tempo,  è uscito un recentissimo studio di laboratorio (https://liguriaoggi.it/2020/06/09/coronavirus-bassetti-non-ce-stato-il-temuto-aumento-dei-casi-ora-rientro-alla-normalita/) realizzato in Gran Bretagna e divulgato in Italia da Matteo Bassetti, infettivologo che opera in prima linea nel principale ospedale di Genova,  in cui si dimostrerebbe che il Covid-19 sarebbe mutato ben 189 volte, raggiungendo un adattamento  tale da non rappresentare più un grave problema per l’ospite umano.  In un altro studio il professor Arnaldo Caruso di Brescia avrebbe valutato i ceppi attuali infinitamente meno aggressivi rispetto a quelli in circolazione nel mese di marzo. D’altro canto i riscontri indiretti dei numeri, con il crollo dei ricoveri che si registra da parecchie settimane, paiono andare tutti in questa direzione più che rassicurante.
Malgrado ciò, proprio nel Paese dei timbri e della ceralacca, non è peregrino per un organizzatore di kermesse podistiche fasciarsi la testa di fronte alla possibilità, oramai remota, di ritrovarsi sotto la spada di Damocle di uno o più positivi al Coronavirus nel post-gara, anche se in assenza di alcuna seria sintomatologia. 

  In questo senso mi sembra piuttosto istruttivo segnalare di nuovo che, a seguito degli incidenti i quali causarono un morto a Torino, durante la finale di Champions League del 3 giugno 2017, anche chi mette in piedi una manifestazione pubblica come una gara podistica, magari con 100 partecipanti e qualche appassionato disseminato lungo percorso, è costretto ad elaborare un piano della sicurezza, con tanto di responsabile designato.  E tutto ciò proprio nella (a mio avviso) insensata ricerca del citato rischio zero, che mai potrà essere ottenuto nella nostra esistenza di comuni mortali.
Sarebbe invece importante, venendo alla parte construens del mio modesto discorso, puntare su un altro elemento: il senso della responsabilità individuale, con tutto quello che ne consegue.  Esattamente quello che vigeva in Italia quando ho iniziato a gareggiare su strada nel lontano 1975, in cui per tesserarsi ad una società sportiva erano richieste solo due foto e si poteva partecipare alla Roma-Ostia anche come atleta libero.  Una condizione che, a quanto testimoniano molti amici che vivono e corrono all’estero, caratterizza alcuni grandi Paesi europei, ad esempio la Germania, nei quali è possibile gareggiare firmando una semplice ma civile liberatoria.
Ebbene, se nel regno della burocrazia anche sportiva risulta utopistico il ritorno ad un mondo senza certificati medici, convenzioni con la Fidal e runcard,  nondimeno nei riguardi di un virus di origine animale che, al pari dei suoi cugini, sta creando un rapido coadattamento che sembra andrà a sfociare, al peggio, in un banale raffreddore,  la misura di consentire l’iscrizione alle gare future attraverso una assunzione individuale di responsabilità non mi sembrerebbe affatto una eresia.  D’altro canto, la partecipazione alle competizioni non è ovviamente un obbligo e chi lo fa, pur nell’ambito di una cornice di requisiti che spettano ai soggetti che meritoriamente le organizzano, è corretto che se ne assuma appieno la responsabilità.
Un principio di civiltà quest’ultimo il quale, virus o non virus, dovrebbe costituire anche nello sport amatoriale un prerequisito ineliminabile.

 

 
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Credo che mai come in questo momento così complicato per il Paese e, di conseguenza, per il vasto mondo dello sport, si senta la necessità di un dibattito franco e onesto su come muoversi da qui in avanti.  In tal senso mi sembra doveroso esprimere in anticipo un sincero ringraziamento agli amici di Podisti.Net per avermi offerto la possibilità di (come si suol dire) gettare un sasso nello stagno.  Schierandomi sin dall’inizio di questa pandemia nel fronte minoritario di chi non la considerava così grave come veniva sbandierata da gran parte dell’informazione nostrana, oggi la situazione mi sembra tale, soprattutto guardando con attenzione l’andamento dei numeri che ci vengono proposti quotidianamente, che non mi pare una eresia ritenere ragionevole la ripresa dell’attività agonistica entro il mese di giugno.  Una ripresa la quale, visto il carattere eminentemente regionale del podismo amatoriale, potrebbe essere autorizzata in subordine perlomeno in quelle regioni in cui i riscontri dell’infezione da Covid-19 sono minimi, come nel caso dell’Umbria, in cui risiedo oramai da 25 anni, e dove da alcuni giorni non si riscontra alcun positivo e c’è una sola persona ricoverata in terapia intensiva.

A tale proposito mi sono preso l’ardire di promuovere una petizione (http://chng.it/qGkTc4Qhr5)  sulla piattaforma change.org, proprio per contrastare nel mio piccolo un dilagante allarmismo che sta da tempo paralizzando l’intero Paese e che, secondo moltissimi studiosi, a partire da tanti clinici che operano in prima linea, appare tanto ingiustificato quanto estremamente autolesionistico.   
Mi riferisco, in particolare, al primario delle terapie intensive del “San Raffaele di Milano, Alberto Zangrillo, il quale  da alcune settimane sta ammonendo il fronte catastrofista,  portando a sostegno delle sue tesi evidenze empiriche molto significative (in sostanza in questo grande ospedale lombardo non ci sono quasi più ricoveri per Covid-19 dai primi d’aprile), circa i danni a lunga scadenza che un blocco eccessivo determinerà, compreso un aumento esponenziale di decessi anticipati per aver completamente trascurato tutto il resto delle gravi patologie che affliggono la cittadinanza. 
Sulla stessa linea è schierato il professor Matteo Bassetti, direttore della clinica di Malattie Infettive del “San Martino” di Genova, il quale ha annunciato il 29 maggio che il suo reparto tornerà alla normalità, in quanto – ha dichiarato - “il trend calante dell’epidemia continua, prova ne è che abbiamo difficoltà ad arruolare i pazienti negli studi clinici, di patologia ne sta circolando molto poca e quasi nulla”. 
Tutto questo, poi, è confermato da altri tre scienziati piuttosto accreditati, come il professor Arnaldo Caruso, presidente della Società italiana di virologia, che starebbe per pubblicare alcuni documenti scientifici secondo cui il virus avrebbe subito una decisiva mutazione in senso benigno, così come storicamente è sempre accaduto a queste tipologie di virus. 
Anche il professor Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche “Mario Negri”, e l’illustre virologo Guido Silvestri, che opera in una grande università americana,  sostengono da tempo la medesima impostazione. Silvestri, in particolare, sta pubblicando a cadenza quotidiana interventi molto approfonditi, alcuni nel sito del ‘rigorista’ Roberto Burioni, nei quali attacca in modo abbastanza esplicito il fronte dei catastrofisti.  Significativo un suo passaggio, riportato il 30 maggio da alcuni quotidiani:
Mi segnalano in molti che i due “bollettini del catastrofismo” un tempo noti come ‘Corriere della Sera’ e ‘Repubblica’ sono sempre più in difficoltà nel trovare spunti per darci il nostro ‘panico quotidiano’. Per esempio cominciano a riporre le loro ‘speranze di disastro’ in un ritorno di SARS-CoV-2 in autunno – cosa che io in effetti temo (però verso Dicembre/Gennaio, a dire il vero) visto che questo virus sta dando tutti i segni di una forte stagionalità (e quindi comportandosi come gli altri coronavirus). Ma trovo buffo che i bollettini del catastrofismo adesso puntino sul ritorno del virus a fine anno quando per molte settimane negavano – contro ogni evidenza – la stagionalità di COVID-19, sposando invece teorie bizzarre come quella dei 150.000 ricoveri in terapia intensiva per l’8 di giugno, che se voleva essere uno scherzo non ha fatto ridere nessuno“.

  Ora, scusandomi per queste citazioni - a mio avviso necessarie -, si dovrebbe giungere rapidamente alla conclusione che allo stato attuale, in cui il virus nella stragrande maggioranza dei casi – sempre più isolati - si comporta al massimo come una blanda forma influenzale, non ci sono i termini per impedire la ripresa, seppur nell’ambito di ovvii protocolli di sicurezza, delle nostre corse podistiche popolari. Ovviamente ciò avverrebbe, così come in tutto il resto nelle nostre normali attività umane, nell’ambito di un ragionevole rischio calcolato.
Tuttavia, e qui concludo, continuare a proibire anche durante l’estate l’organizzazione di tali kermesse sportive, nel vano e velleitario tentativo di rincorrere il mitico rischio zero - che mai potrà essere raggiunto -, equivarrebbe a bloccare la nostra nobile e gloriosa attività sportiva di fronte a qualcosa di simile a un raffreddore, se il rapido andamento dell’interazione tra il Covid-19 e l’uomo proseguirà secondo il percorso indicato dai summenzionati esperti.
Come ha dichiarato con grande preoccupazione lo stesso professor Zangrillo in una recente diretta televisiva, molti altri virus analoghi faranno la loro comparsa nelle nostre opulente società, e non possiamo pensare ogni volta di affrontarli nel modo allarmistico e paralizzante con cui lo stiamo facendo anche quando l’emergenza non c’è più da tempo.

 

 
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Quando questo tragico periodo iniziò ero a scuola, e non ci pensai più di tanto.
La mattina successiva dovevo partecipare al Trail di Piana a Valdagno, e gli organizzatori, fino alle 21 del sabato sera, confermarono lo svolgimento della gara.
Invece, la domenica mattina 1° marzo, ore sei, giunse il messaggio che era stato tutto annullato. Da quel momento in poi iniziarono le cancellazioni di tutte le manifestazioni, e per chi ama colline e montagne come la sottoscritta è iniziato veramente un periodo strano.
Il giorno 8 marzo, festa della donna, feci l'ultima uscita lunga, 36 km, sui Colli Euganei.
Dal giorno successivo, dopo Lombardia ed Emilia, il Veneto e successivamente tutta l'Italia divenne ‘zona rossa’. Iniziarono ad annullare tutte le gare cui ero iscritta. Prima l'Ultrabericus, dopo l'Ecotrail di Firenze, la Tuscany in Val d'Orcia, la Lavaredo Ultra Trail, e per finire il Passatore del quale detengo il record di partecipazioni.
Mi sembrava di vivere dentro a una bolla. Da quel famigerato 9 marzo ho sempre cercato di fare qualcosa, sia pure rispettando le norme. Al mattino mi alzavo alle 5,30 per correre un paio d'ore. Preparavo il thermos con il caffè per la giornalaia, che si era alzata alle 4,30 e non poteva prenderlo in quanto i bar erano chiusi; e con lo zainetto partivo.
Ognuno è libero di fare ciò che pensa sia corretto, ovviamente nei limiti di quanto viene concesso; e c’è pure un undicesimo comandamento: farsi i fatti propri e non criticare le scelte altrui pretendendo che TUTTI rispettino le TUE. "Mente sana in corpo sano".
Correvo come una pazza odiando questo coronavirus che falciava tante persone e ci aveva tolto la libertà. Ho perso una cara amica e non sono potuta andare al funerale. Correvo per ore in quartiere e piangevo.
Il giorno che hanno permesso gli spostamenti per allenamenti sportivi, mi è sembrato di rivivere. Mi sono letteralmente "fiondata" e ho corso il circolare di 30 km ad Altavilla Tavernelle sulle colline Beriche. E' un percorso che consiglio a tutti, bello e vario, e ci sono pure le cassette lungo il percorso con acqua e bibite varie.
Da lunedì scorso, tolto il blocco, ho iniziato a correre, oltre che con la bicicletta, anche sui miei Colli Euganei. Due, tre volte a settimana parto in bicicletta, la lascio da un’amica e poi mi sbizzarrisco. Monte Lonzina, Monteortone (purtroppo lo splendido Santuario è chiuso), Monterosso: diciamo che alla fine settimana avrò fatto 200 km in bici e 100 a piedi.
E pensare che questa settimana, vuoi per la stanchezza, o per un esame che mi attende per la fine del mese, mi sono data una regolata. Tre orette di corsa e qualche uscita in bicicletta.
Mercoledì 13 ho scelto la zona dove c'è l'Abbazia di Praglia. Per coloro che non l'hanno mai visitata, la consiglio. Oltre ad avere il negozio con i prodotti preparati dai frati Benedettini, è, se non erro, la terza abbazia benedettina in Europa.
Venerdì 15 ho fatto festa: 170 km in bicicletta. Con un’amica siamo partite da Padova alle 7 e un quarto e siamo andate fino a Porto Viro, 74 km passando per Chioggia e respirando il profumo della Laguna. Al ritorno è scoppiato un temporale e non riuscivamo a vedere nulla, ma alla fine, dopo 11 ore di pedalate, siamo arrivate a Padova alle ore 18. Mangiato in tutto una mela a testa, e due barrette, naturalmente bevuto come cammelli.
Oggi, domenica 17, giornata stupenda, ho fatto un bellissimo giro, sempre sui miei colli. Ripeto, mi sembra di rinascere. L'uomo è fatto per muoversi e socializzare.
Spero di poter ritornare presto sulle mie amate montagne.

 
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