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Lunedì, 27 Settembre 2021 09:51

Una Padova ‘dimezzata’ ma con prestazioni super

27 settembre – Dopo il tempestivo servizio di Stefano Morselli inserito a poche ore dalla conclusione http://podisti.net/index.php/in-evidenza/item/7751-padova-half-marathon-kipchirchir.html#!DSC08389_ritaglio9

diamo spazio alla più dettagliata  comunicazione dell’ufficio stampa (Diego Zilio) cui facciamo seguire un personale commento, come sempre “da dentro”. 

1 [D. Z.] La Padova Marathon torna “in presenza” dopo l’edizione forzatamente virtuale del 2020 e lo fa offrendo una mezza maratona di altissimo livello tecnico, con un doppio primato della corsa. In campo maschile il keniano Victor Kipchirchir ha tagliato il traguardo in 59’19”, abbattendo in un colpo solo il suo primato personale (era di 59’31”) e quello della gara (un’ora 00’52”, realizzato nel 2019 dal suo connazionale Sitonik) e chiudendo davanti al debuttante Irungu, a sua volta sotto l’ora (59’47”). Risultato che fa sì che la mezza di Padova sia stata la più veloce corsa in Italia nel 2021 e la quinta al mondo. Una prestazione che acquista ancora più valore considerando che non c’erano pacer a scandire il tempo: mai senza lepri si è corso così forte in Italia in una gara che non fosse un campionato iridato.
In campo femminile l’etiope Tusa Rahma non è stata da meno, tanto da migliorare a sua volta il record della corsa, portandolo a un’ora 09’06” (anche in questo caso il precedente risaliva al 2019, un’ora 10’08” dell’ugandese Chekwel). A dimostrazione di quanto il percorso Abano Terme-Padova, con passaggio a Montegrotto Terme, sia davvero molto veloce. 

E l’Italia? Tra le donne la più attesa era senza dubbio Giovanna Epis. La portacolori dei Carabinieri, alla prima gara dopo i Giochi Olimpici di Tokyo, ha chiuso al terzo posto in un’ora 12’37”. «Non sono pienamente soddisfatta perché sapevo di valere un tempo all’altezza del mio personale, ma mi sono trovata presto da sola e sono una che soffre un sacco quando succede. Sono soddisfatta però per gli ultimi 6 chilometri, perché ho saputo reagire: due anni fa non avrei mai corso così». Davanti a lei Sofiia Yaremchuk, in un’ora 11’30”: l’ucraina naturalizzata italiana si è detta «molto contenta e pronta a debuttare alla Venice Marathon sui 42 chilometri». Tusa Rahma ha impostato però da subito una gara in solitario, mostrando che non si arriva per caso tre volte prima alla maratona di Roma, come ha fatto lei fra il 2016 e il 2018.

Stesso discorso, tra gli uomini, per Kipkirchir, che ha chiuso la sua prova a una media superiore ai 21 chilometri orari.
Fra gli atleti top il primo a staccarsi è stato Meucci, tra il terzo e il quarto chilometro. Intorno al decimo è stato Rotich Kemoi a perdere terreno, con Kipchirchir rimasto solo con l’esordiente David Irungu. Tre chilometri spalla a spalla per i due, poi il vincitore l’ha staccato, entrando in città in solitario e continuando a spingere fino al traguardo. Dal canto il campione europeo di Zurigo 2014 Daniele Meucci, quinto, ha commentato: «Ho perso presto il ritmo dei primi, rimanendo da solo. Tutto sommato è stato un buon test, tenendo conto che non correvo una mezza maratona da un paio d’anni».

La novità di questa edizione è stata la 10 km Rise and Run, corsa competitiva che ha visto le vittorie di Alessandro Giacobazzi in 30’33” e dell’atleta di casa Laura Dalla Montà, in 37’02”.
Non era invece “agonistica” la Stracittadina di 5 chilometri, ma è stata davvero un successo di partecipazione, tanto più se si considera che si è svolta anch’essa in pieno rispetto delle normative anti-Covid, con controllo del Green pass dei partecipanti.  

«È stata una festa», ha affermato alla fine Leopoldo Destro, presidente di Assindustria Sport, società organizzatrice, «e si è svolta in tutta sicurezza. È l’edizione della ripartenza e Padova ha risposto presente assieme a tutto il suo territorio. Ora l’auspicio è quello di ritrovarsi il 24 aprile 2022, collocazione originaria del nostro evento, tornando a proporre la prova da 42 chilometri».
A proposito di numeri: erano 1.500 gli iscritti alla mezza maratona (ma 1146 i classificati, NdR), 247  sono gli arrivati nella 10km Rise and Run e 2.500 i partecipanti alla Stracittadina: in tutto, quindi, quasi 4.000 le persone che hanno indossato pantaloncini e t-shirt per tornare a correre.

Una sintesi di 35 minuti dell’evento andrà in onda su Rai Sport questo lunedì 27 settembre alle 16.45, con replica nei giorni successivi: il commento tecnico è affidato a Franco Bragagna.

Tutti i risultati della Padova Marathon sono disponibili in tempo reale al link https://www.endu.net/it/events/padovamarathon/results.

 

CLASSIFICHE

 

Padova Half Marathon. UOMINI: 1. Victor Kipchirchir (Ken) 59’19”, 2. David Ngure Irungu (Ken) 59’47”, 3. Andrew Rotich Kwemoi (Uga) 1h01’10”, 4. Mohammed Ziani (Mar) 1h01’16”, 5. Daniele Meucci (C.S. Esercito) 1h02’40”, 6. Kiprotich Rono Aggrey (Ken) 1h03’31”, 7. Josphat Too Kipcirchir (Ken) 1h03’58”, 8. Andrea Mason (Silca Ultralite Vittorio Veneto) 1h07’22”, 9. Andrea Astolfi (Cus Pro Patria Milano) 1h09’58”, 10. Alessio Milani (Atl. Monfalcone) 1h13’36”.

 

DONNE: 1. Rahma Tusa Chota (Eti) 1h09’06”, 2. Sofia Yaremchuk (C.S. Esercito) 1h11’30”, 3. Giovanna Epis (Carabinieri) 1h12’37”, 4. Elisabetta Manenti (Atl. Pianura Bergamasca) 1h22’04”, 5. Erika Michielan (Amatori Atl. Chirignago) 1h23’36”, 6. Lisa Carraro (Vicenza Marathon) 1h25’23”, 7. Laura Cavara (Asd Polisportiva Brentella) 1h29’18”, 8. Arianna Facchi (Atl. Gavardo ’90) 1h32’03”, 9. Nadiya Sukharyna (Ukr) 1h34’38”, 10. Livia Maria Soldati (Atl. Libertas Unicusano Livorno) 1h34’01”.    

 

Rise and Run (10 km). UOMINI: 1. Alessandro Giacobazzi (C.S. Aeronautica Militare) 30’33”, 2. Zohair Zahir (Atl. Virtus Lucca) 31’45”, 3. Giacomo Esposito (Atl. San Biagio) 31’53”, 4. Omar Zampis (Assindustria Sport) 32’01”, 5. Thomas D’Este (Assindustria Sport) 32’36”, 6. Federico Valandro (Assindustria Sport) 33’07”, 7. Dario Meneghini (Team Km Sport) 34’18”, 8. Giorgio Giacalone (A.S. Dil. Palermo H 13.30) 34’26”, 9. Federico Lazzaro (Cus Padova) 35’21”, 10. Giacomo Marcato (Assindustria Sport) 35’49”. 

 

DONNE: 1. Laura Dalla Montà (Assindustria Sport) 37’02”, 2. Chiara Pizzolato (Atl. Vicentina) 37’41”, 3. Anna Frigerio (Free-Zone) 38’31”, 4. Laura De Marco (Assindustria Sport) 38’39”, 5. Veronica Bacci (Team Km Sport) 39’26”, 6. Angela Luise (Atl. Audace Noale) 39’47”, 7. Diletta Moressa (G.A. Aristide Coin Venezia 1949) 42’07”, 8. Elisa Agostini 42’14”, 9. Magdalena Peruzzi (Policiano Arezzo Atletica) 44’21”, 10. Giorgia Mattiello (Venezia Runners Atl. Murano) 45’19”.     

 2. [F. M.] In una giornata così densa di eventi podistici ad alto livello (mezze di Arezzo, Ferrara, Milano, Bassano e Pordenone, Trenta Trentina, trail vari, ecc.) ho deciso di tornare a Padova, esattamente dieci anni dopo l’ultima maratona che ci avevo corso, e allora partiva da Campodarsego (mentre dal 2016 il tracciato era divenuto circolare, con partenza e arrivo da Padova, e Abano diveniva il punto di passaggio alla mezza, nonché partenza per la 21.097 collegata).

I tempi non sono ancora maturi per una grande maratona ‘intera’: pensare che in questo stesso giorno si sta correndo la maratona di Berlino con 25mila partecipanti, per di più nel giorno delle elezioni politiche (in Italia avrebbero vietato tutto; la maratona di Bologna del 1996 praticamente fallì per aver osato svolgersi, in sfida alle istituzioni, nel giorno poi celebrato dal film Aprile di Moretti).

Non è semplicissimo, per noi foresti, arrivare al ritrovo dello stadio di Monteortone (frazione, quasi un quartiere, di Abano), e con mia sorpresa parecchi degli addetti, che già dalle 7 presidiano il percorso, non sanno darmi indicazioni: finalmente mi imbatto in una pattuglia di vigili le cui dritte mi fanno arrivare sul posto, ampiamente fornito di parcheggi e servizi, inclusa la pista dello stadio a nostra disposizione per il riscaldamento.
Celere la consegna dei pettorali (previa esibizione del cosiddetto greenpass, mentre la misurazione della temperatura avverrà un po’ a rilento al momento dell’ingresso nelle ‘gabbie’). Partenze scaglionate per gruppi di 450, tra le 8,30 e le 8,50 (partire nell’ultimo blocco dà la soddisfazione di sapere che tutti i sorpassi eseguiti in gara sono ‘veri’, cioè chi ci resta dietro, è dietro per davvero…); obbligo di mascherina nelle prime centinaia di metri, in adeguamento alle norme Fidal un po’ talebane; ma tant’è, chi comanda ha sempre ragione (poi sugli spalti del calcio fanno quello che gli pare).

Clima umido, quasi afoso, che induce molti a correre in canottiera, e qualche signora più audace e/o piacente al duepezzi; ma il cielo coperto e la temperatura non altissima (sui 15 gradi in partenza) invita altri a non risparmiare sui vestiti. Peraltro, pioverà solo verso le 14, quando i giochi saranno fatti. 
La prima metà della gara si attorciglia tra Abano e Montegrotto, su strade larghe e assolutamente esenti dal traffico come nello stile padovano (nel capoluogo hanno addirittura interrotto il servizio tranviario dal parcheggio di Guizza, consigliato per noi, a Prato della Valle: ci sono autobus e percorsi sostitutivi): al km 11 finalmente attraversiamo il confine tra Abano e Padova, e d’ora in avanti il nostro chilometraggio sarà accompagnato, a poche decine di metri, da quello un po’ sbiadito della maratona ‘intera’ (l’11 equivale al 32, e così via fino all’ingresso in città). 
Tra noi c’è anche qualche marciatore: apprezziamo molto una giovanissima locale in maglietta gialla che, con un perfetto tacco-punta e ginocchio bloccato a prova del giudice più occhiuto, fila ai 5:20/5:30 a km lasciando inevitabilmente dietro noi che invece 'crediamo' di correre.

Ristori di acqua e tè in bottiglia, regolarmente ogni 5 km, più uno suppletivo in prossimità delle mura cittadine; due controlli intermedi col chip, e classifica col real-time. Rispetto al dichiarato, mancano invece gli spugnaggi: evidentemente i talk show dei virologi hanno stabilito che sono ancora pericolosi, e non ci resta che abbozzare; come pure dobbiamo prelevare di persona dai vassoi la nostra bella e originale medaglia.

Gli ultimi 2,5 km  - sebbene più penosi per le piante dei piedi, causa ciottoli del fondo stradale) sono davvero una delizia per gli occhi; il nostro giro, accuratamente transennato, ci porta attraverso le principali bellezze del centro cittadino: piazza del Duomo, Torre dell’Orologio, piazza dei Signori, il Bò, basilica di S. Antonio (passiamo proprio sotto la statua donatellesca del Gattamelata), e infine il grandioso slargo di Prato della Valle, ottimo per gli spazi a disposizione di una prima vestizione dopo il recupero delle sacche trasportate dalla partenza (in mancanza di docce, ci si arrangia con le fontanelle presenti intorno).

Rimane rigorosa la separazione dal pubblico dei familiari; e un ulteriore esempio della ‘protezione’ cui siamo sottoposti l’avrò quando, verso mezzogiorno, vorrò uscire per traversare la strada ed entrare nell’attigua basilica di S. Giustina: vietatissimo, mancano due minuti alla partenza della non competitiva, e il serpentone sarà così lungo che nel frattempo opterò per visitare la non lontana basilica del Santo. Ma Padova è una città talmente bella che merita ben più di una visita del post-maratona.

Gli organizzatori garantiscono che il prossimo 24 aprile torneranno anche i 42: se le premesse sono queste, sarà una grande e bella festa della ‘resilienza’. 

 

 

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12 settembre - … Me l’ha fatto notare una podista venuta fin da Berlino per camminare qua: è la prima volta che al termine della gara c’è un tavolone ricco di prelibatezze (metto personalmente sul podio l’uva dai grandi acini succosi; foto 53), cui tutti possono attingere, senza l’obbligo di prendersi il sacchetto con le cibarie e smammare il prima possibile. D’accordo, non eravamo tantissimi (poco più di un centinaio secondo le cifre diramate), essendo la partecipazione limitata dalla vicina e ‘ufficiale’ gara di Borzano dove pare si sia sfiorato il mezzo migliaio di presenze; dunque era facile mantenere il distanziamento all’interno del bellissimo cortile nel Borgo di Casa Maffei (foto 10-11, 14) dove si erano svolte tutte le operazioni di iscrizione (5 euro, senza preiscrizioni o data di scadenza, e senza pacco gara). D’altronde, sugli spalti degli stadi, in questa giornata, la mascherina sembra un oggetto vietato (la porterà l’1% dei tifosi, oltre tutto a contatto strettissimo), dunque ancora una volta non saremo noi podisti gli untori della prossima inevitabile “ondata”. Notevole qui da noi anche la presenza di ampie e confortevoli toilette in muratura, dove non si è mai dovuto fare la fila: negli stadi invece, non saprei come sono messi.

Partenza, in gruppo, con 5 minuti di ritardo perché le iscrizioni si erano protratte (ultimo o quasi era arrivato il Cuoghi della Cavazzona in foto 19, raccontando che la sua auto si era diretta in automatico verso Borzano, ma quando lui se ne era accorto aveva invertito la marcia e puntato su Roteglia).

Percorso mai collaudato in gare, sebbene qualche suo pezzo più corribile facesse parte di una classica camminata preserale dello stesso paese, grosso modo in questa stagione; e soprattutto, noi foresti ci siamo meravigliati arrivando, dopo 3 km e mezzo, e tornandoci dopo 8 km se avevamo scelto il giro lungo di 15 km (+880 D, che però il mio Gps riduce a 620), in un agriturismo intorno a quota 400 che era la sede di una “camminata di San Valentino”, più o meno all’epoca della festa di S. Anna. Gradito ritorno, augurale per futuri eventi: notevole che Italo (fotografo ‘della concorrenza’, ma pur sempre un amico), dopo averci fotografati in partenza, sia già arrivato lì per ulteriori scatti (foto 3, poi 26-30).

Diciamola tutta: non siamo né sulle Dolomiti né perlomeno sul Monte Valestra che si staglia nelle vicinanze: qui si corre sui calanchi, in parte sventrati dall’industria delle piastrelle, e dove i tipi di terreno a fatica permettono la nascita di arbusti e fiori (però mi sorprendo a vedere parecchi bucaneve, se sono davvero loro, nel sottobosco). Si sta quasi sempre su stradette bianche, a volte sassose, che la seccaggine ha cosparso di crepe, capaci a volte di trasformarsi in tagli che inducono frane. Giunti in quota si hanno belle visioni, ad esempio su quella “big bench” (mega panchina per salire sulla quale ci sono dei gradini) verso il sesto km; oppure sul Monte Stadola, circa 440 metri (cioè 250 metri più su della partenza-arrivo), dove pare di riconoscere (a me e al fido Paolo Giaroli) il tracciato di una antica camminata di San Valentino, che facevamo in senso inverso, talora imbattendoci in capre al pascolo.

Il percorso è ampiamente segnalato da bandelle, con una piccola defaillance (parlo sempre a nome dei foresti) verso il km 13/14: qui, un cartello non ufficiale (?) informa che tenendo il centro-destra si arriva al Pilastrino (che dà il nome alla gara), una chiesetta commemorativa su un cocuzzolo; ma i pendagli biancorossi portano a sinistra, in direzione di un’altra chiesa (“Maestà Nera”) che ci attira anche col suo scampanare. Risultato: chi segue il percorso ufficiale non passerà né dal Pilastrino né dalla Maestà Nera (che resta sopra); solo i più curiosi o i meno agonisti fanno la deviazione turistica, che avrei fatto anch’io se avessi conosciuto la topografia locale.

Pazienza, mi accontento di foto panoramiche, prima di scendere, lungo una stradetta con uno strano e fastidioso acciottolato antisdrucciolo, di nuovo verso Roteglia (eccola apparire in foto 52): dove c’è di nuovo Italo a fotografarci, quasi tutti con una gran fiacca addosso, salvo signore pimpanti come quella delle foto 24 e 53-54, che -come diceva Carlo Porta - “desdott in fira [bè, qui sono 15] e fresca cum un oeuv”.

Arrivano Giaroli e le sorelle Gandolfi (foto 6 e 13), arriva Cuoghi, arriva il nutrito gruppetto della Guglia di Sassuolo capitanato dalla signora Emilia e dalla sua seconda mamma Silvana. Si suda (verso le 11 stiamo intorno ai 28 gradi), ci si accovaccia sul prato, si cerca l’ombra, sorseggiando cola o succhi di frutta e sgranocchiando la squisita uva di cui sopra. La festa è finita, oppure siamo solo agli antipasti della festa grande della Liberazione?

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22 agosto –Anche quest’anno, come nel 2020, la “5 Passi in Val Carlina”, competitiva e non competitiva, era stata da tempo annullata, come capitato a quasi tutte le altre corse sotto l’egida del coordinamento bolognese. Ma come l’anno scorso, Federico Pasquali, organizzatore da anni della gara intitolata al papà Giorgio, ha tenuto duro ed ha invitato chi voleva a presentarsi in piazza a Lizzano per i soliti due percorsi, di 9 e 17 km circa (quello lungo era stato leggermente limato nella parte finale, evitando il centro di Vidiciatico con l’attraversamento di un parchetto pubblico).
Questa cocciutaggine a fin di bene mi è sembrata anche un estremo tributo ad Angelo Pareschi (già presidente del Coordinamento di Bologna, e di cui questo sabato si sono tenute le esequie), che, anche da ex, privato cittadino osteggiato dalla nuova dirigenza “per danno d’immagine” (ma come si fa a danneggiare l’immagine di un buco nero?), durante l’ultimo anno e mezzo si era adoperato per garantire un minimo di attività ludico-motoria ai compatrioti: e la presenza di Claudio Bernagozzi tra gli organizzatori di Lizzano è un tratto d’unione tra chi ci ha lasciato e chi continua. Da notare che, a parte una non competitiva agli estremi limiti della provincia di Piacenza, questa di Lizzano era l’unica corsa del week end in tutta la regione Emilia-Romagna.
La partecipazione non è stata ovviamente rilevante: l’iscrizione era ad offerta libera da devolvere in beneficenza, e dava addirittura diritto a un pacco gara oltre che al sorteggio di premi a sorpresa. Si partiva in una finestra tra le 8.30 e le 9, ma anche prima c’era chi aveva preso il via, confidando nell’egregia segnatura del percorso che non ha mai suscitato dubbi anche in mancanza di sbandieratori in qualche punto cruciale (personalmente ne ho incontrati due, ma anche dove non c’erano esseri umani, le frecce arancioni sull’asfalto e i vistosi cartelloni appesi agli alberi erano chiarissimi).
Il percorso lungo, dal dislivello di circa 450 metri in su e in giù (dai 630 di Lizzano al punto più alto di La Cà, 930 metri tra i km 11 e 13), era equamente diviso tra asfalto e sterrato, col decimo km su un’autentica mulattiera (questa, ben difficilmente corribile ma esteticamente molto gradevole) che risaliva dal laghetto del Dardagna a Poggiol Forato. Da lì si riprendeva la strada asfaltata (a parte un ulteriore km su sentiero) che in senso antiorario sfiorava appunto Vidiciatico raggiungendo infine Lizzano attraverso la frescura di un bosco compreso nel Parco Corno alle Scale e frequentato da tanti camminatori.
Non erano previsti ristori, ma eravamo stati allertati sulla presenza ai lati del tracciato di numerose fontanelle pubbliche (ne ho contate almeno 5, oltre a quella monumentale nella piazza di partenza/arrivo) da cui sgorga un’acqua freschissima e ricercata dai tanti ‘civili’ che vanno lì a rifornire bottiglie e taniche. La stessa acqua freschissima che nei ristoranti locali è messa in tavola gratuitamente, con giusta nonchalance verso le minerali in bottiglia.
Dice un proverbio bolognese (e largamente diffuso anche altrove) Bisaggna tor quall ch’ Dio manda: speriamo che l’anno prossimo, il buon Dio e degli amministratori più avveduti ci restituiscano la pratica sportiva “come Dio comanda”.

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7 agosto – Nel settimo anniversario della scomparsa di Giancarlo Corà, fondatore e rifondatore (1993-2003) della società Corriferrara, già inventore della maratonina di Ferrara (la cui prossima edizione si svolgerà il 26 del mese prossimo) e della Diecimiglia, e resuscitatore nel marzo 2011 della maratona della sua città (qui sotto riporto uno stralcio dal mio commento di allora), il figlio Massimo e tutto il suo gruppo sportivo hanno riportato in vita, in questa fase di Covid sperabilmente calante, anche il trail del Castello di Mesola, ideato nel 2017 su una distanza inizialmente quantificata in 25 km. In un angolo della maglietta-omaggio sta scritto “Da allora tra le stelle corri con noi!”.
Questa volta le distanze ufficiali erano di 21 e 10 km per le due gare competitive (cui si aggiungeva una 10 km ludico-motoria): in realtà, i nostri Gps hanno indicato distanze tra i 22,7 e i 23,5, con un dislivello di circa 90 metri, che sembrerebbe difficile in un’area che sta in parte sotto il livello del mare, eppure è stato realizzato, soprattutto con le salite e discese lungo l’argine del Po nei primi 8 e negli ultimi 2 km. Il numero di iscritti era stato limitato, per prudenza, a 350 (150 ciascuno nelle due competitive, più 50 camminatori), e già una settimana prima dell’evento le liste erano state completate.
Ci si è poi messa di mezzo l’ “invenzione” del green-pass (nome barbaro, che nessun paese estero usa: ma noi se vò ffò l’americani der Kansas City), che sebbene ridimensionata dalla solita arte del compromesso (a pranzo su un lido ferrarese, poche ore prima, nessuno mi ha chiesto niente), era stata introdotta nel regolamento, causando la presumibile rinuncia di molti iscritti: sta di fatto che la classifica finale annovera 127 arrivati per il giro corto e solo 96 per il lungo; sebbene in quest’ultimo i partenti fossero una ventina in più, finiti poi nei ritirati anche per l’urgere del tmax fissato in 3 ore. Da aggiungere poi la schiera dei non competitivi.
Garantisco comunque che, all’ingresso nella bellissima piazza del Castello di Mesola, sotto l’argine del Po di Goro, i controlli sono stati scrupolosi (foto 22; il collega podista che mi precedeva nella fila ha avuto problemi, perché il suo cellulare aveva il vetro spaccato non permettendo allo scanner del controllo di leggerlo bene); dopo dei quali, e della misurazione della temperatura (questa, operazione davvero inutile, capace di far sfuggire gli asintomatici e invece di bloccare chi ha la febbre per un ascesso dentale), ci hanno avvolto attorno al polso un braccialetto cartaceo, che a nessuno è sembrato imitare la stella di Davide. Signori no-tutto, quando all’ingresso in certi musei, dopo che avete pagato, vi appiccicano alla giacca un adesivo di libera circolazione, vi sentite davvero degli ebrei perseguitati?
Dopo la benedizione del sindaco e del parroco, partenze in mascherina (chi ce l’ha, chi no, chi se la toglie subito: quando vedo che non l’ha quasi più nessuno, dopo 250 metri me la metto anch’io al braccio), differenziate di un quarto d’ora tra i due percorsi. In teoria ci sarebbe una minima dotazione obbligatoria per chi fa il lungo, ma non tutti abbiamo uno zainetto o marsupio per contenere gli attrezzi (il mezzo litro d’acqua sembra richiesta eccessiva, a fronte dei 4 ristori con acqua, talora anche tè e succhi, disposti lungo il percorso).
La gara breve è vinta da una vecchia conoscenza di queste parti, Rudy Magagnoli, in 37:07 con 40 secondi di vantaggio sull’altro ferrarese Mattia Bergossi (totale 96 uomini arrivati). Molto più lento il ritmo delle 31 donne, regolato da Francesca Moscardo in 47:09, due minuti sulla seconda Alice Munerato.
La vincitrice appartiene al GR Taglio di Po, località che nella storia si è rivelata fatale a Mesola: che quando fu fondata, a fine Cinquecento, era un’isola, avamposto sul golfo di Goro e Volano dove sorgevano i porti dello stato estense; se non che all’inizio del Seicento, quando il papa estorse Ferrara agli Estensi, i veneziani si vendicarono deviando il Po appunto nella località che fu chiamata “Taglio”, e mandando il fiume (foto 11, 15) con tutti i suoi detriti a ostruire i porti ferraresi, salvando però la laguna di Venezia (dove adesso, nel loro stile-piangina, piangono per l’acqua alta). Risultato, il Delta si espanse nella maniera che vediamo oggi dalle carte geografiche, creando un’infinità di paludi malsane da cui solo le grandi bonifiche tra Otto e Novecento (ben visibili durante il giro lungo) ci hanno salvato, favorendo il proliferare dei cervi e delle zecche loro ospiti abituali (una ha provato a mordere sul collo pure me, ma ha cambiato idea presto).
Più del doppio di tempo hanno impiegato i protagonisti dei 21 o meglio 23, che per almeno 7 km si svolgevano dentro il Boscone della Mesola, su sentieri e carrarecce, spesso con l’insidia delle radici emergenti (e con un clima che, all’interno del bosco di latifoglie, era ancora più pesante che nei tratti all’aria aperta). Ha vinto Giuseppe Del Priore dell’Edera Forlì in 1.23:55, con due minuti abbondanti sul “figlio d’arte” Fulvio Favaron tesserato Zola Predosa, e 8 minuti sul terzo, l’altro bolognese Christian Dall’Olio. Le 14 donne superstiti sono state regolate da una ferrarese ‘ariosa’, Elena Agnoletto da Formignana in 1.44:01, tre minuti su Giorgia Bonci da Russi, e addirittura nove sulla terza, Federica De Caria.
Sentiero ben segnato, e come detto da Corà in partenza, “nel dubbio tirate dritto”: sufficiente la presenza di addetti, con spade luminose nel finale, agli incroci più dubbi. Una sola perplessità ha attanagliato per pochi attimi il sottoscritto e la coppia di triatleti varesini che stavano con me, al km 17 dopo il suggestivo passaggio dalla torre di S. Giustina della foto 16: tirare dritto lungo il canale o tenere la sinistra seguendo certe lucine accese? La soluzione (suggerita dall’ultimo sbandieratore) era tirare dritto, poi tenere la destra a tutti gli incroci, rimanendo insomma sull’argine del canale, a battagliare con le zanzare fino alla risalita finale sull’argine del Po, quando i Gps avevano segnato da un pezzo il km 21 e invece mancava ancora qualcosa fino al traguardo che avevamo visto prima del tramonto (foto 6-7) e ora è illuminato come nella foto 17.

All’arrivo, ci aspettano acqua e birra ghiacciata, una medaglia di legno autentica (la mia ha venti cerchi), un sacchetto ristoro e la possibilità di una modesta risciacquatina negli adiacenti bagni pubblici, aperti ancora dopo le 21 (segno di civiltà, a differenza di quanto capita nelle città insigni dove se hai un certo bisogno devi cercare un cespuglio, e le poche fontanelle pubbliche sono in genere fuori uso).
E’ stata una faticaccia, ma anche l’occasione per conoscere delle aree cosiddette (ex) depresse, come Codigoro (foto 2-3) o la spiaggia di Volano, dove eravamo stati qualche settimana fa dopo la corsa di Pomposa. D’accordo, il mare non sarà quello di Sicilia o Sardegna, ma qua almeno i boschi non bruciano, e alle 9 di sera i 25 gradi possiamo anche considerarli una temperatura accettabile. E' stato anche l'addio alle mie scarpe, ormai scarpacce, Asics gel Pulse H, comprate nel 2015 da Decathlon che me le fece pagare 50 € contro gli 88 del listino; mi hanno accompagnato in 7 maratone, compresa l'ultima New York personale del 2016, e da ultimo nelle tre maratonine autogestite per prati e boschetti corse durante il lockdown di aprile-maggio 2020. Dalla foto 23 vedete che hanno già prestato il loro servizio: deo gratias, amen.

APPENDICE. 28 MARZO 2011. Giancarlo Corà e la rinascita della Maratona di Ferrara (cronaca d’epoca)

Molto nobile l’idea dell’attivissimo Corà, e del team che organizzava la grande maratonina di Ferrara, di subentrare alla vecchia e non meno gloriosa organizzazione della maratona di Vigarano (la cui decadenza cominciò proprio col trasferimento a Ferrara), che nel 2010 aveva gettato la spugna protestando, fra l’altro, contro la concorrenza sleale di Treviso (oltre che quella, meno prevedibile, di un turno elettorale). E se è destino che Treviso intralcerà sempre una maratona emiliana (nel suo gioco di squadra, più o meno voluto, con Roma: prima vittima, temporibus illis, fu Piacenza), era tuttavia giusto che una delle culle del maratonismo italiano e una delle regioni dalla pratica podistica più elevata e popolare ritrovassero la loro maratona, apprezzata non per i coloured strapagati ma per la partecipazione di noi ‘poveri’, dilettanti puri (al limite della risparmiosità e della taccagneria).
Dieci euro per l’iscrizione fatta fin dall’anno scorso (e ricordo Corà girare appassionato per tutte le manifestazioni in regione, a raccogliere moduli compilati), 30 euro come cifra massima pagabile alla vigilia, sono quasi da record ovvero da medaglia dei servizi sociali. Tanto più che la rinuncia a una data forte come quella di metà febbraio, che radunava migliaia di appassionati per la mezza e le gare minori non competitive, potrebbe aver privato gli organizzatori di un incasso certo, a fronte di spese per la maratona che sono indubbiamente elevate. Ad esempio il controllo del traffico, rigorosissimo quasi ovunque, ha visto impiegati centinaia di addetti e decine di vigili, polizia stradale e simili: e vada ad onore del team la frasaccia che ho sentito da un fighetto su auto di lusso, bloccata sui viali di Ferrara al nostro secondo rientro, verso mezzogiorno: “Dovreste correre alle 5 di mattina!”; e la risposta fiorita sulla bocca di un podista: “Alle 5 siamo a letto con tua moglie, corriamo dopo!”. A parte che alle 5 di stamattina (se non prima) ci eravamo davvero alzati, noi delle province limitrofe, complice l’inutile ora legale (i cui vantaggi sono paragonabili ai blocchi settimanali del traffico d’inverno, cioè lo zero virgola) e la situazione dei parcheggi ferraresi, non a ridosso della partenza.
Con tutto questo, alla fine la maratona registra 644 arrivati (su circa 800 iscritti; più i 1100 della maratonina), finalmente un italiano (modenese!) al secondo posto: molti meno dei 2200 di Treviso, ma un progresso rispetto ai 500 scarsi delle ultime edizioni 2008 e 2009 della Vigarano/Ferrara; e si consideri l’altra concomitanza della vicinissima Milano Marittima-Ravenna, che ha portato via altri 300 potenziali podisti, oltre alle maratone o “lunghe” minori organizzate in altre regioni. Evitata invece, una volta tanto, la concorrenza della frequentatissima maratonina e corsa regionale di Pieve di Cento, a 30 km.

Diciamo delle tante cose belle, che rendono comunque positiva questa esperienza: intanto, Ferrara è una città tra le più belle d’Italia, e il giro pressoché completo attorno alle mura, circondate da prati dove sgambavano jogger, giovani famiglie con bimbi e cagnetti; il costeggiamento dell’antico Po di Volano, su cui passeggiarono Ariosto e Copernico; l’arrivo dentro il Castello, sono cose che restano nel cuore.

Quanto ai ristori nostri, va elogiata la distribuzione su più tavoli lungo un centinaio di metri ogni volta; un po’ meno la qualità, perché se l’acqua abbondava sempre (e andava a spreco, in bottigliette troppo grandi), e non mancava una misteriosa bevanda idrosalina (abbastanza diluita!), la frutta (mele o arance) compariva solo dal 15, con biscotti dal color di cioccolato, l’uvetta verso il finale (salvo che non me l’avessero mangiata tutta i 460 che mi hanno preceduto!), banane mai. Regolamentari gli spugnaggi, salvo che al principio le spugne erano poche, più avanti venivano pescate da vaschette con acqua stagnante e sempre più marrone, dove non osavo nemmeno intingere la mia spugna personale. Molto abbondanti peraltro gli addetti, anche con passaggio al volo delle bottigliette. Buono il ristoro finale, dove finalmente compariva il tè mancato per tutta la corsa; da notare anche l’offerta del tipico pane ferrarese, purtroppo chiamato Italian Bread nella pubblicità del principale sponsor (il cui nome domina anche la medaglia). Più che adeguato, sempre rapportando al prezzo, il pacco gara, forte di una maglia tecnica a maniche lunghe (ma oggi, coi suoi 20 gradi, era il primo giorno dell’anno che ho corso in maniche corte!), alimentari (incluso aglio tipico!) e bagno schiuma che portavano molto su il peso.

Dopo il traguardo, molti colleghi cercavano le docce che ai tempi gloriosi erano sotto tendoni militari a cento metri dal traguardo (fatto che io ho sempre portato ad esempio, contro quelle maratone opulente che risparmiano sulla doccia); in mancanza di cartelli indicatori, li ho portati alle docce pubbliche della darsena, indicate sul sito, a 5-600 metri e sottodimensionate fin dai tempi della sola maratonina (mi ricordano, un po’ in meglio, le code che si fanno a Russi). Se non altro erano comode al parcheggio, che però si pagava (sia pure la miseria di un euro).

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Martedì, 27 Luglio 2021 00:24

Stelvio Marathon: quanto pesa un pettorale?

24 luglio -Tornare a scrivere di gare trail dopo 20 mesi fa sicuramente un certo effetto… A onor del vero la “mia“ Stelvio Marathon era quella dei marciatori con possibilità di utilizzo  dei bastoncini e senza classifica finale, per me una sorta di  warm up/giro di prova per capire quanto il ginocchio balordo, che al trail del Monte Casto 2019 e al successivo trail di Portofino aveva mollato, avrebbe tenuto, e dove sarei potuto arrivare.

Ventuno km e cento metri la distanza, 2.100 il dislivello positivo da Prato allo Stelvio al Rifugio Garibaldi, posto 90 metri sopra il passo stesso, giusto al confine tra Italia e Svizzera. Rifugio edificato negli anni sessanta sulle rovine del vecchio albergo svizzero bombardato durante la guerra.

Praticamente una lunghissima salita con forse un km tra falsipiani, e discesa quello che mi serviva per non stressare troppo le giunture in discesa.

http://podisti.net/index.php/in-evidenza/item/7470-prato-allo-stelvio-bz-4-stelvio-marathon.html

Vengo alla cronaca personale: partenza alle 7,15,con 45 minuti di vantaggio sui corridori veri, saremo ad occhio un 60 persone (58 all’arrivo), riscaldamento zero metri (tanto di marcia si tratta), allenamento di 12 km con 800 metri di dislivello, fatti con calma domenica scorsa. Partenza con un po’ di groppo in gola, ovviamente di corsa dietro al gruppetto dei primi 8/10 “ velocisti “, ma passano 300 metri e sono già in affanno. Meno male, inizia la salita, ma perché perdere il treno e farsi raggiungere subito dal gruppo? apri i bastoncini e tieni il passo dei tempi buoni, controlla che il Garmin sia partito, non quello da polso che mi ha abbandonato da tempo bensì quello cartografico da escursionismo che ho nella taschina dello zaino, estrai, controlla : ok funziona, hai fatto 600 metri e sei completamente fuori giri, respiri come un mantice e fra tre minuti a questo ritmo le gambe saranno fritte.

Calma e gesso: rallento e cerco di rimettere le cose a posto, ci vorranno un paio di km per inserire una velocità di crociera adatta alle mie possibilità, se qualcuno sorpassa nessun problema; il mio scopo è arrivare in cima in 7 ore e trequarti (tempo massimo), prima che si sbaracchi tutto.

Si sale in maniera decisa ma su un sentiero di tipo “ autostradale” alternato da tratti di strade carraie praticamente piatte, è in questa prima parte che si trovano gli unici tratti di discesa: appunto sulle menzionate carraie  anche il più accanito dei marciatori non resiste alla tentazione di correre, nemmeno io sfuggo alla regola e, se non proprio di corsa posso parlare, almeno un passo da riscaldamento riesco a tenerlo per alcune centinaia di metri, venendo staccato e sorpassato da corridori da 6’ al km dove agevolmente si potrebbe volare ai 3’50”; piccola soddisfazione la ottengo quando la carraia torna a essere sentiero, se non tecnico, almeno sassoso:  quel po’ di km fatti in passato mi permettono di recuperare terreno e posizioni su titubanti atleti/e dal passo non proprio sicuro. 

Si arriva al paese di Stelvio con un primo fornito ristoro e un gran tifo degli organizzatori e dei pochi spettatori presenti; sto bene e il motore adesso gira al giusto regime mentre le gambe non danno segni di ribellione. Affronto di nuovo la salita e cerco di godermi la sensazione di avere un traguardo da raggiungere su un sentiero di montagna con panorami che, pur se in parte nascosti dalle nuvole, ripagano dello sforzo fatto. Non sono in gara se non con me stesso e il mio ginocchio, e ho quel  “522” stampato su un foglio con il mio nome che mi sbatte sulla pancia appeso alla cintura elastica: ma quanto può pesare un foglio di carta?!

Secondo ristoro , mangio e soprattutto bevo visto il caldo e l’umidità, poi penso ai 35 gradi della pianura e mi rincuoro, estraggo di nuovo il gps: sono quasi 10 km in meno di due ore, una iniezione di fiducia; sono vicino a metà percorso e la  speranza di farcela in 6 ore mi concede 4 ore per i prossimi 11 km, che so essere molto più impegnativi di quelli già percorsi.

Se fino a qui avrei parlato, nei tempi andati, di una ecomaratona o tuttalpiù di un “trailino”, da qui in avanti la componente trail si farà più marcata con 5/6 km di vera arrampicata su sentieri finalmente tecnici e impegnativi come pendenza, con alcuni tratti “ valdostani“ su sentieri-non sentieri,  spesso su rocce, che mi hanno ricordato l’ascensione alla “Crenna dou  Leui“ che salendo dal Lago Chiaro attraversa la montagna per scendere al Colle della Vecchia poco dopo la metà percorso del “Tor de Geants”. 

Il sentiero monotraccia a mezza costa sale decisamente e numerosi sono i concorrenti competitivi che mi superano, concedendomi peraltro quelle soste di pochi secondi che mi hanno permesso di tenere a bada crampi sempre incipienti. A un punto di controllo chiedo a un giovane volontario del Soccorso Alpino quanto manca: 5 km, e 500 metri di salita, la risposta; anche se in realtà siamo solo 200 metri di quota sotto l’arrivo,  ma ci aspettano molti su e giù. Bene per i 5 km, meno bene per i 500D+ ; ma testa bassa, anche per il vento, e proseguiamo; al successivo punto di controllo i km rimasti sono tre e non credo assolutamente di essere salito più di 100 metri: o l’indicazione era sbagliata o mi aspetta un inferno di salita: fortunatamente la prima ipotesi era quella giusta.

Poco prima del termine della salita un gruppo nutrito di spettatori fa un tifo allegro e rumoroso incitando i concorrenti al leggerne il nome sul pettorale; ringrazio e svoltando per la montagna nell’ordine succede che: un vento fortissimo mi investe in pieno, in lontananza vedo le costruzioni del Passo Stelvio illuminate da un sole pieno in un raro momento di sereno, realizzo che ormai ce l’ho fatta, mi metto a piangere.

Mi aspettano poco meno di tre km che saranno tra i più belli che ho corso in 13 anni di trail: due anfiteatri immensi a picco sui tornanti che salgono al passo percorsi da un sentiero a mezza costa su un pendio fatto di sassi fini; e qui si sviluppa in me una sorta di dicotomia tra gambe e testa, le prime che essendosi risparmiate fino a quel punto vogliono correre; la testa che cerca di tenerle a freno perché tre km sono lunghi e mollarci adesso sarebbe sciocco. Risultato 100, 200, 300 mt di corsa e poi camminata per un paio di minuti, e via di nuovo 100 metri e stop fino al secondo anfiteatro che è in salita. Qui la testa ha la sua rivincita: “te l’avevo detto! “.

Altri 10/12 minuti e ci siamo: mancano meno di 500 metri: testa , gambe, chi scrive di nuovo con le lacrime agli occhi, tutti d’accordo, tolgono i freni andiamo a passare il traguardo in 5 ore e 2 minuti. Non chiedevo tanto.

Marina, come sempre , mi aspetta al traguardo: tutto a posto!

Se qualcuno mi leggerà, spero non resti deluso da questa, non cronaca di una gara ma resoconto di una esperienza che ha suscitato in me sensazioni raramente provate prima: confido di non aver annoiato.

 

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18 luglio - Si è corsa la prima edizione della Campitello Matese Run in the Sky, un’edizione caratterizzata dal maltempo, ma soprattutto dalla passione e dalla voglia di rimettersi in gioco dei tanti runner accorsi ai nastri di partenza. A quota 1500 metri e in condizioni meteo avverse, si sono presentati 70 atleti, giunti dal Molise, Lazio, Abruzzo, Puglia e Campania. 

 

“Un successo, se pensiamo alle condizioni atmosferiche degli ultimi due giorni. Per fortuna abbiamo avuto una tregua durante l’arco della gara”, ha dichiarato Andrea Fontanella, presidente dell’Asd Stabiaequa Half Marathon al termine della gara, che ha, poi, aggiunto: “E’ stato bello vedere tanti atleti felici alla partenza e al traguardo. Alcuni atleti erano particolarmente commossi all’arrivo, sintomo che il ritorno alle corse è stato un momento importante per staccare dai brutti momenti che abbiamo vissuto”.

 

La gara è stata molto apprezzata per gli scenari spettacolari in cui si è corsa, per un percorso mai banale e sempre ricco di scorci. Basti pensare che i runner hanno goduto della compagnia di cavalli e mucche mentre correvano sul manto erboso del pianoro. Nel dopo gara, gli atleti e tutti i presenti hanno apprezzato la presenza degli stand sportivi dei vari sponsor.

 

La gara di 9,5 Km su percorso misto (campestre, strada, trail) è stata vinta da Mario Capuani dell’Atletica Venafro nel tempo di 35’53”, seguito dal compagno di squadra Nawratil Andrea (36’44”) che ha battuto di qualche secondo Volpacchio Nicola della Podistica Avis Campobasso (36’48”). Per le donne, la prima al traguardo è stata Bornaschella Anna dell’Atletica Venafro (45’17”), seconda Evangelista Francesca della Gruppo Sportivo Virtus (51’22”) e terza Polsinella Anna Felicita della Pol. Ciociara Antonio Fava (52’55”).

 

Ricchi premi per i vincitori assoluti e di categoria maschili, premiate tutte le donne al traguardo, sia della competitiva che della scarpinata a passo libero.

La gara è stata organizzata dalla Asd Stabiaequa Half Marathon, in collaborazione con il Comune di San Massimo (CB) sotto l’egida della UISP Sport per Tutti, che hanno già dato appuntamento al prossimo anno per la seconda edizione.

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Domenica 30 maggio, la voglia di uscire, di riassaporare quello che è stato e che spero sia ancora il mio mondo sportivo al quale sono più legato e appassionato, ovvero l’Atletica e la corsa su strada, mi ha spinto per via: così ho deciso di recarmi a Ravenna per seguire e vedere questa prima edizione della Ravenna Music Race sotto l’egida del Ravenna Runners Club e l’abile guida del patron Stefano Righini.
Un’uscita che fa seguito ad una sorta di aperitivo che mi ero preso, con una apparizione all’Autodromo di Imola per seguire le fasi finali del Campionato Italiano della 100 km, memore in quel luogo di tanti ricordi che andavano dal giro dei Tre Monti alla Staffetta 3 x 5000.
A Imola vi erano gli appassionati dei lunghissimi, questa volta voglio vedere come riparte il podismo di più corta distanza. Sono quindi partito di buon mattino per arrivare nella zona Darsena di Ravenna, e già i primi avvistamenti erano molto positivi, ma non voglio fare il solito racconto abituale “sono arrivato, ho visto, salutato e altro”, ma delle constatazioni sull’organizzazione, sulle modalità di esecuzione in base alle vigenti regole di sicurezza dettate dall’Unità Sanitaria in base alla pandemia che ci ha colpito.
Vado a ruota libera, in primis complimenti a tutti i partecipanti, ho visto tutti, ma dico tutti, con relativa mascherina sul volto ben messa, poi le partenze tutte ad ondate, in primis le due della competitiva, poi quelle della ludico motoria tutte ben distanziate tra di loro per tempi e anche per distanziamento nell’area del via con centinaia di segni sul terreno che assegnavano a tutti il posto dove porsi e relativo spazio da osservare.
Ritiro pacco gara, ristori come da regole di sicurezza igienica ben fatte, ma vengo alla chicca che ho visto nella zona arrivo, diversa sia pur vicina a quella di partenza: due gentili e brave signore dell’organizzazione con il disinfettante che irroravano le mani degli arrivati, in più a tutti (chi la voleva) veniva data una mascherina chirurgica omologata, molti l’hanno presa e alcuni hanno pure gettato la propria che avevano con sé, nelle scatole appositamente predisposte.
Non vi racconto della parte tecnica dell’evento che, tra l’altro divenuto sotto l’egida Fidal solo negli ultimi giorni o al massimo da una o due settimane, onde evitare misurazioni e controlli di vario genere che in un momento di grandi difficoltà economiche sono solo un sovrapprezzo che non è possibile pagare, non era certamente di 10 km ma sicuramente di almeno 400-500 metri in più.
La gara per gli amanti della competizione è stata vinta per distacco e piuttosto nettamente da Yassine El Fathaoui e Luisa Spagnoli, ma di questo troverete ampia informazione e relativi risultati sui comunicati ufficiali e su questo magazine.

http://podisti.net/index.php/in-evidenza/item/7259-ravenna-1-ravenna-music-race.html


Un cordiale saluto a tutti e ben ritrovati.

 

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È stata una bella idea l’assegnazione dei campionati italiani master sui 10 km a Paratico, sulla sponda meridionale del lago d’Iseo: non solo per le doti della società organizzatrice, tra le più forti non solo della Lombardia, ma di tutta Italia, come mostrano i titoli nazionali documentati dalla lussuosa brochure di 72 pagine preparata per l’evento (cui si aggiunge l’ennesima vittoria individuale del dottor Menegardi nella vigilia a Imola), ma per la bellezza della zona, giustamente decantata nella presentazione dalle massime autorità federali (da Stefano Mei a Gianni Mauri) e civili.

Per un campionato nazionale, con partecipazione prevista a quattro cifre (come mi aveva anticipato qualche settimana fa Christian Mainini, responsabile Fidal dell’evento) sarebbe stato certamente più comodo quell’allestimento in vitro, e lasciatemi pur dire squallidino, che va di moda adesso, nelle piste degli aeroporti o degli autodromi o dei quartieri industriali delle città, deserti la domenica (così da ‘corrispondere’ alla più insulsa delle prescrizioni anti-Covid, il divieto di spettatori lungo le strade).

Invece Paratico (cittadina che guarda dall’alto quasi tutto il lago, teatro di una vecchia e affascinante maratona in cui casualmente scarpinai col gruppo dei parlamentari maratoneti) ha scelto, per questa edizione speciale del Grand Prix del Sebino, le sue stradine tortuose e in parte strettine del centro storico, con un dislivello complessivo attorno ai 30 metri per ognuno dei tre giri, esattissimamente misurati: opzione in cui si specchia il presidente Ezio Tengattini, atleta vero più volte ritratto in corsa da Roberto Mandelli per queste pagine.
Per ridurre l’assembramento, siamo stati divisi in quattro batterie di circa 400 partecipanti l’una, dalle 9 alle 12,30: e la categoria dei vecchiardi in cui mi trovo fatalmente intruppato ha scontato la levataccia (per l’anticipo della partenza dalle 10,15 alle 9.00, anzi 8,59) con la soddisfazione estetica di correre insieme alle donne e addirittura con l’azzurrabile olimpica Sara Dossena (che personalmente è riuscita a doppiarmi, completando il suo terzo giro proprio mentre stavo concludendo il secondo: ci sta, visto che ho quasi il doppio dei suoi anni…).  A differenza di tanti altri sport, il podismo ha di bello anche che tu puoi gareggiare gomito a gomito coi mostri sacri.

La partenza della gara Femminile e Over70 Maschile

In effetti venivamo da tutta Italia, sebbene ovviamente i residenti nel Centro-Sud (anche da Puglia, Calabria ecc.) fossero in numero minore rispetto ai settentrionali, peraltro da tutte le longitudini comprese quelle friulane: tra i lombardi, faccio la conoscenza (mediata da Mandelli, che con lui corse la London Marathon nel giorno in cui Juliano perpetrò il famoso fallo su Ronaldo...) con Edilio Minetti, presidente dell’Athletic Club Villasanta, che malgrado i suoi tre anni in più mi rifilerà (come previsto) quasi 5 minuti. Parecchi gli emiliani, con tutte le società più rappresentative a cominciare dai plurititolati del Casone Noceto, del Minerva, Gabbi, Castel San Pietro, della Corradini e così via: e ai bordi, c’è un triplete reggiano non male, col citato Mainini a sovrintendere, Roberto Brighenti a intrattenerci al microfono (la sua nuova metafora, prima del via, è “allacciatevi le cinture!”), Morselli a fotografare col suo cannone e prendere appunti per le cronache che usciranno quasi in tempo reale.

Già un’ora avanti il primo sparo, si fatica a parcheggiare l’auto a meno di 500 metri dal ritrovo (mi sarebbe parso utile segnalare la zona del vecchio campo sportivo sotto la chiesa, che invece sfruttiamo in pochissimi).

Ampio e confortevole il parco dove si svolgono le formalità di ritiro dei pettorali e gli altri riti usuali (salvo che manca un deposito borse), ben disciplinato l’accesso al box di partenza. Siccome comanda la Fidal, qui si va col gun time, sebbene, causa la larghezza stradale di 6/7 metri max, gli ultimi di ogni griglia impieghino una quindicina di secondi a passare sotto lo striscione. Dopo un breve lancio quasi in piano, comincia la prima salita verso la parrocchiale, punto più alto del tracciato a circa 220 metri (sui circa 207 della partenza), dopo di che si svolta a sinistra per una stradetta divisa in due dato che dopo 250 metri impone un giro di boa a 180 gradi. Da qui, breve salita e poi prevalenza di discesa, fin che (direbbe Dante, qui evocato in numerosi murales) “noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto”, perché raggiunto il punto più basso a circa 190 metri, dopo 2700 percorsi, abbiamo quello che Brighenti chiama “mangia e bevi”, ma noi che lo percorriamo tre volte definiremmo piuttosto “muretto”: in 300 metri lineari si sale grosso modo di 26 verticali, niente di drammatico sebbene qualche collega di ambo i sessi li faccia di passo.

Ma è il bello di questa gara, e lascia pure che il cardiof segni 178, tanto si deve morire tutti (e comunque non si muore per così poco). Due curve, ed ecco il tappetino che segna la fine di ogni giro, mentre Brighenti continua a snocciolare, senza bisogno di appunti, dati biografici per ciascuno di noi.

Molto bella e ricca la medaglia, consegnata all’arrivo con il sacchetto dei ristori più immediati; non vedo rubinetti o fontanelle, e siccome docce e spogliatoi erano programmaticamente esclusi, ognuno degli arrivati si arrangia come può, o all’aperto o sull’auto propria. Per fortuna, la temperatura è ideale, e anzi la brezza ci asciuga da sé il sudore.


Le classifiche, categoria per categoria, appaiono online poco dopo, presto accompagnate anche dai punteggi validi per la classifica di società (che però non vedo pubblicata sul sito Fidal: serve per le nostre rivalità stracittadine…). Come avete già visto, i risultati sono di eccellenza: lasciando stare la Dossena, al momento su un altro pianeta coi suoi 3:30/km

http://podisti.net/index.php/in-evidenza/item/7237-35-33-per-sara-dossena-a-paratico-bs.html

il livello complessivo è significativamente mostrato dal fatto che, correndo ai 4’/km, negli M 40 (dove il primo ha filato ai 3:06) non ci si piazza nei primi cento; e il vincitore M 70 ha corso sui 4:07”!

http://podisti.net/index.php/in-evidenza/item/7239-paratico-bs-campionati-italiani-master-uomini.html

In somma, una bella esperienza, un bel ritorno all’agonismo: ha scritto Mei che “le strade devono tornare ‘nostre’; di chi le ama; di chi nella fatica trova gioia e soddisfazione”. Per chiudere col Presidente: è stata “una giornata di festa e di rinascita”. Non fosse per la notizia luttuosa che ci raggiunge dal vicino Mottarone: ripenso a quando ci salivamo per la strada del lago d’Orta che in cima scollina appunto per Stresa, con un passaggio di noi maratoneti proprio nel parco d’arrivo della tragica funivia.

Ci si chiede perché cose del genere debbano succedere nel primo Paese turistico del mondo. Piangendo, rifugiamoci ancora in Dante, che angosciato chiede al sommo Giove se, in tanta indicibile disgrazia, dobbiamo aspettarci “alcun bene in tutto dell’accorger nostro scisso”.

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15 maggio - Questo fine settimana sarà ricordato come il primo di una grande ripresa del nostro sport, che ci auguriamo possa godere di una “progressione esponenziale”: terminologia purtroppo sentita, fino a poco fa, solo per notizie luttuose, e invece questa sembra che sia la volta buona per far tacere i cornacchioni iettatori dello “state a casa” e permettere di ritrovarci gradualmente, con le precauzioni dettate dalla ragionevolezza e dalla scienza, non dal terrorismo antisportivo, invidioso e squalificato dei pantofolai divanisti.
Un sabato e domenica dove (a parte il successo mediatico e tecnico, un po’ in vitro anzi “in bolla”, della maratona di Milano) i trailer si sono sparsi per mezza Italia, in competizioni storiche o comunque affermate come quelle di Cantalupo, Arco, Tarsogno ecc., e in gran numero anche al meraviglioso e non proibitivo Chianti Ultra Trail, su una distanza massima di 73 km con 2700 metri di dislivello, e tre altre lunghezze di 42 (+1400), 20 (+800) e 15 (+570).
I classificati in questi quattro percorsi superano gli 800, cui va aggiunto un numero non definito di quanti, iscritti già dal 2020 alle gare non competitive, si sono trovati la loro corsa cancellata (dato che l’omologazione Uisp e Coni prevedeva solo gare agonistiche), ma non hanno saputo rinunciare alla gioia di mettersi ugualmente le scarpette calpestando le meravigliose strade bianche e gli stupendi sentieri tra vigneti, uliveti e filari di cipressi che caratterizzano questo angolo d’Italia tra i più amichevoli che ci siano: non a caso, scelto per altri percorsi in natura come l’Eroica di Gaiole e il trail di Castelnuovo della Berardenga (territori adiacenti al nostro e nei quali il giro di oggi ha sconfinato).

Dire che Radda (di cui fu podestà anche Francesco Ferrucci, l’eroe ricordato dall’inno di Mameli) sia un borgo tra i più belli d’Italia è vero in assoluto, ma fa torto ai tanti altri borghi del Chianti e della Toscana tutta, dove la dolcezza del paesaggio si sposa a un diffuso rispetto per l’ambiente, alla tutela dei valori agricoli e di quanto ne deriva, in un’armonia da perenne Rinascimento che ti soddisfa i cinque sensi. Chi volesse seguire le orme di Sting, di Mike Jagger, di Richard Gere, Harrison Ford, Madonna, George Clooney e altri che si sono fatti la casa da queste parti, sappia che nel centro di Radda, vicinissimo al palazzo “Flatiron”, è in vendita una torre antica con appartamento adiacente… ma pure altre abitazioni alla portata di podista.
Ma veniamo a noi. Riuscire a correre il CUT non è semplicissimo: l’annullamento dell’edizione 2020, una prima data posta al 20 marzo 2021 che si era dovuta pure cancellare, col rinvio alla data di riserva del 15 maggio di tutte le iscrizioni già perfezionate, aveva fatto apparire le scritte “Sold out” e “Waiting list” da parecchie settimane: per fortuna mi hanno ripescato un mese fa, e sono riuscito a tornare da queste parti, sicuro che qui non ci si sbaglia mai. Da un collega podista apprendo che gli avevano fissato la vaccinazione l’altro ieri, ma lui ha preferito rinviarla piuttosto che perdere quest’occasione! E come lui, tanti altri sono scesi qui, da Rimini, perfino da San Martino in Rio (conoscenti di Morselli!), da Trieste, da Concorezzo, anche solo per non rinunciare ai personali 15 o 20 km in natura.

Mancano ancora quei favolosi pasta-party per cui i toscani sono i primi al mondo: ma torneranno, e nel frattempo le nostre tagliatelle al cinghiale, il riso al Chianti, le grigliate miste ce le gustiamo a piccoli gruppi, magari sotto le volte dei camminamenti medievali, mettendoci qualcosa indosso perché a 500-600 metri l’arietta di primavera si fa sentire.

Il consueto rispetto delle norme sanitarie (che col podismo ha dato risultati eccellenti: non credo di essere semplicemente baciato dalla fortuna se da settembre a oggi ho corso, dal Piemonte al Friuli, dall’Abruzzo all’Umbria alla Toscana, quattro maratone, tre ultratrail, una ultramaratona, un giro a tappe, due maratonine e varie distanze minori, senza mai beccarmi un raffreddore) qui prescrive il ritiro dei pettorali ad orario prefissato (per fortuna, con tolleranze se non c’è affollamento: così la nostra amica Natalina, letteralmente fermata per strada dai tanti che la conoscono, riesce a ritagliarsi un orario tutto suo).
Poi ci sono le partenze scaglionate: dalle 6 in poi, un’ora per ogni tipo di gara, e al suo interno distanziamento di 5 minuti, e comunque partenze anche individuali, a cronometro, entro il proprio spazio, con mascherina nei primi 500 metri. Ancora una volta, San Chip, alla faccia del bacucco gun time, e di quei giudici-arbitri di cui, finita la nostra fatica, sperimenteremo a sera uno splendido esemplare vedendo in tv quel certo derby d’Italia... Nel podismo si sa che chi arriva davanti è più forte, almeno quel giorno, di chi gli arriva dietro, e nessuna diarchia di ducetti impuniti riuscirebbe a rovesciare i valori sanciti dal campo. La mia vecchiaia mi porta in mente quanto scrisse Gianni Brera di Keith Aston, arbitro inglese della mattanza di Cile-Italia 1962: il suo comportamento esclude che fosse venduto, perché gli arbitri venduti la fanno più da furbi.

Ma non intristiamoci: per chi punta a godersi la giornata (di splendido sole, ancora una volta alla faccia dei meteo-astrologi: ne profitto per indossare la maglietta bianca leggera ricevuta al Monte Maggiore Ultratrail, Toscana, 1.3.2020, prima domenica del disastro), i km scorrono più lieti se consumati in compagnia di amici di vecchia data o conosciuti in questa occasione: fino al primo ristoro nel centro di Vagliagli ci sveleremo tutte le reciproche conoscenze con una Michela valdostana (anzi, da Villair di Quart, vicino agli Ottoz e alla Bertone); poi sarà il turno di un trio che, quando lo raggiungo, sta commentando ammirato la stupenda foto di Roberto Mandelli che ritrae un Calcaterra ‘ecologista’ al Parco Nord di Milano. Uno dei tre è quell’Alessio già compagno di fanghi nella Ronda Ghibellina a gennaio, e mi trasmette i saluti per la Natalina che sta correndo intrepida i 73 km.

Dopo una ventina di km viene il secondo ristoro, preannunciato da bottiglie di Chianti (purtroppo chiuse) a Poggio San Polo, sul lembo di una meravigliosa vallata a vigneti: e qui c’è l’enfant du pays Morellino, la cui allegria e le simpatiche considerazioni anti-Suine non hanno freni e vengono trasmesse in diretta whatsapp a Mandelli.

Il disegno del percorso ricorda un lupo in piedi sulle zampe posteriori: fatto il periplo del corpo (Vagliagli era la zampa posteriore sinistra) giungiamo al collo del km 25, nei pressi di Radda e della mirabile chiesetta antica di San Giusto in Salcio. Da qui si affronta la testa del lupo partendo dal sottogola, con le ultime quattro salite in 17 km (contro le tre della prima parte, sempre su e giù fra i 300 e i 530 metri). Attraversamento dell’altro meraviglioso borgo di Vertine (zona-Eroica), prezioso punto-acqua (un rubinettino pubblico) col sole che per noi tardoni picchia in verticale, ora in compagnia di una quasi compaesana e forse mezza parente, Alessandra da Carpi che, olim iscritta ai 20 non competitivi, mentre il marito sta correndo i 73 non è rimasta in albergo e i 20 li fa comunque.
Insieme si arriva al temuto cancello della stupenda villa di Vistarenni al km 36,5; e sebbene un fotografo faccia lo spiritoso dicendoci che mancano 10 minuti al tempo massimo, il tappetino-chip sentenzia che abbiamo due ore e c’è tutto il tempo di sedersi nel parco a consumare in calma il ristoro (come negli altri, acqua gassata e cola in bottiglie sigillate, formaggio, frutta e cibarie in buste chiuse).
E via per l’ultima galoppata (vabbè, a passi tardi e lenti come Petrarca), separandoci dai 73 che invece vanno su per “il Muro”: a noi tocca una dolce discesina, poi le due salite rimanenti, di nuovo in compagnia con gli eroi del lunghissimo: l’ultima, traversando una stupenda tenuta vinicola e infine la casa del Chianti, in un affascinante ex convento sistemato dai vari Ricasoli e Ginori, è la più dura, 100 metri terrosi da rimontare in 2 km. Ma Radda è lì, la voce dello speaker Fabio Fiaschi, presidente toscano e artefice di tante belle gare, ci conforta ed esalta.
Originale e bella la medaglia, e ci possiamo permettere di addentare persino i panini al prosciutto del ristoro finale. È finita… purtroppo, per noi delle distanze minori: mentre quelli dei 73 arriveranno fino alle 20, col cielo che dolcemente si oscura in un sabato chiantigiano da favola.

I chip di Endu fanno rapidamente il loro dovere, e le classifiche sono immediate.
Per i due percorsi maggiori si veda il report istantaneo che Mandelli ha ottenuto dalle due ragazze sue conterranee. http://podisti.net/index.php/cronache/item/7216-una-bottiglia-di-chianti-per-rifarsi-delle-tante-salite.html#!09.05.2021_Radda_in_Chianti_Ultra_Trail_0001_

Sui 15 km +570 m (113 arrivati) vincono Luca Rosi in 1.06:40 e Martina Brustolon in 1.13:24; sui 20 km + 800 m (189 classificati) Michele Meridio in 1.24:12 e Giulia Zaltron 1.48:43.

Ma abbiamo vinto tutti, fino ad Angiolino Zanardi, veronese, che in 13h55 chiude la giornata.

Che molti di noi proseguono riservando l’indomani a escursioni turistiche: personalmente mi dedico a varie abbazie, da quella vicina di Coltibuono a quella, già oltre i limiti della provincia, di Vallombrosa, ricca di fascino e di cultura, nonché teatro di una storica corsa “del trenino”. In Toscana, c’è sempre qualcosa di bello da vedere, da fare, da correre.

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Radda in Chianti, 15 maggio - Oggi dopo tanto tempo ci si rimette un pettorale.
Distanza scelta 42km, la nostra amata REGINA, ma inserita in un fantastico Chianti Ultra Trail dalla distanza massima di 73 km e altre più fattibili di 15 e 20 km, con quasi un migliaio di partecipanti che hanno riempito questa graziosa cittadina appollaiata in cima a un colle.

Percorso mozzafiato, scandito da salite discese e… salite salite salite. A noi maratonete sono toccati 1400 metri da salire e discendere (ma gli ultimi 3 km erano la salita più dura!), per chi ha corso i 73 km c’erano 2700 metri verticali.
Un ottimo battesimo per chi per mesi ha corso non più di 30 km. Ombretta 48^ (e quarta donna) in 4.23:26, Anna 94^ in 4.55:18: su 269 classificati, regolati là davanti da Patrizio Curti (3.17:13) e la spagnola Angels Llobera (4.01:27) molto davanti alla seconda Giulia Petreni (4.16:00).
Ottima organizzazione e solito grande spirito dei toscani!

Io e Anna come premio finale ‘autogestito’ ci siamo sciroppata un'ottima bottiglia di Chianti. Ma poi siamo tornate in zona traguardo per festeggiare la più forte di noi, Daniela Viccari (Bergamo Stars), partita un’ora prima (alle 6 di mattina) e giunta poco dopo le cinque della sera, 162^ assoluta in 11.19:56, lasciandosi dietro quasi 80 concorrenti (236 i classificati) in una gara vinta da Luca Manfredi Negri in 6.21:30 e, tra noi donne, da Giulia Vinco in 8.01:29.

Adesso che si ricomincia, arrivederci a presto!

Radda-in-Chianti-Ultra-Trail

 

 

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Sabato, 15 Maggio 2021 21:47

Arco (TN) - Garda Trentino Trail

GARA DA RECORD CON JUNG, BELOTTI, VASINOVA E MORITZ AUF DER HEIDE; GIOIA PER 1.300, IL TRAIL DI GARDA E LEDRO SEGNA IL RITORNO ALLA NORMALITÀ

15 MAGGIO – La 6a edizione della Garda Trentino Trail segna un grande successo organizzativo (1.300 iscritti), l’apertura ufficiale della stagione turistica nel Garda Trentino, e come primo grande evento outdoor in campo nazionale scandisce soprattutto un importante passo verso la normalità. E con quasi le lacrime agli occhi lo ricorda la campionessa del mondo Valentina Belotti al termine della vittoriosa cavalcata nella gara più corta di 11 Km. “Qui sul Garda la vera vittoria è stato tornare a respirare un’atmosfera di normalità - le sue parole al traguardo -: è impagabile ritrovarsi in albergo la sera prima dell’evento, cenare e passare del tempo con amici e colleghi. La vittoria è preziosa, ma oggi c’è un altro motivo per essere felici. Sono emozionata”. E a rendere ancora più speciale questa giornata è stata la massiccia presenza di atleti stranieri, alcuni di altissimo livello agonistico. È la conferma del ritorno alla normalità in territori come il Garda Trentino e Ledro, da sempre ad alta vocazione turistica internazionale, commenta il presidente GTT Matteo Paternostro.

A trionfare nel Garda Trentino trail 2021 è stato il l’altoatesino Daniel Jung: il fuoriclasse trentasettenne di Naturno è il primo della storia a chiudere i 62 Km con 3.800 metri di dislivello della distanza maggiore sotto le 6 ore, fermando in cronometro sul tempo di 5:58’24. La vittoria femminile è invece andata alla bergamasca Chiara Galli.

La minaccia della pioggia non ha intimorito i partecipanti alla gara disegnata attorno ai tre laghi di Garda, Ledro e Tenno, che in questo 2021 ha saputo regalarsi un triplo record: quello degli iscritti, quello del vincitore e quello relativo alla presenza di molti big stranieri, con il tedesco Moritz Auf der Heide e la ceca Marcela Vasinova su tutti.

Appena il tempo di lasciare Arco, alle 7 di mattina, e Jung ha imposto un ritmo forsennato, involandosi già sul sentiero della Ponale per raggiungere in testa il Lago di Ledro e quindi aggredire senza esitazione le rampe che sfiorando il Monte Cocca conducono ai 1721 metri di quota di Bocca Saval, il punto più elevato del tracciato. Il tratto in quota sul Sentiero della Pace fino al Rifugio Nino Pernici ha preceduto la prima discesa importante che l’ha condotto al Lago di Tenno, dove i sentieri sono tornati a salire verso il Monte Calino e la Bocca di Tovo, ultima asperità prima della picchiata verso Arco. Consapevole di essere perfettamente in linea per l’impresa, il venostano si è concesso a pochi metri dal traguardo una sosta per baciare la fidanzata Christine. “Le avevo dato appuntamento per le 13 al traguardo, ma con le ragazze è sempre meglio essere in anticipo e ho sfruttato quei secondi di margine per donarle il bacio della vittoria”.

Ed anche il vantaggio nei confronti degli avversari era di tutta sicurezza: alle sue spalle secondo posto per l’altro bolzanino Ivan Favretto (6:06’35), fresco vincitore del Trail degli Abati (Abbotts Way)  mentre sul terzo gradino si sono accomodati a braccetto il tedesco Benjamin Bublak ed il sudtirolese Philipp Ausserhofer, appaiati dopo 6:09’15 di gara. Appena alle loro spalle, quinto tempo per il trentino Christian Modena (6:13’11) e sesto per il campione uscente Manuel Bonardi (6’20’09).
Una gara fantastica, passare in un nulla dal Lago di Garda a quasi 2000 metri è qualcosa di speciale e la salita verso il Rifugio Pernici è stata davvero tosta - ha raccontato al traguardo Jung - ho voluto spingere a tutta, sapendo che la concorrenza era temibile ed è stata la tattica giusta. È bello poter essere protagonisti di una giornata così, allestita alla grande ed in un contesto davvero eccezionale”.

Vittoria bergamasca invece nella gara femminile. Il merito è stato tutto della trentatreenne Chiara Galli che con soli tre anni di attività alle spalle ha saputo conquistarsi un posto sul prestigioso gradino più alto dopo 7:46’42 di fatica. "È stata una gara tosta, ma veramente esaltante, sin dal via. Il tratto iniziale fino a Riva del Garda e poi il sentiero del Ponale sono davvero suggestivi; nelle ultime salite ho pagato lo sforzo, ma non posso che ringraziare chi si è impegnato per organizzare una gara così”.

Pochi minuti dopo di lei, il podio femminile si è completato con il secondo posto della trevigiana Cristiana Follador (7:59’31) ed il terzo della piemontese Chiara Boggio (8:02’52).

GARDA TRENTINO RUN

La bresciana della Val Camonica Valentina Belotti e l’altoatesino Lukas Messner sono stati i primi a tagliare il traguardo di giornata, al termine degli 11km con 600 metri di dislivello della “minore” delle quattro distanze in programma.

Belotti, un oro e tre argenti ai Mondiali di corsa in montagna negli ultimi anni, si è presentata sul rettilineo conclusivo dopo 1:04’48 - diciannovesimo tempo di giornata - al termine di una prova solitaria che le ha permesso di precedere la torinese Chiara Bertino (1:10’53) e la vicentina Alice Casali (1:13’47). "È stata sicuramente una gara tosta – spiega la vincitrice -: in discesa non sono un’aquila e proprio per questo posso dire che il tracciato era preparato alla perfezione. Grazie davvero agli organizzatori: hanno saputo allestire una gara fantastica e per farlo, oggi, ci voleva tanto coraggio, bravi”.

È durata poco più di 53’ invece la gara del pusterese Lukas Messner (53’04 il suo tempo) che si è così accomodato sul gradino più alto attorniato dal piemontese Andrea Negro (54’50) e dal bergamasco PierLuca Armati (55’15). “Sono abituato a distanze maggiori - sono le parole di Messner - ma dopo la frattura alla caviglia del 2020 ho voluto riaffacciarmi su una prova più corta: le sensazioni sono state buone, la temperatura perfetta: posso dirmi molto soddisfatto e credo che dopo questa prova la mia stagione possa solo crescere”.

Tra i protagonisti della Run anche il trentino Marco De Guelmi (18° assoluto), gestore del Rifugio Nino Pernici, fondamentale punto di appoggio per il tracciato principale del Garda Trentino Trail. Pregevoli anche le prestazioni del sindaco di Arco Alessandro Betta (42°) e del suo assessore allo sport Dario Ioppi (59°).

TENNO TRAIL

La firma è di quelle prestigiose: il tedesco Moritz Auf Der Heide è il vincitore dell’edizione 2021 sulla distanza di 28 chilometri e 1700 metri di dislivello. Il trentatreenne della Westfalia, campione nazionale tedesco nel 2018, ha chiuso la propria fatica dopo 2:10’40 di gara, con poco meno di 3’ di margine nei confronti dell’ex azzurro Emanuele Manzi (2:13’27), atteso sul traguardo dalla moglie Valentina Belotti; terzo posto quindi per il parmense Alessio Gatti (2:18’17). “Una giornata perfetta - il commento a caldo di Auf Der Heide - una gara speciale in un territorio di grande fascino. È stata dura, ma in queste condizioni e con questa organizzazione anche faticare è un piacere”. Il suo tabellino di marcia è impressionante: in 44 gare ha ottenuto 15 vittorie e 27 presenze sul podio.

In chiave femminile l’emozione del successo ha incrinato le parole della veronese Sofia Toniolo, studentessa di matematica della Valpolicella che con il tempo di 2:47’31 si è regalata un’inattesa vittoria davanti alla trentina Elena Sassudelli (2:55’57), seconda e seguita al traguardo da Claudia Sieder (2:56’21).

LEDRO TRAIL

Tre ore e trenta minuti tondi tondi: è il tempo che il bergamasco Luca Arrigoni ha impiegato per trionfare nel Ledro Trail con i suoi 42 chilometri e 2500 metri di dislivello, una gara che per sua stessa ammissione è “veramente stupenda con la partenza sulle sponde del Lago di Ledro ed una salita iniziale verso Bocca Saval degna di un vertical. Gli organizzatori meritano davvero un plauso: si tratta di una vittoria davvero cercata, la volevo e l’ho ottenuta”. Al successo di Arrigoni hanno risposto i piazzamenti da podio di Francesco Lorenzi (3:36’10) e del tedesco Marcel Höche (3:43’41) mentre nell’albo d’oro femminile ha debuttato la bandiera della Repubblica Ceca per merito di Marcela Vasinova, trentaduenne di Brno, di casa a Salisburgo, che ha dominato la corsa in rosa in 4:11’51. “Mi sono goduta ogni singolo metro della gara, organizzata molto bene e con un tracciato davvero spettacolare – il suo commento -. Per me si è trattato della prima gara della stagione e credo che sia un segnale bellissimo per ripartire dopo mesi tanto complicati”.

Commozione e felicità hanno accompagnato l’arrivo di tutti i partecipanti di questa edizione da record: nel settembre 2020 il comitato organizzatore coordinato dal presidente Matteo Paternostro aveva potuto e saputo prendere confidenza con il protocollo di sicurezza, un’esperienza che pochi mesi più tardi ha saputo esaltare una manifestazione diventata autentico riferimento per il panorama italiano e non solo. E di fatto ha segnato una svolta verso il ritorno alla normalità per lo sport italiano. E alla premiazione Matteo Paternostro ha ringraziato il presidente della Fidal del Trentino Dino Parise per il supporto ricevuto: la Federazione ci è stata vicina e ci ha accompagnato nella definizione dei protocolli con un lavoro insostituibile. Merito del successo di oggi e proprio della Fidal. Ringraziamenti anche all’assessore allo Sport di Arco Dario Ioppi oggi protagonista anche come concorrente

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Il 12 settembre scorso, quando nella stessa località si svolse la prima gara competitiva di tutta la regione dopo sei mesi e mezzo di buio, mi auguravo che “il coraggio di ripartire” mostrato da questo comune giovane e a misura di gioventù, ma anche accogliente per noi vecchi podisti, fosse seguito da altri in regione.
Così non è stato, quantomeno in provincia di Bologna: e allora è toccato di nuovo a Zola, al suo associazionismo sportivo, al sindaco Davide Dall’Omo, quarantacinquenne con un grande passato nella pratica e nella gestione dello sport (e che a Natale ha passato il Covid senza farsene fiaccare), e alla famiglia Montecalvo al completo (Nicola è nella foto 432), di riprendere in mano le sane abitudini di un trail apprezzato fin dal 2013, e rilanciarlo in una data come questo sabato 1° maggio.
A settembre, vista la lunga disabitudine all’agonismo, si era offerto un trail “light”, ridotto, rispetto al glorioso passato, a 7 km con 200 metri di dislivello, e salutato da un successo impensabile con 150 partecipanti (sui 120 inizialmente fissati), e iscrizioni chiuse molto in anticipo.
Stavolta si replica, su una lunghezza raddoppiata e irrobustita nel dislivello, che toccava i 550 metri, con un paio di salite brevi ma tostissime tra i km 8 e 11,2, dove addirittura gli organizzatori avevano sistemato corde alpinistiche per trascinarci su.
Previsti 250 iscritti, ammessi alla fine (per bontà loro e l’intelligente comprensione della Fidal regionale, qui rappresentata da Christian Mainini) in 350, e se avessero lasciato aperti i cancelli ne sarebbero venuti almeno 500: C’È FAME DI CORSA, DI ARIA APERTA, DI RITROVO TRA AMICI, DI ALLEGRIA, DI SALUTE, e solo una comunità di ragazzi in gamba come quelli di Zola sembra per ora capirlo dalle parti di Bologna (quanti erano venuti con le loro biciclette lungo il percorso a segnalarci la direzione, spesso aiutati da vigilesse pure loro giovani e carine!).
Un numero così alto ha reso impossibile la partenza individuale a cronometro, 20” l’uno dall’altro, usata la volta scorsa, e si è optato per partenze ogni 5 minuti, scaglionate per gruppetti di 50, tutti a debita distanza e con mascherine per i primi 500 metri. Tariffa di iscrizione davvero economica, a 10 euro, comprensiva di pacco-gara, della mascherina nuova data al traguardo, e di un ristoro intermedio che non era di sola acqua (come annunciato), ma di tè, bevande idrosaline e altro.
Perfetta come sempre l’organizzazione: parcheggio più che sufficiente a fianco del ritrovo; campo sportivo recintato dove si accedeva solo dopo verifica della febbre (al mio 35.4 mi sono chiesto come facevo a stare in piedi). E, come già si sapeva, un bellissimo percorso, i cui panorami sono ben visibili dalle foto di Teida Seghedoni (ecco un altro piacevole ritorno, assieme a quello di Jader che qui è di casa): vedere nel suo servizio le foto 13-22, e poi 66 e seguenti, 284, 375, 414 e tanto altro.
Ottime le segnalazioni con frecce, ma nella maggior parte del percorso bastava seguire l’accurata rasatura dei prati che ci ‘scavava’ il tracciato nel rigoglio vegetale di questa stagione meravigliosa (a proposito: i meteo- astrologi avevano previsto pioggia al 90%, infatti c’era il sole).

Doveroso dire dei vincitori, rinviando alla graduatoria integrale per la lista di tutti i 329 classificati, equamente divisi fra Bologna, Modena, Reggio, Ferrara, Ravenna e oltre (e va detto che pur non essendoci chip, la divulgazione delle classifiche è stata di una celerità incredibile): ha dominato Jacopo Mantovani tra gli uomini, con tre minuti di vantaggio sul secondo; il terzo, Favaron junior, era stato secondo nel 2020. Il quarto, il modenese Xhemalaj, coi suoi 27 anni è tra i giovanissimi del lotto. Settimo assoluto il 50enne Massimo Sargenti, primo appunto della categoria over 50.

1 01.01.57 Mantovani, Jacopo. 1980 1 M Under M50 CSI Sasso Marconi

2 01.04.52 Bianchi, Filippo. 1986 5 M Under M50 Pro Sport

3 01.04.59 Favaron, Fulvio. 1992 8 M Under M50 Unione Sportiva Zola Predosa

4 01.05.19 Xhemalaj, Saimir. 1994 29 M Under M50 Modena Runners Club ASD

5 01.06.11 Gervasi, Fabio. 1988 12 M Under M50 Atletica Castelnovo Monti.

Tra le donne, vittoria assoluta di Mélina Clerc Grosjean, trentatreenne, che ha preceduto di due minuti l’intramontabile Isabella Morlini, vincitrice del 2020 e che oggi si accontenta del successo tra le over 50 (in realtà non li ha ancora compiuti, ma fa testo il millesimo)

Under F50 1 01.11.14 Clerc - Grosjean, Mèlina. 1988 3 Tornado Team

F Under F50 2 01.17.48 Mezzadri, Elisa. 2000 87 ASD Francesco Francia

F Under F50 3 01.22.55 Tognini, Sara. 1981 109 ASD La Galla Pontedera Atletica

Over F 50 1 01.13.08 Morlini, Isabella. 1971 2 Atletica Reggio ASD

F Over F 50 2 01.33.49 Sitta, Emanuela. 1969 239 GP I Cagnon

F Over F 50 3 01.33.50 Casadio, Monica. 1959 258 GPA Lughesina

 

 Ma lasciatemi dire che il bello di questa corsa sta nei podisti normali o sub-normali (categoria nella quale mi ci ficco volentieri, incurante del disprezzo di quel tal pamphlettista bolognese – oggi ovviamente assente - che negli squalificati webinar cui partecipa esecra il fatto che noi, gente da 4 ore abbondanti in maratona, o l’allegrone delle foto 242-245, ci permettiamo di profanare con le nostre pelate o pancette o le andature rasoterra il sacro recinto dell’atletica sublime).
Viva dunque Paolino Malavasi (foto 489-90) che incrociato in un avant-indré verso il km 8 mi ha mormorato “Divoc-can, s’lè dura!” (dove Divoc non è una bestemmia ma solo Covid letto al contrario, perché noi podisti siamo contro il Covid ben più che i fanatici del “tutti a casa”). E viva il Giuseppe Cuoghi della Cavazzona, classe 1947 (foto 221-5, 672-8), che ha vittoriosamente conteso il penultimo posto all'amico Lele Vassalli da Ferrara, classe 1971 (quello delle foto 242-5); mentre i cugini Giaroli si impegnavano in una lotta cuginicida vinta da Angelo (foto 321, 617) con 4 secondi su Paolo; e vivano gli sposi Claudio e Simona da Modena, che procedendo come sempre in coppia (foto 187-8) sono stati sotto il rispettabile traguardo delle 2 ore.
Viva tutti questi, e naturalmente viva anche la prof Isabella o l’operaio Saimir, che nei giorni festivi non vanno agli happy-hour o alle dirette Facebook, ma spendono le proprie fatiche dovunque un organizzatore coraggioso e responsabile gliene offra l’occasione.

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Un altro bell’esempio del coraggio di ripartire.

Tecnicamente sarebbe la seconda edizione di questa mezza maratona, la prima è stata corsa nel 2019 senza il marchio Fidal; la scelta del Gruppo Podisti Ciarlaschi e del suo presidente (Alfredo Gentili) traduce tutta la voglia di realizzare una manifestazione che guarda lontano. Un progetto ambizioso da parte di un gruppo giovane, sono infatti nati nel 2015, ma con tanto entusiasmo e voglia di fare. Da qui la decisione di offrire a tutti i podisti un percorso certificato, che quindi varrà a tutti gli effetti per le proprie prestazioni. Un percorso veloce, completamente piatto e con poche curve significative che permetterà di “correre sul ritmo”, a tutto vantaggio delle prestazioni. Particolare non trascurabile è che in quanto gara nazionale approvata Fidal-Coni si potrà svolgere in ogni caso, a dispetto delle varie “colorazioni”, anche se ovviamente l’auspicio è che la situazione migliori sempre più.

Sede della gara è a Lacchiarella, cittadina di 9.000 abitanti situata circa a metà strada tra Milano e Pavia. Partenza prevista alle 09.00, salvo eventuali modifiche di cui verrà prontamente data nota. Il percorso si snoda in direzione sud, quindi verso Pavia ed attraversa i comuni di Giussago e Certosa di Pavia, da qui la denominazione ufficiale “mezza dei tre comuni”. Giro di boa all’altezza della Certosa di Pavia, siamo circa al km 10; si torna verso nord percorrendo la ciclabile dell’Alzaia Naviglio Pavese sino a Baselica Bologna (km15), dove si riprende la strada interna fino ad arrivare a Lacchiarella.

A tutto vantaggio della regolarità della gara è prevista una rilevazione intermedia dei passaggi.

Onde evitare possibili assembramenti e code, si suggerisce a tutti coloro che ne hanno la possibilità di provvedere al ritiro del pettorale il giorno precedente la gara, dalle 15.00 alle 20, presso la Rocca Viscontea a Lacchiarella.

Per ultimo, ma non meno importante, sino all’11 maggio si prevede la preiscrizione alla gara senza costi immediati.

Per informazioni:

https://www.facebook.com/la21dei3comuni/?ref=page_internal

Per iscrizioni:

https://api.endu.net/r/i/52908

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Sfidando i pessimisti, i “Lupi dell’Appennino” non hanno voluto bissare la dolorosa rinuncia del 2020, e questa volta hanno portato a termine una “Abbotts way” che resterà memorabile per le circostanze in cui è nata.
Munitisi (tramite Uisp) del pass-Coni quale competizione nazionale, introducendo addirittura una novità (almeno per l’Italia) del tampone per i partecipanti, con la sola avvertenza di aspettare la “zona arancione” hanno ripreso l’antica via che gli Abati di Bobbio facevano per portare al Papa i loro messaggi e rendiconti, e da Bobbio a Pontremoli hanno avviato e scortato 174 atleti, più 117 partiti da Borgotaro lungo il tratto più affascinante del valico appenninico, e con l’aggiunta dei 67 che a Borgotaro si sono fermati dopo 90 km.
Successo pieno, e nomi di grande prestigio al traguardo di questo primo trail “centenario” e interregionale nell’Italia del Covid.

Vittorie di Ivan Favretto e Melissa Paganelli nella prova maggiore, di Saporiti-Canessa nella staffetta a due; di Cedric Bolea e Lisa Borzani nella 90 km: quest’ultima, letteralmente allo sprint, con due soli minuti di vantaggio sulla compagna di squadra in Bergamo Stars, Cinzia Bertasa.

Bravi tutti, a cominciare dagli organizzatori, che hanno smentito i menagramo e gli squalificati detrattori di una disciplina che, quando è su questi piani e a questi livelli, diventa davvero la più bella e sportiva di tutti. Ma lascio la parola a una protagonista, tornata su queste alture dopo tanti anni.

 

Natalina  Masiero

Se dovessi descrivere la Abbots edizione 2021, non basterebbe un libro. Avevo un conto in sospeso con questa manifestazione e volevo saldarlo. Nel 2015 partecipai a questo bellissimo trail, ma mi persi lungo un sentiero e impiegai più di un'ora prima di trovare il Soccorso Alpino.
Quest'anno, un po' per la situazione che stiamo vivendo e,  confesso, anche per la paura che non si potesse fare, ho atteso fino all'ultimo istante prima di iscrivermi. Mai decisione è stata più indovinata.
L'organizzazione ha voluto che tutti i partecipanti esibissero l'esito del tampone fatto 48 ore prima e questa saggia decisione ci ha permesso di utilizzare i servizi essenziali sia alla partenza che all'arrivo.
Mi sono iscritta alla 90 km: oramai troppo vecchia per cimentarmi sulla 125... Ma veniamo a venerdì. Partenza ultrascaglionata, ultrasicura, alle ore 20 (per me ore 20,20) dal bellissimo paese di Bobbio, borgo stupendo e famoso per il Ponte Gobbo (o anche Ponte del Diavolo), e naturalmente per l’antichissima abbazia.
Tirava appunto un vento del diavolo, quindi tutti ben coperti. Si inizia subito a salire e io con pettorale 357 ero proprio alla fine. Pazienza, mi consolo pensando che anche questa volta sono la più anziana di tutti. Le salite si susseguono ininterrottamente fino al primo ristoro a Coli. Volontari gentili mi danno un sacchettino con biscotti e integratori. Mi fermo un attimo e riparto, ho troppo freddo.
Passato Coli, vinco un terno secco! Trovo due ragazzi burloni e simpaticissimi, Giuseppe e Andrea, e con loro rimarrò fino al 60mo km. Loro avevano provato il percorso e conoscevano ogni sasso che calpestavamo. Giuseppe, alle mie richieste di dove ci trovassimo, rispondeva "Nata, siamo a.... arriviamo a..... è là è là". Non mi sono mai annoiata.
Arriviamo a Farini, e anche lì volontari meravigliosi, ci coccolano con un mega ristoro. Dopo Farini inizia però la parte dura, il famigerato Monte Lama. Quando al briefing prima della partenza, Elio diceva che c'era una spruzzata di neve e che la temperatura sarebbe scesa, pensavo scherzasse. Purtroppo non scherzava. Temperatura - 4 gradi, neve e sentieri ghiacciati. Quanto freddo, non sentivo più le mani e neppure i piedi. Capitomboli a non finire, e il vento che mi sollevava da terra nonostante fossi vestita come al polo Nord. Ma avevo i miei due ragazzi che continuavano a rincuorarmi; e così io, maledicendomi per non essere rimasta a casa al caldo, sono arrivata a Bruzzi. Anzi, per essere chiari, continuavo a vedere la chiesa di Bruzzi, ma il paese non arrivava mai.
Altro super ristoro e poi via. Finalmente, dopo 12 ore esatte di "corsa", vedo in lontananza il Castello di Bardi. Lo vedo, perché anche il Castello forse è stato "spostato" oltre. È là, è là, strilla Giuseppe, sarà, ma non ci arrivo più.
Per fortuna, mi sento chiamare. È la Roby Peron (ultratrailer dalle grandi imprese, ndr), che si è fatta tutto il percorso con la bici. La Roby, quando sono in crisi è un vero toccasana. Entro a Bardi ed ecco l'ennesimo "dispetto": per arrivare al ristoro, bisogna percorrere tutta la salita per il cortile centrale…
Dopo essermi rifocillata, riparto con i due "scudieri" convinta che il peggio sia passato. Assolutamente no, è un continuo salire, e la stanchezza inizia a farsi sentire. Purtroppo, ma giustamente, i due angeli custodi mi lasciano e io proseguo sola soletta. Il percorso è sempre più duro e non mi aiuta certamente il fatto di dover attraversare continuamente i torrenti con l'acqua fredda. Gli organizzatori, bravissimi, hanno messo anche le corde, ma io cado comunque e mi faccio un bagno anticipato.
Arrivo ad Osacca, bellissimo borgo dove mi applaudono anche se sono quasi ultima. Una signora mi chiede, scusandosi, l’età e quando sente che veleggio per i 69 anni, mi incoraggia come fossi una star. Avanti, mi dico.
Arrivo a Caffaraccia e mi dicono che mancano ancora 8 chilometri. Ho i piedi "lessati", ma proseguo. Vedo il Taro e inizio a corricchiare. Ci siamo, ecco il traguardo di Borgotaro, dove mi attende una bella doccia, la medaglia e l'abbraccio (a distanza) di Armando Rigolli.
Considerazioni finali: organizzazione al TOP, balisaggio PERFETTO, felpa di partecipazione BELLISSIMA e volontari AM BESTEN (i migliori). Partendo di sera, ho avuto la possibilità di godermi l'Appennino in tutto il suo splendore.
La Abbots, non è modaiola, non è fashion, è un trail duro: ma stupendo.
Grazie a Tutti, a Elio, Elisa, Armando e soprattutto ai miei due angeli custodi.

 

I PRIMI ARRIVATI

 

125 km + 5700 D

(144 arrivati su 164 partiti)

 

  1. Italy  Favretto Ivan     RUNCARD - TEAM SKINFIT-SCARPA   12:57:15         
  2. France  Chavet Cédric           KINETIK ADRENALINK   13:20:21                     
  3. France  Guillon Antoine        KINETIK ADRENALINK   13:20:29                     
  4. Italy  Rabensteiner Alexander           BERGAMO STARS ATLETICA     13:53:33
  5. Italy  Corsini Simone ATLETICA MDS PANARIAGROUP ASD 13:53:38         

DONNE

  1. Paganelli Melissa ELLE ERRE ASD 16:34:56
  2. Dal Rio Francesca LEOPODISTICA 18:25:17         
  3. Tasin Maura ATLETICA VALLE DI CEMBRA  19:10:34

STAFFETTA (15 squadre)

  1. SAPORITI RICCARDO / CANESSA ALBERTO        SISPORT PIVETZ    12:50:22

Donne

1. D'URSO MONICA FRANCESCA / BARONE DANILA      DOLCEMENTE RESILIENTI            16:19:54

 

KM 90 + 4200 D (67 arrivati, di cui 6 scope nel tmax di 22:00

  1. GOLEA CEDRIC TEAM INSTINCT INTERNATIONAL - HOKA   10:05:32
  2. BONARDI MANUEL ASD ATLETICA PIDAGGIA 10:26:33
  3. DE RIZ FRANCESCO CANTINA DA PAJER ASD - HOKA ONE ONE  11:29:59

Donne

  1. BORZANI LISA                          BERGAMO STARS ATLETICA     12:41:46
  2. BERTASA CINZIA                      BERGAMO STARS ATLETICA     12:43:40
    3. MAGNESA GIULIA                   ATL. CASONE NOCETO        14:45:57
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17 aprile - Con la teleconferenza del presidente Draghi di ieri, abbiamo finalmente sentito un annuncio fondato sui fatti e non su quelle melliflue retoriche avvocatesche in cui la parola “chiuso” era sostituita da “protetto”. Si è parlato di “risposta al disagio di categorie e giovani”, di “basi per la ripartenza”, e, nei fatti, di ritorno alla “zona gialla”, di possibilità di spostarsi tra regioni (la famosa “trasferta” di Morselli da Reggiolo a Gonzaga, oggi ancora vietata, e dei maratoneti del Garda da Limone a Malcesine), della ripresa generalizzata delle attività all'aperto.
Qui, a bizantinizzare la comunicazione, ci si è messo il pallido ministro-in-bilico Speranza, dichiarando a denti stretti che “nei luoghi all'aperto si riscontra una difficoltà significativa nella diffusione del contagio”. Se parlasse come la gente normale e non come gli ammaestrati alle affumicate scuole di partito, direbbe papale papale, come ha scritto qui il nostro Primario, e come la prof. Antonella Viola ha ribadito (Corriere della sera, 11 aprile): “Il contagio all’aperto è un evento molto raro. Diversi studi hanno permesso di dimostrare quanto molti di noi sostenevano da tempo, e cioè che la possibilità di contrarre l’infezione da SARS-Cov-2 all’aperto è bassissima. Questo è un dato di fatto che ci dovrebbe permettere di programmare al più presto la riapertura dei bar e ristoranti all’aperto… organizzare corsi e attività ne parchi, intervento quanto mai urgente … per l’importanza dell’attività fisica per la salute di adulti e ragazzi”.

Pragmatico come nella sua natura, capace di soppesare dei calcoli costi/benefici che non sono quelli buffoneschi evocati troppe volte nei due precedenti governi, improntato al “rischio ragionato” (d’altronde, che il “rischio zero” non esista è stato ribadito anche nelle ultime settimane con gli esiti avversi di talune vaccinazioni, tuttavia in percentuale infinitesimale rispetto ai benefìci), Draghi si basa essenzialmente sul fatto che adesso in Italia ci stiamo vaccinando (meno, molto meno di Inghilterra e Germania, ma insomma trecentomila o passa ogni giorno): è il vaccino l’unica arma di attacco che ci farà vincere la guerra (le altre sono solo armi difensive, come la corazza che Clint Eastwood si prepara per il finale del “Pugno di dollari”; ma a decidere il duello sarà la pistola, non la corazza).

Dunque, riaprono ristoranti e luoghi di spettacolo all’aperto, ovviamente con limiti di capienza, e si parla più decisamente del “pass”, passaporto non solo vaccinale, ma anche per chi ha già avuto la malattia, o anche per chi esibisce un tampone negativo (come si è fatto nella Abbotts Way di questi giorni, oltre che nei viaggi in treni e aerei covid-free), per accedere a eventi culturali e sportivi.
Apripista in questo campo è stata la neo sottosegretaria allo sport Valentina Vezzali, con la dichiarata apertura, seppur parzialissima, dello stadio Olimpico per il calcio: geloso, un altro ministro pallido e antisportivo, quello della Cultura (uno che mi sorprenderei molto se lo vedessi fare jogging sulle Mura di Ferrara), ha subito reclamato “o tutti o niente”; tipica manifestazione di invidia italica sotto le mentite spoglie della parità dei diritti, per cui se sei biondo tu lo devo essere anch’io, e se sono malato io, tu non hai diritto di divertirti. E così ha ottenuto che si riaprano anche i musei, il che male non fa, se si rispettano le distanze e se i finestroni sono aperti.

Ineliminabile, e anzi più rigorosa che mai, deve essere la “premessa” enunciata chiaramente da Draghi: “i comportamenti siano osservati scrupolosamente, come mascherine e distanziamenti… in questo modo il rischio si trasforma in opportunità".

Veniamo allora al nostro orticello (che poi non è nemmeno tanto piccolo): se tanto ci dà tanto, se a breve riaprono le palestre, e se delle piscine si è addirittura scoperto l’apporto attivo alla sconfitta del coronavirus (d’altronde, non ci fanno lavare le mani con amuchina o sostanze simili a base di ipoclorito di sodio, insomma lo stesso cloro con cui si sanifica l’acqua delle piscine, oltre all’acqua che beviamo?), cosa impedisce una riapertura sistematica del podismo? Quanto al rispetto delle regole, le gare svoltesi da settembre a oggi hanno mostrato non solo gli scrupoli degli organizzatori, ma anche, nei fatti, l’assenza di ogni contagio in conseguenza delle gare.
L’indisciplina è ben altrove, e andrebbe perseguita questa, altrocché inseguire coi droni il podista o ciclista sugli argini dei fiumi: nel percorso che mi sono personalmente ricavato per i miei allenamenti,  rigorosamente in solitudine, passo vicino a una palestra ‘regolare’ di una società sportiva, però chiusa, e cento metri dopo, a  un gazebo dove stazionano regolarmente dai quattro ai dieci personaggi che cazzeggiano o si bevono la birra o addirittura  fanno la grigliata; e adesso hanno perfino costruito sull’erba un campo di pallavolo, dove dagli 8 ai 10 ragazzotti giocano regolarmente e in allegria (e Dio li benedica, aggiungo).

Avanti pure, dunque, sotto la nostra trinità, o se volete i nostri angeli custodi: Dio benedica Valentina Vezzali e, nel nostro specifico, anche il neo-presidente Fidal, Stefano Mei, che (ad onta delle scriteriate e prevenute richieste di dimissioni da parte di chi, nell’anno e passa precedente, aveva semplicemente cancellato lo sport podistico, azzerando sia i bilanci delle società sia quel poco di salute che ci eravamo conquistati noi praticanti) è andato a dare il via al Giro dell’Umbria (quando mai si era visto un presidente Fidal a una gara che non fosse una competizione internazionale infarcita di campioni e di sponsor?). E Dio benedica anche quei “comunisti” (lo dico col massimo affetto, come don Camillo verso Peppone) dell’Uisp, che hanno saputo farsi, pure loro, un bel calendario di gare omologate dal Coni come nazionali, ponendosi quale utile complemento – non contrapposizione – della Fidal, allargando le possibilità di sport per noi finora reclusi e abbandonati.

Adelante con juicio, insomma, ma adelante.

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Lunedì, 12 Aprile 2021 18:20

Torino - 1^ Corsa di Primavera

11 aprile 2021. C’è chi annulla le gare e c’è chi le fa, addirittura ne inventa di nuove. E’ il caso di questa 1^ Corsa di Primavera, organizzata dalla ASD Giannone Running con il prezioso supporto di Fidal Piemonte che qui, come altrove, sta pienamente sostenendo il movimento delle corse su strada, le più penalizzate di questi tempi.

Siamo nel Parco Dora, che prende il nome dal fiume che lo attraversa, la Dora Riparia. Oggi uno dei tanti polmoni verdi della città di Torino, ieri sede degli stabilimenti di Fiat e Michelin.

La testimonianza di una bella manifestazione ci arriva da Tommaso Ravà, atleta del DK Runners di Milano (n.d.r. primo categoria M40 e sesto assoluto dopo una bella volata). Uno dei tanti che avrebbe voluto correre alla Stramagenta ma … è stato deciso di annullarla ed allora è capitato da queste parti, tornando a casa con una felice esperienza.

Gara nazionale Fidal, quindi consentita dalle normative (diversi comuni forse non lo hanno ancora capito), che si è svolta su un percorso piuttosto mosso di circa km 8,5, un misto di asfalto, sterrato ed alcuni tratti erbosi; due giri di 4 e 4,5 chilometri.

Gara maschile vinta da El Bir Ayyoub (Atletica Biotekna) sul forte triathleta Kiril Polikarpenko (CUS Torino); terzo il brasiliano Stefan Gomes (ASD Borgaretto).

Tra le donne è la nazionale azzurra Michela Cesarò (Cs Carabinieri) ad avere la meglio, del resto si porta in dote tre titoli italiani nel settore giovanile. Secondo e terzo posto rispettivamente per Gianfranca Attene (Torino Road Runners) e Elisa Rullo (Cral Reale Mutua).

Come spesso accade premiate le società più numerose: primo posto per Torino Road Runner, seconde a pari merito ASD Borgaretto e Podistica None.

Come riferito da molti dei partecipanti l’organizzazione è stata davvero ottima, efficiente e rispettosa dei protocolli, premiata con una partecipazione piuttosto elevata, alla fine sono 350 gli atleti classificati.

Speaker della gara Fausto Deandrea, persona appassionata e molto nota da queste parti.

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11 aprile - Friuli: terra piccola, tormentata, poco conosciuta dal grande turismo (se si escludono le spiagge) eppure bellissima. Ancor più isolata la Carnia, da Tolmezzo al confine con l’Austria: una serie di valli dolci, un’infinita successione di colline e cocuzzoli, ognuno col suo borgo, o almeno una pieve con campane che suonano più forte che tutte le altre d’Italia. Se sei sotto un campanile friulano (e qui le campane suonano anche alle 6 di mattina) è inutile parlare, perché non ti sente nessuno.
Sarà anche per questo che i friulani parlano poco, ma di che qualità siano l’hanno dimostrato, al resto del mondo, dopo l’Orcolàt, il doppio terremoto del maggio e settembre 1976: mille morti, 18mila case distrutte, cittadine come Gemona e Venzone quasi rase al suolo. Ma come scrisse Gianni Rodari l’8 maggio «Non si vede più nessuno piangere il secondo giorno dopo il terremoto»; qui la gente si chiama Zoff, Burgnich, Ortis, Di Centa (ci siamo capiti), e li abbiamo visti tutti raccogliere i sassi, uscendo dai tendoni sotto quella pioggia che non finiva di cadere, e impastare la malta, e tirare su i muri. Già dal 1983 il presidente Pertini e papa Wojtyla erano da queste parti a salutare case, edifici pubblici, chiese ricostruite. Il duomo di Gemona è tornato ad essere la cattedrale meravigliosa di sempre; Venzone dentro la sua cerchia murata merita la qualifica di borgo più bello d’Italia (restano le rovine della chiesa di San Giovanni Battista, volutamente lasciate così perché nessuno dimentichi).
Nelle foto amorevolmente selezionate da Roberto Mandelli, la 1, la 8, la 27-30 testimoniano questa storia; mentre la 31 ci riporta tanto più indietro, all’insediamento romano di Forum Iulium, il più settentrionale d’Italia, che se fosse scavato tutto rivelerebbe una nuova Pompei (una signora mi diceva che sua mamma vangando la terra tirava su le monete romane e i frammenti di ceramiche), e intanto ha lasciato all’oggi i suoi nomi (Zuglio per il paese, Friùli per la regione). Mentre le foto da 44 a 49 testimoniano la vita medievale dei luoghi, attorno alla pieve di San Pietro che esisteva già al tempo di Carlo Magno e il cui cimitero è, si può dire, il sacrario delle famiglie locali a cominciare dagli Agostinis, nome evidentemente romano e augusteo. Numerosi gli itinerari (foto 11), fino a un giro complessivo delle 11 pievi carniche in 20 tappe.

Irrobustiti da queste visioni, e dalle poesie di Carducci che qui soggiornò estasiato “de la But che irrompe e scroscia… al fragor”, “tra il profumo degli abeti – ed il balsamo dei fior”, mi sono lasciato convincere dall’offerta intrepida della prima invernale di un trail che solitamente si svolge a principio d’estate (è infatti programmato per il 20 giugno prossimo), ma presenta questo antipasto anche a compensare la gara rinviata nel 2020.
Le previsioni del tempo erano pessime fin dall’inizio della settimana, e ancora il sabato garantivano pioggia copiosa e persistente per tutta la domenica: questo spiega forse che dei 227 iscritti solo in 137 ci siamo presentati alla doppia partenza (prima le donne, e 3 minuti dopo gli uomini) nella piazza del Municipio, dopo aver espletato senza problemi tutte le pratiche ormai usuali (temperatura - nel mio caso al solito 36,1; mascherine, distanziamento), con l’aggiunta di impermeabili, guanti, bandane per i più timorosi. Tutto sotto lo sguardo premuroso del sindaco, dell’intero corpo dei vigili, e in più di carabinieri, guardia di finanza, alpini come al solito a sorvegliare bivii e incroci: le foto 11 e 14 documentano l’impegno e  l’entusiasmo di una comunità intera, nel quadro di un pieno rispetto della legge contro cui nulla hanno potuto le forsennate campagne di chi (dal suo squalificato pulpito) in un delirio di impotenza chiede dimissioni, minaccia commissariamenti, e magari correggerebbe il bollettino della vittoria del suo antenato maresciallo Diaz per escludere Paluzza dalla redenzione (“magara andaressimo con l’Austria!”, ci ha confidato don Pericle Peruzzi, cappellano militare e assistente spirituale nell’episcopato di Carnia).
E l’associazione sportiva Aldo Moro programma un calendario pieno, che vuole ricalcare le manifestazioni del 2019 come si vede dal cartello della foto 51. “Questo, al nome di Cristo e di Maria – ordino e voglio che nel popol sia. – A man levata il popol dicea Sì” al proclama del console del comune rustico, tra i noci della Carnia.

Nella notte di sabato è piovuto (“freddo e nitido è il lavacro – ed il sole anche non par”, sempre secondo il Vate), ma alle 9,30 scende solo qualche gocciolina nebulizzata, che poi smetterà del tutto salvo qualche istante, circa un’ora dopo. Credo di essere quello che arriva da più lontano, ci riconosciamo tra quanti eravamo alla Bora in gennaio, fioccano gli inviti (Mujalonga, Bavisela…?); uno degli organizzatori, Maieron, mi ricorda di aver giocato nella primavera del Modena nel 68, sotto il grande allenatore Laszlo Szekely e il tecnico delle giovanili Montanari. Come è grande, bello e insieme piccolo il nostro italico mondo. C’è perfino la Rai, qualcuno crede di vedere la mitica Botteri oggi libera dalle incessanti partecipazioni ai talk-show…
Si parte in regola e in allegria, mascherine per i primi 500 metri. “Un fremito d’orgoglio empieva i petti – ergea le bionde teste”, i primi 5 km sono in leggera discesa (meno 100 metri D) e puntano sui bellissimi abitati di Cercivento (Cürçuvint), Noiaris (i boschi di noci, le Nogare in veneto), Sutrio famosa per essere la base della mitica salita dello Zoncolan. Guardo il cronometro e resto stupefatto dei km fatti in 5:01, quando va male 5:14; da qui cominciano le salitine verso le chiese bianche che punteggiano il panorama, dal 5 al 7 saliamo di 75 metri, e allora si fanno anche dei km a 6:19 e 7:14, col cuore che pompa a 160. Ma siccome il cancello del km 10 è superato con ampio margine, indulgo a fotografare i paesaggi e a scroccare uno scatto dagli infiniti addetti (mi pare che su 21 km ci siano 6 posti di ristoro! Poi il Gps ti castiga con la sentenza dei km in 8’ e passa, ma ti consoli coi tranquillizzanti 150 del cardio). Il percorso si fa campestre, boschereccio, da gustare passo passo, sempre corribile: “e le rosse giovenche di sul prato – vedean passare il piccolo senato” di noi 137. Le galline beccano tra l’erba umida, un tacchino inalbera la sua pomposa ruota, più su ci sono le pecore, “la mugghiante greggia e la belante”.

Le prime posizioni, e gli eurini offerti in premio, saranno appannaggio degli atleti africani (ovviamente tesserati in Italia): tra gli uomini, l’etiope Kuashu Taye Damte vince in 1.11:34, a una media dei 3:23 incredibile, se consideriamo che c’era un dislivello di 480 metri e 6 km di sterrati e sentieri; a quasi due minuti e mezzo arriva il keniano Sammy Kipngetich, appena davanti a Tiziano Moia di Gemona.

Sesta assoluta, e prima donna, l’etiope Engidu Ayele Meseret in 1.23:05 (media 3:56), dodici minuti davanti alla seconda, Caterina Stenta da Trieste. Il gioco del real-time mi fa arrivare quasi a braccetto col pettorale n. 1 di Sara Annichini, classe 93 cioè molto più giovane dei miei figli. Le salite più dure stanno tra il km 15 della Torre Moscarda (dove un alpino sbandieratore mi invita a passare per il prato: “Ma è un taglio!”, obietto; “eh, ma chì  jà tajà tuti!”; sarà per questo che al mio Gps mancherà un centinaio di metri…), poi Treppo Carnico e il 19,5 di Englaro: il punto più alto sono i 680 metri del km 17,7, da lì si aprono belle prospettive sulla valle di Paluzza (sono le foto 40-42), dove le nubi stanno cedendo a qualche timido raggio di sole.

Il tempo massimo è generoso, e anche gli ultimi ci rientrano agevolmente (quando suona il campanone di mezzogiorno, e la gente esce da messa, è tutto finito). Le convenzioni con gli alberghi locali (popolati, vista l’epoca rossa con prospettiva arancione, di soli podisti e familiari) ci consentono il late check, la doccia in camera, e un pranzo di delizie friulane annaffiate da Tokay e Merlot, a un prezzo che si spende di più stando a casa.
Torno che (alla faccia delle 2255 calorie bruciate secondo il Gps) peso due chili più di quando ero partito.

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A Vittorio Veneto la chiamano Scuola di Maratona, ed il motivo è spiegabile. Non è una scuola, ma un Università dei Trail. Le manifestazioni che organizzano in terra trevigiana sono all'insegna della perfezione.

Oggi, con un tempo da lupi, hanno organizzato il Trail del Patriarca a Villa di Villa di Cordignano.La manifestazione deduco prenda il nome dal Castello di Cordignano, fatto erigere durante la dominazione longobarda dal Patriarca di Aquileia, Raimondo Della Torre.
Causa problemi legati al Covid, si è svolto soltanto il percorso dei 25 km (un po’ ridotti), mentre i percorsi minori sono stati annullati.La non enorme lunghezza del percorso, non deve trarre in inganno, perché è un trail abbastanza impegnativo. Oggi poi, dopo due mesi di siccità totale, la pioggia non ha mai smesso di cadere e il fango, specialmente in discesa, era olio.

Ma veniamo alla manifestazione. Partenza con tutte le regole previste rispettate. Non griglie, ma "onde", 20 persone alla volta con mascherina e distanziati.
Dopo un breve passaggio attraverso il paese, sono subito iniziate le salite e abbiamo iniziato ad inoltrarci dentro a boschi di latifoglie e  circondati da alberi, che un po' ci riparavano dalla pioggia. Purtroppo non sono riuscita a godere del panorama, che sono certa sarebbe stato stupendo se la giornata fosse stata bella.
Arrivata dopo circa sei chilometri al primo ristoro, mi sono goduta un siparietto divertente. Un volontario mi chiede se volevo un "ombretta", alias un bicchiere di vino, io rispondo "non bevo, sono astemia" al che l'ometto risponde "povera signora, quanto mi dispiace".
Prendo dei buonissimi biscotti e riparto. Si continua a salire e lo si farà fino al 14° km.Arrivata sulla sommità di un monte, altro volontario simpatico mi comunica che da quel momento sarebbe iniziata la discesa.

AIUTO! Quanto fango, quanti capitomboli, scendevo, e come me tanti altri, con il sedere, perché era veramente impossibile rimanere in piedi. Continuo a "correre", a fare ruzzoloni, e intanto rivedo amici che non vedevo da più di un anno.

In sintesi, si ritorna un po' a vivere. I volontari mi incoraggiano, forse in virtu' del fatto che anche oggi ero la "ragazza" più vecchia.
Manca poco all'arrivo, attraverso dei prati, guardo verso il Castello di Cordignano e passo il traguardo.

Non ci sarà la vecchia festa, ma non importa. Tanto per cambiare, piango dalla felicità.
Che dire, per concludere? Grazie, grazie a Ivan Cao presidente del gruppo, grazie e tutte le volontarie/i che ci hanno assistito durante il percorso nonostante il freddo e la pioggia.
Ho impiegato 4 ore e mezza, una marea, ma pazienza. Alla mia età, l'importante è arrivare felice.

Grazie, Università di Maratona.

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Martedì, 06 Aprile 2021 15:54

Gargallo (NO) – 2° Trail di Eric il Folletto

5 aprile -  Un tiepido sole ha rallegrato la corsa podistica dei Folletti di Gargallo, svoltasi nel perfetto ordine di sicurezza imposto dalla pandemia covid. Per evitare qualsiasi assembramento, i bravi organizzatori del circuito running hanno fatto partire i partecipanti al trail di 17 km (per 500 metri di dislivello positivo) suddivisi in tre griglie: la competizione è stata, quindi, gestita con il real time.

Il primo via è stato dato alle 9,30 in punto, mentre le altre due griglie di runner sono state distanziate dalla prima di tre minuti ciascuna.

Però chi è dovuto partire nella terza griglia, dove ci sono atleti che sono arrivati nei top 10, è stato penalizzato, perché ha dovuto fare slalom negli stretti sentieri del trail Eric per superare i podisti meno veloci, e quindi ha dovuto dire addio al proprio best time, e forse anche ad un piazzamento migliore in classifica.

Direi che questo tipo di partenze possono essere fruibili nelle gare su strada, ma non in gare sui sentieri con griglie formate da 150 corridori.

Nella gara maschile, già dai primi metri di gara, Matteo Rossi del team Atl. Gran Sasso Teramo ha fatto valere le sue doti di runner veloce e con autorità ha tagliato il traguardo in solitaria con l’ottimo tempo di 1h07’17”; per i due gradini più bassi del podio c’è stata una volata molto combattuta, sul gradino d’argento si è sistemato Luca Ronchi (Team Sport Project VCO) in 1h08’20”, sul gradino di bronzo si è seduto il campione europeo di skyrunner, Cristian Minoggio (Team Autocogliati) in 1h08’23”.

Per il team Autocogliati, sesto e nono, due atleti bergamaschi, partiti nella terza griglia, Luca Arrigoni in 1h11’05” e Marco Zanga in 1h12’20”.

Tra le donne, Elena Platini (Team Luciani Sport) ha guadagnato l’oro con il tempo di 1h23’31”, seconda la bergamasca dell’Atletica Paratico, Daniela Rota in 1h24’58” e terza Federica Cerutti (Sport Project VCO) in 1h27’18”.

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Sul sito del CONI è stato pubblicato l'elenco aggiornato degli eventi FIDAL approvati.
Naturalmente non è automatico che tutti gli eventi dell'elenco si svolgano regolarmente, ma è sicuro che se un evento non è in questo elenco, non si svolgerà.
Ad esempio, la settimana prossima nel giorno di Pasqua (4 Aprile) non è previsto nessun evento, nel giorno di Pasquetta (5 Aprile), invece, sono nell'elenco e risultano confermati solo il "II^ Winter Trail del Vino Derthona" a Carbonara Scrivia (AL) (vedi scheda nel ns. calendario) e il "II^ Trail di Eric il Folletto" (vedi scheda nel ns. calendario).
A seguire, il 10 Aprile l'UltraFranciacorta a Provaglio d'Iseo (BS), l'11 Aprile la Stramagenta a Magenta (MI), dove sono confermati ben 1000 partenti in due blocchi da 500, la Corsa di Pasquetta di Bauladu (OR) (chiamata "Pasquetta", ma confermiamo che si corre l'11 Aprile), la "Strasimeno Half Marathon, Marathon e Ultramarathon" a Castiglione del Lago (PG), la "International Skyrace Carnia - La Mezza d'Inverno" a Paluzza (UD) e la "Maratona Maga Circe" a San Felice Circeo (LT).
Nell'elenco non c'è l'Abbots Way che era in programma per il 9 Aprile e che ci risulta essere stata spostata al 16 Aprile (vedi l'articolo dedicato).


Scarica qui l'elenco delle gare approvate dal CONI QUI

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21 marzo - Dopo la defezione (per ora la chiamano “rinvio”) di almeno tre gare a lunga gittata nel weekend, la scelta della Biella-Piedicavallo era non solo obbligata, ad esempio anche per i podisti dell’Aquadela di Bologna (visti in un autogrill, altrimenti deserto) che devono assoggettarsi a quasi 300 km di viaggio in auto: ma davvero proficua per conoscere angoli incantevoli e carichi di storia. Per cautelarsi da eventuali perdite di tempo causa fortuiti incontri con zelanti tutori dell’ordine, si parte che è ancora buio (torna nella memoria, almeno approssimativamente, lo slogan de “La classe operaia va in paradiso”: “operaio -  ti alzi – che è ancora buio – e torni – a casa – che è già tramontato – per te – il sole – non sorge mai”), arrivando a Biella un’ora abbondante prima del via; con tutto l’agio di ritirare i pettorali, vestirsi abbastanza pesantino dati i 4 gradi alla partenza (che al traguardo, tra la neve per terra e i candelotti di ghiaccio attaccati ai rubinetti dell’area picnic, saranno ancora meno), scaldarsi per le strade di Biella e soprattutto nell’ampio parco “Vittorio Veneto”, pieno di memorie della Grande Guerra e di quel Piemonte biellese che ha fatto l’Italia, a cominciare da Alfonso Lamarmora, Quintino e Vittorio Sella, fino a Giuseppe Pella, grandissimo economista, che piacque a Guareschi quando gli scappò detto che preferiva sapere di sua figlia morta per l’atomica piuttosto che prigioniera in Russia.
C’è tempo di rabbrividire rileggendo il sublime bollettino della vittoria firmato Diaz (molti italiani nati nel 1918-19 si chiamarono appunto “Firmato” per questa ragione), e c’è anche tempo di leggere i giornali: sul quotidiano biellese un (ex) podista protesta per l’effettuazione della gara, quando “si sa bene che correndo si sputa e si suda” (e vabbè, aggiungiamo il sudore tra i vettori del contagio), mentre si dovrebbe avere “rispetto di chi è da mesi chiuso come attività (palestre, piscine, ecc...)” (Sei chiuso tu, per rispetto chiudo anch’io; sei morto tu, allora io per rispetto tuo inghiotto veleno per topi: la legge del taglione in chiave antisportiva).
E parte l’ennesima richiesta al sindaco di non autorizzare la gara. In altri comuni, sindaci calabraghe avevano accondisceso (tornando a casa, da una sciagurata annunciatrice di Isoradio sentirò della protervìa – con accento sulla ì, come asinerìa – di certi ciclisti padovani che sono andati per strada, o dei vigili che li hanno multati); per fortuna il neo- sindaco di Biella Claudio Corradino precisa “che la gara non è stata autorizzata e non aveva necessità di autorizzazioni da parte del Comune di Biella. Si tratta di una gara di carattere nazionale e nel rispetto dei protocolli attualmente in vigore. I protocolli consentono lo svolgimento di manifestazioni di carattere nazionale, come tra poco si giocherà al Forum la partita Biella-Mantova di basket e a breve ripartiranno altri campionati come l’Eccellenza di calcio con la nostra Biellese”. (Al termine inserisco la dichiarazione ufficiale dell'organizzazione, di lunedì 22).
A proposito di sindaci piemontesi, l’intera pagina del Corrierone locale è dedicata ai vigili di Torino che multano, in base a un decretino del 2006, chi fa fare una passeggiata al cane senza avere i documenti (del cane!); la sezione barzellette prosegue alle pagine 12-13, dove Ronaldo “avvisa” l’Inter e dichiara che segnando al Benevento perforerà la porta dell’unica squadra cui non abbia mai fatto gol, e Belotti-Nicola annunciano che spesseranno le reni alla Zampdoria.
Per fortuna, è Biella a guidare le sorti dello sport, oggi, e il vecchio Piemonte, sebbene proclamato “rosso” da un ministro il cui pallore è misura della sua sportività, a insegnare all’Italia come si curano la salute e il benessere psicofisico. E a proposito delle goccioline virali in giro per l’aria (chissà al Palaindoor di Ancona dove si svolgono i campionati nazionali di atletica!), nella mia corsetta scioglimuscoli arrivo al Duomo e ci entro: la chiesa è abbastanza affollata, e insieme ai fedeli recito il “Padre nostro”: è probabile che sia maggiore il rischio in quel momento che in tutto il resto della giornata, ma lo affronto volentieri.
Fuori, è perfetta la sistemazione dell’area di partenza: davanti a noi, due auto dei vigili a farci strada; dietro, l’ambulanza che ci seguirà al passo dei più lenti (quorum ego). Tutti con la mascherina fino all’uscita dalla città, e via per la bellissima valle del Cervo al cui termine troneggiano le maestose Alpi innevate.
La strada è piena di storia: dall’eroico Pietro Micca, di cui sfioreremo la casa natale (nelle foto messe insieme da Roberto Mandelli vedrete questo e altro), ai grandi stabilimenti lanieri e ai cappellifici che fino agli anni Sessanta diedero lavoro e una relativa prosperità alla zona, alle distillerie del Ratafià di Andorno, liquore che ebbe un tale successo da indurre l’Accademia d’Italia ad adottare il suo nome invece dell’anglofilo cherry-brandy.
Come curiosità, i vari paesi attraversati adottano diverse interpretazioni delle leggi o leggine: “in ossequio al DPCM” Tal dei tali, come ammoniscono i cartelli, alcuni parchi sono chiusi e recintati, altri sono apertissimi. Per fortuna, la gente se ne frega del demenziale divieto di presenza del pubblico alle manifestazioni sportive, e lungo le strade ci applaude e incita. Noto pure a un certo punto due poliziotti, con mascherina d’ordinanza, che amichevolmente conversano con un conoscente, del tutto privo di mascherina: forse prevale quel “buon senso” raccomandato dal prefetto Gabrielli (ma non recepito dai vigili di Torino).
Podisticamente parlando (i risultati e primi commenti sono già qui: https://www.podisti.net/index.php/in-evidenza/item/7025-biella-40-biella-piedicavallo.htmlla strada sale con pendenza abbastanza costante e qualche discesina o falsopiano: il Gps mi darà 685 metri D+ e 100 D- su 18.870 metri. Prendetela con beneficio d’inventario, anche considerando che da metà percorso in su i telefonini non riescono più a navigare (penso agli scolari della Dad, come faranno a seguire le lezioni? A bè, a Campiglia c’è un cartello “Punto Wi-Fi”…).
La salita si fa più erta dal km 13: negli ultimi 6 km scarsi si va su di 300 metri verticali; gli ultimi 2 km sono i più duri e per fortuna riesco a rimontare (poche) posizioni, così da togliermi dai pressi i gas di scarico dell’ambulanza-scopa. Tre ristori, con bottigliette chiuse di acqua locale (non a caso si chiama anche “valle dell’acqua”, e si incontrano fontanelle lungo la strada); al traguardo, un sacchetto dove, oltre all’acqua Lauretana, non può mancare un’altra eccellenza locale, la birra Menabrea.
A Piedicavallo finisce la strada: da lì, solo bellissime mulattiere innevate portano verso località da favola come Gressoney o Gaby (maestosamente cantate da Carducci, non solo nel memorabile Piemonte), attraverso valichi oltre i 2000 metri. Il paese è addirittura Comune (180 abitanti), ma lo sci non è arrivato, molte case sembrano in sfacelo e l’unico bar del luogo è desolatamente chiuso. Per fortuna oggi la zona è ravvivata da noi podisti (450 in tutto, sugli oltre 500 iscritti), ma i frequentissimi pullmini dell’organizzazione (che all’una ha già finito le premiazioni) ci riportano giù abbastanza in fretta, previa misurazione della temperatura, per lasciarci mettere qualcosa sotto i denti oltre il gnocco e pizzetta del pacco-gara.
Resto a fare il turista, ma ben vestito perché il sole è alquanto temperato dal vento freddo: lascio indietro qualcosa (ad esempio l’oasi creata dal grande Ermenegildo Zegna) perché il clan di Claudio Piana da Pettinengo promette altri allestimenti (c’è anche Oropa da risalire), e dunque non mancheranno future occasioni. Vai vecchio Piemonte!

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Ufficio Stampa Biella Sport Promotion

Facendo seguito alle critiche pubblicate su varie pagine social nelle ore successive alla gara Biella-Balma-Piedicavallo, non entriamo nel merito delle opinioni di ciascuno, ma per tutelare la nostra immagine di organizzatori seri precisiamo che: 

- La gara è stata approvata dalla Fidal nazionale come corsa su strada nazionale bronze in regola con gli attuali dpcm in corso e protocolli Coni e Fidal

- Abbiamo ottenuto tutte le autorizzazioni allo svolgimento dell'evento da parte degli organi preposti, prefettura di Biella e Questura di Biella comprese

- Avevamo il patrocinio del Comune di Biella e le autorizzazioni degli altri comuni attraversati

- C'è stato controllo sui luoghi di partenza e arrivo da parte delle forze dell'ordine e lungo il percorso da parte dei volontari di protezione civile e AIB Biella

- Tutti i protocolli sono stati rispettati. 

Tutto questo esclusivamente per dare agli atleti iscritti la certezza della serietà organizzativa da parte nostra in un mondo dove ormai tutto viene messo in dubbio.

Ringraziamo gli atleti che hanno partecipato per la fattiva collaborazione: hanno dato dimostrazione di grande serietà.

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21 marzo - Numeri importanti e alto livello per le due gare: la Biella-Piedicavallo, con 318 partenti alla 40ª edizione si colloca al secondo posto in quanto a partecipazione, dietro solo al record di 451 siglato nel lontanissimo 1974. Numeri quasi raddoppiati rispetto ai 188 del 2019: la voglia di sport e di normalità ha prevalso e i runners anche in questa occasione hanno saputo essere molto attenti alle regole. Altri 137 hanno invece preso parte alla 4ª edizione della Balma-Piedicavallo, numero che è ugualmente il record assoluto, in crescita di una quindicina di partecipanti rispetto al 2019.

IL COMMENTO DI CLAUDIO PIANA E DI PAOLO VIALARDI

Claudio Piana è a capo di Biella Sport Promotion, organizzatore dell’evento insieme a Gac Pettinengo: «Per organizzare questa gara abbiamo fatto nostri i numerosi protocolli imposti dal governo centrale e recepiti dal Coni e dalla Fidal e abbiamo ottenuto tutte le necessarie autorizzazioni da parte dei Comuni coinvolti e della Prefettura. Ma non solo, abbiamo fatto ancora di più rispetto ai protocolli per tenere il più possibile distanti gli atleti prima e dopo la gara e per snellire tutte quelle procedure che avrebbero potuto creare assembramenti. Il punto di partenza era molto largo e già alla fine di via Italia il gruppo era diventato un serpentone sgranato. Ancora in quel punto c’erano atleti con indosso la mascherina anche se da regolamento avrebbero potuto già sfilarsela prima: dove non arrivano le regole ci vuole il buonsenso da parte di chi lo sport lo pratica. Soddisfatto anche per l’alto livello tecnico: una gara nazionale vuole dei grandi protagonisti e li abbiamo avuti».

Paolo Vialardi ha avuto dall’organizzazione la responsabilità di gestire le fasi della partenza, sotto gli occhi attenti delle forze dell’ordine (presenti alle partenze, lungo il percorso e all’arrivo), del presidente regionale Fidal Clelia Zola e del presidente provinciale Daniele Scudellaro: «La partenza era indubbiamente il momento più critico, ma siamo riusciti a gestirlo benissimo anche grazie alla collaborazione degli atleti. Li abbiamo lasciati riscaldare fuori dalla zona di partenza chiamandoli giusto due minuti prima dell’orario stabilito per evitare al minimo i contatti. Considerando che tutti avevano la mascherina mi sembra che l’incolumità di tutti sia stata preservata. Così come al traguardo sono stati tutti molto diligenti nel rimettere la mascherina subito dopo l’arrivo, nonostante il fiatone per la lunga salita, spostandosi in fretta dalla zona per non intasare il luogo».

LA 40ª BIELLA-PIEDICAVALLO

I protagonisti attesi della vigilia erano tre e non hanno deluso le attese. Sui 18,6 chilometri di percorso (615 metri di dislivello) il valdostano Xavier Chevrier e il valsesiano Italo Quazzola hanno allungato subito, lasciando dietro di qualche metro il ruandese Jean Baptiste Simukeka. Intorno a metà gara Quazzola perde terreno e Chevrier va a vincere con il tempo di 1h03'26", nuovo record della gara. Quazzola è secondo in 1h04'24", battendo di 4 secondi il tempo del 2019 che era il vecchio record. Completano il podio (da 5 posti): Simukeka (1h08'14"), Francesco Nicola (1h'09'07") e Davide Scaglia (1h09'22").

Tra le donne gara solitaria per la burundiana Clementine Mukandanga, già vincitrice nel 2019 alla Biella-Oropa: ha chiuso in 1h14'59" disintegrando il precedente record che apparteneva dal 2018 a Giorgia Morano, in 1h17'57". Al secondo posto la triverese Elena Romagnolo 1h18'28". Dietro nell'ordine Gloria Giudici 1h19'05", Nadia Re (1h21'01") e Claudia Gelsomino (1h21'23").

Per i primi quattro uomini e le prime quattro donne al traguardo la sorpresa del controllo antidoping.

Grazie al supporto degli sponsor, i primi 5 atleti della classifica assoluta maschile e femminile si sono divisi un montepremi di circa 1.200 euro. Sono poi stati premiati con premi in natura i primi 5 delle 18 categorie d'età in programma.

LA 4ª BALMA-PIEDICAVALLO

Il borgosesiano Francesco Carrera fa il bis e conquista anche l'edizione 2021 dopo aver trionfato in quella del 2019. Ha chiuso i 7 chilometri di gara (330 metri di dislivello) in 25'07", una ventina di secondi in più rispetto al suo record, precedendo Alessandro Boschis (26'02") e Paolo Orsetto (26'44").

Tra le donne, assente dell'ultim'ora è stata la vincitrice del 2019 Arianna Reniero, causa una caduta al Cross della scorsa settimana ai campionati italiani. La vittoria va a sorpresa alla compagna di squadra Matilde Bonino, sedicenne promessa dell'atletica biellese, in 30'48": un vero "tempone" considerando che abbassa di circa un minuto il record della Reniero (32'13"). A pochi metri, la triathleta plurititolata italiana, europea e mondiale Charlotte Bonin, arrivata a Piedicavallo in 30'52". Al terzo posto un'altra biellese: si tratta di Angelica Bernardi già seconda l'anno scorso: 30'59" il suo crono. Il montepremi riservato ai primi 3 classificati è stato di complessivi 500 euro. In questa gara premi in natura per i migliori 3 di ognuna delle 18 categorie.

I PREMI DI SOCIETA’

Come tutti gli anni la Biella-Balma-Piedicavallo assegna anche dei premi alle società. La più numerosa è risultata essere la Pietro Micca Biella Running che si aggiudica il Trofeo MA Service davanti all'As Gaglianico 74 (Coppa Microtech) e all'Atletica Santhià (Coppa Lauretana). La vincitrice della classifica a punti, invece, è stata la Climb Runners Biella che si aggiudica così il trofeo in memoria di Ismar Pasteris, fondatore della gara. Su questo podio anche l'Atletica Santhià (Coppa Eurometallica) e lo Sport Project Vco (Coppa Botalla Formaggi).

I premi si società verranno consegnati con una cerimonia a parte nel corso della BiUltra 6.24 in programma nel prossimo fine settimana.

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Aggiornamento 19 marzo - La 40ª edizione della Biella-Piedicavallo andrà regolarmente in scena domenica 21 marzo. Ci voleva, in un primo giorno di primavera che rischiava di somigliare alla giornata dei defunti (nel senso di eventi sportivi annullati: Lake Garda marathon, mezze di Caldaro e di Saluzzo…). E viva il vecchio Piemonte, che una settimana dopo il felice esito della corsa di Trino ripropone una gara in salita che sembra destinata a un esito favorevole, cousta l’on ca cousta. E non è un caso che qui siamo in casa dell’eroico Pietro Micca, che a 29 anni nel 1706 si sacrificò per salvare Torino dall’invasione, dopo avere congedato il soldato a lui vicino con le parole “Gâvte da lì, tì 't'ses pi lungh ëd na giurnà sènsa pân! Lassa fé a mì, pènsa a salvéte!»). Tra gli ultimi iscritti, anche nomi di prestigio, come dai comunicati ufficiali del Gruppo Amici Corsa di Pettinengo e di Biella Sport Promotion:

Si tratta della burundiana Clementine Mukandanga, tesserata per l’Atletica Virtus Lucca, dell’azzurra Gloria Giudici tesserata per la Freezone di Iseo, e del ruandese Jean Baptiste Simukeka, tesserato per l’Orecchiella Garfagnana. 
Simukeka classe 1983 è atleta dal grande passato a livello internazionale, visto in gara anche in gare nel biellese: fu terzo alla maratonina del 2010 e nella top-10 al Giro di Pettinengo nel 2016. Recentemente, nel 2020 fu terzo assoluto nella prestigiosa maratona di Reggio Emilia e due settimane fa ha terminato al secondo posto la maratonina di Brugnera in Friuli chiudendo con il tempo di 1h05’03”. 
Mukandanga, classe 1985, invece, si candida quale favorita numero 1 per la vittoria in ambito femminile: la ricordiamo già vincitrice nel 2019 alla Biella-Oropa con 56’56”, nono tempo di sempre. Nel 2020 ha vinto la Marcialonga, la 10miglia del Garda, la maratona di Varna in Bulgaria, il giro di Pordenone, la “Arezzo riparte”,  chiudendo seconda la maratona di Reggio Emilia.
Giudici, classe 1987, è nel giro della nazionale di corsa in montagna e trail da parecchi anni: ha indossato la maglia azzurra ai mondiali del 2015, 2017 e 2019 e agli europei del 2018. Un’atleta a cui il dislivello della Biella-Piedicavallo potrebbe essere congeniale. Nel biellese partecipò, vincendola, alla 27ª edizione della Corsa di San Silvestro nel 2017 a Trivero.

Alla chiusura delle iscrizioni sono 390 gli iscritti alla 40ª edizione della Biella-Piedicavallo e 141 alla 4ª Balma-Piedicavallo. Tutte le iscrizioni saranno ri-verificate e il numero esatto verrà comunicato tra venerdì e sabato: la lista di partenza sarà poi reperibile sul sito www.biellasport.net.

Precedente comunicato:

Le restrizioni imposte dai decreti in corso permettono comunque lo svolgimento dell’evento, uno dei pochi in Piemonte inserito nell’elenco delle gare ritenute di interesse nazionale da parte del Coni e quindi autorizzato, nonostante la regione sia in zona rossa. E’ notizia delle ultime ore che la gara sarà anche valida quale 2ª prova del trofeo “CorriPiemonte” in sostituzione della “Mezza maratona del Marchesato” che era in programma lo stesso giorno a Saluzzo ma è stata annullata.
Biella Sport Promotion e Gac Pettinengo hanno alzato al massimo il livello di guardia ottemperando a tutte le prescrizioni ufficiali e alle regole non scritte del buonsenso, auspicando che anche tutti gli atleti partecipanti diano a loro volta prova di senso civico e di rispetto in un momento particolare come quello che stiamo vivendo.
Nelle ultime due edizioni disputate non si era andati al di là dei 200 partecipanti (191 nel 2018 e 188 nel 2019). Nel 2020 l’evento era stato prima posticipato e poi definitivamente annullato e ora, dopo una lunga attesa, la 40ª Biella-Piedicavallo si appresta a fare il tutto esaurito ed ha già superato quota 300 preiscritti, numero che potrebbe crescere ancora nelle prossime ore, le ultime possibili per iscriversi sul sito www.biellasport.net. La scadenza è fissata per le ore 24 di giovedì e quest’anno non saranno possibili adesioni last-minute, anche questo per ottemperare alle norme anti-Covid.
A questi 300 o più bisogna aggiungere un centinaio di preiscritti alla gara “figlia”, la Balma-Piedicavallo, giunta alla sua 4ª edizione: nel 2019 furono 124 i partenti, quota che potrebbe essere raggiunta anche quest’anno.

Anche in questa edizione Claudio Piana e il suo staff hanno incassato l’adesione di atleti di alto livello. In ambito maschile nella Biella-Piedicavallo, torneranno ad affrontare le ripide salite della Valle Cervo il dominatore del 2019, il valsesiano Italo Quazzola, e il vincitore del 2016, l’azzurro valdostano Xavier Chevrier. Ad infilarsi nella lotta tra i due ci proveranno anche i lombardi Michele Belluschi (vincitore con record della Trino-Crea domenica) e Andrea Astolfi, già sul podio a ottobre scorso alla Biella-Oropa. Al via anche Riccardo Montani, atleta selezionato per la nazionale azzurra per i prossimi mondiali di Trail in Thailandia.
Tra le donne non ci saranno Catherine Bertone e Elisa Stefani, precedentemente annunciate, e al momento non sembra esserci una superfavorita. Nomi ‘caldi’ sono quelli di Valentina Dameno, Nadia Re, Chiara Giovando, Lisa Borzani, della triverese Ilaria Zaccagni e della conterranea pluricampionessa italiana Elena Romagnolo.
Tra gli iscritti alla 4ª Balma-Piedicavallo, invece, spicca su tutti il nome del vincitore del 2019, il valsesiano Francesco Carrera. Per un posto sul podio si candida il giovane biellese Paolo Orsetto. Tra le donne ci riprova la biellese Arianna Reniero, vincitrice con record l’anno scorso: con lei al via le altre giovani compagne di squadra Matilde Bonino e Eloisa Marsengo. Iscritta anche la novarese Federica Cerutti.
Nonostante le difficoltà logistiche ed economiche legate al momento storico che stiamo vivendo, anche quest’anno la Biella-Balma-Piedicavallo ha un montepremi di valore grazie alla presenza di partner fedelissimi di Biella Sport Promotion e Gac Pettinengo. I primi 5 uomini e le prime 5 donne della Biella-Piedicavallo si divideranno circa 1.200 euro, mentre il montepremi per i primi tre uomini e le prime tre donne della Balma-Piedicavallo è di 500 euro.
Un premio in natura di valore decrescente verrà poi consegnato ai migliori 5 di ognuna delle 18 categorie d’età della Biella-Piedicavallo e ai migliori 3 delle altrettante categorie previste nella Balma-Piedicavallo.

Il percorso della 40ª Biella-Piedicavallo ricalca per buona parte quello storico che vide per la prima volta la partecipazione di 85 atleti nel lontano 1971. Dal 2017 è stato accorciato di circa 500 metri nella parte iniziale e dunque i record sono stati azzerati da quella edizione. A causa dell’interruzione della strada provinciale 100 della Valle Cervo poco dopo l’abitato della Balma, gli atleti percorreranno un tratto sterrato ricavato nell’alveo del torrente Cervo, attualmente adibito a cantiere per la ricostruzione della strada franata: tutto questo grazie all’interessamento del sindaco di Campiglia Cervo che ha concesso l’autorizzazione alla gara, così come hanno fatto i primi cittadini di Biella, Andorno Micca, Sagliano Micca, Rosazza e Piedicavallo.
Di fatto non cambierà il chilometraggio che rimane di 18,6 chilometri con 615 metri di dislivello positivo. Gli attuali record sono di Italo Quazzola (1h04’27” nel 2019) e di Giorgia Morano (1h17’57” nel 2018).
La variante sterrata verrà percorsa anche dai partecipanti alla 4ª Balma-Piedicavallo: per loro il percorso è confermato in 7 chilometri con 330 metri di dislivello. I record sono stati siglati nell’edizione 2019 da Francesco Carrera (24’58”) e da Arianna Reniero (32’13”).

A tutti gli atleti verrà richiesto di compilare l’autocertificazione anti-Covid (e quella per gli spostamenti) che può essere scaricata dal sito www.biellasport.net nella sezione dedicata alla corsa Biella-Piedicavallo. Tutti gli atleti, gli organizzatori e i volontari saranno tenuti ad indossare la mascherina prima della partenza, anche durante il riscaldamento, e dovranno mantenerla correttamente sul viso per i primi 500 metri di gara, conservandola durante la gara al fine di reindossarla subito dopo aver tagliato il traguardo.
Essendo il Piemonte in zona rossa non è possibile per il pubblico assistere all’evento a bordo strada, salvo che non sia al di fuori della propria abitazione se essa è sul percorso di gara. Non è previsto il ristoro finale e i ristori idrici lungo il percorso saranno predisposti esclusivamente con bottigliette chiuse. Per quanto non scritto sono in vigore le norme dettate dal Dpcm per quanto concerne il distanziamento sociale e dai protocolli Fidal per quanto riguarda il comportamento da tenere in gara.
"Il giardino dei piccoli" è un progetto che prevede la riqualificazione del parco dell'asilo e della scuola materna di Valdengo, promosso dal Rotary Club di Valle Mosso. L’idea è quella di offrire ai bambini la possibilità di esprimersi negli spazi esterni, facendo divenire il gioco una esplorazione in un contesto che gli offra gli stimoli nuovi e nuove sfide da affrontare. Nel progetto sono previste: sistemazione del prato (scarifica superficiale, terra da coltivo e inerbimento), arredi e giochi in legno (percorsi sensoriali, ponti, casette, travasi, tavoli, sedie), restauro giochi metallici storici, tende per la tettoia. Il costo totale dell'intervento è di circa 40mila euro. Il progetto completo completo è visualizzabile sul sito del Rotary Club Valle Mosso all'indirizzo: http://vallemosso.rotary2031.it/

La raccolta fondi viene organizzata usufruendo della piattaforma web “La rete del dono” dove è presente il progetto "IL GIARDINO DEI PICCOLI". Il link per accedere è https://www.retedeldono.it/it/iniziative/rotary-club-valle-mosso/corsa-podistica.biella-piedicavallo/corsa-podistica-biella.
"La rete del dono" è un sito sicuro e la transazione potrà essere effettuata mediante bonifico, carta di credito, PayPal o Satispay. La donazione sarà deducibile dalla dichiarazione dei redditi. Eventualmente potrà anche essere fatta in forma anonima.

 
 
 
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14 marzo - Nel triste scenario delle poche gare che si corrono spicca questa Trino-Crea, corsa nazionale Fidal e pertanto autorizzata a tutti gli effetti dalle vigenti normative. Una gara lunga circa 18,5 chilometri, con partenza da Trino Vercellese ed arrivo al Santuario di Crea; un percorso ondulato che tende a salire dolcemente (quasi 400 metri il dislivello totale), tranne quando si arriva a Crea, alla base del Santuario: sono due chilometri “in piedi”, un muro che costringe molti a camminare, soprattutto se hai speso troppo fino a quel punto.

Vince il lombardo Michele Belluschi (Grottini Team), con 1:05:43 realizza il record del percorso, che già gli apparteneva, 1:07:49 realizzato nel 2018. Secondo posto in 1:07:50 per Marco Mazzon (Atheltic Team TO), terzo per Francesco Guglielmetti (1:08:22, Fulgor Prato Sesia). A pochi secondi dal podio Loris Mandelli (Pol. Carugate).

Ma di certo la principale notizia di giornata è la prestazione della forte svedese Charlotta Fougberg, capitata da queste parti, è proprio il caso di dirlo, per caso, dopo l’annullamento per neve della maratona di Berna (dove avrebbe volentieri gareggiato anche la nostra Valeria Straneo). La Fougberg vince col fantastico tempo di 1:07:27, che batte il precedente record della gara, ed è seconda assoluta. Del resto si tratta di un'atleta di alto livello, già selezionata per le Olimpiadi di Tokio, con primati personali di grande spessore tecnico: 1:10:19 in mezza maratona (Gdynia 2020) e 2:28:56 in maratona, realizzato nel 2020 proprio a casa nostra, a Reggio Emilia.

Secondo posto col tempo di 1:20:52 per Francesca Rimonda (Vigone Corre) e terzo per Ilaria Bergaglio (1:23, Atl. Novese).

A parte gli ottimi riscontri tecnici, si registra una buona partecipazione complessiva per una gara un po’ atipica; con 234 classificati siamo sugli stessi livelli del 2019 (240). Quindi bravo Vanni Mussio ed il gruppo podistico Trinese, che ha provveduto all’organizzazione.

Insomma, premiato il coraggio di ripartire, nonostante tutto.

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Domenica, 07 Marzo 2021 22:13

In 330 corrono la 2^ Roma Riparte-Riparti Roma

7 Marzo - Si è corsa stamani a Roma la seconda edizione della “Roma Riparte-Riparti Roma”, gara sui 10 km ad invito riservata ai top runners (come accadde già a settembre in occasione dell’edizione inaugurale), alla quale si è aggiunta la 5 km aperta a tutti i tesserati.

L’intento della manifestazione, organizzata dal Comitato Regionale Fidal Lazio alle Terme di Caracalla e arrivo allo stadio Nando Martellini, era di dare un segnale, quello di far ripartire la corsa su strada, sempre nel pieno rispetto delle nome anti-covid.  

Nella 10 km, vittoria per il romano Ahmed Abdelwahed (Fiamme Gialle), argento europeo U23 nei 3000 siepi, che si afferma in 29:34, migliorando decisamente anche il pb sulla distanza (precedente 31:08): capace nel finale di prodursi in un’accelerazione decisiva, che gli permette di precedere il burundese Jean Marie Viann Niyomukiza (Atletica Sandro Calvesi), secondo in 29:37, e Michele Fontana (Aeronautica), terzo in 29:38 (pb anche per lui). Quarto il moldavo Maxim Raileanuin in 29:46, quinto l’eritreo Freedom Amaniel (Forum Sport Center Roma) in 29:50; sesto e settimo Luca Parisi (Runcard) in 29:55 e Najibe Salami (Aeronautica) in 30:10).

Tra le donne, successo mai in discussione, essendo in testa sin dai primi metri l’italo-ucraina Sofiia Yaremchuk (Acsi Italia Atletica) in 32:52, che bissa la vittoria di settembre, precedendo la burundese Francine Niyomukunzi (Atletica Castello), seconda in 33:16, e la ruandese Adeline Musabyeyezu (Atletica Dolomiti Belluno), terza in 33:20. Quarta l’azzurra Sara Brogiato (Aeronautica) in 33:55. Ritirate la neoconsigliera della Fidal Nazionale, Margherita Magnani (Fiamme Gialle) non ancora al meglio, e Fatna Maraoui (Esercito).

43 gli atleti classificati, di cui 10 donne.

Nella 5 km aperta a tutti i tesserati, con 287 atleti (219 uomini) giunti al traguardo all’interno dello stadio Nando Martellini sui 600 che costituivano il limite per le iscrizioni, successo per Armando Ruggiero (Carmax Camaldolese) in 15:47 su Gabriele Frescucci (Libertas Orvieto), secondo in 16:14, e Lorenzo Rieti (Atletica La sbarra), terzo in 16:23.

Tra le donne s’impone Giulia Sassoli (ACSI Italia Atletica) in 18:48, sulla compagna di squadra Emma Ingrassia, seconda in 19:55, e su Kalliopi Schistocheili (Roma Atletica Footworks), terza in 20:05.

Ricordiamo che per la 5 km la partenza si è sviluppata a scaglioni con 60 atleti alla volta, che hanno indossato la mascherina per i primi 500 metri, per poi riceverne un’altra non appena tagliato il traguardo.

 
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7 marzo - Si è corsa oggi la seconda mezzamaratona in Italia nel 2021 (dopo Trecate, 21 febbraio) ed abbiamo avuto un’ennesima dimostrazione che le gare si possono fare, sia pure con tutte le limitazioni e le difficoltà imposte dall’attuale situazione.

Vince la gara maschile il forte mezzofondista Abdoullah Bamoussa: non è certo questa la sua distanza preferita ma ha voluto così onorare la gara organizzata proprio dalle sue parti, e dal suo gruppo sportivo, Atletica Brugnera Friulintagli. Lo ha fatto nel migliore dei modi, realizzando il primato personale con 1:05:10 (precedente 1:05:22), dopo una gara condotta sempre in testa. Nella volata finale, date le sue caratteristiche, non ha avuto difficoltà a regolare gli avversari arrivati in quest’ordine: J. Baptiste Simukeka (GS Orecchiella Garfagnana, 1:05:13), Joash Kipruto Koech (GP Parco Alpi Apuane,1:05:14). Sesto in 1:07:54 Michele Belluschi (Grottini Team).

Gara femminile che è stata un testa a testa tra l’etiope Addisalem Belay Tegegn (Atl. Saluzzo) e la ruandese Clementine Mukandanga (Atl. Virtus Lucca). Nella prima parte e fino al km 12 l’etiope era avvantaggiata di diverse decine di metri, poi è stata raggiunta dalla ruandese; da qui all’arrivo hanno proceduto insieme; nella lunga volata Belay Tegegn ha regolato l’avversaria vincendo, con record della gara, in 1:12:02; secondo posto quindi per Mukandanga (1:12:04), terzo per la burundiana Cavaline Nahimana (Atl. Libertas Livorno). Prima italiana in 1:21:38 Francesca Tonin (Calcestruzzi Corradini).

Della vincitrice odierna a suo tempo ne avevamo RACCONTATO QUI.

Nella gara di contorno sulla distanza di km 7,097 vittoria in 21:59 per il giovane Samuel Demetz (categoria Junior, classe 2003) e Giulia Vettor (CUS Parma, 26:10), da due settimane laureatasi campionessa regionale Emilia-Romagna di cross a Correggio.

Percorso gara su un giro da poco più di 7 chilometri, ritenuto non velocissimo anche per un tratto di tre chilometri in sterrato, sia pure ben corribile. In relazione del numero degli iscritti, quasi 700, il comitato organizzatore ha correttamente optato per due partenze separate (ricordo che le normative Fidal impongono un massimo di 500 atleti per ogni singola partenza). Dopo la partenza della gara più breve su un solo giro, avvenuta alle 9.15, alle ore 09.30 sono partiti per i tre giri della maratonina gli uomini (424 i classificati) ed alle 09.35 le donne (209 le classificate).

Speaker della gara Cesare Ballaben.

Gara che si è svolta regolarmente e nel rispetto delle normative anti Covid, certamente un notevole sforzo per il comitato organizzatore dell’Atletica Brugnera, a cui vanno i nostri complimenti, sforzo però ampiamente premiato dai partecipanti; basti pensare, come dicono i numeri qui sopra, che complessivamente sulla mezza maratona ci sono stati 633 atleti classificati, il doppio di quanto fatto registrare negli anni 2019-2018-2017! Un gran bel segnale, oltre che un importante riconoscimento per chi si prodiga ad organizzare, al tempo stesso costituisce un esempio per altri organizzatori.

E a chi si chiede … ma i podisti, verranno? questa è stata la risposta.

 

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Si torna a correre, per la 14^ edizione, una gara atipica che negli anni ha saputo attrarre sia gli amanti della strada che quelli della corsa in montagna, fino a sfiorare i mille partecipanti; perché il tracciato che porta dai 300 metri di Vestone, nell'alto bresciano, al punto più elevato del percorso (poco sopra i 1000 metri di altezza) e ritorno, è un mix ideale per gli atleti che apprezzano percorsi vari, mai monotoni, salite e discese difficili ma non impossibili, alla portata degli stradisti. Il tutto in un contesto naturale, tra boschi, sentieri e panorami che rendono la fatica meno…faticosa.

Una gara ideale per chi pensa alle “lunghe”, un ottimo allenamento, ma anche interpretabile in modo meno agonistico, se ogni tanto si vuole tirare il fiato.

Gara nazionale Fidal, quindi risponde a tutte le normative in merito, fortemente voluta da Paolo Salvadori, anima, cuore e motore della manifestazione, organizzata dalla ASD Libertas Vallesabbia, società di cui è presidente. Sotto trovate la sua lettera agli atleti.

IL PERCORSO DELLA TRE CAMPANILI 

Gentili atleti,

con immenso piacere vi comunichiamo che la corsa podistica Ivars Tre Campanili Half Marathon, giunta quest’anno alla sua XIV edizione, è stata confermata per domenica 4 luglio 2021.
Come Comitato Organizzatore stiamo lavorando intensamente nella volontà di farvi vivere in tutta sicurezza momenti magici in una splendida cornice che unisce natura e cultura, attuando i dovuti protocolli sanitari e in ottemperanza alle norme anti-contagio.
In quest’ottica, pertanto, la manifestazione sarà a numero chiuso con un massimo di 500 partecipanti.
In attesa di ricevere informazioni più dettagliate in merito alla gara e all’apertura delle iscrizioni, vi invitiamo a seguire la nostra pagina Facebook, in costante aggiornamento.
E nel frattempo… SAVE THE DATE, 4 luglio 2021

Paolo Salvadori 

https://www.trecampanili.it/

 

 
 
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Val di Zoldo (Dolomiti Bellunesi), 26 febbraio 2021 – Si riparte da dove ci si era fermati, vale a dire dai cinque percorsi presentati all’indomani della settima edizione, quella del giugno 2019. Lo staff organizzativo di Dolomiti Extreme Trail, evento di trail running della Val di Zoldo (Belluno) costretto a rinunciare all’edizione 2020 a causa dell’emergenza sanitaria, non si è mai fermato e ora rilancia, annunciando che l’edizione 2021 è in calendario dall’1 al 13 giugno prossimi: verranno riproposti i tracciati ormai tradizionali sui 103 chilometri (7.150 metri di dislivello positivo e altrettanti di dislivello negativo, la 55 chilometri (3.800 metri di dislivello) e sui 23 chilometri (1.000 metri di dislivello) e sarà data ai concorrenti la possibilità di gareggiare su altri due percorsi, uno di 73 chilometri, con 5.500 metri di dislivello, e uno, accessibile a tutti, di 11 chilometri e 700 metri di dislivello. Il via alla 103 K verrà dato alle 22.09 di venerdì 11 giugno, la partenza della 73 K alla mezzanotte e quella della 55 K alle 5 di sabato 12. La 23 K, la 11 K e le due prove della Mini Dxt riservata ai più piccoli si svolgeranno nella mattinata di domenica 13.

La partenza e l’arrivo sono previste a Forno di Zoldo per tutte le gare. I percorsi “Dolomiti Extreme Trail”, sono gare qualificanti per UTMB (Ultra Trail du Mont Blanc); sono valutati e certificati da ITRA (International Trail Running Association) e assegnano ai finisher i seguenti punti: 103 K: 5 punti ITRA; 72 K: 4 punti ITRA; 55 K: 3 punti ITRA; 22 K: 1 punto ITRA.

Le iscrizioni si apriranno l’1 marzo e si chiuderanno al raggiungimento di 2 mila partecipanti totali (500 iscritti per 103, 72 e 55 K, 300 iscritti per 22 K, 200 iscritti per 11 K)  e comunque entro il 31 maggio.
Le iscrizioni dovranno essere effettuate on-line, con pagamento a mezzo conto corrente o tramite carta di credito, tramite Paypal. Un link dedicato sarà presente sul sito internet www.dolomitiextremetrail.com. Possono iscriversi gli atleti maggiorenni in possesso di certificato medico sportivo per l’attività agonistica, riconosciuto dalla nazione di residenza, indipendentemente dalla loro appartenenza a società o federazioni sportive.

«Non ci siamo mai fermati, abbiamo continuato a lavorare e lo faremo nelle prossime settimane» dicono Corrado De Rocco e Paolo Franchi, del comitato organizzatore. «Le difficoltà sono state tante e ancora ce ne saranno ma non vogliamo fermarci: vogliamo ripartire e abbiamo fatto e faremo di tutto per farlo, nel massimo rispetto delle normative che questo periodo di emergenza sanitaria impone. Lo scorso anno, quando abbiamo dovuto annullare la manifestazione, avevamo oltre mille iscritti, provenienti da 47 nazioni. Avere una cosa ampia partecipazione internazionale sarà possibile il prossimo giugno? Non lo sappiamo. Sappiamo però che è fondamentale ripartire, nello sport e in tutti gli ambiti. E con Dxt vogliamo contribuire alla ripartenza».

VIDEO PROMO

 

 

 

 

 

 
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Mercoledì, 03 Marzo 2021 16:46

Il Giro dell’Umbria ci prova ad aprile

In questi tempi così difficili per la regione umbra, travolta dalla “variante inglese” e da cosiddetti “focolai” del coronavirus, con l’ottimismo della volontà si ufficializza il programma dell’edizione 2021 del Giro Podistico dell’Umbria, lanciando un messaggio di speranza e di fiducia (e vedremo se si riuscirà a svolgere anche la Strasimeno, ora prevista per l’11 aprile).

La gara a tappe lo scorso anno era stata spostata da aprile a inizio ottobre, con ottimo esito come non mancammo di segnalare, da testimoni diretti.

http://podisti.net/index.php/cronache/item/6551-giro-dell-umbria-la-prima-tappa-a-loitanyang-e-la-enriquez.html

(e così per le tre tappe seguenti).

Ora Sauro Mencaroni e il suo staff dell’Atletica Capanne e dell’Athletic Team ritornano alla formula abituale di aprile, prevedendo l’effettuazione delle tradizionali 4 tappe nel pieno rispetto dei protocolli sanitari come già accadde nello scorso autunno.

Delle tappe, rispetto al 2020 sono cambiate le prime due: il programma prevede infatti per giovedì 15 aprile la prima tappa a Campello sul Clitunno (fra Trevi e Spoleto), 10 km con partenza alle ore 17:00.

Stesso orario anche per le due frazioni successive, la seconda a Monte Buono (sul Trasimeno, non lontano da Magione dove si svolse la terza tappa del 2020), per 9,2 km; con la terza si torna nella bellissima Città della Pieve per 9,8 entusiasmanti km.

La chiusura di domenica 18 aprile si replica a Tuoro sul Trasimeno con la tappa più lunga, nei luoghi della battaglia di Annibale, 11,4 km con partenza alle ore 10:00.
Sempre a Tuoro, presso il campeggio Punta Navaccia al margine del parco archeologico, si svolgeranno le premiazioni finali, esattamente come sei mesi fa.

Le iscrizioni sono già aperte, il costo è di 45 euro fino al 31 marzo per poi passare a 55 euro. Chi ha preso parte ad almeno 10 edizioni dovrà versare solamente 40 euro.
Gli organizzatori hanno posto un tetto massimo di adesioni a 300 partecipanti, ma bisogna considerare che è possibile aderire anche alle singole gare giornaliere. Contattando gli organizzatori si potranno avere anche riferimenti logistici per la settimana di gara a prezzi convenzionati presso strutture poste in riva al lago Trasimeno.
Incrociamo le dita, ma 19esima edizione del Giro dell’Umbria potrebbe davvero essere il primo passo sulla via della rinascita.

Per informazioni: Atl. Capanne, tel. 347.4416086, www.atleticacapanne.it

 
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Nei tempi normali, le domeniche pomeriggio e sera per la nostra redazione (e sicuramente per tutte le redazioni sportive) erano ore spasmodiche: si trattava di inserire cronache, classifiche, fotografie, e c’era da scegliere, tra gli eventi del giorno, quelli più meritevoli di apparire in evidenza. Si faceva regolarmente l’una.
Oggi, ultimo giorno di febbraio 2021, quando la primavera è ormai nell’aria, e si comincia a correre in maniche corte e senza calzemaglie o ‘ciclistini’, è tanto se abbiamo da parlare di un record nella mezza maratona e di un altro in una lontana 42 giapponese: che si dividono l’evidenza con la lista delle corse annullate, gli auspicii per gare di giugno od oltre, e i riflessi di gare disputate una settimana fa.

C’è un amico che si occupa di calendari podistici e tutti i giorni mi messaggia con “ormai rinuncia alle corse, mettiti il cuore in pace – annullata questa – morta quest’altra – tutto in zona rossa - pandemia”. Crepi l’astrologo, però la situazione di oggi è così, e i titoli di prima pagina dei giornali si colorano di tinte da far invidia alle parrucchiere di Lilly Gruber e di Giovanna Botteri: “Avanza l’arancione scuro”, “La Romagna si tinge di scuro”. E serve poco fare dell’ironia sulla simbologia semaforica complicata dalle indecisioni e dalle ipocrisie dei governanti e amministratori: così è, se vi pare.
Poco vale se il professor Francesco Landi, primario di riabilitazione geriatrica al Gemelli di Roma, e particolarmente impegnato nel reparto dei contagiati da Covid, asserisce: “Non sono negazionista, conosco bene il Covid” (nb: l’accusa di “negazionismo” è l’arma più comoda per rifiutare il confronto con idee meno semplicistiche e grossolane del “chiudere tutto”; come se la scienza e le conoscenze non andassero avanti solo “negando” i pregiudizi vigenti), “ma dico che la pratica sportiva è essenziale per la salute e si può svolgerla senza rischi. Piscine e palestre sono un luogo di cura: la gente deve poter andare a ‘curarsi’”.

Qualche segnale di ripensamenti sta tuttavia nascendo tra chi dirige l’Unione Europea: dopo i grossolani errori di calcolo, da principio sui modi per arginare la pandemia, poi sui mezzi per combatterla (leggi vaccini, avallati a volte troppo presto a volte troppo tardi, e prenotati o pretesi con faciloneria come se bastasse un Dpcm per fabbricarli), si fa strada non solo tra pochi Stati, ma ai vertici comunitari, l’idea del ‘passaporto sanitario’, o come lo si chiama adesso,  “certificato digitale” (la parola “digitale” è magica, tutti le si inginocchiano davanti) “per aprire corsie preferenziali nei viaggi”, non solo ai vaccinati ma anche, ovviamente, a chi è guarito dalla malattia, e pure a chi abbia test negativo.
La cosa dovrebbe aprire spiragli di sicurezza e fattibilità anche per lo sport amatoriale, non solo quello disputato in stile-kermesse per pochi privilegiati cui far conseguire minimi olimpici o aggiornare gli albi d’oro, ma lo sport di tutti noi: quei “noi” la cui voglia di correre manda esauriti i numeri chiusi delle poche gare rimaste in programma (la mezza di San Benedetto, abolita 36 ore prima dello svolgimento, aveva chiuso le iscrizioni da una settimana: l’ultramaratona del Chianti, prevista fra tre settimane, ha già raggiunto la cifra massima di iscritti ed ha una lista d’attesa come i voli per la Sardegna a Ferragosto).

Un altro segnale più concreto ci viene da “fuori Italia”: “Poveri voi italiani, al ritmo d’Europa”, virgoletta un titolo del “Corriere della Sera” di questa stessa domenica 28, che nella prima riga del titolo chiarisce: “San Marino, tutti pazzi per lo Sputnik”. Mentre da noi si inauguravano le primule e i capannoni ad alto valore architettonico, ma i frigoriferi degli ospedali restavano semivuoti, nella vicina Repubblica (che, non dimentichiamo, fu la prima ad organizzare una maratona, disputatasi senza conseguenze sanitarie giusto cinque mesi fa) “ristoranti e caffè sono ancora aperti” (continuiamo a leggere il Corrierone): si conta di immunizzare in poche settimane 22mila residenti (con esclusione di chi è già guarito e dei giovanissimi) e qualche transfrontaliero lavoratore della sanità. Delle dosi necessarie, 7500 saranno del russo Sputnik, prontamente omologato; le altre saranno di Moderna e Pfizer (a proposito di Pfizer, ricordo i reciproci auguri che durante la maratona di San Marino facevamo con due atlete che allegramente correvano con la maglietta Pfizer).
L’articolo cita una sola volta anche AstraZeneca, ma solo per un paragone con lo Sputnik che (secondo un intervistato) sarebbe “più efficace”, e già impiegato con successo anche all’ombra del Titano. “Perché dovremmo farci problemi? – dicono quasi tutti” (prosegue l’articolo). Tralascio il “sarcasmo nei confronti dei dirimpettai”, cioè di noi italiani, attaccati ai si-dice sul prossimo Dpcm e sugli attuali Rt o indici di positività, e sui plateau dopo i picchi; e il rimando a Israele o Gran Bretagna che, non essendo euro-dipendenti, stanno vaccinando tutti a ritmi per noi impensabili.

In campo politico ci sono almeno due frasi storiche citabili: Vegna Franza vegna Spagna, purché se magna; o più nobilmente, non importa se il gatto è bianco o nero: basta che acchiappi i topi. Scusate se, nella settimana che vorrebbe stordirci di solo Sanremo, ci vengono in mente le parole di una canzone che vinse a Sanremo nel 1987, interpretata da tre cantanti-sportivi come Morandi, Tozzi e Ruggeri che allo sport si ispirarono:

Se la tua corsa finisse qui - Forse sarebbe meglio così - Ma se afferri un'idea - Che ti apre una via - E la tieni con te o ne segui la scia - Risalendo vedrai quanti cadono giù - E per loro tu puoi fare di più.

In questa barca persa nel blu - Noi siamo solo dei marinai - Tutti sommersi, non solo tu - Nelle bufere dei nostri guai…

Si può dare di più perché è dentro di noi - Si può osare di più senza essere eroi - Come fare non so, non lo sai neanche tu - Ma di certo si può dare di più.

 
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